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Irene alla riscossa


di animatrav
31.12.2025    |    3.107    |    2 7.6
"La carica erotica del suo vestitino si mischiò all'idea di Irene, pochi attimi prima, spinta e predisposta al sesso come non mai, perché convinta che la donna che avrei portato lì sarebbe stata..."
Ammetto che prima di scrivere questa storia ci ho pensato molto, perché è la prima che avrei voluto raccontare. Poi, però, ho pensato che se il lettore non conosce nessuna delle due protagoniste, non avrebbe senso raccontare l’emozione incredibile che provai quel giorno.

Come ho già anticipato, qualche anno dopo che mi aveva lasciato per un altro, Irene tornò a farsi viva sui social.
Il messaggio era semplice, ma inequivocabile: "Ciao, ti ricordi di me?"
Sarò malizioso, ma se hai una famiglia e mi hai lasciato per un altro, non mi scrivi per sapere come sto.
Non dimentico quella giornata grigia e opprimente in cui arrivò quel messaggio, come un raggio di sole; perché, diciamocelo, nonostante avessi una moglie e una ex che mi faceva impazzire sotto ogni aspetto, il ricordo delle mie ex non mi aveva mai abbandonato.
Parlammo del più e del meno, facendo vaghi riferimenti al passato: colpa mia, colpa tua, bla bla bla...
Fu così che iniziò a stuzzicarmi: "Ora però sei felice. Non rimpiangi nulla di me...”.
«È vero», risposi. «Ho una moglie che amo e non tornerei indietro per niente al mondo, ma ricordo le tue prestazioni e ti assicuro che...»
Pensavo che si sarebbe offesa, non vedendosi rimpiangere, ma ciò che le stava più a cuore era il suo orgoglio sessuale.
«Lei non ti fa provare le stesse emozioni?»
Non le dissi che non mi importava perché provavo amore e il lato sessuale era ampiamente appagato da Veronica, ma preferii tacere. Dopotutto, a quei tempi era stata lei a lasciarmi e non le dovevo nulla, tantomeno l'onestà e i dettagli che riguardavano le mia vita sessuale.
«No, come te, nessuna altra», mentii.
«Lo so, caro. La nostra intimità non ha eguali”.
«Perché anche tu...?»
«Fa il suo, ma non è come te».
Ammetto di essermi fatto sedurre anch’io dall'orgoglio, ma ammetto anche che, nonostante avessi una moglie adorabile e un'amante minuta, fedele e intraprendente, mi mancavano le rotondità e l'abbondanza di Irene.

Non ci volle molto prima che pianificassimo un incontro per una mattina di maggio.
Le dissi che avrei preso in affitto un appartamento aggiungendo che, dopo averla incontrata, per il fine settimana quel posto sarebbe diventato il nido d'amore mio e di mia moglie.
Era entusiasta all'idea che l'avremmo fatto nello stesso letto in cui, poco dopo, sarei andato con mia moglie.
Quando la raggiunsi e lei salì in auto, la prima cosa che notai fu il suo sorriso pieno d’orgoglio: «A che ora arriva?»
Non stava nella pelle.
«Abbiamo tempo», le risposi, rimanendo sul vago.
Durante il tragitto per raggiungere la casa (a circa mezz'ora da lì), mi aveva subissato di domande: "Quanto hai sognato questo momento?" "Davvero non è brava come me?"
Non rimpiansi affatto di averla persa, ma la sua sensualità mi faceva capire perché non vedevo l'ora di toglierle i vestiti.
Una volta arrivati nel seminterrato, l’ambiente sobrio ed essenziale era rischiarato solo dalle bocche di lupo che lasciavano entrare la luce dall’esterno.
Ci spogliammo lì, sulla porta, ma, non appena iniziammo a baciarci, lei disse: "Andiamo sul letto!"
Capii che, più che io, a farla eccitare era l’idea che la donna della mia vita sarebbe stata cornificata, umiliata e sottomessa ancor prima di mettere piede in quel posto. I suoi occhi dicevano tutto e, nonostante fosse lo sguardo a parlarmi, lei confermava ogni sensazione: "Pensa che dormirà dove l'abbiamo fatto. Cosa provi?", "Dimmi che nessuna donna ti ha mai soddisfatto come me".
Prematuro, visto che eravamo ancora ai preliminari e, fino a quel momento, non aveva fatto altro che toccarmi con una foga... quasi fastidiosa.
E so che quelle domande, oltre che sul conto di mia moglie, erano rivolte a Ingrid, sua eterna rivale.
La zittii mettendole la lingua tra le gambe. Era incredibile quanto fosse larga e ricoperta di peli radi, che si scurivano man mano che venivano in contatto con la saliva. Si estendevano su tutta la superficie e, da quella prospettiva, la pancia prominente e i seni gonfi che sembravano essere cresciuti di due taglie, non mi permettevano neanche di scorgere il suo viso.
Dopo averla leccata, la lasciai proseguire con le dita. La fede al dito brillava e mi faceva impazzire l’idea che quella promessa fosse finita così presto nel dimenticatoio.
La baciai di proposito, perché, nonostante fosse enorme e ingombrante, aveva il viso davvero bello e un sapore denso e carico di desiderio.

Ci baciammo come due innamorati e fu proprio nel momento culminante che mi prese e mi afferrò e mi fece entrare in lei. Abituato a una moglie molto stretta e a un'amante nella norma, stare dentro Irene era come trovarsi in una valle di beatitudine. Le sue carni abbondanti si muovevano a ogni spinta e le labbra calde della vagina mi attiravano a sé come quelle della sua bocca.
A quel pensiero, mi misi in piedi sul letto e lei, con il suo solito sguardo fiero, lo prese in bocca fino alla fine, per poi riprenderlo in mano un attimo e dire: "Neanche questo sa fare come me?" Fu quel pensiero a farle venire l'idea di togliere le coperte, distendersi sulle lenzuola e mostrarsi a braccia e gambe spalancate, in una posizione che mi richiamava a sé.
Si era impadronita del luogo più intimo e lo aveva fatto a quattro di spade.
La vista delle ascelle nude, dei seni pesanti adagiati su loro stessi e della sua peluria estesa, fu un richiamo a cui non potei resistere.
Quando le fui dentro, le dissi che non la ricordavo così perfida e puttana, e lei rispose: "Approfitta, tra poco arriva tua moglie e questo sarà soltanto un ricordo".
Voleva che le venissi sui peli, perché anche suo marito lo faceva. Io non dovevo essere da meno, perché le avevo concesso il privilegio di farlo nello stesso letto in cui avrei dormito con la donna della mia vita.
"Quando sei con lei, pensa a quello che abbiamo fatto", mi disse baciandomi sulle labbra, quando scese dall'auto per tornare a casa dalla sua famiglia.
Dopo mezz'ora ero alla fermata degli autobus e vidi la figura sottile che mi veniva incontro.
Irene era la fine del mondo: una bomba di sensualità, una carica di erotismo allo stato puro, ma fu Veronica, con il suo vestitino corto che mi annunciava la seconda parte della mattinata intensa, a farmi premere il piede sull'acceleratore.

Una volta arrivati al seminterrato, la baciai nel modo più romantico possibile, la presi in braccio e la portai sul letto.
«Come sei dolce! Che succede?»
«Lo sai che ti amo», risposi. No, non stavo mentendo.
La carica erotica del suo vestitino si mischiò all'idea di Irene, pochi attimi prima, spinta e predisposta al sesso come non mai, perché convinta che la donna che avrei portato lì sarebbe stata mia moglie.
Questo mi aiutò a essere ancora più delicato con Veronica, che non meritava di essere seconda a nessuno, tantomeno a Irene.
Dopotutto, le avevo sempre detto che amavo mia moglie, ma che lei era l’amore autentico, quello che provi solo per una persona e non ti permette di amare nessuno allo stesso modo.
In fondo mia moglie, ignara di tutto, era al lavoro e io, in quel momento, avevo solo occhi per lei. Chissà cosa avrebbe pensato Irene, così convinta che avrei assecondato i suoi giochi da traditrice. Avevo preso la sua idea e l'avevo riadattata per renderla mia, rendendola vittima, e non carnefice.
Nel frattempo, il corpo minuto di Veronica, già spogliato del vestitino corto di jeans e dell'intimo ricamato che indossava solo con me, giaceva supino sul letto e mi guardava. I suoi lunghi capelli neri e ricci le coprivano in parte i seni piccoli e nudi. Dall'ombelico, la sottile striscia nera si faceva sempre più ampia, trasformandosi in un triangolo scuro che le arrivava ben oltre l'inguine.
Quando si accorse che la stavo fissando proprio lì, disse: «Sei davvero sicuro che non debba depilarmi? Non è un gran bello spettacolo”.
«Lo è per me, bambina mia. E poi nessuno deve vederti, vero?”
Sorrise e scosse la testa. Fu allora che salii sopra di lei e il pensiero di Irene tornò a farsi strada nei miei ricordi. Il desiderio fece breccia in me e io dentro Veronica.
Scorsi un sospiro, un piacevole lamento. Aprì gli occhi, mi guardò negli occhi, poi li richiuse.
Mi piaceva il rituale con cui diceva di volermi immortalare, prima di perdersi nell'oscurità del piacere, perché fosse sicura di non confondermi con nessun altro, e di avere la certezza che non fossi un sogno.
Scorsi una lacrima che feci finta di non vedere. Lei la spazzò via cambiando posizione.
«Quando sei con lei, pensa a quello che abbiamo fatto.»
Ero con Veronica, ma non cambiava molto. Dopotutto, in passato, Irene mi aveva usato. Era l'ora della rivincita: la riscossa sarebbe stata la mia, la prima di tante.
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