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Completamente Sua - 3 POV


di Membro VIP di Annunci69.it bubi_xham
01.08.2025    |    98    |    0 6.0
"Io sentivo la sua lingua sul mio stesso seme, sulla mia carne ancora viva dentro di lei..."
Il traffico scorreva lento sulla tangenziale.
Nell’abitacolo c’era silenzio. Solo il rumore della pioggia fine e il suono appena percettibile del suo respiro.
Marco guidava con le mani strette sul volante. Gli occhi ogni tanto si posavano sullo specchietto, poi sul suo riflesso. Sudava. Ma non per il caldo.
Elena, seduta accanto a lui, si stava sistemando le calze autoreggenti con gesti lenti e precisi.
Era calma. Calcolata. Terribilmente eccitata.
“Come ti sembra, amore?” chiese lei, tirando su la gonna per mostrare l’elastico nero che le tagliava la coscia.
Marco deglutì.
“Perfetta.”
Lei sorrise, senza guardarlo.
Indossava una gonna stretta grigia, un body trasparente sotto una camicetta bianca, e tacchi altissimi. I capelli raccolti in uno chignon severo, da impiegata elegante.
Non portava mutandine.
“Mi fa impazzire pensare che dovrò farmi scopare da uno sconosciuto mentre tu guardi,” disse, quasi tra sé.
Marco sussultò.
“Non guarderò. Ricordi le regole... mi toglierai la vista.”
Lei annuì. Poi si voltò verso di lui, fredda, autoritaria.
“Tu stasera mi consegni. Niente domande. Niente gelosia. Sei solo il mio tramite. Una comparsa. Se Bubi ti chiede di leccare il pavimento, lo farai. Se ti chiedo di mangiare la mia fica dopo che lui mi ha svuotata dentro, lo farai. È chiaro?”
Marco abbassò lo sguardo. Il cazzo già duro sotto i pantaloni.
“Sì, Elena.”
Lei si tolse un lucidalabbra dalla borsetta e iniziò a passarselo lentamente sulle labbra.
“Allora guida, servo. Il tuo compito inizia tra venti minuti.”

Il negozio di Bubi era chiuso al pubblico.
Saracinesca abbassata. Luci basse. Musica jazz ovattata.
All’interno, Bubi li aspettava seduto su una sedia in pelle, le gambe aperte, la camicia sbottonata sul petto, un bicchiere di vino rosso in mano. Sorriso da lupo.
“Benvenuti,” disse, senza alzarsi. “Lascia pure lì tua moglie.”
Elena non disse nulla.
Entrò con passo sicuro, tacchi che battevano sul pavimento lucido. Si fermò davanti a lui, lo guardò negli occhi e poi si voltò verso Marco.
“Benda.”
Marco si avvicinò e le mise la benda di seta nera sugli occhi.
Quando gliela legò dietro la testa, si inginocchiò automaticamente.
Era iniziato.

POV 1 – Marco
Quando le legai la benda, le dita mi tremavano.
Non per paura. Ma per l’enormità del gesto.
Stavo abdicando. La consegnavo.
Elena era lì, seduta sulla poltrona di pelle, splendida e silenziosa.
Gonna aderente, camicetta bianca ora semisbottonata, tacco dodici che scintillava sotto le luci basse del negozio.
Non vedeva nulla. Ma sapeva che qualcuno la stava guardando. E questo bastava a renderla zuppa tra le cosce.
Bubi sedeva davanti a lei, le gambe larghe, il cazzo già duro sotto i pantaloni.
“Cominciamo piano,” disse. “Sbottonale tutta la camicetta. Fammela vedere.”
Obbedii.
Un bottone. Poi un altro.
La stoffa si apriva come un sipario.
Il seno uscì fuori, teso nel reggiseno nero trasparente. Capezzoli duri come pietre, la pelle d’oca che si propagava lungo le spalle.
Il mio cazzo era una pietra. Gonfio. Dolente. Pulsava contro la zip dei jeans.
“Toglile il reggiseno.”
Lo feci. Con gesti lenti, come se maneggiassi un oggetto sacro.
I seni di Elena rimbalzarono liberi. Erano perfetti. Gocce piene e pesanti, con capezzoli rosa scuro, tesi verso di lui.
Lei non parlava. Non si muoveva. Era perfetta.
“Aprile le gambe. Toglile la gonna.”
Mi inginocchiai. Tirai giù la zip. Le sfilai la gonna con lentezza, rivelando le cosce nude, le labbra umide della figa rasata perfettamente.
Non indossava nulla sotto.
L’aveva deciso lei. Era venuta pronta a essere scopata.
“Toccala. Ma non per il tuo piacere. Solo per mostrarmela.”
Allargai le sue labbra con due dita. La figa di Elena era un fiore aperto, rosa, lucida, grondante di voglia.
La tenni così, aperta, in silenzio.
Offrendola.
“Falle succhiare le dita. Voglio vederla prendere in bocca qualcosa prima del mio cazzo.”
Mi alzai. Le portai due dita bagnate alla bocca.
Elena le prese con naturalezza, le succhiò piano.
La lingua avvolgeva le nocche. Gemette appena.
Io ero sull’orlo. Il cazzo mi tirava così tanto che faticavo a respirare.
“Adesso piegala in avanti. Fammela mostrare da dietro. Voglio vedere il suo culo.”
Le presi i fianchi. Elena si alzò, si girò, si piegò senza dire una parola.
Il culo alto, bianco, pieno, aperto davanti a lui.
La figa gocciolava.
Una goccia cadde sul pavimento.
Bubi si alzò.
“È ora. Passa la benda.”
Elena si voltò, con calma. La bocca un po’ lucida.
Prese la benda. Si avvicinò a me.
“A terra. Ginocchia. Testa bassa.”
Obbedii. Lei mi accarezzò i capelli, poi mi legò la benda con un nodo deciso.
“Ora non vedi più nulla, servo. Ora sei solo un orecchio. Un corpo inutile. Godrai col cuore, non con gli occhi.”
Il buio era totale. Ma l’erezione no.
Il cazzo mi batteva contro l’addome, duro da farmi male. La punta era già bagnata.
E lo sapevo. Lo sapevo che stava per iniziare.
Sentii il rumore del tessuto che si abbassa.
Il suono inconfondibile di un cazzo che si struscia tra le labbra di mia moglie.
“Apri bene, troia,” disse Bubi.
Poi il gemito.
E la penetrazione.
Mia moglie presa, finalmente, da un altro.
Io inginocchiato. Cieco. Il cazzo che mi pulsa, e il cuore che esplode di vergogna e godimento.

POV 2 – Elena
La seta della benda mi stringeva appena.
Non vedevo nulla. Ma sentivo tutto.
Sentivo l’aria fresca sulla pelle quando la camicetta veniva sbottonata.
Sentivo il tremore delle mani di Marco mentre scopriva il mio seno.
Sentivo lo sguardo dell’altro posarsi su di me. Caldo. Invadente. Come una mano invisibile che mi accarezzava la figa da lontano.
Il reggiseno scivolò via. I capezzoli erano già duri. Li sentivo tirare, quasi dolere.
Le gambe leggermente divaricate, la bocca aperta. Respiravo piano, ma dentro ero in fiamme.
Sapevo che stavo venendo esibita.
Sapevo che un uomo sconosciuto stava guardando il mio corpo nudo mentre mio marito lo mostrava con orgoglio.
E mi bagnavo. Senza controllo.
Quando Marco mi aprì la gonna, sentii l’aria tra le gambe.
Non avevo mutandine.
Lo avevo deciso io. Perché volevo che mi vedessero pronta.
Volevo che la mia figa fosse facile da usare.
Mi toccò. Mi aprì. Sentii due dita divaricare le mie labbra.
Poi il silenzio. Uno di quei silenzi densi, carichi di tensione.
Stava mostrando la mia figa come un trofeo.
E io, bendata, non potevo vedere quanto fosse aperta.
Solo immaginarlo mi fece tremare le cosce.
Poi le sue dita nella mia bocca.
Sapevo che erano sporche della mia figa. Le succhiai piano.
Con gusto. Con lentezza. Perché volevo eccitarlo ancora di più.
Poi la voce.
Non quella di Marco.
L’altra. Profonda. Ruvida. Dominante.
“Piegala. Voglio vedere il culo.”
Mi voltai da sola. Mi piegai in avanti, offrendomi.
La pelle tirata. La figa esposta. Il culo aperto.
Sapevo che ora stava guardando tutto. Che stava scegliendo da dove prendermi.
E io volevo essere presa.
Poi il gesto che aspettavo.
“Passami la benda.”
Mi voltai. Marco era lì, in ginocchio. Lo accarezzai come si fa con un animale obbediente.
Gli legai la benda. Forte.
“Ora non vedi più nulla, servo. Ora tocca a me godere. E a te servirmi.”
Mi alzai.
Sapevo che lui era ancora lì, inginocchiato, con il cazzo duro e il cuore in gola.
Sentii l’altro muoversi. Un rumore metallico. Una zip.
Poi una mano sulla mia nuca. Forte. Sicura.
La punta del suo cazzo sulle mie labbra.
Era enorme. Caldo. Vivo.
Lo presi in bocca senza esitazione.
Lo succhiai lentamente. Sentivo la pelle tesa, il sapore salato.
Mi penetrava piano, poi sempre più in fondo.
Mi stava scopando la gola mentre mio marito ascoltava.
Poi mi sollevò per le anche. Mi piegò contro il divano.
La punta di nuovo contro la figa.
E poi… entrò.
Duro. Lento. Profondo.
“Finalmente sei mia,” sussurrò con voce roca.
Mi penetrava con forza. Il cazzo che entrava fino in fondo. Le mani che mi stringevano i fianchi come maniglie.
Ogni spinta mi faceva urlare.
Mi sbatteva davanti a mio marito.
Mi usava come puttana.
E io godevo. Come mai avevo goduto prima.

POV 3 – Bubi
Quando li ho visti entrare, sapevo già tutto.
Marco con lo sguardo basso, cazzo duro sotto i jeans, pronto a farmi da burattino.
Elena… no, Elena era un’altra cosa. Camminava come una che sapeva di essere al centro. Come una troia sacra.
Era lì per me. E si era vestita come volevo.
Ho aspettato che lui la bendasse. Che la camicetta venisse aperta, il reggiseno sfilato, le gambe scoperte.
Ho visto la pelle d’oca. I capezzoli duri. Il fiato corto.
Ho visto una donna bagnarsi per l’umiliazione.
E ho deciso che avrei fatto durare il gioco.
Gli ho ordinato di aprirla. Di mostrarmela.
L’ha fatto bene, quel servo. Con lentezza, con precisione.
Mi ha offerto sua moglie con due dita.
Mi ha fatto succhiare le dita che odoravano della sua figa.
Quel cazzo gli batteva sotto i pantaloni come una bestia in gabbia.
Lo vedevo stringere la mascella. Lottava per non venire. Solo guardando.
Poi ho voluto il culo.
“Piegala,” gli ho detto.
E lei si è piegata come un regalo pronto da scartare.
Figa aperta, culo perfetto, schiena tesa.
Così esposta, così finta ingenua. Così mia.
Poi il passaggio.
La benda è passata a lui. E lì il potere ha cambiato casa.
Elena gli ha ordinato di inginocchiarsi.
Gli ha coperto gli occhi. Gli ha spento il mondo.
“Ora sei solo un servo cieco.”
Perfetto.
Mi sono alzato. Lento. Ho slacciato i pantaloni. Il cazzo mi usciva teso, rosso, gonfio.
Le ho preso la testa.
“In bocca.”
E lei ha preso. Senza esitazione. Lenta, profonda, brava.
Una bocca allenata alla sottomissione.
Poi l’ho piegata.
Le ho allargato le gambe. La figa era fradicia, lucida, aperta.
Le sono entrato dentro con una spinta secca. Fino in fondo.
E lei ha gemuto come se aspettava solo quello da giorni.
L’ho presa. Davvero.
Forte. Duro. Senza freni.
Ogni spinta era uno schiaffo. Ogni colpo un insulto alla sacralità del matrimonio.
Lei godeva. Urlava. Lo faceva apposta. Perché sapeva che il marito la sentiva.
E non poteva fare nulla.
Ho cambiato posizione. Le ho afferrato i capelli, le ho sbattuto il viso contro la pelle del divano, le ho messo un piede sulla testa.
“Stai giù, troia. Tuo marito ascolta. Falle sapere quanto ti piace.”
E lei ha urlato. Ha squirtato. Ha tremato.
Io sono venuto sulla sua schiena, abbondante, caldo.
Le ho tirato via i capelli dal viso.
“Vai. Serviti.”
Era il momento. L’epilogo.
Quello che avevo deciso fin dall’inizio.

Il silenzio dopo lo scoppio.
Solo il respiro affannato di Elena, piegata in avanti, la schiena ancora calda del mio sperma, il culo rosso dalle mie mani.
Io in piedi, cazzo ancora semi-duro, lucido di umori misti.
Marco, in ginocchio, bendato. La bocca socchiusa, il corpo teso.
Elena si voltò verso di lui.
Gli sfilò la benda con calma.
Gli prese il viso tra le mani.
Gli sorrise. Ma non con dolcezza.
Con superiorità.
“Guarda cosa mi ha fatto. Guarda cosa sei costretto a servire.”
Lui guardava. Gli occhi fissi sulla schiena sporca, sulle cosce tremanti, sulla figa ancora aperta, gocciolante del mio seme.
“Inginocchiati. E comincia.”
Si abbassò. Senza fiatare.
Io mi sedetti sul divano. Gambe aperte. Il cazzo sporco, appoggiato sul ventre.
Elena si avvicinò a me, salì a cavalcioni sulle mie gambe, mi baciò.
Un bacio profondo, viscido, con la lingua affamata.
Mi baciava con l’intensità di una donna che ha appena trovato un padrone.
Intanto Marco leccava.
Cominciò dalla schiena, raccogliendo il mio sperma con la lingua.
Lo ingoiava piano, in silenzio.
Poi scese verso il culo, leccando le cosce, la pelle umida, ogni traccia dei nostri umori.
Infine arrivò alla figa.
A quella figa spalancata, piena.
La leccò piano. Poi più forte. Poi con avidità.
Io sentivo la sua lingua sul mio stesso seme, sulla mia carne ancora viva dentro di lei.
Elena gemette.
“Bravo. Pulisci tutto. Fallo bene, o non sentirai mai più la mia voce.”
Lui obbedì. Leccava. Succhiava. Puliva.
Un marito ridotto a detergere la figa di sua moglie dopo che un altro l’ha scopata.
Io e lei continuavamo a baciarci.
Lei si muoveva ancora sulle mie gambe, sfregandosi piano sul mio cazzo sporco, bagnandolo con la lingua, facendomelo tornare duro.
Marco stava sotto. Come un cane.
Quando finì, restò lì. Con la bocca sporca. Il viso umido. Gli occhi persi.
Elena si voltò verso di lui.
“Hai visto cosa vuol dire essere nostra proprietà?”
Io lo guardai.
Poi le presi il mento, la baciai ancora più forte.
E mentre ci limonavamo come animali, lo sentivamo respirare a bocca aperta.
Pronto, per la prossima volta.

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