Lui & Lei
Fottere la legge.
22.01.2026 |
1.256 |
2
"Lei lo porta al limite più volte, alla fine lo fa esplodere solo con le dita dentro di lui, preme sul punto giusto mentre lo guarda negli occhi, e lui viene urlando il suo nome, spasmi che lo..."
Sofia sale sul regionale di metà pomeriggio con lo zaino buttato su una spalla sola, cuffie wireless bianche al collo, felpa oversize grigia con scritta sbiadita in inglese, leggings neri attillati e sneakers bianche sporche di fango. Capelli castani chiari in coda disordinata, qualche ciocca sul collo pallido, quasi zero trucco se non un velo di lucidalabbra. È bellissima nella sua freschezza naturale: pelle liscia come porcellana, curve morbide che la felpa non nasconde del tutto, occhi nocciola grandi e espressivi che catturano la luce, labbra piene che sembrano sempre sul punto di sorridere o mordicchiare qualcosa.Si siede due file davanti a lui. Lui è un tipo affascinante, con un'attrattività matura e magnetica: jeans scuri, camicia azzurra sbottonata sul collo che lascia intravedere un petto tonico, giacca leggera sul sedile accanto, barba di due giorni che gli dà un'aria da uomo che sa esattamente cosa vuole, capelli brizzolati ai lati che tradiscono esperienza ma non stanchezza. Quando lei si gira e lo inchioda con quegli occhi per due secondi buoni, lui alza un sopracciglio e risponde con un mezzo sorriso che le fa accelerare il battito.
Lei non distoglie lo sguardo. Si morde il labbro inferiore, sorride obliqua. Pochi minuti dopo si gira di nuovo, più sfacciata. Mentre il vagone si svuota un po’, gli passa accanto lentamente e sussurra all’orecchio:
«Hai la faccia di uno che sa usare bene la lingua.»
Poi prosegue verso la carrozza successiva.
Lui aspetta trenta secondi, si alza, la segue.
La trova davanti al bagno grande di testa. Entra, lascia la porta socchiusa. Lui entra. Lei chiude a chiave.
Spazio minuscolo, odore di disinfettante e rotaie. Lei si sfila le cuffie, butta lo zaino, abbassa leggings e slip fino a metà coscia, si appoggia al lavandino, allarga le ginocchia. La luce al neon le rende la pelle quasi trasparente, accentuando la sua bellezza eterea, come una ninfa moderna in un posto sbagliato.
Lui si inginocchia. La lecca con calma: cerchi lenti sul clitoride, poi più veloci, due dita dentro che cercano quel punto ruvido che la fa inarcare. Lei gli afferra i capelli, spinge il bacino contro la sua bocca, parla a denti stretti:
«Cazzo… proprio lì… non fermarti…»
Viene quasi in silenzio: corpo teso, cosce che gli stringono la testa, gemito strozzato dal naso. Poi si rilassa, lo tira su per i capelli, guance rosse, occhi lucidi, sorrisetto strafottente.
«Bel lavoro» mormora aprendo la porta. Si gira un’ultima volta:
«Magari la prossima volta ti faccio provare anche il resto.»
Esce. Lui resta lì dieci secondi, sapore di lei sulle labbra, cuore a mille.
Due giorni dopo, aperitivo in un bar stretto. Lei seduta vicino alla vetrata, jeans skinny, felpa larga che le scivola su una spalla. Di fronte l’amica: capelli neri corti, piercing al naso, maglione attillato nero.
L’amica appoggia il bicchiere:
«Hai quella faccia da “ho fatto una cagata epica”. Sputa.»
Lei ride piano, si sporge:
«Sul regionale delle cinque e mezza. C’era questo tipo affascinante… jeans, camicia aperta sul collo, barba curata, aria da uomo navigato ma sexy da morire. Mi siedo un paio di file davanti, lo guardo un attimo… e lui ricambia. Tipo, sguardo fisso, zero imbarazzo.»
L’amica spalanca gli occhi.
«Sul serio?»
«L’ho provocato con sguardi, mordicchiata di labbro. Gli passo accanto e gli sussurro: “Hai la faccia di uno che sa usare bene la lingua”. Trenta secondi dopo mi segue nel bagno grande.»
«Mi abbasso leggings e mutandine, mi appoggio al lavandino, allargo le gambe. Lui si inginocchia e… cazzo. Lingua lenta, cerchi larghi, poi veloce, precisa. Due dita dentro, succhiate forti. Ritmo perfetto. Stringevo i capelli, spingevo contro la sua faccia. Sono venuta tremando, gemito soffocato. Mi ha tenuta lì finché non ho smesso di pulsare.»
L’amica ride incredula:
«E dopo?»
«“Bel lavoro”, ho detto. Sono scesa alla fermata dopo. Nomi zero.»
«Quindi hai usato un tizio a caso per farti leccare in un bagno schifoso. Iconica. Lo rifaresti?»
«Se è lui? Magari gli lascio provare anche il resto. Altrimenti… dipende dalla lingua.»
Ridono, brindano silenziosamente.
Poi scoppia la rissa: urla, vetri rotti, pugni. Scappano fuori sotto la pioggia. Arriva una volante, luci blu. Scende un agente in uniforme: stessa mascella squadrata, stessa barba curata, stessa camicia azzurra sotto la cerata. È lui. Sofia lo riconosce all’istante, il cuore le salta in gola, le gambe molli per la sorpresa. Non un tipo qualunque: un poliziotto.
L’amica la vede irrigidirsi, segue il suo sguardo.
«Cazzo… è lui? Quello del treno? È uno sbirro? Oddio, Sofia, ma sei matta?» sussurra l’amica, occhi spalancati, tra lo shock e l’eccitazione.
Sofia annuisce piano, bocca semiaperta.
«Non ci credo…»
Lui le nota, i loro sguardi si incrociano un secondo elettrico. Lui non può dire niente, c’è il casino da gestire, ma le labbra si muovono silenziose: «Ci vediamo dopo».
Prima di andarsene lei si avvicina furtiva alla volante parcheggiata. Tira fuori un post-it giallo dallo zaino, scrive veloce:
Il prossimo “treno” lo scegli tu.
+39 3X7 2XX 84XX
Lo infila sotto il tergicristallo, al centro del parabrezza.
La pioggia della notte sbava solo due cifre: la seconda e la quinta.
Il giorno dopo lui stacca il foglietto, lo guarda controluce in macchina. Due numeri sfocati. Prova combinazioni logiche, partendo dalle più probabili.
Prima telefonata – ore 9:03
+39 317 245 8412
Risponde una voce maschile, accento meridionale, stanco.
«Pronto?»
«…Sofia?»
Pausa. Risata roca.
«Sofia? Frate’, io so’ Antonio. Ma se cerchi Sofia dimmi pure, magari è la mia coinquilina. Che le vuoi?»
«No, scusa… sbagliato. Buona giornata.»
Seconda – ore 9:31
+39 337 289 8435
Voce femminile, giovane, assonnata.
«Pronto?»
«Sofia?»
«Sì… chi è?»
«Quella del treno… e del bar l’altra sera?»
Silenzio. Poi una risatina bassa.
«Aspetta… sei il poliziotto con la lingua da premio?»
Lui ride piano.
«Colpevole.»
«Cazzo, ci hai messo poco. Pensavo il biglietto fosse andato.»
«Non del tutto. Solo due cifre sfocate. Ho provato un paio di numeri a caso.»
Lei ride di gusto.
«Un paio? Quanto sei arrivato?»
«Due finora. Il primo era un Antonio che mi ha offerto la coinquilina.»
Scoppia a ridere forte.
«Povero Antonio. E ora che fai, visto che mi hai trovata al secondo tentativo?»
Silenzio complice.
«Dipende da te. Vuoi che scelga io il prossimo “treno”?»
Pausa breve.
«Mandami un messaggio con l’indirizzo. Stasera. E porta la stessa lingua… magari con qualche extra.»
Lui sorride da solo, post-it stropicciato accanto. La differenza – lei con lo zaino da studentessa, felpe oversize e audacia senza filtri; lui con la divisa nel cruscotto, barba di chi ha già vissuto parecchio – non ha contato nulla.
Il mistero dei nomi resta intatto fino all’ultimo secondo.
Ma il gioco, ormai, è appena cominciato.
21:30 in punto.
Bussano piano. Lui apre.
Sofia è lì, capelli sciolti che le incorniciano il viso bellissimo, felpa oversize senza reggiseno (i capezzoli premono contro la stoffa), leggings neri, sneakers slacciate. Occhi che brillano di sfida e curiosità.
Entra, chiude la porta, si guarda intorno nell’appartamento semplice ma ordinato: libri di legge su uno scaffale, una bottiglia di vino sul tavolo, luci basse.
«Bello qui» dice piano. «Non sembra da sbirro.»
Lui sorride, le prende lo zaino e lo appoggia sul divano.
«Matteo» si presenta finalmente, porgendole un bicchiere di rosso.
«Sofia» risponde lei, sorseggiando. Si siedono sul divano, vicini ma non troppo. Parlano un po’: lei studentessa di arte al primo anno, amante di festival indie, notti insonni a disegnare, vita caotica e libera. Lui poliziotto da quindici anni, turni massacranti, divorzio alle spalle, serate solitarie con un buon libro o una birra. Tante differenze: lei impulsiva, lui calcolatore; lei ama il caos, lui l’ordine; lei ventenne fresca, lui vicino ai quaranta con rughe che raccontano storie. Ma c’è qualcosa che li unisce: lo stesso senso dell’umorismo ironico, la passione per i viaggi improvvisi, un’attrazione magnetica che fa passare sopra a tutto, come se quelle differenze rendessero il fuoco più intenso.
«Sei più vecchio di quanto pensassi» dice lei piano, sfiorandogli la barba. «Ma cazzo se sei sexy.»
Lui ride basso. «E tu sei più audace di quanto immaginassi. Mi hai sorpreso sul treno.»
La tensione sale piano. Lui le accarezza il collo, le bacia le labbra piano, poi più profondo. Lei risponde, si lascia corteggiare: gli slaccia la camicia, gli graffia il petto tonico, si sfila la felpa restando nuda dalla vita in su, capezzoli duri sotto le sue mani. Si spostano in camera, lui la spoglia lenta, la lecca di nuovo come sul treno ma stavolta senza fretta, la fa venire con la bocca mentre lei gli stringe i capelli. Poi un rapporto classico: lui sopra, entra piano, la riempie con spinte lente e profonde, lei che inarca la schiena, geme il suo nome, vengono insieme in un groviglio di sudore e respiri.
Ma mentre si riprendono, lei sbircia nella borsa di lui sul comodino – aperta per caso – e vede un paio di manette nere, metallo vero, forse dimenticate dal turno.
«Quelle cosa sono?» chiede curiosa, occhi che brillano.
Lui le tira fuori, sorride.
«Strumenti del mestiere. Vuoi vedere come funzionano?»
Lei le prende, gioca con il meccanismo, clic. Prova su un suo polso, ride. Poi, con un ghigno malizioso, gliele mette ai polsi, lo lega alla testata del letto.
«Ora tocca a me» sussurra.
Da lì degenera: lei lo domina, lo stuzzica con tocchi leggeri sul cazzo duro, si siede sulla sua faccia e gli ordina di leccare fino a farla venire di nuovo, lo cavalca lenta ma gli nega il ritmo che vuole. Matteo, legato e sottomesso, scopre di godere immensamente di quella inversione: il controllo perso lo eccita in modo sorprendente, il cuore che batte forte, il corpo che trema di anticipazione, un piacere nuovo e profondo che non si aspettava. Lei lo porta al limite più volte, alla fine lo fa esplodere solo con le dita dentro di lui, preme sul punto giusto mentre lo guarda negli occhi, e lui viene urlando il suo nome, spasmi che lo scuotono come mai prima.
Quando finisce, lei lo slega, si accoccola contro di lui.
«Ti è piaciuto essere mio prigioniero?»
Lui annuisce, ancora ansimante. «Più di quanto pensassi.»
La sera dopo, aperitivo nello stesso bar. Sofia e l’amica al tavolino.
«Allora? Com’è andata col tuo sbirro?»
Sofia sorride lenta.
«Alla grande. Prima chiacchierata, vino, sesso classico – mi ha leccata e scopata come un dio. Poi ho visto le manette nella sua borsa, gli ho chiesto come funzionavano, e da lì… l’ho legato al letto e l’ho dominato fino a farlo implorare. È venuto solo con le dita nel culo, tremava tutto.»
L’amica ride forte.
«Porca troia. E lui?»
«All’inizio ha guidato, ma quando l’ho sottomesso… gli è piaciuto da matti, sorpresa anche per lui. Patetico… e adorabile.»
L’amica scuote la testa, ammirata.
«Quindi in fondo era solo un vecchio sbirro che si credeva figo. Ma cazzo, dall’aspetto è ancora molto piacente, con quella barba e quel fisico. Se rinunci tu, mi faccio avanti io. Gli do una lezione che non dimentica.»
Sofia annuisce piano, sguardo lontano.
«Esatto. Un vecchio sbirro con la lingua d’oro… ma si è arreso come tutti. Però… se mi scrive per un’altra lezione, magari gliela do. O magari ti passo il numero.»
L’amica alza il bicchiere.
«Alla prossima lezione, allora.»
Sofia brinda, ghigno in faccia.
«Alla prossima.»
Fuori la città è buia.
Dentro di lei, brucia ancora tutto.
E sa che non è finita.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Fottere la legge. :

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
