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Lui & Lei

La Vera Storia Di Veronica 2ª Parte


di animatrav
02.12.2025    |    1.214    |    0 8.7
"«Ridi ancora?» «Ti amo», rispose, guardandomi con lo sguardo timoroso di chi pensa di aver osato troppo..."
A quei tempi Veronica aveva solo 22 anni. La vedevo come uno scricciolo, dato che ne avevo tredici più di lei e, nonostante fossi nel mio peso forma, pesavo quasi il doppio dei suoi chili.
Non saprei dire se fosse davvero quello a unirci o l’intesa empatica e affettiva che avevamo, oltre a quella sessuale. Perché se è vero che mi piaceva vedere il suo visino sfinato perdersi nella folta criniera ricciuta, le gambette magre e sinuose che, nonostante il suo metro e cinquanta, facevano la loro figura, soprattutto vestite con gonne corte e la seta dei collant che le fasciavano, è pur vero che andavo pazzo per il suo seno piccolo e un po’ cadente. Soprattutto, non si era mai depilata nell’intimo. Questo lo intuii i giorni che precedettero la nostra prima volta, quando eravamo ancora nella fase delle effusioni appassionate che ti fanno arrivare con l’eccitazione alle stelle e non avevi la possibilità di sfogare: ci trovavamo al mare e lei, per l’occasione, aveva indossato un bikini bianco. Oltre a evidenziare la sua silhouette, quel costume sottolineava il leggero strato di peluria che dallo slip saliva verso l’ombelico.
Ero rimasto folgorato da quell’immagine da cui mi sentivo rapito e non vedevo l’ora che arrivasse il giorno in cui avrei potuto possedere quel tesoro nascosto; lo speravo con tutto me stesso! Come ho già detto, il giorno in cui lo facemmo ebbi la conferma che le mie non erano false aspettative e lei era esattamente il sogno di una vita che si realizza. Ne fui talmente colpito che volli rifarlo di nuovo, il mattino seguente, e quando la chiamai e lei arrivò a casa, pronta e remissiva, capii che eravamo fatti della stessa pasta.
Da quel giorno ho sempre sperato che nessuno mi privasse mai di quella donna anonima, al tempo stesso armoniosa e perfetta, su cui mi piaceva abbandonarmi, iniziando ad affondargli la mia faccia tra le gambe. Perché non ho mai smesso di dissetarmi del suo nettare caldo e adoravo berlo alla fonte. Le mani che mi tiravano a sé dicevano che era felice di farmi abbeverare alla sorgente e lo faceva con la dolcezza e lo sguardo innamorato di chi ti dice che non vorrebbe altri, a farsi i propri comodi con il suo piacere. La peluria densa di Veronica si spingeva ben oltre la zona anale e, persino lì, sapeva di buono. Non avevamo problemi a svelarci i desideri reciproci e lo facevamo senza alcun imbarazzo; non c’erano momenti programmati perché, in un modo o nell’altro, lo facevamo di continuo.
Il problema però era che non abitando vicini i nostri incontri erano sporadici. Per questo, non appena ci vedevamo, già dal primo saluto in auto, le lingue smaniavano nelle nostre bocche, e al tempo stesso, le mani andavano a cercare il sesso dell’altro. Reciprocamente, perché non ho mai dovuto pregare Veronica di toccarmi o fare qualsiasi cosa non fosse nella sua testa. Dopo un primo sfogo di passione affrontavamo il tratto di strada che ci avrebbe portati nell’appartamento che affittavo di proposito per l’incontro e, una volta lì, anche sulla porta le avevo già tirato su la gonna, abbassato i collant e scostate le mutandine le stavo già dentro a ritmo sostenuto.
«Ehi, che hai!» le piaceva dirmi ogni volta che mi vedeva impaziente di penetrarla.
Lo diceva quando già era piegata contro il divano che era all’ingresso, perché non aveva neanche avuto il tempo di rendersi conto di cosa stava succedendo. E io ero già dentro di lei e mi sfogavo guardando la prospettiva idilliaca che mi si poneva davanti. Adoravo farlo quando era ancora vestita, con i collant e l’intimo tirato giù alle ginocchia e, per raggiungere l’estasi, le tiravo su la maglia e il reggiseno perché adoravo vedere riflessi allo specchio i seni scesi che si muovevano a ogni spinta. Dieci minuti dopo eravamo nudi sul letto e lei, a cavalcioni su di me, sapeva già che doveva assumere una determinata posizione che mi permettesse di vedere quanto fosse folta e mi rassicurasse che neanche un pelo della sua vagina andasse perduto. Questo era lei: l’intimità reale di una persona coinvolta che si era saputa aprire e a cui non avevo mai nascosto le mie preferenze in fatto di sesso. Era incredulo al fatto di ritrovarmi davanti a una persona conosciuta poche settimane prima che fosse tanto affine a quello che avevo cercato da sempre, e l’esserci detti tutto, seduta stante, ci aveva tolti da ogni imbarazzo. Mi piaceva sapere che fosse mia, e nessun’altro doveva sapere quanto fosse porca a letto. Ero geloso delle sue prestazioni, ma anche della sua indole romantica. Al di là dell’auto, in cui ne combinavamo di tutti i colori, adoravo quando uscivamo insieme come una coppia a modo e, non appena ci trovavamo in un posto isolato, le infilavo la mano sotto la gonna; o dietro una macchina le dicevo di accucciarsi a terra per avere dieci secondi delle sue labbra intorno al mio piacere. Il più delle volte, le chiedevo di mettere le calze autoreggenti che nessuno potesse scorgere, ma mi mostrasse all’occorrenza non appena glielo avessi chiesto. Poco alla volta diventai malato di lei e, soprattutto, non c’era momento in cui non la desiderassi. Spesso, quando finivamo di farlo, dopo settimane di attesa in astinenza in cui il solo pensiero di incontrarla per soddisfare voglie sempre più grandi mi consumava, ero senza forze. A volte ci addormentavamo sfiniti e al risveglio andavamo a pranzo al solito ristorante. Lei si preparava ad hoc perché sapeva già cosa indossare, visto che nelle fantasticherie che avevo i giorni precedenti l’incontro, la istruivo a dovere su cosa mettere nelle varie situazioni. Ma era all’oscuro di tutto il resto. Ricordo ancora una delle prime volte in cui, arrivati al solito ristorante, dopo aver scelto dal menù e avere ordinato, le dissi di andare in bagno a lavarsi le mani. Prima, però, avrebbe dovuto togliersi le mutandine e metterle in borsa. Quando glielo dissi sgranò gli occhi, ma la mia occhiata non le dava diritto di replica.
Quindi, dopo aver preso la borsa che era attaccata alla sedia, si limitò ad alzare il dito al cielo, per sottolineare l’intuizione, concludendo, per celare l’imbarazzo: «Ecco perché le autoreggenti...»
Quando la vidi tornare le dissi: «Vieni qui!»
Lei sapeva che volevo mi mostrasse il contenuto della borsa e quando vidi che la mutandina si trovava nascosta sul fondo, le dissi che poteva tornarsi a sedere. Lei si fingeva annoiata, ma i sorrisi dicevano tutt’altro. Alla mia domanda del come si sentisse, mi rispose che non era a suo agio, ma in fondo non c’era uno scopo specifico nel farla restare nuda sotto i vestiti, quanto sapere che la mia donna fosse casta agli occhi di chiunque, e al tempo stesso porca e pronta a tutto pur di soddisfare se stessa e il suo uomo. Inutile dire che in macchina la prima cosa che facevo era controllare che quello non fosse un sogno, e dopo aver immerso i miei polpastrelli tra i suoi peli, tonavamo a casa. Sulla soglia della porta, non dovevo neanche fare la fatica di spostare la mutandina perché, tirata su la gonna e sbattuta sul divano, a quel sorriso malizioso che mi faceva ogni volta, mordendosi le labbra, le rispondevo togliendogli dal volto il sorriso, spingendole a forza dentro il desiderio perché entrambi volevamo sfogarci a quel modo.
«Cos’hai da dirmi ora?» le dicevo tra una spinta e l’altra. «Ridi ancora?»
«Ti amo», rispose, guardandomi con lo sguardo timoroso di chi pensa di aver osato troppo.
Rallentai, fino a fermarmi. Non potevo non rispondere subito, non potevo protrarre a lungo quell’attesa, perché sapevo cosa si prova ad aprire il cuore nell’incertezza di essere ricambiati.
Le ero ancora dentro quando mi avvicinai al suo viso con lei voltata verso di me. «Anch’io ti amo, piccola mia», la baciai e ripresi a spingere con maggiore enfasi.
Da allora sono passati quattordici anni e Veronica sa che, nonostante tra di noi ci sia una moglie, non deve smettere mai di dirmi che mi ama.
Perché in fondo, dal primo giorno, non abbiamo mai smesso di farlo.
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