trans
In Est Europa fa freddo...
SissyPerAlpha
24.01.2026 |
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"Mi spalancò le gambe, guardandomi dritto negli occhi mentre si rimetteva dentro di me, questa volta ancora più a fondo..."
Il sole di luglio picchiava senza pietà sul giardino, facendomi sudare anche solo a stare vicino alla finestra. Il rumore del trapano e delle martellate proveniva dal giardino, dove da una settimana un ragazzo dell’Est Europa - un muratore alto, muscoloso, con le braccia coperte di tatuaggi e un accento che mi faceva venire i brividi - stava sistemando il muro di cinta. Lo osservavo di nascosto dalla finestra. Aveva la schiena larga, i jeans slacciati che gli pendevano sui fianchi stretti, e ogni volta che si chinava per prendere un attrezzo, la maglietta sudata si sollevava, lasciandomi intravedere la linea dei peli che scendeva sotto l’ombelico. Il caldo lo faceva sudare, e le gocce gli scorrevano lungo il collo, bagnando la scollatura della canotta. Mi mordicchiavo il labbro inferiore, immaginando come sarebbe stato sentirlo addosso, quel corpo possente che mi schiacciava contro il muro, le sue mani ruvide che mi afferravano i fianchi mentre mi riempiva con quel cazzo che, ne ero sicura, doveva essere proporzionato al resto di lui.Ero vestita - o meglio, "svestita" - per l’occasione: un reggiseno di pizzo nero che stringeva i miei seni finti ma sodi, una minigonna che mi arrivava appena sotto il culo, e le calze a rete che mi facevano sentire la puttana che ero. Non portavo perizoma. Non ne avevo bisogno. Non quando il solo guardarlo mi faceva colare addosso.
Quel giorno, però, non avevo più intenzione di limitarmi a guardare.
Non riuscivo a resistere. Mi avvicinai alla porta-finestra che dava sul giardino e la socchiusi, fingendo di voler prendere una boccata d’aria.
«Scusi…» chiamai, con voce più tremula di quanto volessi.
Lui si voltò, asciugandosi la fronte con l’avambraccio. I suoi occhi - chiari, quasi grigi - mi squadrarono dalla testa ai piedi, indugiando sulle gambe, sul seno che premeva contro la stoffa sottile. Un sorrisetto gli incurvò le labbra, come se avesse capito al volo cosa volevo.
«Da?» chiese, con quel suo italiano spezzato che mi faceva impazzire.
Mi avvicinai, sentendo il cuore battere forte. «Ho… ho visto che fa molto caldo. Vuole qualcosa da bere? Acqua, birra…»
Lui annuì, posando il martello. «Birra, "da". Spasibo.»
Lo feci entrare in cucina, dove l’aria condizionata lo colse di sorpresa. Si passò una mano tra i capelli biondo scuro, corti sui lati e un po’ più lunghi sopra, e io non potei fare a meno di notare come i pantaloni, già stretti, si tendessero ancora di più quando si mosse. *Dio, quanto è grosso.*
Gli porsi una bottiglia di birra ghiacciata, e quando le nostre dita si sfiorarono, sentii una scossa elettrica percorrermi la schiena. Lui non staccava gli occhi da me, bevendo un lungo sorso prima di leccarsi le labbra.
«Tu…» iniziò, cercando le parole. «Tu "bella". Molto.»
Un brivido mi percorse la schiena. "«Anche tu.»" Feci un passo avanti, abbastanza vicino da sentire il calore del suo corpo, l’odore di sudore e cemento che mi avvolgeva. "«Molto "forte".»"
Lui rise, una risata profonda che mi fece venire la pelle d’oca. "«Ty…»" Esitò, cercando le parole. "«Ty "devushka"?»" (Tu… sei una ragazza?)
Scossi la testa, sorridendo. "«No. Ma mi piace… essere trattata come tale.»" Abbassai lo sguardo verso la patta dei suoi jeans, dove il tessuto si tendeva in modo sempre più evidente. "«E a te… piace scopare le puttane, vero?»"
Poi, senza preavviso, posò la bottiglia sul bancone e fece un passo verso di me. Io indietreggiai, ma solo fino a quando la schiena non urtò contro il frigorifero. Lui mi bloccò, appoggiando una mano sul metallo freddo accanto alla mia testa, l’altra sul mio fianco, le dita che si insinuavano sotto la canottiera, sfiorandomi la pelle sudata.
«Tu "hot"» sussurrò, il suo alito caldo sul mio collo. «Io… io "voglio".»
Non ebbi bisogno di rispondere. In un attimo, mi afferrò per la nuca e mi tirò a sé, la sua bocca che si schiantò sulla mia in un bacio rude, quasi violento. Sentii il sapore della birra e del tabacco, la barba corta che mi graffiava le labbra mentre la sua lingua mi invadeva, dominatrice. Io gemetti, aggrappandomi alle sue spalle, i seni che premevano contro il suo petto sudato. Un gemito mi sfuggì quando sentii le sue dita ruvide accarezzarmi il buchino già gonfio, bagnato.
"«Ty moya shlyukha»" ringhiò contro la mia bocca. (Sei la mia puttana.) "«Ya tebya yebu.»" (Ti scoperò.)
«Sei "molto" bagnata» ringhiò contro la mia pelle, la sua voce roca. «Tu "trav", da? Come… come "puttana" per cazzo.»
"Sì. Esattamente così."
Non risposi a parole. Invece, gli afferrai la mano e la guidai più giù, fino a fargli sentire quanto ero pronta per lui. Lui grugnì, stringendo le dita dentro di me, pompando con forza mentre io mi aggrappavo alle sue spalle, le unghie che gli affondavano nella carne. La gonna che si sollevava fino a scoprirmi completamente.
"«Nichego pod odezhdoi»" disse, ridendo cupo. (Niente sotto i vestiti.) "«Ty "gotovaya" dlya menya."»" (Sei pronta per me.)
"«Sì»" ansimai. "«Sono tua. Usami.»"
Lui non aveva bisogno di altre incoraggiamenti. Con un movimento brusco, mi sollevò, facendomi sedere sul bancone della cucina, poi mi strappò via la gonna e la canottiera in un solo gesto, lasciandomi nuda davanti a lui. I suoi occhi si accesero di desiderio mentre mi guardava, le mani che mi spalancavano le cosce, esponendomi completamente.
Non perse tempo. Con una mano mi tenne dal collo, mentre con l’altra si slacciò i jeans, liberando il cazzo in un solo, fluido movimento. Quando lo vidi, mi mancò il fiato.
Era "enorme" - lungo, spesso, con una venatura pulsante che lo percorreva dalla base alla punta rossa e già lucida di pre-sperma. Le palle, pesanti e pelose, pendevano sotto, e quando lo afferrò, pompandolo lentamente davanti ai miei occhi, sentii il buco contrarsi dall’eccitazione.
"«Ty khochesh?"»" (Lo vuoi?) chiese, la voce un ringhio. «"Krasivaya"» mormorò, passandomi un pollice sulle labbra bagnate. «Molto "dolce".»
Annuii, incapace di parlare. Lo volevo. Lo "desideravo". Volevo che mi riempisse, che mi distruggesse, che mi usasse come la sua personale troietta da cazzo.
Mi fece scendere dal bancone, mi aiutò con le sue braccia forti, mi fece girare. Mostrandogli il culetto. Lui si inginocchiò.
La sua lingua fu una rivelazione - calda, esperta, implacabile. Mi leccava come se fossi il suo pasto preferito, infilandomi la lingua dentro con colpi profondi che mi facevano inarcare la schiena, gemevo senza ritegno, le gambe che tremavano mentre lui mi divorava come se non ci fosse un domani.
«Cazzo, sì… così… non fermarti!» ansimai, sentendo l’orgasmo montare dentro di me come un’onda incontrollabile.
Lui non si fermò. Anzi, aumentò il ritmo, aggiungendo due dita dentro di me, curvandole per colpire quel punto che mi faceva vedere le stelle. Quando venni, fu con un grido strozzato, le cosce che mi tremavano mentre lui continuava a leccarmi, prolungando il piacere fino a quando non crollai, ansimante.
Non mi diede tempo di riprendermi. «Tu "prendi", da?» chiese, la voce roca. «Io "dare" a te. Tutto.»
Annuii, incapace di parlare. Volevo quello. Volevo "lui". Volevo essere riempita, usata, posseduta da quel cazzo mostruoso fino a quando non avrei più camminato dritta.
Mi spinse contro il frigorifero. Sentii il metallo freddo sulla pelle rovente mentre lui mi piegava in avanti, un ginocchio tra le mie gambe per costringermi ad allargarle. Poi, senza preavviso, sentii la sua punta premere contro il mio buco, bagnato e aperto per lui.
«"Tak…"» ringhiò, affondando in me con un solo, potente colpo di fianchi.
Il dolore e il piacere si fusero in un’unica, bruciante sensazione. Ero "piena" - stretta intorno a lui, allargata oltre ogni limite, eppure lui non si fermò. Mi afferrò i fianchi, tirandomi indietro contro di sé mentre iniziava a fottermi con colpi lunghi, profondi, che mi facevano sbattere contro il frigorifero ad ogni spinta.
"«Cazzo… sì… così…»"
«Dio… cazzo… sì!» gridai, le unghie che graffiavano il metallo. «Più forte! Più forte, "per favore!"»
Lui ubbidì. I suoi colpi diventarono selvaggi, il suono delle nostre pelle che sbattevano l’una contro l’altra si mescolava ai nostri ansiti, ai gemiti, alle parole sporche che mi sussurrava in quella lingua che non capivo ma che mi eccitava da morire.
Lui rise, un suono oscuro e soddisfatto, mentre iniziava a fottermi con colpi lunghi, profondi, che mi facevano sbattere contro il muro ad ogni spinta. "«Ty "lyubish’ eto", da?"»" (Ti piace, sì?) "«Ty "lyubish’ kogda ya tebya yebu."»" (Ti piace quando ti scopo.)
"«Sì! Sì, porca puttana, sì!"» gridai, "«Più forte! Fottimi come la troia che sono!"»
"«Ty moya suka…»" (Sei la mia cagna…) "«Ya tebya razoru…»" (Ti distruggerò…) "«Ty budesh’ khodit’ zavyazannoy…»" (Camminerai zoppicando…)
«"Ty moya shlyukha…"» ringhiava, affondando sempre più a fondo. «"Ya tebya yebu!"»
Non sapevo cosa significasse, ma il tono era chiaro: ero "sua". La sua puttana. La sua troia da cazzo. E io "adoravo" ogni secondo.
Io ridevo, piangevo, supplicavo, mentre lui mi martellava senza pietà, il suo cazzo che mi sfondava come se volesse bucarmi in due. Sentivo il sudore colarmi tra i seni, il trucco che si scioglieva, i capelli che mi si appiccicavano alla fronte, ma non m’importava. L’unica cosa che contava era "lui" - quel cazzo enorme dentro di me, quelle mani ruvide che mi stringevano i fianchi, quel corpo possente che mi schiacciava contro il muro come se fossi sua proprietà.
Poi, con un grugnito animalesco, mi girò di nuovo, sollevandomi come se non pesassi nulla, e mi appoggiò sul tavolo della cucina. Mi spalancò le gambe, guardandomi dritto negli occhi mentre si rimetteva dentro di me, questa volta ancora più a fondo.
«Guarda» comandò, indicando il punto in cui i nostri corpi si univano. «Guarda come io "fotto" te.»
Obbedii, e la vista del suo cazzo enorme che scompariva dentro di me, uscendo bagnato dei miei succhi, mi fece venire di nuovo, questa volta così forte che vidi bianco. Lui non si fermò. Mi tenne stretta, i muscoli delle braccia tesi per lo sforzo, mentre mi scoperchiava come se volesse marchiarmi, farmi sentire lui per giorni.
Lui rise, poi mi affondò dentro con un colpo così violento che vidi le stelle. "«Vot tak…»" (Così…) "«Ty "lyubish’ eto".»" (Ti piace.)
E io "adoravo" ogni secondo.
Mi scoperchiò come un animale, i suoi fianchi che sbattevano contro il mio culo ad ogni spinta, le palle che mi schiaffeggiavano mentre mi riempiva fino in fondo. Io gemetti, supplicai, lo implorai di non fermarsi, di darmi di più, di "usarmi" fino a quando non sarei più stata in grado di camminare.
Quando venne, fu con un ruggito, le dita che mi affondavano nelle carne mentre si spingeva dentro di me fino all’elsa, riempiendomi di sperma caldo, denso, che sentii colarmi quando finalmente si ritirò.
Crollai in avanti, ansimante, il corpo tremante, il buco che pulsava ancora per l’orgasmo che mi aveva strappato con le sue ultime spinte. Lui si sistemò i jeans, ancora semi-duro, e mi guardò con un sorrisetto compiaciuto, passandomi un dito sulle labbra gonfie di baci e morsi.
"«Zavtra»" disse. (Domani.) "«Ya pridyu."»" (Tornerò.)
Io sorrisi, troppo stordita per rispondere. Ma una cosa era certa: il giorno dopo, sarei stata lì. In ginocchio. Pronta. "Sua."
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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