tradimenti
Rinascita di una donna-4 Zygmunt Bauman
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24.07.2026 |
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"Alzandosi si avvicinò al mio orecchio e mi sussurrò:
«Mi farei scopare adesso da te mentre questo cornuto mi guarda essere sfondata da un vero cazzo..."
Parte 1Ci sono incontri che durano pochi minuti.
E poi ci sono incontri che, senza che tu te ne renda conto, continuano a vivere dentro di te per anni.
Quella giornata iniziò come tante altre.
Lavoravo come consulente aziendale e trascorrevo gran parte delle settimane in macchina, attraversando regioni, autostrade e zone industriali. Mi piaceva quel lavoro: mi dava la sensazione di costruire qualcosa e, soprattutto, permetteva a me e alla mia fidanzata di vivere bene.
Eravamo giovani, avevamo un lavoro stabile e avevamo appena preso in affitto una casa nuova, mai abitata prima. Era il nostro piccolo castello.
Ogni mobile era stato scelto insieme. Ogni stanza parlava di futuro. La sera ci bastava cucinare qualcosa, sederci sul divano e guardare un film per sentirci ricchi.
La nostra vita era serena. Anche sotto il punto di vista sessuale ci bastavamo, o probabilmente credevamo di bastarci. Lei non so, ma io guardavo sempre un bel corpo quando ne avevo la possibilità. La femminilità, il portamento, le forme e la sensualità scatenavano in me sensazioni interiori favolose.
Quel pomeriggio, tornando dall’ultimo cliente della giornata, mi fermai in un’area di servizio nei pressi di Verona.
Stavo prendendo un caffè quando sentii pronunciare il mio nome.
Mi voltai. Ci misi qualche secondo a riconoscerlo.
Era un amico d’infanzia, uno di quelli con cui da ragazzo avevo condiviso estati intere e che poi la vita aveva portato altrove.
Ci abbracciammo ridendo.
«Ma che ci fai qui?»
«Lavoro.»
«Anch’io.»
Scoprimmo che viveva ormai da anni in Veneto. Aveva sposato una ragazza del posto, aveva costruito una famiglia e sembrava sinceramente felice.
Parlammo del più e del meno.
Io gli spiegai che quella sera mi sarei fermato a dormire in un bed & breakfast perché il giorno seguente avrei avuto altri clienti in zona.
Prima di salutarci ci scambiammo nuovamente i numeri.
Pensavo che la storia sarebbe finita lì.
Mi sbagliavo.
Verso sera arrivò un messaggio.
«Se non hai programmi, vieni a cena da noi.»
Arrivai a casa puntualissimo, portando con me due bottiglie di ottimo Amarone della Valpolicella.
La villa era splendida. Il tempo lì sembrava scorrere più lento. Prati immensi, alberi da frutto rigogliosi, una splendida piscina illuminata di un profondo blu e un piccolo ma grazioso campo da tennis sul retro.
Quando lui mi presentò sua moglie, capii immediatamente perché, entrando nella stanza, il mio sguardo si fosse fermato su di lei.
Trentotto anni, capelli rossi ondulati che le scendevano sulle spalle, un tacco vertiginoso. Ad ogni suo passo i fianchi si muovevano elegantemente, ondeggiando e dandole quell’aria di donna risoluta che in me ha sempre suscitato interesse.
Appena presentati, dandoci la mano e i bacini di rito, notai che dal vestitino corto bordeaux faceva capolino la forma dei suoi capezzoli.
«È senza reggiseno, cazzo», pensai subito, cercando di darmi un contegno per non suscitare gelosia in Antonio.
Lei era avvenente e con un culo… ma un culo che si giravano le pareti a guardarla. Ancora oggi ricordo quel magnifico vestito che accarezzava le sue forme.
Era alta circa un metro e sessanta e, nonostante il vestito provocante, i tacchi a spillo e i capezzoli che si intravedevano, si atteggiava da donna abbastanza timida. Non dava l’aria di una mangiatrice di uomini.
Mangiammo risotto all’Amarone, arrosto in crosta e bevemmo il mio fantastico Amarone.
Modestamente, il corso base da sommelier che avevo fatto l’anno prima per curiosità iniziava finalmente a rendersi utile.
Durante la cena parlavamo del più e del meno, ricordando gli anni della nostra adolescenza e raccontandoci le vite che avevamo costruito.
Il figlio, dopo aver finito di mangiare, si alzò.
«Vado sopra a giocare.»
«Va bene», rispose il padre.
Aspettammo che il rumore dei suoi passi sparisse lungo le scale.
Fu allora che la conversazione cambiò completamente.
All’inizio furono soltanto piccole frasi.
Qualche battuta sulla gelosia.
Una riflessione sulla fiducia.
Poi lui iniziò a raccontare il proprio matrimonio in un modo che non avevo mai sentito.
Con la coda dell’occhio non perdevo sua moglie mai di vista e, considerando che faceva avanti e indietro con le portate dalla cucina, capitava spesso che mi urtasse quasi per sbaglio o che il suo corpo strisciasse sul mio come per errore, nel mio più totale imbarazzo, perché temevo di poter far ingelosire il mio amico se si fosse accorto della scena.
Lei era sempre più provocante, negli atteggiamenti e nel suo essere così fottutamente arrapante.
Nei discorsi che facevamo lui non usava mai parole dirette.
Lasciava intuire.
Accennava.
Sembrava quasi divertirsi nel vedere fino a che punto sarei arrivato da solo.
A un certo punto non riuscii più a trattenermi.
Lo guardai negli occhi.
«Aspetta… fammi capire.»
Lui sorrise.
«Dimmi.»
«Tu… intendi dire che ti piace vedere tua moglie… con un altro uomo?»
Intanto la cena era finita da un pezzo e io, incredulo per quello che credevo di aver intuito, mi versai un altro bicchiere di Zacapa XO.
Per qualche secondo rimase in silenzio.
Poi annuì lentamente.
Fu un gesto quasi impercettibile.
Ma bastò.
Mi sentii attraversare da un misto di incredulità e curiosità.
Per me era un mondo completamente sconosciuto.
Parte 2
Rimasi qualche istante senza parole, poi gli dissi esattamente quello che mi passava per la testa.
«Scusa… ma posso farti una domanda fuori dai denti? Ma come cazzo fai a guardare tua moglie mentre gode, urla, trema, spruzza, geme, piange e si dispera di goduria, magari molto di più rispetto a quanto non lo faccia con te?»
Lui non si offese.
Anzi.
Mi guardò come se quella domanda l’avesse sentita decine di volte.
Posò il bicchiere sul tavolino del salotto e, con una calma che ancora oggi ricordo perfettamente, disse:
«Perché tu non sai ancora cosa significa davvero amare.»
Rimasi in silenzio.
«Amare non è possedere una persona. Amare significa desiderare che la persona che hai accanto sia felice. Fare tutto ciò che puoi perché viva la sua felicità, non la tua idea di felicità.»
Quelle parole mi colpirono più di quanto fossi disposto ad ammettere.
Io ero cresciuto con un’idea completamente diversa.
Venivo da una famiglia del Sud, dove la gelosia era quasi considerata una dimostrazione d’amore e dove il concetto di coppia era molto più rigido.
«L’uomo può fare il porco e la donna non può fare la troia. Semplice, semplice, semplice», diceva mio nonno.
Lui, invece, stava mettendo in discussione tutto quello in cui avevo sempre creduto.
Mi consigliò di leggere Bauman e il suo concetto di amore, e io ovviamente non persi occasione per prendere la mia minuscola agendina, che porto sempre appresso, e annotare il nome.
Chiusa l’agendina, con la promessa di andare a ricercare tutto ciò che fosse possibile su quello scrittore, lui mi versò la terza dose di Zacapa e mi chiese:
«Ti piace, eh?»
Non sapevo che cazzo rispondergli.
«Come si fa a dire a un marito che sua moglie mi ha fatto venire il cazzo a ferro? Questo mi darà un destro per quello che gli dirò», pensai.
«Sì, molto… e mi piace molto di più il fatto che sembri così innocente in quel vestitino così provocante.»
Lui sembrava lusingato dalle mie parole.
Era felicissimo.
«Sapevo che ti sarebbe piaciuta! Ma non vederla così timidina, perché è una gran troia quando vuole… Come fa la cagna da goduria lei, lo fanno in poche.»
Queste parole mi misero in imbarazzo, per paura che la signora, che si era assentata per un attimo, ci avesse sentito parlare così di lei.
Pensai che lui fosse brillo, fino a quando, alzando un po’ la voce, disse:
«Vero, amore mio? Perché non vieni un po’ qui da noi?»
Io ero rosso sulle gote dalla vergogna e pensavo che il silenzio della moglie fosse dovuto semplicemente al fatto che fosse presa a sistemare le stoviglie.
Ma lei uscì improvvisamente dalla cucina, che dava sul grande salone attraverso un arco fatto di mattoni in cotto e pietra naturale.
Parlavo con lui.
Girando lo sguardo verso l’ingresso della cucina, vidi ciò che non mi sarei mai potuto aspettare.
Era ferma sotto l’arco, con una torta di frolla farcita alla crema pasticcera, le sue scarpe con i tacchi vertiginosi e, cazzo, nient’altro.
Non aveva nient’altro addosso.
Non potevo crederci.
Non avevo più saliva e il cuore partì all’impazzata, per non parlare del mio amichetto laggiù, che si alzò duro e imponente con la velocità di un militare di leva che sente la tromba del risveglio in caserma.
Era una scena che sembrava essere stata tirata fuori da un film porno.
«Che fai, non lo vuoi il dolce?» mi disse.
Io non proferii parola.
Ero impietrito e ammutolito.
L’unica cosa che feci fu un accenno con la testa, come per dirle di sì.
Ma il mio sì non era riferito al dolce.
Parte 3
Ci servì il dolce e si sedette in mezzo a noi sul divano.
Quei seni erano di una bellezza indescrivibile. Una terza alta, soda, con due capezzoli rosa, non troppo grandi, ma chiaramente inturgiditi e molto duri.
Mi poggiò una mano sul pantalone, proprio all’altezza del mio ormai vistoso e vergognoso rigonfiamento, dicendo al marito:
«Amore, se lo avessi invitato nel pomeriggio per il caffè, la frolla l’avrei stesa con questo bel mattarello che si ritrova.»
Ero talmente in imbarazzo che sorrisi nervosamente.
Me la sarei scopata lì, seduta stante, per assaporare i suoi succhi sicuramente dolcissimi, spalmandole quella cazzo di torta su tutto il corpo.
Lui, ridendo compiaciuto, si toccava da sopra al pantalone e mi disse:
«Vedi? A noi piace giocare così. Sappi che niente e nessuno potrà mai mettersi in mezzo al nostro amore. Chiunque entra nei nostri giochi resta e resterà per sempre il nostro giochino. Abbiamo un rapporto solidissimo e ci amiamo alla follia.»
«Adesso però basta fare la troia, amore. Credo che per il primo incontro lo abbiamo già sconvolto abbastanza. Portaci il caffè, così poi lo congediamo e ti scopo come meriti.»
Lei si alzò dal divano, mi tolse la mano dal pacco che ormai stava per esplodere e si recò in cucina a fare il caffè.
Alzandosi si avvicinò al mio orecchio e mi sussurrò:
«Mi farei scopare adesso da te mentre questo cornuto mi guarda essere sfondata da un vero cazzo.»
(Cito testuali.)
Lui sentì le parole dette da lei ed emise un gemito di goduria.
Lei andò a fare il caffè, ce lo servì sempre in total naked look e poi, dandoci un bacio a stampo a entrambi, disse:
«Io vado a letto ad aspettare mio marito… con te ci vediamo la prossima volta.»
Non credevo alle mie orecchie né ai miei occhi.
In quel momento mi squillò il telefono.
«Amore, ma hai finito la cena dai tuoi amici?»
Fu il giusto pretesto per salutare il mio amico di vecchia data e riflettere, nei giorni successivi, su ciò che avevo vissuto, tenendolo come un’esperienza personale che sapevo, in un modo o nell’altro, mi avrebbe arricchito.
Quella sera tornai al bed & breakfast con la testa completamente in subbuglio.
Continuavo a ripensare a ogni singola parola, a ogni sguardo, a ogni gesto.
Non riuscivo a capire se ciò che mi avesse sconvolto di più fosse stata la nudità di sua moglie o la naturalezza con cui entrambi vivevano quel modo di intendere il loro rapporto.
Per giorni mi ritrovai a ripensare a quella cena.
Non con il desiderio di giudicarli.
Nemmeno con quello di imitarli.
Semplicemente cercavo di comprendere.
Perché, fino a quel momento, avevo sempre creduto che esistesse un solo modo di amare.
Loro mi avevano dimostrato che, forse, non era così.
Le parole di Antonio continuarono a ronzarmi nella testa per settimane.
«Amare non è possedere.»
Una frase tanto semplice quanto devastante.
Così, iniziai a fare ricerca su Bauman ed il suo pensiero.
Volevo capire se dietro quelle sue convinzioni ci fosse davvero una riflessione filosofica o se fossero soltanto il modo in cui lui aveva trovato un equilibrio nella propria vita e non perché stessi cercando risposte definitive, ma perché avevo capito una cosa:
“Esistono incontri che ti cambiano senza chiederti il permesso”.
Persone che incrociano il tuo cammino per poche ore e riescono comunque a incrinare certezze costruite in una vita intera.
…
Un rumore di cicale mi riportò lentamente al presente.
Aprii gli occhi.
Ero ancora lì, sul dondolo della villa al mare, con lo sguardo perso verso il giardino.
Il sole stava ormai calando e l’aria profumava di salsedine e pini marittimi.
Il giorno dopo ci sarebbe stato il matrimonio di mia cognata.
Sorrisi tra me e me.
Erano passati tanti anni da quella cena e, nonostante tutto, quel ricordo continuava a riaffiorare ogni volta che la mente aveva il tempo di fermarsi.
Forse perché alcune persone entrano nella tua vita solo per una sera.
Ma certe domande… restano con te per sempre.
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