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Identità nascoste
02.09.2025 |
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"Credo sia stato quello il momento in cui ho capito quanto fosse fondamentale per me indossare indumenti femminili..."
Nessuno conosce la mia vera identità, neanche mia moglie.Non le ho mai detto che da che bambino mi piaceva indossare i vestiti di mia madre, che anche nel tempo ho continuato farlo.
Ma partiamo dal principio.
Se c’è qualcuno che può avere qualche sospetto sulla mia vera identità, quella è proprio mia madre.
Avevo circa dieci anni quando per gioco indossai i suoi vestiti.
Era stata una bravata fatta in maniera del tutto innocente, tanto che non mi preoccupai neanche di mostrarmi davanti ai miei genitori con addosso quelle vesti che mi stavano un po’ larghe. Loro avevano persino riso nel vedere quelle mie movenze esagerate con cui cercavo di emulare le fattezze femminili.
Ciò che i miei genitori non sapevano però, è che nel tempo continuai a indossare quelle vesti, perché dopo averle rimesse una seconda volta, due anni più tardi, durante una loro assenza, ebbi una sensazione completamente diversa.
Quel pomeriggio i miei genitori mi dissero che sarebbero tornati per cena. Prima di uscire si raccomandarono perché facessi di tutti i compiti. Quando la porta di casa si chiuse mi diressi verso la mia camera dove ad attendermi non c’erano i libri, ma un intero pomeriggio davanti la tv.
Mentre mi trastullavo sul letto, l’occhio andò posarsi sulla savonarola della loro camera da letto. I vestiti che mi madre si era tolta erano poggiati lì. Al ricordo della prima volta, sorrisi. Senza pensarci mi sfilai i pantaloni e la maglietta. Poi mi diressi verso la camera da letto. Non appena indossai il vestito, accadde qualcosa di diverso, rispetto la prima volta.
Provai una sensazione che definirei magica. Mi piaceva stare con quei vestiti addosso e non ci trovavo nulla di comico. Davanti allo specchio mi resi conto che dopo due anni i pochi centimetri che avevo guadagnato avevano fatto sì che il vestito mi andasse alla perfezione. Mi piaceva stare seduto accavallando le gambe. Ma dentro tutta quella magia c’era una nota stonata. Sotto il vestito avevo tenuto i miei slip e quella per me era una vera limitazione. Dovevo indossare delle mutandine da donna. Cosa mi stava capitando? Non volevo che qualcuno venisse a sapere cosa stesse accadendo. e così, dopo aver abbandonato l’idea di dare frugare nel cassetto in cui mia madre teneva l’intimo, pensai che cercare in lavatrice sarebbe stato più sicuro. La fortuna era dalla mia parte! Quando mi sfilai gli slip, al pensiero di indossare le mutandine da donna, ebbi un’erezione improvvisa. Feci fatica a sistemare il mio “piacere” tra le gambe per non far scorgere la protuberanza sul davanti. Ma la cosa più assurda è che avevo paura. Erano passati solo tre quarti d’ora dall’uscita dei miei genitori eppure, seppur a malincuore, volevo rimettere tutto a posto il prima possibile.
Quando mi tolsi i vestiti avvertii da subito la mancanza di qualcosa. Mi dispiaceva rinunciare al tessuto delicato che a ogni passo mi lambiva le caviglie. Avevo scoperto una parte nuova di me e l’idea di rinunciare a quel piacere mi tormentava. Continuai a fare quelle esperienze sempre più di frequente. Lo facevo spesso in bagno prendendo i panni da lavare dalla lavatrice, o nella camera dei miei genitori quando sapevo che rimanevano fuori per alcune ore. Mi piaceva aprire l’armadio e fare man bassa di vestitini, finché non decisi che era ora di provare anche i collant. Fu quando iniziai a frugare anche nei cassetti che scoprii che, segretamente, anche mia madre indossava mutandine in pizzo, ricamate e autoreggenti. Non teneva quei capi con gli altri indumenti intimi, ma erano ben nascosti sul fondo del cassetto.
In vista c'erano le semplici mutandine di cotone che spesso trovavo in lavatrice, calze di nylon comuni e svariati gambaletti. Alcune mutandine erano ancora confezionate, mentre altre, più logore erano consunte con piccole macchie che il tempo aveva fissato sulla superficie. Non cercai di capire perché mia madre possedesse degli indumenti sexy, perché avevo altri pensieri che mi occupavano la mente
Quando potevo trasformarmi in donna, dopo essermi vestito sfilavo davanti allo specchio che si trovava all’interno delle ante del loro armadio. Avevo il passo incerto di chi indossa per la prima volta delle scarpe col tacco di quattro misure più grandi. Ricordo ancora l’odore di naftalina che mi aleggiava intorno, mentre guardavo incuriosito quell’io diverso che mi osservava dal riflesso di quella superficie imperfetta. Vedermi in quelle vesti, ancora oggi mi emoziona. È difficile spiegare quali fossero le mie sensazioni perché non provavo una vera e propria eccitazione dovuta alla voglia di sesso, quanto al semplice benessere in sé. Mi limitavo a vivere quei momenti con le formichine che sentivo camminarmi al centro dello stomaco; era una sensazione che non riuscirei a descrivere solo con le parole e mi procurava un senso di pienezza. Quelle emozioni non cessarono di procurarmi giovamento, neanche negli anni a venire, quando le scarpe iniziavano a essere della mia stessa taglia e i peli cominciavano a spuntare copiosi su tutto il corpo.
Mi sentivo limitato perché, se da un lato vestire i panni di mia madre era diventato un bisogno sempre più essenziale, dall’altro era frustante sapere che avevo sempre meno tempo a disposizione per farlo perché i miei genitori uscivano sempre meno.
La fortuna fu che i miei nonni abitavano in un’altra regione e gli anni a venire mi diedero più volte la possibilità di sfruttare appieno intere giornate per prendermi cura di quella mia nuova passione.
Speravo sempre che arrivasse il giorno in cui i miei genitori fossero rimasti fuori casa per diversi giorni, e quando si avvicinava il momento, già da alcune settimane prima, avvertivo quel piacevole formicolio all’altezza dello stomaco. Quando il giorno X arrivava, con addosso i vestiti di mamma mi comportavo come fossi una qualsiasi donna che sbriga le faccende di casa. Passavo la scopa anche se non c’era bisogno di farlo, mi spogliavo gettando a terra le mutandine che cambiavo con un altro paio, facevo la doccia e mi rivestivo con abiti diversi. Con quei vestiti ci vedevo la tv accavallando le gambe, ci andavo in bagno sollevando la gonna e lasciando le mutandine in vista all’altezza delle caviglie. E qualunque fosse la mansione che svolgevo dentro casa, la personalizzavo con atteggiamenti copiati dall’icona che avevo sempre sognato di essere: quella di una donna.
Una volta, per caso, vidi che oltre la finestra, a un centinaio di metri da me, stavano facendo dei lavori di ristrutturazione. Non mi ero accorto che alcuni che operai che camminavano sull’impalcatura avrebbero potuto vedermi. Chiusi subito la tenda. “Spero non mi abbiano visto…!” pensai, mentre il cuore mi martellava a mille sotto il reggiseno. Poi la paura si trasformò in ansia. Infine mi fermai a riflettere: da quella distanza non avrebbero potuto vedermi in volto e, semmai, non avrebbero potuto scorgere che il mio profilo. L’abbigliamento inequivocabile avrebbe convinto gli operai che quelle forme appartenevano a una donna. Maturai così un’idea che da tanto mi ronzava nella testa. Era una buona idea! E il formicolio che si ripresentò a solleticarmi lo stomaco, ne fu la conferma. Inoltre, l’idea che i miei genitori sarebbero tornati il pomeriggio seguente, e che quindi avrei potuto dormire per l’ultima notte con addosso i collant di mamma, mi fecero trascorrere la più bella nottata della mia vita.
Il mattino, al pensiero degli operai, mi svegliai con lo stomaco che mi bruciava dal desiderio. Forse era per quel pensiero, o per la costrizione dei collant e l’idea che stavo indossando mutandine da donna, che mi svegliai con un’erezione che ancora oggi rimpiango.
Prima di mettere in opera il mio piano, corsi a mettere la vestaglia di mamma e feci colazione. Come una donna di casa lasciai che lo spacco della lasciasse in luce la gamba fasciata di seta. Per il desiderio che avevo, lasciai quasi tutto nel piatto e corsi in camera a vestirmi.
So che è difficile da credersi, ma tutte le volte che avevo indossato i vestiti di mia madre non avevo mai osato mettere le sue cose sexy; la ritenevo una violazione alla sua dignità di madre. Rimasi a lungo a fissare le calze autoreggenti e gli slip ricamati, e alla fine mi convinsi che era arrivato il momento di farlo. Come sempre, per evitare di essere scoperto, memorizzai la posizione in cui erano ordinati gli indumenti. Credo sia riduttivo soffermarmi nel descrivere l’emozione che provai quando sfilai i collant per indossare le autoreggenti per la mia prima volta; sulle movenze che copiai dalle foto che avevo visto nei giornalini erotici; sulla sensazione che provai quando, nell’accavallare le gambe, vidi la balza ricamata delle calze che spuntava oltre l’orlo della gonna.
Mi guardai un’ultima volta allo specchio: ero pronto.
Tirai su la serranda e, come gli altri giorni, iniziai a sbrigare le faccende di casa. Andai in bagno, con la scusa di sedermi perché quel gesto di tirarmi su la gonna mi rendeva orgoglioso. Concentrai i passaggi in camera da letto, ma niente: gli operai erano presi da altro.
Stavo per desistere quando, poco più su, al piano superiore rispetto a quello in cui avevo visto i muratori, scorsi una figura nascosta dietro un muro. Rimasi a monitorare quel punto per quasi due ore: mentre lavorava, il ragazzo, che avrà avuto dai 24 ai 30 anni, guardava spesso nella mia direzione. Il binocolo di mio padre, con cui lo guardai da un’altra finestra, lo confermò. “È incredibile!” pensai.
Mi sentivo in preda a una miriade di emozioni: se da un lato era combattuto per il timore di essere scoperto, dall’altra c’erano il desiderio e il bisogno di essere spiato. Fu la seconda ipotesi a prevalere, ma non me la sentivo di rischiare a lungo. Decisi che era l’ora di tentare il tutto e per tutto.
Dopo essere andato in camera dei miei genitori e aver finto di preparare della roba sul letto mi spogliai in modo naturale, rimanendo di schiena. Non potevo conoscere l’espressione dell’operaio da quella distanza, ma decisi di fidarmi delle mie sensazione e vissi tutto con assoluta naturalezza. In fondo, potevo solo sperare che il giovane, almeno per il momento, avesse focalizzato la sua attenzione su di me.
Credo che sia stata una delle esperienze più belle che abbia vissuto, soprattutto perché tutto il desiderio che avevo accumulato in quei giorni, dopo aver risposto gli abiti di mia madre negli appositi scomparti, lo liberai in un rapporto immaginario che ebbi tra me e il giovane sconosciuto.
Nella mia mente, infatti, era stati lui il primo a mettermi le mani addosso. Se anche solo con il pensiero, quel giovane aveva inconsapevolmente condiviso con me la sua esperienza.
Lo rividi nei giorni seguenti, quando, incuriosito, passai sotto il cantiere e lo sorpresi intento a sbirciare verso la finestra dei miei genitori.
Credo sia stato quello il momento in cui ho capito quanto fosse fondamentale per me indossare indumenti femminili.
Poi con la crescita i peli divennero un ostacolo. Vederli mi faceva perdere di credibilità con me stesso, anche se, in fondo, quel che facevo non l’ho mai fatto per compiacere qualcuno, quanto me stesso.Trovai la soluzione 11 anni più tardi.
Avevo 27 anni e lavoravo lontano dalla mia città.
Accadde un pomeriggio, mentre stavo facendo la spesa al supermercato. Prima di quel momento, quando passavo davanti al reparto di intimo avevo sempre ripensato ai tempi in cui mi dilettavo a rovistare nell’armadio di mamma. Quel giorno in particolare, però, in sentii lo stomaco riempirsi di formiche…
E se…? Mezz’ora dopo ero nella mia camera, chiuso a chiave, con indosso i collant che avevo comperato al supermercato. Indossarli era stata una liberazione. Era come se fino a quell’istante avessi vissuto con le mani legate. Oltre le pareti sentivo il vocio dei coinquilini e alla sola idea di dover togliere le calze mi sentivo mancare l’aria. Non immaginavo che, con le gambe pelose e il petto villoso, avrei rivissuto appieno le stesse emozioni che avevo provato fino a dieci anni prima. Era maledettamente difficile separarmi dalla sensazione che stavo provando di nuovo.
Poco dopo ero a tavola, con i miei coinquilini e i collant sotto la tuta. Era quello l’escamotage che avevo trovato, la soluzione al mio problema. Quella notte dormii con quelle indosso e il mattino seguente non ebbi problemi nello sfilarmi i collant e nasconderli nel mio armadio. Per ogni evenienza sarebbero stati sempre li ad aspettarmi.
Li ho usati spesso. Li ho indossati sotto i jeans, abbinati agli slip bordati di pizzo, anche quando uscivo col mio capo. Ho sempre temuto che qualcuno mi scoprisse, ma il desiderio di sentire la seta che mi accarezzava la pelle ha sempre prevalso su tutto. Non li ho più indossati per uscire: come per le mie esperienze che sono sempre risultate uniche, lo farò per una ragione valida, come soddisfare il desiderio di chi riuscirà a farmi felice e, al tempo stesso sentirmi felice di essere ciò che sono.
Questa storia può risultare monotona per chi non ha provato la mia stessa emozione, ma è reale, così come tutte le altre storie che ho già raccontato
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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