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Lui & Lei

Pause lavorative


di Hallucination
26.01.2026    |    108    |    0 6.0
"Non per il bruciore leggero che mi resta dentro, ma perché sto già pensando a come sarà la prossima volta..."

L’ultimo piano
Martedì sera, le 19:40.
L’open space è quasi deserto. Rimangono solo le luci di emergenza, il ronzio dei condizionatori e il ticchettio irregolare di due tastiere.
Lei si chiama Giulia.
È entrata in azienda da tre settimane, 26 anni, capelli castano scuro raccolti in una coda bassa che le scivola sempre da un lato quando si china sulla scrivania. Porta gonne a tubino color antracite o navy, camicie di cotone abbastanza sottili da far intuire – quando si muove in controluce – il pizzo del reggiseno. Non lo fa apposta. O forse sì. Non l’ho ancora capito.
Io sono rimasto per finire la revisione del bilancio consolidato.
Lei è rimasta perché doveva “imparare a usare il gestionale nuovo”.
Almeno, questa è la versione ufficiale che abbiamo detto entrambi quando gli altri sono usciti salutando.
Alle 20:05 spegne lo schermo, si alza, si stiracchia.
La camicia si tende sul seno per un secondo lungo abbastanza da farmi distogliere lo sguardo dal monitor. Non abbastanza da impedirmi di notare che oggi il reggiseno è nero.
«Posso chiederti una cosa veloce?» dice, appoggiandosi con il sedere al bordo della mia scrivania.
La gonna sale di quattro o cinque centimetri. Non è un caso.
«Dimmi.»
«C’è una funzione che non capisco… ma non ricordo più quale.» Sorride con la bocca socchiusa, come se si fosse appena morsa l’interno della guancia. «Forse dovresti venire tu a vedere.»
Mi alzo.
Cammino le tre sedie che ci separano. Lei non si sposta. Anzi, quando le arrivo dietro si appoggia appena all’indietro, la schiena che sfiora il mio petto per un attimo. Profuma di shampoo al cocco e di quel profumo costoso che sa di vaniglia bruciata e muschio.
Apre di nuovo il gestionale.
Indica uno schermo pieno di codici e colori. Non sta guardando lo schermo.
Le mie mani si posano ai lati della tastiera, incastrandola tra le mie braccia.
Le parlo vicino all’orecchio, voce bassa.
«Qual era la funzione che non capivi?»
Sento il suo respiro cambiare ritmo.
«Non me lo ricordo più» sussurra. «Forse… questa.»
Con due dita fa scorrere lentamente il cursore sullo schermo, ma è solo una scusa.
Quello che vuole mostrarmi è il modo in cui il suo fondoschiena preme contro la mia erezione quando si inarca appena.
Non parliamo più per qualche secondo.
Solo respiri e il rumore della zip dei miei pantaloni che scende, lentissima, perché voglio che senta ogni singolo dente che si separa.
Le alzo la gonna fino ai fianchi.
Mutandine nere, coordinate. Il pizzo lascia intravedere la pelle rasata. Già bagnata al centro.
Le sposto il tessuto di lato con due dita.
Lei appoggia i palmi aperti sulla scrivania, si china in avanti, la schiena inarcata come un invito esplicito.
Entro piano.
Molto piano.
Voglio sentire ogni millimetro della sua sorpresa, del suo calore, del modo in cui si contrae intorno a me quando arrivo in fondo.
«Cazzo…» le sfugge tra i denti.
Le metto una mano sulla bocca.
Non perché qualcuno possa sentirci – siamo all’ultimo piano, dopo l’orario – ma perché voglio che sappia che può gemere solo quanto le permetto io.
La tengo ferma per i fianchi e spingo con ritmo lento, profondo, quasi crudele.
Ogni volta che esco quasi del tutto e poi rientro fino in fondo lei trema, le cosce si contraggono, le dita si aggrappano al bordo della scrivania.
A un certo punto gira la testa, mi cerca con la bocca.
La bacio forte, lingua dentro, mentre accelero.
Il rumore bagnato dei nostri corpi che sbattono riempie l’ufficio vuoto.
«Dimmi dove vieni» le ringhio contro le labbra.
«Dentro» ansima senza pensarci un secondo. «Ti prego… dentro.»
Non resisto oltre.
La afferro per i capelli, la tiro indietro quel tanto che basta per guardarla in faccia mentre vengo.
Sento i suoi muscoli contrarsi forte intorno a me, il suo orgasmo che arriva subito dopo il mio, silenzioso ma violento: bocca spalancata, occhi chiusi, un tremito che le parte dalle ginocchia e arriva fino alle spalle.
Restiamo così qualche secondo.
Respiri pesanti.
La mia mano ancora tra i suoi capelli, la sua ancora aggrappata alla scrivania.
Poi lei ride piano, una risata roca, soddisfatta.
«Domani… mi spieghi un’altra funzione?»
Le bacio la nuca, ancora dentro di lei.
«Domani ti spiego tutto quello che vuoi.»
Spegne il monitor con un gesto lento.
La gonna le ricade sui fianchi da sola.
Usciamo insieme dall’ufficio alle 21:12.
In ascensore non ci tocchiamo.
Ma quando le porte si aprono al piano terra, lei mi sfiora il dorso della mano con il mignolo.
Solo per un istante.
Quanto basta per capire che non è finita qui.
Il pomeriggio dopo
Mercoledì, ore 17:20.
L’ufficio è già mezzo svuotato: la maggior parte è uscita in anticipo per l’aperitivo del mercoledì o per “lavorare da casa”.
Restiamo in tre.
Giulia è seduta alla sua postazione, gambe accavallate, la solita gonna a tubino antracite che oggi sembra ancora più corta. Sta fingendo di leggere una mail, ma ogni tanto alza gli occhi e li lascia scivolare su di me, poi sul nuovo arrivato.
Lui si chiama Matteo.
27 anni, capelli corti quasi rasati sui lati, mascella squadrata, spalle da nuotatore o da rugbista. È arrivato lunedì, “in prestito” da un’altra sede per tre mesi. Indossa una camicia azzurra con le maniche arrotolate sugli avambracci torniti e pantaloni slim che non nascondono niente: si vede già da seduto che è dotato in modo evidente, quasi sfacciato.
Alle 17:45 spegne il portatile, si alza e viene verso il nostro angolo.
Non dice niente per i primi secondi. Si limita a fermarsi dietro la sedia di Giulia, le appoggia le mani sulle spalle nude – la camicia oggi è senza maniche, scollatura a V profonda – e comincia a massaggiarle piano i trapezi.
Lei chiude gli occhi per un istante, emette un piccolo sospiro.
«Pensavo foste rimasti solo voi due ieri sera» dice Matteo, voce bassa e divertita. Guarda me. «Mi hanno raccontato.»
Io non rispondo.
Mi limito a chiudere la cartella Excel, alzarmi e andare a spegnere la luce centrale dell’open space. Rimane solo la lampada da tavolo di Giulia e le luci di emergenza lungo il corridoio.
Matteo non perde tempo.
Le slaccia il primo bottone della camicia, poi il secondo. Il reggiseno nero di pizzo riappare, lo stesso di ieri. Giulia gli appoggia una mano sull’addome, sente i muscoli tesi sotto la stoffa, scende più in basso e stringe piano attraverso i pantaloni.
«Cazzo se sei grosso» mormora, quasi tra sé.
Lui ride piano, le infila una mano sotto la gonna e le sposta le mutandine di lato senza nemmeno toglierle. Le dita entrano subito, scivolose. Giulia inarca la schiena contro lo schienale, bocca socchiusa.
Io mi avvicino da dietro.
Le bacio il collo mentre Matteo continua a lavorarla con le dita. Lei allunga una mano verso di me, mi abbassa la zip, tira fuori l’erezione già dura e comincia a masturbarmi lentamente, in sincrono con i movimenti di lui.
Dopo qualche minuto Matteo si sfila la camicia.
Addominali scolpiti, una leggera peluria scura che scende verso l’inguine. Slaccia la cintura, abbassa i pantaloni e i boxer insieme. Il cazzo salta fuori pesante, spesso, venoso, già lucido in punta. Giulia lo guarda per un secondo come ipnotizzata, poi si china in avanti e lo prende in bocca senza mani, solo labbra e lingua.
Io mi sposto dietro di lei.
Le alzo la gonna fino alla vita, le abbasso le mutandine fino alle ginocchia e entro da dietro con un colpo deciso. Lei geme forte intorno al cazzo di Matteo, il suono attutito e vibrante.
Matteo le afferra i capelli con una mano, la guida sul suo sesso mentre io la prendo da dietro con ritmo crescente. La scrivania trema. Le carte scivolano a terra.
A un certo punto Giulia si stacca da lui, ansima:
«Voglio vedervi.»
Matteo capisce al volo.
Si gira verso di me, mi guarda negli occhi per un secondo – c’è sfida, curiosità, desiderio puro. Poi si avvicina. Le nostre erezioni si sfiorano mentre Giulia si inginocchia tra noi due.
Lei alterna: succhia uno, poi l’altro, poi prova a prenderli entrambi insieme, le labbra stirate al massimo, saliva che cola sul mento. Noi due ci guardiamo da sopra la sua testa.
È Matteo a fare la prima mossa.
Allunga una mano, mi stringe piano alla base mentre Giulia continua a leccare. Io faccio lo stesso con lui. Le nostre mani si muovono lente, quasi a esplorare.
Poi succede.
Ci lasciamo andare.
Ci baciamo – prima un contatto leggero, poi lingue che si cercano davvero, mentre Giulia ci masturba entrambi con le mani e la bocca. È un bacio rude, maschio, senza freni.
Lei si tira indietro di qualche centimetro per guardarci, eccitata da morire.
«Cazzo… continuate.»
Ci stacchiamo dalla sua bocca.
Ci mettiamo uno di fronte all’altro, cosce contro cosce. Le nostre mani si stringono più forte, pompando a ritmo alternato. Lei si siede sulla scrivania, gambe aperte, si tocca guardandoci.
Matteo geme per primo.
Sente l’orgasmo arrivare, mi stringe più forte, mi bacia di nuovo mentre viene: schizzi caldi che finiscono sul mio addome, sul suo, sulle mani di entrambi. Io lo seguo subito dopo – il piacere mi esplode nella pancia, schizzi che si mischiano ai suoi, colano sulle dita di Giulia che si è avvicinata per raccoglierli e leccarli.
Restiamo lì qualche secondo, ansimanti, sudati, appiccicosi.
Giulia ride piano, si pulisce le labbra con il dorso della mano.
«Domani pomeriggio… c’è la riunione di reparto alle 18. Finisce alle 19.30. Dopo?»
Matteo guarda me.
Io guardo lui.
Poi tutti e due guardiamo lei.
«Dopo» dico.
Matteo annuisce, già mezzo duro di nuovo.
«Dopo.»
Spegniamo la lampada da tavolo alle 18:22.
Usciamo separati di cinque minuti, come se niente fosse successo.
Ma domani alle 19:35, quando la porta della sala riunioni si chiuderà alle spalle dell’ultimo collega uscito, sappiamo tutti e tre esattamente cosa succederà sul tavolo da 3 metri.
Terzo giorno – giovedì pomeriggio
Tutta la mattina ho cercato di concentrarmi sulle slide per il report trimestrale, ma era inutile. Ogni volta che abbassavo lo sguardo sul monitor rivedevo la scena del giorno prima: la lingua di Matteo che invadeva la mia bocca, il suo cazzo spesso e caldo nella mia mano, il modo in cui i nostri schizzi si erano mischiati sul ventre di Giulia mentre lei ci guardava con gli occhi lucidi di desiderio.
Non riuscivo a togliermelo dalla testa.
Più ci pensavo, più mi eccitavo.
Seduto alla scrivania immaginavo di essere in ginocchio davanti a lui, solo noi due, l’ufficio silenzioso. Immaginavo di prenderlo in bocca lentamente, sentire il peso sulla lingua, il sapore salato della pelle tesa, le vene che pulsavano mentre lo succhiavo fino in fondo, fino a quando non mi riempiva la gola. Immaginavo le sue mani nei miei capelli, non per guidare, ma per tenermi lì, per farmi capire che non potevo scappare. E poi il suo gemito basso, roco, quando sarebbe venuto, schizzi caldi che mi colavano sul mento, sul collo.
A un certo punto ho dovuto alzarmi e andare in bagno a sciacquarmi la faccia con l’acqua fredda. Il cazzo mi pulsava nei pantaloni, duro da far male. Mi sono guardato allo specchio e ho pensato: “Cazzo, mi piace davvero l’idea di succhiarglielo”.
Giulia quel pomeriggio aveva già un appuntamento – me l’aveva scritto in chat privata alle 15:47: “Stasera esco prima, ho una cena. Divertitevi voi due, ok? 😈”.
Non ha aggiunto altro. Non ce n’era bisogno.
Alle 19:45 l’ufficio è vuoto.
Solo io e Matteo.
Sto sistemando delle cartellette nel corridoio stretto tra gli armadi e la fotocopiatrice quando lo sento arrivare alle mie spalle.
Non si ferma a distanza di sicurezza. Si appoggia con tutto il corpo, il petto contro la mia schiena, l’erezione evidente che preme contro il mio culo attraverso i pantaloni. È già duro. Tanto.
«Ti vedo agitato da stamattina» mormora al mio orecchio, voce bassa e divertita. «È per ieri?»
Non rispondo subito.
Sento il suo respiro caldo sul collo, una mano che mi scivola sul fianco, poi più in basso, a stringermi attraverso la stoffa.
«O forse è per qualcos’altro» continua. «Tipo… se ti immagini di stare in ginocchio davanti a me.»
Mi giro di scatto.
Ci guardiamo negli occhi per un secondo. Non c’è più bisogno di parole.
Mi spinge contro la parete del corridoio.
Le nostre bocche si trovano di nuovo, bacio affamato, denti che si scontrano. Le mani di entrambi vanno ovunque: gli slaccio la cintura, lui fa lo stesso con me. I pantaloni scendono insieme ai boxer.
Mi gira di spalle, mi piega in avanti appoggiandomi le mani sul muro.
Sento la sua saliva che cola tra le mie natiche – ci ha sputato sopra senza ritegno. Poi due dita che entrano piano, preparandomi, allargandomi. Gemo piano, la fronte contro il muro freddo.
«Rilassati» sussurra. «Lo vuoi, vero?»
«Sì» riesco a dire, voce spezzata.
Tira fuori le dita.
Sento la cappella grossa premere contro l’ingresso. Spinge piano, ma deciso. Brucia all’inizio, poi il bruciore si trasforma in qualcosa di diverso, di pieno, di necessario. Entra centimetro dopo centimetro fino a quando non sento i suoi fianchi contro il mio culo.
«Cazzo… sei stretto» ansima lui.
Comincia a muoversi.
All’inizio lento, quasi dolce. Poi sempre più forte, più profondo. Ogni spinta mi strappa un gemito che cerco di soffocare mordendomi il labbro. La sua mano mi afferra i capelli, tira indietro la testa quel tanto che basta per baciarmi di lato mentre mi scopa.
L’altra mano scende davanti, mi stringe il cazzo e comincia a masturbarmi a tempo con le sue spinte.
È troppo. Troppo pieno dietro, troppo stretto davanti.
«Vieni con me» mi ordina all’orecchio.
Non resisto.
L’orgasmo mi travolge come un’onda: schizzi caldi sulle sue dita, sulle piastrelle del pavimento, mentre lui accelera e viene dentro di me con un grugnito profondo, riempiendomi fino in fondo.
Restiamo fermi così per qualche secondo, ansimanti, il suo cazzo ancora dentro di me che pulsa piano.
Poi esce lentamente.
Sento il suo sperma colare lungo l’interno coscia. Mi gira, mi bacia di nuovo – stavolta più morbido, quasi tenero.
«Domani?» chiede, con un mezzo sorriso.
Io annuisco, ancora tremante.
«Domani.»
E mentre ci rivestiamo in silenzio, so già che non riuscirò a dormire stanotte.
Non per il bruciore leggero che mi resta dentro, ma perché sto già pensando a come sarà la prossima volta.
E a come sarà inginocchiarmi davvero davanti a lui.
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