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Alla luce del sole


di LaZiaGatta
08.01.2026    |    2.026    |    23 9.7
"Quando è venuto il momento di accomiatarsi mi ha chiesto se potesse accompagnarmi all’auto..."
Certamente anche io sono stata una “trav”. Per un lungo tratto della mia vita ho indossato abiti femminili solo nel chiuso di casa mia, a tapparelle abbassate, o in sortite notturne clandestine. Per il mondo intorno a me ero un uomo maschio etero e cisgender. I ruoli imposti mi soffocavano e tutto puntava a farmi vergognare del mio desiderio di relazionarmi in modi imprevisti.
Il processo è stato lungo e l’ho già raccontato altrove. Qui basti sapere che a un certo punto ho cominciato a presentarmi androgina in ogni contesto e poi, un gradino più su, ho dichiarato un altro nome, ho adottato pronomi femminili e ho cominciato a vestirmi sempre come mi pare. Da qualche anno, persino per lo Stato sono una donna. Faccio tutto alla luce del sole e nascondermi mi mette orrore.
Per questa ragione gli uomini che non hanno paura a chiedermi di uscire, che non si vergognano dei loro gusti e delle loro passioni, suscitano in me un’istintiva simpatia. Mauro è uno di questi. Uno dei pochi. Pochissimi, anzi.
Abbiamo scambiato messaggi per mesi. Poi, in un solitario pomeriggio di agosto, mi ha scritto che stava bevendo una birra alla Zanzara, un localino sul lago piccolo di Avigliana.
«Ti va di raggiungermi?»
In effetti, sì, mi va.
Ho un abito minimale, leopardato, l’ho indossato e mi sono messa in auto. Il tragitto è davvero breve, meno di dieci minuti, ma i miei pensieri viaggiavano lontano e mi è parso che il tempo fosse sospeso. Ero persino emozionata. Amici ne ho conservati pochi e non li vedo molto, esco molto più spesso con le mie amiche, ma gli appuntamenti con uomini li conto sulla dita di una mano. E me ne avanzano. Ma la preoccupazione è un'altra. Lui mi ha chiesto di bere una cosa insieme e farci una chiacchierata. Ha senso che io mi sia vestita così poco? Sì, mi dico, ha senso. Voglio che mi veda per come sono: dolce, polemica e desiderosa di attenzioni.
Il parcheggio davanti al sentiero di accesso è zeppo. Mi tocca proseguire oltre e posteggiare in una via laterale che si arrampica verso il Moncuni. Qui è rimasto un posticino per la mia auto. Controllo il rossetto nello specchietto, scendo e mi avvio verso il mio appuntamento.
Appena prima di traversare la strada mi scatto una foto e la mando a Mauro.
«Mi riconoscerai facilmente. Ho un abitino leopardato.»
«Non vedo l’ora. Ti aspetto a un tavolo del locale.»
Attraverso il parcheggio, imbocco il sentiero. C’è un sacco di gente che passeggia, che gioca a palla, che chiacchiera e si rilassa sulle stuoie. Mi volto verso il dehor e vedo un tizio con la mano alzata. Mi ha riconosciuta. lo raggiungo. Ci stringiamola mano. Ci sorridiamo complici. Mi siedo

Sorvolo sulle chiacchiere. Mauro è stato dolce e accogliente. Mi ha raccontato di sé, mi ha chiesto di me e non ha mancato di farmi sentire bella e desiderabile. Quando è venuto il momento di accomiatarsi mi ha chiesto se potesse accompagnarmi all’auto. Ho risposto di sì. Mi ha cinta al fianco e abbiamo preso a muoverci.
«Ti spiace se ti tengo?»
«No, anzi.»
«Mi piacerebbe tanto accarezzarti il culo.»
«Puoi.»
«Davvero?»
«Apprezzo tantissimo che tu me lo abbia chiesto. Grazie. Puoi. Anzi, per favore, fallo.»
La mano di Mauro si adatta alla mia chiappa.
«Mi piaci tanto, vorrei fare l’amore con te.»
Resto in silenzio e aumento la superficie di contatto fra noi.
«Quella è la mia auto.»
«Ah, hai parcheggiato davanti alla mia.»
Armeggio nella borsa per cercare le chiavi.
«Ci vedremo ancora?»
«Io dico di sì»
Mauro si è poggiato alla fiancata della sua auto e cerca il mio sguardo. Io smetto di cercare le chiavi e ricambio. Poggio un bacio casto e delicato sulle sue labbra. Mi cinge alle reni e mi porta a sé. Io poggio il mio corpo sul suo. I miei capezzoli poggiano sul suo petto.
«Hai voglia di fare l’amore con me?»
Rispondo intensificando il bacio. Le sue mani sul mio culo mi fanno sciogliere. Infilo una mano fra i nostri corpi e cerco il suo cazzo. Non mi sono sbagliata: è duro e caldo. Con la rapidità di una donnola lo libera da pantaloni e slip. Ce l’ho tutto in mano.
È un risvolto che non avevo considerato. Pensavo che il nostro sarebbe stato un semplice incontro conoscitivo e invece mi trovo per strada, all’aperto, con il suo uccello pulsante fra le dita. Mi chiedo se lo desidero e i miei capezzoli non mentono mai. Sono durissimi. Se ascoltassi loro mi chinerei e glielo prenderei in bocca. Ma subentra un barlume di senno: primo, non ho preservativi dietro, secondo, siamo davvero troppo in vista.
Serro le dita per bene intorno al suo uccello e comincio a masturbarlo con cura e precisione.
«Così mi fai venire!»
Argino il suo allarme affondando la lingua nella sua bocca. Ancora due colpi e sento il suo getto caldo sulle cosce.
«Grazie.»
«Grazie a te.»
«Ci vedremo?»
«Ci puoi contare, tesoro.»

Che la clandestinità mi disgustasse lo sapevo già. Con Mauro ho imparato che fermarsi a prendere due cose al supermercato con le gambe sporche di sperma mi inorgoglisce.
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