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VITA DA SINGLE cap. 2: MIA COGNATA ELENA


di Membro VIP di Annunci69.it Shoganai65
13.10.2026    |    1.152    |    2 9.8
"Scendeva sempre più a fondo, le labbra strette, le guance che si svuotavano, la saliva che le colava sul mento e sulle mie cosce..."
Il messaggio di mio fratello Luciano arrivò alle cinque:
"Volo cancellato, bufera su New York. Vai lo stesso da Elena, non lasciarla sola per la cena. Festeggiate pure il suo nuovo incarico senza di me".
Lo lessi due volte.
Poi ne arrivò un altro, da lei: "Io non disdico. Tu?"
Restai con il pollice sospeso sullo schermo. Sapevo cosa significava rispondere.
Scrissi: "Arrivo alle otto."

Mi feci la doccia con l’acqua quasi fredda, scelsi la camicia bianca, la cambiai, la rimisi.
Elena mi piaceva da dieci anni. Quarantadue anni, bionda, insegnante di educazione fisica, un corpo che si portava addosso come un’arma dolce. Finché ero sposato era una cosa che sapevo e non guardavo: era mia cognata, la moglie di Luciano, il mio fratellino. Ma lei aveva sempre giocato, con quella voce roca, «Simone, tu sì che sai stare a tavola», e un’occhiata che durava un secondo di troppo.

Dopo la mia separazione i giochi erano diventati una mano sul mio braccio, un ginocchio che non si spostava sotto il tavolo, un dito che mi toglieva una briciola dall’angolo della bocca. Nelle ultime cene, con mio fratello a un metro, ci eravamo sfiorati con una precisione che non poteva essere un caso. Ma nessuno di noi due aveva mai detto niente.

Venne ad aprirmi con un grembiule sopra un vestito verde scuro, le spalle nude, i capelli sciolti, odore di aglio e di agrumi. Mi baciò sulla guancia, troppo vicino alla bocca. Sentii il suo respiro fermarsi mezzo secondo.
«Sei venuto.»
«Mi hai sfidato.»
«Sì. Entra, prima che mi penta.»
In cucina c’era il vapore di un sugo e una sola candela. Il tavolo era apparecchiato per tre. Lei prese il piatto di Luciano e lo ripose nella credenza, lentamente. «Questo non serve, meglio così» disse, senza spiegare.
Versò il vino e parlammo di tutto tranne che di quello: la neve, il suo lavoro, la mia casa vuota. Passandomi il bicchiere lasciò che le dita restassero sulle mie, e nessuno dei due le ritirò. Quando si chinò sul forno il vestito si tese sui fianchi, e io guardai, e lei sentì che guardavo, e rimase chinata un secondo più del necessario. Il silenzio si allungava. Si sentiva solo il cucchiaio nella pentola e il mio sangue nelle orecchie.

Rimase di spalle, con la nuca scoperta e una ciocca bionda umida di vapore. Non ce la feci più.
«Ti desidero da sempre, Elena.»
Il cucchiaio si fermò. Non si voltò subito.
«Da sempre quanto?»
«Da quando ti ho vista la prima volta. Mi sono vietato di pensarci per dieci anni. Adesso non ho più divieti.»
Spense il fuoco. Si girò lentamente e si appoggiò al piano di lavoro, le mani dietro la schiena, il petto che si alzava e si abbassava troppo in fretta. Aveva gli occhi lucidi e le guance rosse.
«Anch’io» disse. «Ho fantasticato su di te. Nel letto, sotto la doccia, perfino a scuola, guardando i ragazzi correre. Ti immaginavo qui, in questa cucina. Mi vergognavo e non smettevo.»

Attraversai la stanza con due passi. Le presi il viso e la baciai, e lei aprì la bocca come se aspettasse da anni. Fu un bacio lungo, affamato, con il sapore del vino e della conquista. Mi strinse la camicia nei pugni, mi tirò contro di sé. Sentii i suoi seni sodi premere sul mio petto e il suo ventre piatto contro di me, percepì la mia erezione e capì subito quanto la volevo.
«Dio» ansimò sulla mia bocca. «Lo sento, è duro come il marmo.»
Le slacciai il grembiule e lo lasciai cadere. Le abbassai la cerniera sulla schiena, e il vestito scivolò giù fino ai piedi. Sotto portava un reggiseno di pizzo nero e un perizoma dello stesso colore: aveva scelto quella biancheria per me, sapendo come sarebbe finita. Il suo corpo era una dichiarazione: spalle forti, addome teso, cosce lunghe e levigate, il segno leggero dell’abbronzatura sui fianchi. Le tolsi il reggiseno e i seni mi riempirono le mani, alti, pieni, con i capezzoli rosa già eretti. Ne presi uno in bocca e lei gettò indietro la testa, battendo i palmi sul marmo.

«Spogliati» disse. «Voglio vederti.»
Mi tolsi la camicia, i pantaloni, tutto, davanti a lei, nella luce tremula della candela. Mi guardò con una fame così nuda che per un attimo ebbi pudore e un attimo dopo fui orgoglioso. Si inginocchiò sulle piastrelle senza dire niente, come chi ha deciso da tempo. Prese in mano il mio cazzo, stringendolo alla base, e restò a guardarmi da vicino, il respiro caldo sulla pelle.
«È più bello di come l’avevo immaginato.»
Iniziò a leccarlo piano, dalla base alla punta, con la lingua piatta e lenta, poi si fermò a ruotare sulla cappella, e quando mi prese in bocca sentii le ginocchia cedere. Calda, bagnata, golosa. Scendeva sempre più a fondo, le labbra strette, le guance che si svuotavano, la saliva che le colava sul mento e sulle mie cosce. Con una mano mi accarezzava i testicoli, con l’altra mi teneva per il fianco, come per non lasciarmi scappare. Alzava gli occhi su di me, azzurri, lucidi, gli stessi che mi avevano sorriso per anni a tavola con mio fratello. Quel pensiero, invece di fermarmi, mi fece impazzire. Le affondai le dita nei capelli biondi e lei gemette intorno a me, e la vibrazione mi corse lungo la schiena. Quando fui sull’orlo la fermai.
«Basta. Se continui finisco subito.»

Si alzò con le labbra gonfie e brillanti e mi baciò, e sentii il mio sapore nella sua bocca. La sollevai e la misi seduta sul bordo del tavolo, spostando piatti e bicchieri; una forchetta tintinnò a terra e non ci badammo. Le sfilai il perizoma. Era liscia, aperta, lucida di desiderio. Stavolta mi inginocchiai io. Le baciai l’interno delle cosce, risalendo piano, e lei mi stringeva i capelli. Quando la mia lingua trovò la sua vagina, Elena gettò indietro la testa e batté i palmi sul legno. Sapeva di sale e di pelle calda. La leccavo a lunghi colpi lenti, poi a piccoli cerchi sul clitoride, poi le infilai due dita, curvandole verso di me, e la sentii serrarsi, bagnarmi la mano.
«Non fermarti» mi implorò. «Ti prego.»

Non mi fermai finché non la sentii tremare tutta, sull’orlo. Allora mi alzai, perché volevo guardarla in faccia quando sarei stato dentro di lei. La stesi sulla schiena sul tavolo e mi sistemai tra le sue gambe. Mi guidò con la mano. Spinsi dentro lentamente, centimetro dopo centimetro, tenendole gli occhi addosso. Stretta, fradicia, si apriva intorno a me come per inghiottirmi. Elena inarcò la schiena, la bocca spalancata, un lungo suono rotto in gola.
«Guardami. Non chiudere gli occhi.»
Obbedì. Ci muovemmo così, occhi negli occhi, io che uscivo quasi del tutto e rientravo con una lentezza crudele, lei che mi serrava i fianchi con le gambe e mi graffiava le braccia. Il tavolo scricchiolava. I suoi seni sobbalzavano a ogni spinta e io li stringevo, li baciavo, mordevo piano i capezzoli.
«Più forte» mi implorò. «Simone, più forte.»
Accelerai, colpi profondi, pieni, il rumore bagnato dei nostri corpi che riempiva la cucina insieme ai suoi gemiti. Le portai una gamba sulla spalla per affondare di più e lei gridò, e la sentii venire la prima volta così, con un lungo spasmo che mi strinse come un pugno, gli occhi sbarrati nei miei, la bocca aperta su un «sì» che non finiva più.

Non le lasciai il tempo di respirare. La sollevai, la girai, la posai a pancia in giù. I seni si schiacciarono sul legno, la guancia contro la superficie fredda, le mani aggrappate al bordo. Le natiche tonde, sode, si offrivano nella luce gialla. Le afferrai i fianchi, restai un istante fermo contro di lei, e poi la penetrai con un colpo solo, fino in fondo. Urlò.
«Sì! Così! Dio, così!»
La presi con tutta la forza che avevo, la fame di mesi e di anni, mentre lei mi spingeva incontro il bacino e ripeteva il mio nome come un’imprecazione. Le intrecciai i capelli nel pugno e le feci inarcare il collo. La sua schiena si copriva di sudore, le mie cosce sbattevano contro le sue a ogni affondo, la pelle che schioccava, il tavolo che avanzava a scatti sulle piastrelle.
«Sfondami» ansimò. «Non fermarti, sfondami.»
Le scivolai una mano sotto il ventre a cercare il clitoride, gonfio, pulsante, e lo accarezzai al ritmo dei colpi. Elena si irrigidì, tremò, poi esplose: un grido lungo, animale, che rimbalzò sulle pareti, le gambe che cedevano, il corpo che mi stringeva a spasmi violenti. Fu quello a farmi cadere. Affondai un’ultima volta e venni dentro di lei con un ringhio, aggrappato ai suoi fianchi, svuotato fino all’anima.

Restammo così, io sopra la sua schiena sudata, il respiro che si calmava a fatica, il cuore che martellava. Il sugo si era raffreddato sul fornello. Fuori la neve che non vedevamo cadeva su un’altra città, a settemila chilometri.
Elena ridacchiò contro il legno, senza fiato.
«Mi hai rovinato il tavolo» disse. «E la cena.»
«Ordino una pizza.»
«Dopo» disse, voltando la testa e guardandomi con quegli occhi azzurri, ancora accesi. «Prima voglio il letto. Il tavolo era solo il primo.»

Le baciai la spalla salata e aspettai che arrivasse il senso di colpa, il peso del cognome, il volto di mio fratello. Non venne. Cercai dentro di me e trovai solo una calma limpida, quasi insolente. Due adulti, due desideri rimasti a lungo in attesa, e nessun inganno tra noi due. Per la prima volta da mesi il mio corpo non chiedeva scusa a nessuno. Era felice.
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