Lui & Lei
Vita da single 1 - Incontro al buio
02.10.2025 |
4.019 |
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"Credo che non lo fece per punirmi, perché il suo sguardo dolce e l’abbraccio con cui mi teneva stretto, dicevano che eravamo legati da una sorta di legame forte che sarebbe durato nel tempo..."
Al mare, i miei genitori avevano una seconda casa che usavamo soltanto per le vacanze estive. In passato, per i restanti mesi dell’anno, l’avevano affittata, ma dopo aver avuto una brutta esperienza con un inquilino, avevano deciso di tenerla vuota. Quando mi trovavo a passare da quelle parti, spettava a me controllare che fosse tutto a posto, fare la lettura dei contatori e controllare il livello dell’acqua della caldaia. La prima volta fu quasi un peso andarci; dopotutto era il luogo in cui io e Ingrid eravamo soliti andare per restarcene soli, ma al contrario di ogni aspettativa non fui traumatizzato. Non appena dentro, avvertii una sorta di piacevole brivido che fece risvegliare strane fantasie. Mi sdraiai sul divano e diedi sfogo alla moltitudine di fantasie che, immaginandomi lì con M o assieme a una delle mie ex, sfogai su me stesso. L’esperienza mi piacque al punto che iniziai ad andarci spesso, anche se in fondo quell’opportunità era sprecata per starci da solo e godere di qualche attimo di autocompiacimento. Quindi mi costrinsi ad attivarmi per sfruttare al meglio quell’opportunità. Con i pochi mezzi che avevo a disposizione, e un carattere timido e riservato come il mio, non potevo permettermi di uscire e abbordare la prima donna che avrei incontrato per strada. Ma sebbene non ci fosse internet, è pur vero che avevo da poco scoperto le chat telefoniche: le metteva a disposizione l’operatore telefonico e bastava inserire un nickname per ritrovarti a comunicare con una miriade di sconosciuti e fu proprio su una di queste conobbi Nicole.
Nonostante non ci fossimo scambiati alcuna foto, dalla sola descrizione ci eravamo piaciuti, non tanto per l’aspetto esteriore, quanto per l’intesa sessuale che sembrava essere più che compatibile. Così, dopo aver rotto gli indugi, iniziammo a condividere una quotidianità virtuale fatta di conversazioni bollenti sempre più frequenti.
Nicole mi aveva confidato di essere molto robusta ed era insicura del suo aspetto fisico. Per quello si era rifugiata nel territorio delle chat anonime che, in un certo modo, la facevano sentire protetta. Io la rassicurai dicendole quell’intesa mi sarebbe piaciuta a prescindere, ma lei non doveva esserne molto convinta, perché temeva che con tutta quella voglia che avevamo l’uno dell’altra, il semplice vedersi avrebbe potuto mandare in frantumi il nostro incontro. Tra le mie rassicurazioni e il persistere delle sue insicurezze, pensai che la soluzione migliore sarebbe stata incontrarsi senza neanche vedersi. Lo proposi a Nicole che fu entusiasta della proposta. Lo avremmo fatto comunque, a prescindere, e ci saremmo visti solo poco prima, a cose quasi fatte! Questo, inoltre, avrebbe reso tutto molto più intrigante. Dopotutto c’erano una casa e la volontà di vedersi, e quel poco già ci bastava. Nicole mi confidò che il suo sogno era di farlo in modo romantico, mentre per me era fondamentale che fosse dolce e assolutamente sensuale. Nella solita insicurezza, mi rispose che la sua costituzione robusta non le permetteva di vedersi femminile, che quello era un termine che non le apparteneva. Non assecondai le sue insicurezze, perché in fondo per me sensualità non era sinonimo di sinuosità o eleganza, quanto l’avere un aspetto femminile che comprendeva una gonna, dei collant e delle scarpe col tacco. Quando glielo dissi, lei non sembrò contrariata. Anche se mi ero da poco lasciato con Ingrid, e in quel periodo della mia vita non me ne fregava niente dell’amore, continuavo a prediligere la dolcezza, al sesso fine a se stesso, ma per partito preso non sarei mai andato con una donna che non avesse indossato una gonna e un paio di calza velate. Lei, dal canto suo, aveva un ragazzo violento e lo tradiva proprio perché era stanca di subire le sue angherie. Avevamo entrambi qualcosa da guadagnare e nulla da perdere.
Poiché Nicole sarebbe arrivata con il treno, durante il viaggio le diedi le indicazioni precise su come raggiungere l’appartamento. La sera prima di incontrarci, con gli ormoni che facevano scintille, pensammo che sarebbe stato ancora più intrigante non vedersi neanche durante l’incontro, di non guardarci in faccia prima di essere stati una cosa sola. Pianificammo tutto nei minimi dettagli.
Scesa dal treno, per venire da me Nicole percorse due chilometri a piedi. Nel frattempo mi messaggiava dicendomi che non vedeva l’ora di arrivare e che era emozionata all’idea di incontrare una persona che si era mostrata tanto dolce e comprensiva; se davvero ero convinto di farlo. Come potevo dirle di no?
Seguendo le mie indicazioni raggiunse il condominio, prese l’ascensore e arrivò all’ultimo piano dove aveva trovato la porta aperta. Dentro, le serrande erano tirate giù e nella penombra di quel soggiorno, si liberò del cappotto. Io l’aspettavo dietro la porta chiusa e fremevo ascoltando il fruscio degli abiti e i rumori dovuti a quei piccoli movimenti. Quando sentii i tacchi che si avvicinavano alla soglia della camera avevo già il cuore che mi batteva a mille. Non appena bussò, le aprii. Entrambi, per la prima volta nella stessa stanza, ci ritrovammo nel buio più totale.
Come se non ci fossimo mai scritti fino ad allora, restammo fermi in un’attesa indefinita. Probabilmente l’impaccio era dovuto alla situazione bizzarra, o al fatto che ci stavamo concentrando troppo per ricordare le regole che ci eravamo imposti. Dopotutto l’enfasi da cui eravamo pervasi non ci avrebbe permesso di ricordare granché, tranne il fatto che quello avrebbe dovuto essere un incontro basato sulla dolcezza. Forse, senza saperlo, per mezzo di quella “sospensione” stavamo assaporando ogni senso di quell’esperienza che rivelava il desiderio di rendere ancora più intenso quel momento. Le dita si toccarono per riconoscersi e poco alla volta si intrecciarono. Nel frattempo ci annusammo in modo reciproco, stando vicini il più possibile, ma senza sfiorarci. E anche quando le bocche furono a un palmo l’una dall’altra e si schiusero, facendo mescolare gli aliti che sapevano di smania, rimanemmo ancora un istante in quella posizione, come per ricordarci che, a prescindere dalla frenesia, avremmo prediletto la dolcezza. E fu intensa quando le labbra si unirono, quando intensificarono la frequenza di quel contatto morbido e si schiusero per lasciare che le lingue fossero libere di fondersi l’una con l’altra. Malgrado la delicatezza dei gesti e dei nostri baci, poco alla volta prese piede l’istinto che scaturì per la percezione degli odori, oltre che del desiderio che, di lì a poco, divenne incontenibile.
Lei indossava una casacca di flanella e una gonna dello stesso materiale che le arrivava fin sotto ai polpacci. Lo capii quando mi affrettai a sollevarla per capire se, come le avevo chiesto, avesse messo le calze. Mentre le lingue continuavano a rincorrersi avide, scivolando da una bocca all’altra e leccandosi bramose i contorni delle labbra, le orecchie e le altre parti del viso, le mie mani risalivano le sue cosce, palpandole nella loro abbondanza e, infine, si soffermarono all’interno dell’inguine. Lei, seguendo il movimento della mia mano, aveva sollevato la sua coscia che aveva allacciato dietro la mia; poi mi aveva slacciato la cinta, sbottonato i jeans e iniziato a palparmi attraverso gli slip. Di fronte alla porta della camera da letto, con le mani bramose e le braccia che si sovrapponevano l’una a l’altra, continuava a rovistarmi attraverso gli slip mentre io, a pochi centimetri dal suo sesso, ero ancora fermo dove la seta della calza sembrava più liscia e mi scaldava i polpastrelli delle dita. La sentivo eccitatissima, non solo per quel calore che mi richiamava a sé, ma anche per i sospiri e il suo volermi mordere i lobi delle orecchie.
Frenetici e ansanti, non sapevamo cosa fare per prima. Avvolti e protetti dal buio, ci sentivamo uniti da quella promessa: l’uno di fronte l’altra, senza esserci mai visti, di lì a poco saremmo diventati una cosa sola.
Smaniavo dalla voglia di infilarle la mano nelle mutande, ma prima di farlo volli palparle i seni enormi. Glieli presi e, una volta fuori dal reggiseno dalle spalline rinforzate, arrivarono a sfiorarle l’ombelico.
Rimanemmo a lungo a esplorarci, continuando ad annusarci come animali selvaggi lì, in piedi, mentre la sua schiena era ancora contro la porta. Solo dopo ci spostammo sul letto. Dopo la frenesia iniziale che avevamo già messo in conto, iniziava il rito romantico che ci eravamo prefissati di rispettare.
Nicole era più grossa di Irene e, salendoci sopra, mi sentii come sospeso. Ci spogliammo poco alla volta, in modo delicato, sussurrandoci frasi d’amore che sapevamo di non provare, ma dopotutto anche quello era un copione che ci eravamo imposti di rispettare. Una volta nudi potei finalmente accarezzare la folta peluria, intatta in lungo e in largo. Ci mettemmo nudi sotto le lenzuola e dopo esserci scambiati dei baci romantici, ci coprimmo fino alla schiena. Fu così che, seguendo i profili confusi di ombre, poco alla volta, scivolai dentro di lei. Lo facemmo continuando a rispettare la regola del bacio romantico e solo dopo essere entrato dentro di lei ed essere arrivato fino in fondo più volte, con il suo “sono pronta” mi diede il segnale per accendere l’abatjour.
È strano descrivere la situazione in cui, una volta allo scoperto ed entrambi imbarazzati, ci fissammo per conoscere i nostri visi: il movimento dei bacini che rallenta, fino a fermarsi e poi, quelle domande confuse: «Ti vado bene? Sei delusa?»
Lei che fa no con la testa e dà un colpo di inguine e chiede: «E tu?»
La risposta la capisce dalle spinte che ricominciano energiche, mentre entrambi sorridiamo e non smettiamo di fissarci, facendolo con più foga e passione di prima, felici, senza amore e senza badare ad altro, se non al nostro piacere.
Ho solo due rimpianti. Il primo è quella fu l’unica volta che lo facemmo. Il secondo è che Nicole è stata una delle poche donne che abbia saputo davvero leggermi dentro; l’unica che, nel momento di maggior piacere, aveva infilato il suo indice tra le mie natiche e aveva spinto forte, fino in fondo. Credo che non lo fece per punirmi, perché il suo sguardo dolce e l’abbraccio con cui mi teneva stretto, dicevano che eravamo legati da una sorta di legame forte che sarebbe durato nel tempo. Forse lo fece semplicemente per dirmi cha non la dovevo dimenticare, ma soprattutto che le ero appartenuto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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