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Lui & Lei

La legge di Murphy


di Membro VIP di Annunci69.it gleeden
23.06.2026    |    448    |    1 9.4
"Quando invece un piatto è curato, cotto a puntino, bello alla vista, allora sì che l’amore ha un sapore autentico..."
Da sempre la mia vita è stata costellata da una sfilza di sfortune, una dietro l’altra. Non c'è stato periodo in cui qualcosa non andasse storto. Come una pallina poggiata su un piano inclinato, la mia esistenza ha sempre avuto una sola direzione: il basso.
La mia forza e la mia determinazione, però, mi hanno sempre permesso di risalire dalla palude della sfortuna, magari con qualche osso rotto, ma ancora viva. Queste esperienze mi hanno temprata come persona, e soprattutto come donna. Ora che ho trentasette anni, sembra che la malasorte si sia un po' stancata di me. Certo, ogni tanto l'auto decide di non partire da sola, oppure il cellulare cade esattamente nell'unico punto che lo manda in frantumi, nonostante le mille cover. Le mie colleghe sostengono che io abbia una calamita per la sfiga. Ma finché si tratta di oggetti che si rompono, posso ancora farcela. Temo più le crepe dell’anima che le ossa rotte. O peggio: il cuore, consegnato nudo a un amore senza nome.
E in amore, infatti, non è mai andata bene. Timida e insicura, ho avuto il talento innato di scegliere uomini incapaci persino di reggersi in piedi da soli. Nessuno che avesse il coraggio di lanciarsi davvero. La mia storia più lunga è durata sei mesi. Lui si chiamava Fabio: un mammone patologico, uno di quelli che si faceva stirare le mutande dalla madre. Abbiamo fatto l’amore quattro volte in tutto e non ho mai raggiunto un orgasmo vero. Era frettoloso, metodico, sempre uguale: io sotto, lui sopra. Dopo che eiaculava, mi toccava rifugiarmi in bagno per cercare un minimo di piacere. Non mi toccava, diceva che lo disgustava sfiorarmi dopo che il suo sesso era “passato” di lì. L’ho lasciato pochi giorni dopo il nostro ultimo incontro: ormai era chiaro che da una storia così non avrei ottenuto nulla.
Mi chiamo Sabrina. Per le mie amiche sono “Sabrina - Vita da Strega”. Ma a differenza della serie, non ho alcun potere. O forse uno ce l’ho: attirare il peggio del genere maschile.
Da quasi dieci anni lavoro per un'azienda che si occupa di forniture ospedaliere. Durante il Covid lavoravamo dieci ore al giorno, ogni giorno. Il periodo più intenso della mia vita. Lavorativa, s’intende.
Con gli uomini, invece, è sempre un fallimento. Non ho mai trovato l’amore vero. A questo punto della mia vita, mi accontenterei anche solo di un uomo che sappia regalarmi piacere autentico. Voglio orgasmi veri, non sospiri spezzati o illusioni a metà. Dell’amore ho fatto un ricordo sepolto.
Nel poco tempo libero mi dedico a corsi serali. Yoga, manipolazione della creta, sommelier… Ma col vino è finita che invece di degustarlo lo scolavo. Ora, su consiglio di una collega, mi sono iscritta a un corso di cucina creativa. Lo so, rischio di finire con cinque chili in più, ma ci provo.
Il primo incontro è stasera. Dieci lezioni a cadenza settimanale. Sono emozionata, come sempre quando inizio qualcosa che so già finirà in un disastro. Il corso si tiene nelle cucine di un ristorante di Monza. Lo chef, R. Mainetti, dedica il suo giorno di chiusura a insegnare. Lo slogan del corso? “Imparare a mangiare con gli occhi.” Banale, certo, ma ho sentito di peggio. E poi mi incuriosisce una cosa: com'è che questo uomo lavora sette giorni su sette senza mai staccare? Dormirà nel suo ristorante?
Arrivo puntuale alle 21. Ci sono altre sette persone che aspettano di entrare nelle cucine insieme a me. Tre di questi sono uomini, due più attempati, l'altro credo abbia più o meno la mia età. Le donne, me compresa, spaziano dai venti ai sessant'anni. Un gruppo variegato, per età almeno. Spero che lo sia meno nella passione per la cucina. O, nel mio caso specifico, per il cibo.
Non sono mai stata filiforme. Ho sempre avuto un filo di pancetta e non sono nemmeno alta. Ma ho due seni sodi, di quelli che stanno in piedi da soli, e un viso che definiscono particolare: occhi grandi, curiosi, labbra carnose. Quelle, insieme al mio seno, avrei voluto sfruttarle meglio. Ma per la legge di Murphy, quando pensi di aver toccato il fondo di una relazione, non sei nemmeno vicina: scavi ancora, fino al nucleo rovente dei tuoi fallimenti.
Mi piace, però, prendermi cura di me. Capelli sempre in ordine, manicure e pedicure ogni dieci giorni. E pelle liscia ovunque. Ho un appuntamento fisso dall’estetista per estirpare ogni pelo superfluo dal collo in giù. Praticamente lavoro per pagarmi il restauro continuo di un corpo esposto nella mostra permanente del museo dell’insuccesso.
Stasera, però, ho deciso che questo corso non sarà l’ennesimo esperimento sociale dove finisco per fare la figura della psicopatica combina-guai. Come al corso da sommelier, dove mezza ubriaca feci cadere quattro bottiglie da 115 euro l'una. Avrei preferito scolarmi quel vino lentamente piuttosto che raccoglierlo con la carta assorbente. Che figuraccia!
Ci fanno accomodare. La cucina è enorme, con quattro grandi tavoli d’acciaio disposti al centro. Ai lati, per ogni postazione, ci sono coltelli affilati, taglieri, pinze di cui non conosco ancora l’uso.
Lo chef Mainetti si presenta con la divisa del ristorante. Avrà circa cinquant’anni, denti bianchissimi e un portamento sicuro che lo rende, a suo modo, affascinante.
«Buonasera a tutti, grazie per essere qui. Il corso durerà venti ore, suddivise in dieci incontri. Lavoreremo con materie prime semplici ma di qualità, e impareremo a rendere bello ciò che è buono. Perché, prima ancora che al palato, un piatto parla agli occhi e all’olfatto. La bellezza di un piatto è la sua prima promessa di piacere.»
Ha una voce calda, che riempie lo spazio senza invadere. Già mi ha messo appetito e non ho ancora tagliato niente.
«Bene, ora disponetevi a coppie. Sui vostri tavoli troverete un tagliere in polietilene e un coltello Santoku. Inizieremo dalle cipolle.»
Mi sistemo al secondo tavolo da sinistra e accanto a me si piazza il ragazzo della mia età. Fortuna!
«Ciao, io sono Sabrina.»
«Ciao Sabrina, io sono Lorenzo. Buon corso!»
«Grazie, altrettanto!»
Lo chef distribuisce sei cipolle a ciascuno. Sono diverse per forma e colore. Ci spiega che la cipolla ci fa piangere a causa di una sostanza, l'allinasi, che si sprigiona tagliandola. Un meccanismo di difesa contro erbivori, funghi e batteri.
Ci mostra come impugnare il coltello e disporre le dita per affettare senza schiacciare. Più schiacci la cipolla, più l’allinasi si libera. Serve precisione, attenzione… e un coltello molto affilato.
La mia prima cipolla è un disastro. I pezzi sembrano passati in un tritarifiuti. E io piango come se avessi appena battuto il mignolo contro lo spigolo del tavolo, cosa che mi capita almeno una volta alla settimana.
Lorenzo, invece, è preciso e lento. Ha mani forti e curate, e soprattutto non versa una lacrima. Lo osservo in silenzio e cerco di replicare i suoi movimenti. Alla quinta cipolla riesco a tagliarla decentemente, e senza piangere.
Due ore volano. Dopo le cipolle tocca alle carote: bianche, arancioni, viola, gialle, rosse. Un arcobaleno. Scopro che anche la dolcezza cambia. Ne mangio di nascosto almeno sei/sette. Le bianche sono le mie preferite.
Come al solito, esagero. Non riesco a fare nulla senza incasinare tutto. Che sia io stessa l'artefice delle mie sfighe?
Lorenzo è più disciplinato. Oltre alle mani, ha due spalle possenti e un culetto sodo niente male. L'avrà notato che lo guardo? Spero di no. Anche se poi vedo i suoi occhi cadere sul mio décolleté. Avevo scelto una maglia scollata. Faccio la finta tonta, ma so bene di avere un seno invidiabile. Con tutto quello che spendo dall'estetista, qualcosa dovrò pur mostrare!
Concludiamo la serata con le patate. Otto varietà diverse. Il coltello si comporta in modo differente con ognuna, in base alla quantità di amido. Affetto con attenzione, sbuccio con lentezza. Ma mentre sbuccio l’ultima, un pensiero sconcio mi attraversa la mente: mi farei pelare volentieri da quelle mani di Lorenzo. E mentre lo penso, un fremito mi attraversa, umido e sfrontato, tra le cosce.
Sabrina, piantala. Sei qui per cucinare, non per farti “impiattare” da un corsista. Ma la fame di affetto è peggio di quella allo stomaco, dove le carote stanno già lottando per lo spazio. Le ho mangiate tutte. Un crampo improvviso mi piega in due e il coltello mi sfiora un dito, facendolo sanguinare.
Lorenzo se ne accorge subito. Con gesti rapidi e premurosi mi aiuta a disinfettarlo e a metterci un cerotto che lo chef ci aveva dato in dotazione. I nostri sguardi si incrociano. Ha occhi belli, profondi. E quel languore che prima era solo una sensazione vaga, ora diventa un fiume in piena. Altro che farmi pelare. Vorrei farmi cucinare tutta da lui. Oh cavolo, si sarà accorto che sto sbavando sotto?
Il taglietto brucia, ma meno del desiderio che mi incendia il basso ventre. Sabrina, respira. Non rompere nulla. Non distruggere gli accessori costosi dello chef. Oggi la legge di Murphy non deve vincere.
Quando pensi che la peggior sfiga della serata sia il taglietto, sbagli. Perché la vera sfiga ha un nome: Sabrina.
Per la legge di Murphy, il peggio è scivolare su una buccia di patata finita a terra e, nel tentativo di non cadere, aggrapparsi ai pantaloni del compagno di corso. Proprio lì, in mezzo. E scoprire che quell’uomo ha un pene di tutto rispetto. No, che dico, un membro monumentale.
Tra risatine imbarazzate e mille scuse, il pensiero di quell’arnese sotto i pantaloni mi prosciuga ogni energia, concentrandola tutta lì. Dove sarebbe accolto con gratitudine, calore e forse anche una standing ovation.
Finita la lezione, riponiamo gli utensili e usciamo. Io, ancora in imbarazzo, torno a casa in pieno bollore. Non credo sia la vergogna, ma l’effetto collaterale dell’incontro ravvicinato del terzo tipo con quel... capolavoro anatomico.
Mi butto sotto la doccia. Devo spegnere il fuoco, lavare via l’odore di sesso che emano senza nemmeno averlo fatto. Ma non ci riesco. I pensieri mi guidano la mano, e quella mano va dove sa che troverà la risposta. È un chiarimento lungo, profondo, accompagnato da un gemito neanche troppo contenuto. L’orgasmo arriva con la forza di un’onda e mi lascia tramortita sotto il getto caldo.
La notte passa in un sonno profondo. Ma al risveglio, ho un chiodo fisso: si chiama Lorenzo.
La settimana, invece, non passa mai. L’attesa del secondo incontro mi logora. Cerco di distrarmi col lavoro, ma la sera, a casa, mi ritrovo a immaginare le cose più impensabili con quell’adone peccaminoso. Le mani si posano spesso sui miei seni, sempre turgidi, e il languore al basso ventre è una costante. Sotto la doccia, quel languore si trasforma in un rito quotidiano. Le dita scavano, si immergono in fantasie che hanno un solo protagonista: Lorenzo.
Finalmente arriva il secondo incontro. Stavolta, lo chef sceglie lui le coppie ai tavoli. E per la legge di Murphy, Lorenzo è lontano da me. Ma mi guarda, tra un taglio e l’altro, e ogni suo sguardo è come una carezza che infiamma la mia immaginazione.
Accanto a me c’è una signora logorroica che non smette di parlare. Faccio fatica a concentrarmi. Lo chef interviene, ricordandoci che la cucina è anche disciplina. Il messaggio arriva chiaro e tondo, e la signora si zittisce. La lezione prosegue senza troppi incidenti, a parte un pomodoro che, per una misteriosa forza gravitazionale, rotola fino ai piedi di Lorenzo. Come se il mio stesso corpo, trasfigurato in frutto, cercasse di raggiungerlo.
All’uscita, Lorenzo si intrattiene con gli altri. Mi saluta con un cenno della mano, gentile ma distante. Un gesto che ha il sapore amaro di un arrivederci troppo lungo.
Il mancato approccio mi lascia in uno stato febbrile. Ho una voglia incontrollata di spaccare qualcosa, di sfogarmi. E infatti, nel lasciare il parcheggio del ristorante, faccio centro con il paraurti contro uno di quei panettoni gialli che spuntano dal nulla. Cinquecento euro di danni. Legge di Murphy, niente da aggiungere.
La settimana successiva è anche peggiore. Se l’appetito vien mangiando, il digiuno del secondo incontro mi ha messo addosso una fame quasi oscena. Lorenzo è fisso nei miei pensieri, tanto che a un certo punto mi sembra attraente persino il corriere cinquantacinquenne dell’ufficio. E vi assicuro: pancione, zero capelli e odore discutibile. Sì, il mio ormone è fuori controllo.
Al terzo incontro mi presento con una camicetta che lascia ben poco all’immaginazione. Prima arrivano le mie tette, poi io. Sono in tiro come per un matrimonio, anche se l’unica unione a cui penso è quella tra me e il mio adorato corsista.
Lo chef ci guida nella preparazione di un branzino al sale con julienne di verdure. Lorenzo è al tavolo di fronte, meglio che niente: posso mangiarlo con gli occhi. Nel pulire il pesce mi rendo conto che la scollatura ha colpito. Non solo lui, ma anche lo chef che si aggira spesso dalle mie parti. Sarà la camicetta o il fatto che il pesce mi scivola di mano ogni due minuti?!
Finisco di pulire quando gli altri hanno già infornato. Recupero col taglio delle verdure, cercando di non perdermi nel sorriso di Lorenzo. Finalmente impiatto: verdure fumanti, branzino perfetto. Lo chef è soddisfatto. Anche io lo sono. Ora capisco: si mangia prima con gli occhi. E qualcuno, da due ore, mi sta mangiando con lo sguardo.
Puliamo tutto e ci dirigiamo verso l’esterno. Lorenzo si ferma accanto a me, visibilmente felice di avermi vicino. E ci credo, con queste tette che sembrano voler fuggire dal mio corpo.
«Hey Sabrina, sei stata brava. Hai fatto un piatto bellissimo stasera.»
«Grazie Lorenzo, troppo gentile. Anche il tuo non era niente male.»
Volevo aggiungere "Tu sei perfetto", ma prima di fare una delle mie, mi mordo il labbro e mi trattengo.
«Sai se lo chef ha un profilo Instagram? Mi piacerebbe seguire le sue creazioni.»
Un amo buttato a caso, per vedere se abbocca. Lorenzo tira fuori il cellulare e, mentre cerca il profilo del ristorante, con la coda dell’occhio riesco a sbirciare il suo. Geniale! Merito una laurea in voyeurismo.
«No, non ha un profilo personale, ma puoi seguire quello del ristorante. Io lo seguo dall’inizio del corso.»
Oh, amore ingenuo, così mi rendi tutto più facile. Seguirò il ristorante e poi, tre secondi dopo, seguirò te. Come ti seguirei a casa ora, per servirmi io stessa su un letto.
Ci salutiamo. Sono talmente elettrizzata per la nuova missione da compiere, che mi dimentico della mia sfortuna cronica. Magari stasera nulla andrà storto.
Ovviamente no. Per la legge di Murphy, succede ciò che deve succedere: mentre salgo in macchina, il cellulare mi cade come una pera cotta e si spiaccica a terra. Vetro frantumato e telefono morto. Il danno è totale. Ma più del danno economico, a turbarmi è l’impossibilità di iniziare subito a "tampinare" Lorenzo su Instagram.
La mattina dopo corro in un negozio di elettronica e compro un modello non troppo costoso. So già che avrà vita breve. In ufficio, tra una finta e-mail e l’altra, configuro tutto. Per fortuna il backup del cloud funziona.
Appena pronta, seguo il ristorante e poi Lorenzo. Ma il suo profilo è privato. Dannazione. Tocca aspettare l’approvazione. Riuscirò a non distruggere nulla nel frattempo?
Passa un giorno. Poi un altro. Niente. Comincio a pensare che io non gli piaccia. Già mi immagino sola sul divano a piangere per l’ennesimo fallimento.
Nel tentativo di non impazzire, decido: stasera non guarderò il cellulare. Lo spengo. Peccato che a ogni scatto di razionalità ne seguano dieci di pura curiosità. Nulla. Lorenzo è silente. Forse non è uno da social.
Due giorni dopo, finalmente la notifica: la richiesta è stata accettata. Il suo profilo ha poche foto, quasi tutte estive. Ma in un paio di scatti in costume, il mio sguardo si perde tra petto e fianchi. Mi si allappa la bocca. Metto like. Da qualche parte bisogna pur cominciare.
Lo stalkeraggio elegante prosegue. Un giorno, commento una sua foto. Funziona: risponde subito. Parliamo di vacanze, di luoghi, di tramonti. Ma io ho un altro posto in mente da suggerire: il mio letto. Me lo tengo per me. Per ora.
Gli do appuntamento al corso, per vedere se scrive di sua iniziativa. Non lo fa. Prende tutto alla lettera. Pazienza.
Arriva il quarto incontro. Stavolta prego che lo chef mi metta accanto a Lorenzo. E per una volta, accade. Non sono in tiro come la volta prima, ma la mia canotta semplice valorizza comunque il mio petto. Lo vedo gettare uno sguardo furtivo. Quando i suoi occhi si abbassano sui miei seni, ho un sussulto.
Per questo quarto incontro, lo chef ci lascia cucinare ciò che vogliamo, promettendo di mostrarci poi una versione migliorata del nostro piatto usando gli stessi ingredienti. Una lezione sul concetto che anche con gli stessi colori e pennelli, si può creare un'opera d'arte completamente diversa.
Io scelgo il risotto alla milanese. Classico, semplice. Voglio vedere come lui riuscirà a renderlo speciale. Lorenzo invece si butta su una tagliata di manzo con insalatina di verdure scottate al vapore. Intrigante, come lui.
Preparo il mio risotto seguendo ogni passaggio con precisione. Lo chef mi consiglia solo di filtrare bene il brodo di verdure. Dopo quindici minuti di cottura e mantecatura, sono pronta per l'impiattamento. Uso un coppapasta: il risotto forma un disco perfetto. Al centro, un piccolo ciuffo di menta. Mi sembra bello. Mi sembra buono.
Poi interviene lo chef. Prende una porzione del mio risotto, la versa su un piatto ampio, due colpetti sotto e il riso si distribuisce uniformemente. Poi frulla le verdure del brodo con altro zafferano, creando una cremina rossa e densa. La versa a spirale sul risotto, aggiunge foglioline di menta sparse con eleganza. Il mio piatto, trasformato in una tela. Ora sì che si mangia con gli occhi.
Anche Lorenzo osserva stupito la trasformazione della sua tagliata in un mosaico cromatico di carne e verdure. I nostri sguardi si incrociano. E in quel momento, non vedo solo l’uomo che mi attrae, ma un compagno di scoperta. Questo corso comincia a cambiarmi.
Finita la lezione, restiamo a parlare quasi un’ora fuori dal ristorante. Alla fine, ci ritroviamo soli, io e lui, nel parcheggio illuminato da una luna quasi piena. Lorenzo mi accompagna all’auto. Quando mi saluta, mi bacia sulla guancia. Un bacio tenero, carico di promesse. Profuma di rose, di viole. Di sesso. Tanto sesso.
Nell’androne di casa, mi rendo conto che per tutta la sera non ho pensato alla sfortuna. La legge di Murphy è rimasta fuori dalla porta. Forse il trucco è proprio questo: non pensarci. Forse, con un uomo come Lorenzo, potrei persino essere felice.
Sto per entrare in casa quando noto una busta nella cassetta della posta. Verde. Maledizione. Una multa. Dove? Quando? Perché proprio stasera?
Ma la delusione è piccola, rispetto alla luce che mi porto addosso. Mi addormento con un sorriso, e un piano: usare la chat di Instagram per avvicinarmi ancora un po’ di più.
La settimana vola tra messaggi, complimenti, battute e idee per ricette da provare. Me lo sto "cucinando" a puntino. O forse è lui che cucina me, perché comincio a sentirmi sempre più attratta. Mi ero ripromessa di non metterci il cuore, solo il corpo. Ma ogni volta che arriva una notifica, il cuore ha un sussulto.
Sto per farmi male, lo so. Ho il talento di rovinare tutto prima ancora di iniziare. Ma devo restare lucida, non sbilanciarmi troppo. Tenerlo un po’ sulle spine. Ma a ogni bip del telefono, le mie buone intenzioni si sciolgono come burro in padella.
Al quinto incontro si parla di carne. Tipi, tagli, cotture. Agnello, pollo, maiale, anatra, manzo. Io, nel frattempo, ho in testa solo un pezzo di manzo: Lorenzo. Quando mi guarda negli occhi, sento il cuore sciogliersi come fonduta.
La lezione è teorica nella prima parte, poi visioniamo i tagli, impariamo a riconoscere la qualità dalle fibre, dalla freschezza dell’odore. Tutto interessante. Ma nella mia mente c’è solo un’idea: cucinare per Lorenzo.
A fine serata restiamo di nuovo a parlare nel parcheggio. Il tempo vola, come sempre. E stavolta, al bacio sulla guancia si aggiunge un mezzo abbraccio. Sono persa. Se mi chiedesse di seguirlo fino in capo al mondo, lo farei. Prima, però, devo liberarmi della sfortuna che mi segue come un’ombra.
Quella sera, miracolosamente, non accade nulla di storto. Non rompo niente, non inciampo, non mi cade il telefono. Non penso nemmeno alla legge di Murphy. E sto bene.
Nei giorni successivi, qualche piccola sfiga quotidiana torna a trovarmi: cibo rovesciato dal microonde, moka esplosa per aver dimenticato il filtro. Ma nulla di grave. Le nostre chat sono sempre più frequenti, quasi a cadenza oraria. E ora voglio lanciarmi. Devo avere il coraggio di chiedergli di vederci prima del prossimo incontro.
Non voglio sembrare quella che ci prova spudoratamente. Ma l’idea del rifiuto mi spaventa. Potrebbe spezzarmi. Eppure, devo provarci. Così gli propongo un aperitivo un paio d’ore prima della sesta lezione.
Quando arriva la notifica, mi costringo ad aspettare dieci minuti prima di leggerla. Cuore in gola. La risposta è questa:
«Ciao Sabrina, volentieri. Però finisco tardi a lavoro. Se invece di un aperitivo andassimo a bere qualcosa dopo il corso?»
Come potrei dirgli di no? Accetto subito. Sono tutta un fremito.
Arriva la sera del sesto incontro. Più che un semplice corso di cucina, ormai ogni appuntamento sembra un passo di danza con il destino. Stavolta porto con me una maglietta di ricambio: aderente al punto giusto, perfetta per esaltare le mie curve.
Lo chef ci fa trovare diversi filetti di carne e una selezione di aromi. Spiega le tecniche: quando usare la fiamma alta, quando salare, come controllare la cottura per evitare carne stopposa o bruciata fuori e cruda dentro. Ogni carne ha i suoi tempi. Bisogna rispettarli.
E io? Sto rispettando i tempi di Lorenzo? Forse corro troppo. O troppo poco. Lo scoprirò stasera, nel dopo corso.
Sono distratta, e lo chef se ne accorge. Mi lancia uno sguardo che significa: "Qui si cucina con amore, ma serve concentrazione". Ha ragione. L’amore superficiale è come l’insalata in busta: pronta, insipida, senz’anima. Quando invece un piatto è curato, cotto a puntino, bello alla vista, allora sì che l’amore ha un sapore autentico.
Quelle parole mi toccano. Ripenso alla mia famiglia, a mia sorella che non sento da tempo. Devo chiamarla. E poi penso a Lorenzo. Se cucinassi per lui, lo farei con tutto l’amore possibile.
La lezione finisce. Mi cambio velocemente in bagno: la maglietta aderente fa il suo effetto. Ci dirigiamo, ognuno con la propria auto, verso un pub in centro.
La serata scivola via tra sorrisi, sguardi e bicchieri che tintinnano. I cocktail allentano ogni tensione, sciolgono le parole e i desideri. Le sue mani sfiorano le mie. Le sue labbra… così vicine, così proibite. Vorrei scioglierle in bocca come il più raro dei cioccolatini, con la pazienza di chi sa gustare ogni secondo del peccato. E lui, a un certo punto, inizia a mordersi il labbro. Quel gesto mi manda fuori di testa.
È quasi l’una quando decidiamo di andare. Sono stanca, ma felice. Quando ci salutiamo nel parcheggio del pub, mi abbraccia. Poi un bacio sulla guancia. Troppo vicino alla bocca. Troppo tenero. Troppo breve. Allora prendo coraggio. Prima che si stacchi, gli prendo il viso e gli stampo le labbra sulle sue.
Lui non si ritrae. Anzi. Mi accoglie, dolce e deciso. Le sue labbra sono morbide, umide. Sanno di alcool e di attesa. Le nostre lingue si cercano, si trovano. Mi sento avvolta dal suo corpo tonico, dal suo respiro che si fonde al mio battito accelerato.
Non so quanto restiamo così. Ma in quel bacio c’è tutto: desiderio, promesse, carezze taciute. Il mio sesso è in subbuglio. Sono colpevole, Vostro Onore. Colta in flagranza di desiderio. Ma la sentenza non arriva. Non stasera.
Ci salutiamo con un altro sorriso, un’altra carezza. Speravo in un epilogo diverso, ma va bene così. Torno a casa esausta, ma orgogliosa. Più mi avvicino a Lorenzo, meno sento il peso della sfortuna. Che sia lui il mio portafortuna in carne e ossa?
Dopo una doccia bollente intrisa di pensieri libidinosi, mi abbandono al letto, scivolando in un sonno profondo dal sapore dolce e sfacciatamente felice.
Nei giorni successivi ci scriviamo ancora. Come prima, forse più di prima. Ma nessuno accenna al bacio. Come se nulla fosse successo. Un corteggiamento lento, raffinato, quasi estenuante. Eppure, pieno di promesse.
Lontano da lui, la legge di Murphy torna a farsi sentire. Aspirapolvere rotto, lavandino che perde, l’auto che fatica ad accendersi. Due mattine su tre sembra morta. Ma con Lorenzo nei pensieri, tutto diventa più leggero.
Il corso sta per finire. Mi domando: ci sarà un “dopo”? Ho paura anche solo a pensarlo. Cosa sono per lui? Non lo so. Non sono certo una cuoca provetta. Non sono la sua donna. Sono... confusa. Ma un po’ felice.
Anche stasera, dopo il corso, Lorenzo mi invita a bere qualcosa. E stavolta è lui a proporlo. Speranze, timori, desideri: tutto si mescola.
Lo chef ci assegna un piatto da preparare a quattro mani: filetto di manzo ai quattro pepi con purea di patate e carote di diversi colori. Un piatto che gioca sui contrasti: dolcezza, sapidità, piccantezza.
Lavoriamo benissimo insieme. Il piatto è una sinfonia. E mentre ne parliamo poi, al pub, gli occhi di Lorenzo brillano. Lo bacio. Senza pensarci, senza dargli il tempo di capire. Lui risponde con passione. I nostri corpi si cercano, le mani si stringono, il mio perizoma si inumidisce all’istante. Brucio di desiderio.
E come se mi leggesse nel pensiero, si avvicina al mio orecchio e con voce calda, roca, sensuale, mi sussurra:
«Io ti voglio».
Il mio ventre è una tempesta. Il desiderio diventa urgenza. Lo voglio anch’io. Tutto. Subito.
«Ti va se andiamo da me?»
«Sì.»
«Seguimi con l’auto.»
Perfetto. Il destino si compie. La serata prende la direzione sperata. Ma la legge di Murphy non è ancora andata a dormire.
Dopo qualche semaforo, mentre Lorenzo svolta, la mia auto si spegne. E non si riaccende più. Il panico. La disperazione. Il pianto isterico.
Cerco di scrivergli su Instagram con le mani che tremano. Ci metto tre minuti per digitare due righe. Le lacrime cadono anche sullo schermo.
Poi un’auto si ferma dietro di me. Fari accesi. Un colpo al finestrino.
«Sabrina, che succede?»
Lorenzo!
Gli salto al collo. Lo abbraccio forte. Lui chiama il carro attrezzi. In mezz’ora, l’auto è portata via. Restiamo lì, mano nella mano.
«Ti accompagno a casa.»
«Sì, grazie. Non so come avrei fatto senza di te.»
Arrivati sotto casa, ci guardiamo. È tardissimo. Ma il desiderio non ha orologio.
«Lorenzo... doveva essere una serata diversa. Io non ho smesso un attimo di desiderarti.»
Non mi lascia finire. Mi bacia. Un bacio che sa di solerzia, di fuoco. Di bisogno.
«Sabrina, io non ho sonno.»
«Nemmeno io.»
Lo prendo per mano. Entriamo in casa. Il mondo resta fuori. Noi due, soli.
Le sue mani affondano nei miei seni mentre barcolliamo verso la camera da letto. Mi bacia il collo, mi lecca il lobo dell’orecchio, mi fa vibrare dentro. Le luci sono soffuse. Mi spoglia con lentezza e ardore, accarezzandomi ogni curva, come se stesse scartando un regalo prezioso. Rimango nuda davanti a lui, le gambe leggermente aperte, il respiro spezzato, e le nostre bocche si divorano come se avessimo vissuto di astinenza per mesi.
Lo aiuto a togliersi i jeans. Quando cadono, vedo confermata ogni mia fantasia. Il suo sesso è imponente, gonfio, vibrante. Lo prendo in mano, lo sfioro, lo assaggio. È caldo, pulsante, vivo. La mia lingua lo percorre con devozione, avvolgendo la sua lunghezza con movimenti sempre più profondi. Lo accolgo tutto, fino a sentirmelo sfiorare la gola. Geme, le mani tra i miei capelli, mentre io affondo il viso nel suo piacere.
Poi stringo i seni intorno al suo sesso e lo agito con il movimento del mio il corpo. Lo provoco, lo stuzzico. Sento le sue cosce irrigidirsi. Ma lui si trattiene. Mi solleva con forza e mi adagia sul letto. Sale su di me, lentamente, baciandomi l’interno delle cosce, fino a raggiungere il mio sesso, già fradicio.
Mi lecca con dolce violenza. La lingua si insinua tra le labbra, accarezza il clitoride, lo succhia. Mi prende per i fianchi e mi tiene ferma mentre mi fa impazzire. Sento le gambe tremare. Il primo orgasmo arriva così, inatteso, potente, liquido. E lui non smette, anzi, si nutre del mio piacere.
Poi risale, e il suo glande sfiora il mio clitoride. È la porta del paradiso. Entra piano, mi fende con tutta la sua grandezza. Mi spalanca. Lo accolgo con un gemito roco. È grosso, profondo, perfetto.
Il mio corpo si tende, poi si adatta. Inizia a muoversi dentro di me, lento all’inizio, poi sempre più veloce. Le sue mani mi stringono, le nostre bocche si cercano. Mi prende i seni, li bacia, li morde. Poi mi gira di schiena, entra di nuovo, più forte. Lo sento ovunque. Mi prende da dietro, mi afferra per i capelli. Il suo ritmo è una cavalcata sfrenata. Le mie mani artigliano le lenzuola, il piacere mi travolge. Il mio gemito si tramuta in un urlo soffocato, mi mordo il braccio per non svegliare i vicini.
Poi mi tira verso di sé, mi penetra ancora, stavolta mentre sono a cavalcioni sopra di lui. Mi fa salire, scendere, mentre le sue mani mi frustano dolcemente i glutei. Il mio clitoride sfrega sul suo ventre. È troppo. Troppo intenso. Il secondo orgasmo esplode, incontrollato. E lui, dentro di me, si irrigidisce e mi riempie con un orgasmo profondo.
Crollo su di lui. Sudati, esausti, abbracciati. Due corpi avvinghiati. Due anime salve nella guerra dell’amore.
La mattina ha il sapore di cornetti tiepidi e della pelle stropicciata dal piacere. Mi sveglio prima di lui, e lo osservo. Dorme sereno, con una mano posata sul mio fianco nudo. Sorrido.
È successo. Non solo sesso. È successo qualcosa di più profondo, qualcosa che fa vibrare l’anima.
Mi alzo piano, vado in cucina e preparo due caffè. Quando torno, lui è sveglio e mi guarda come se fossi un miraggio. Sembra ancora incredulo. Come me.
Rimaniamo in silenzio per qualche secondo, come se le parole potessero sciupare la magia. Poi, con voce ancora impastata dal sonno, rompe lui l’incanto:
«Hai idea di quanto ti ho desiderata?»
«Ci credo con la stessa forza con cui ti ho desiderato.»
Sorseggiamo il caffè, ci baciamo, ci sfioriamo. E ci tocchiamo di nuovo, ma stavolta con lentezza, con dolcezza. È una fame nuova, consapevole. Non più brama, ma dedizione.
Più tardi, prima che lui esca, mi stringe forte a sé. C’è tenerezza nei suoi gesti, ma anche una forza che non teme più di mostrare.
«Io voglio rivederti. Ma non solo al corso.»
«Anch’io.»

Questo succedeva quattro settimane fa, oggi è l’ultimo giorno di corso. Nel frattempo, io e Lorenzo abbiamo avuto modo di “approfondire” tanto di noi più e più volte nella stessa giornata. Stasera dopo il corso si ferma da me.
Ho sempre creduto che la mia vita fosse governata dalla legge di Murphy. Ma a quanto pare, anche le leggi più inesorabili possono avere un’eccezione.
O forse, finalmente, la sfiga ha trovato un altro bersaglio.
L’ultima lezione ci aspetta stasera. Prima di andare al corso però devo fare un salto in farmacia, ho un continuo bruciore di stomaco che non mi lascia in pace e un sonno che sembra a tratti catatonico. La farmacista, raccolti i sintomi, mi consiglia di evitare pastiglie per il mal di stomaco, mi chiede anzi se il ciclo è regolare.
Due ore dopo io e Lorenzo siamo al corso. Lui premuroso come sempre mi tiene le mani, mi stringe e non mi sento più da sola. Non sarò più sola. Dentro me, una nuova vita prende forma: sono incinta!
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