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Risvegli di vario genere - Seconda parte.


di Hallucination
19.01.2026    |    143    |    1 8.7
"Aurora mi aprì la porta nuda, tette sode che dondolavano, cazzo semi-eretto che puntava come un’accusa..."
Mi risvegliai di nuovo, ma stavolta il mondo sembrava più grezzo, più angolare. Il petto piatto, muscoloso, il cazzo che si stiracchiava pigro contro le lenzuola. Ero tornato uomo. Il cuore mi batteva forte, ma non con quella diffusione oceanica che avevo provato da femmina: era un pulsare secco, localizzato, come un martello in una forgia. La sensibilità del corpo femminile – quel velo di nervi esposti che trasformava ogni tocco in un’onda infinita – era svanita, lasciandomi con una carne più dura, meno permeabile al piacere. Mi sentivo privato, come se avessi perso un velo di seta per un’armatura di cuoio. Confuso, mi alzai dal letto, lo stesso appartamento milanese, lo stesso Duomo che mi fissava indifferente dalla finestra. Era stato un sogno? Un’allucinazione? O qualcosa di più profondo, un viaggio dell’anima che mi aveva cambiato per sempre?
La prima cosa che feci fu chiamare Sofia. Le mani tremavano sul telefono, il mio nome da uomo – Luca – che mi sembrava estraneo ora. Lei rispose al terzo squillo, voce fredda come un vento invernale sui Navigli. «Chi cazzo sei? Come hai avuto il mio numero?». Le spiegai tutto, balbettando: il risveglio da Elena, le nostre notti di passione lesbica, i dettagli intimi che solo noi due potevamo sapere – il modo in cui gemevamo insieme, il sapore della sua fregna sulla mia lingua. Ma lei rise, una risata tagliente, amara. «Sei un pazzo, un pervertito. Elena? Non esiste nessuna Elena. E se anche fosse, non voglio più saperne di te o di chiunque mi ricordi quella merda di tradimento». Clic. Riattaccò. Provai a richiamarla, messaggi, ma mi bloccò ovunque. Il rifiuto bruciava come acido: da femmina l’avevo tradita, da uomo ero solo un fantasma respinto. Riflettevo: forse il mio corpo maschile portava con sé il peso della colpa originaria, un’eco di dominio patriarcale che Sofia non poteva perdonare. Essere respinto così mi faceva sentire nudo, vulnerabile – una sottomissione forzata che, in un modo perverso, accendeva un fuoco nuovo dentro di me.
Poi pensai a Aurora. Il suo numero era salvato nel telefono, un residuo del caos di quella notte. La chiamai, voce tremante. Lei rispose con quel timbro roco e sensuale che mi fece indurire all’istante. «Chi è?». Le raccontai tutto: il ritorno al corpo maschile, la confusione, il desiderio che mi consumava. Silenzio. Poi rise piano, un suono che era metà derisione, metà invito. «Luca… o Elena? Ti riconosco, sai? Dal modo in cui parli, dal tremore nella voce. Hai lo stesso fuoco negli occhi – o almeno, lo immagino. Vieni da me. Vediamo se il tuo nuovo corpo regge il confronto». Andai da lei quella sera stessa, nel suo appartamento sui Navigli, luci basse e odore di incenso misto a sudore.
Aurora mi aprì la porta nuda, tette sode che dondolavano, cazzo semi-eretto che puntava come un’accusa. Mi baciò con fame, ma stavolta era diverso: mi spinse contro il muro, mi legò i polsi con una sciarpa di seta – soft, niente di estremo, ma abbastanza per farmi sentire suo. «Da femmina eri una troia curiosa», sussurrò, «da maschio sarai il mio schiavo docile». E così iniziò: un rapporto di sottomissione leggera, sadomaso appena accennato, dove il dolore era un velo per il piacere. Mi fece inginocchiare, succhiare il suo uccello mentre lei mi tirava i capelli con gentile fermezza – non brutale, ma un dominio che mi faceva pulsare il cazzo. Riflettevo mentre la lingua girava sulla cappella: da uomo, essere dominato era una resa più profonda, un capovolgimento dell’ego maschile che amplificava il godimento, rendendolo quasi spirituale. La maggiore sensibilità che avevo assaggiato da femmina ora era un ricordo, ma qui la sottomissione la evocava: ogni comando di Aurora mi faceva sentire esposto, vivo nei nervi.
La sua fissa per il culo non era cambiata – anzi, si amplificava con me. Mi fece sdraiare, mi lubrificò il buco del culo con la saliva e un olio profumato, poi mi infilò dita, un plug, mentre mi segava piano. «Il culo è il trono della sottomissione», mormorò, poetica anche nel crudo, «lo do e lo prendo, ma con te lo prendo per insegnarti a cedere». Mi scopò con un dildo strap-on, spingendo profondo mentre io gemevo come una puttana, il cazzo che schizzava senza toccarlo. Poi invertimmo: le riempii il culo con il mio uccello, ma sempre sotto il suo comando – «Più piano, più forte, così» – una dominazione inversa che mi faceva sentire suo strumento. Il piacere era amplificato dalla resa: da maschio, il mio corpo era meno sensibile, ma la mente lo rendeva elettrico, un ponte tra il dominio perduto e la sottomissione guadagnata.
Durò settimane, notti di corde morbide, sculacciate leggere, penetrazioni alternate dove il culo era sempre al centro – il mio sfondato dal suo cazzo orgoglioso, il suo riempito dal mio sotto i suoi ordini. Ma Aurora, con quel suo sorriso da predatrice, voleva di più. Una sera, dopo avermi scopato il culo fino a farmi venire tremando, mi sussurrò: «Sei pronto a cedere del tutto?». Chiamò Marco – sì, quel Marco, il macho dal primo episodio. Lui arrivò, muscoli tesi, cazzo già duro nei pantaloni. Aurora lo presentò come un “regalo”: «Luca è mio, ma stasera te lo cedo. Fottilo come vuoi, ma sotto i miei occhi».
Marco non se lo fece dire due volte. Mi spinse a quattro zampe, mi lubrificò il culo e me lo infilò dentro con un grugnito: mazza grossa che mi dilatava, mi riempiva fino al limite. Aurora guardava, segandosi piano, ordinandomi di gemere più forte. «Senti come ti domina?», disse, la voce un misto di comando e poesia. Io venni urlando, il piacere maschile amplificato dalla sottomissione totale – essere ceduto come un oggetto, dominato da un maschio sotto lo sguardo di lei. Marco scaricò dentro di me, sborra calda che colava, mentre Aurora mi baciava la schiena: «Bravo schiavo». Da quella notte, Marco divenne parte del gioco: Aurora mi cedeva a lui quando voleva, un triangolo di dominio dove io ero il fondo della piramide, il culo sempre pronto, la mente persa in una resa che era quasi mistica.
Essere tornato uomo mi aveva insegnato questo: la sensibilità femminile era un dono effimero, ma la sottomissione – data e ricevuta – era eterna, un ponte tra corpi e anime. In questo cazzo ripreso in prestito, ho trovato una puttana interiore che si arrende… e gode.
Fine. 😈
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