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Lui & Lei

Notte diversa per gente normale


di Membro VIP di Annunci69.it gleeden
22.05.2026    |    862    |    3 9.4
"Chiamai il lavoro e avvisai che non sarei andato, inventai la scusa di un problema familiare improvviso..."
“Dove il buio sussurra ciò che la luce non osa dire”


Quando il mondo dorme, io veglio. Quando il silenzio si stende come una coperta sulle strade, io cammino. Lavoro come guardia notturna in un centro commerciale da oltre cinquantadue negozi, dove tutto, col buio, si placa, si spoglia di clamore e si riduce all’essenziale: qualche luce fioca, il suono delle mie scarpe sul pavimento e i miei pensieri.
Non è sempre stato così. Anni fa avevo sogni diversi. Ero uno di quelli che sembravano destinati a "qualcosa di più". Forse per il fisico scolpito, le spalle larghe, i pettorali definiti come le statue greche che studiavo di sfuggita nei libri del liceo. Forse per gli occhi, due pozzi neri che molte ragazze non riuscivano a smettere di guardare. Avevo la sicurezza inconsapevole di chi sa di piacere ma non ne fa ostentazione. Avevo diciassette anni e credevo che bastasse poco per conquistare il mondo.
Sono cresciuto in un paese della costa, una lingua di case basse e salmastro incollata tra mare e pineta. Mio padre guidava autobus regionali, mia madre lavorava a casa stirando camicie per le famiglie bene della zona. Non ci è mai mancato il pane, né l’affetto. Ma sapevo che, per cambiare le cose, dovevo puntare in alto. Studiare, allenarmi, farmi strada tra la polvere e la fatica.
La mia adolescenza è stata fatta di giornate intense e notti selvagge. Al liceo ero tra i più popolari: non per arroganza, ma per quella naturalezza con cui affrontavo le cose. Capitava spesso che le ragazze mi lasciassero biglietti nei libri, mi aspettassero all’uscita, o fingessero coincidenze per sedersi accanto a me sull’autobus. Non ero un playboy, ma neppure un santo. Con alcune sono stato tenero, con altre egoista. Ho fatto piangere e ho pianto. Ho imparato che il sesso può essere dolce, ma anche fame. Che il desiderio non chiede il permesso, entra e basta.
C’è stato un episodio che ancora oggi torna nei miei sogni. Avevo diciotto anni. Era estate. Un mio amico, Marco, si tuffò da una scogliera, una di quelle alte, pericolose. Non riemerse subito. Era incosciente, forse aveva battuto la testa. Mi tuffai senza pensarci. Lo raggiunsi, lo afferrai sotto le ascelle e lo portai a riva. Ce la fece. Ma io rimasi lì, sulla sabbia, tremante, con l’acqua salata negli occhi e la consapevolezza che avevo rischiato la mia vita per salvare la sua. Quel giorno capii quanto il confine tra coraggio e follia fosse sottile.
Dopo il diploma mi trasferii in città. Milano. Un monolocale vicino alla stazione centrale, una borsa piena di libri e sogni. Scelsi Giurisprudenza, perché mi piaceva l’idea di dare voce a chi non ne aveva. Di difendere, di convincere, di argomentare. Ma la facoltà era dura. Le giornate si riempivano di codici, sentenze, concetti astratti. E la notte, per non impazzire, disegnavo.
Sì, disegnavo. Era una passione che avevo da sempre. Disegnare mi liberava. I miei soggetti preferiti? Corpi. Nudi femminili. Ma non pornografia, no. Erano studi, esplorazioni della forma, della morbidezza, dell’ombra. Disegnavo le curve di donne reali, le pose delle ragazze che avevo amato, le linee immaginate di quelle che avrei voluto toccare. Ero maniacale nei dettagli: il tratto di una clavicola, la piega di una coscia, la curva lieve dell’ombelico.
Durante l’università, le storie non mi sono mancate. C’erano quelle brevi, consumate in una notte e dimenticate con il caffè del mattino. E c’erano quelle che lasciavano il segno. Come Giulia, studentessa di architettura. Vivevamo a due piani di distanza. Facevamo l’amore spesso, senza regole, ovunque. Sul tavolo da disegno, nella doccia, sul divano sgangherato del mio coinquilino quando era via. Ma lei voleva di più. Io no. E finì.
Col tempo iniziai a sentire il peso delle aspettative. I professori si aspettavano che proseguissi, che facessi carriera. I miei genitori volevano vedermi in toga. Io, invece, iniziavo a chiedermi se fosse quella la mia strada. Ma andai avanti. Mi laureai a ventisei anni, con una tesi sul diritto penale minorile. La discussione fu un successo. Mi applaudirono. Mia madre piangeva come se fossi appena stato nominato ministro della giustizia.
Quella sera, tornai a casa ubriaco. Non di vino, ma di vuoto. Guardai le pareti spoglie del mio monolocale e pensai: "E adesso?". Avevo tutto davanti. E nessuna voglia di iniziare.
Non sapevo che il destino mi stava già preparando l’incontro che avrebbe cambiato ogni cosa. L’inizio di un amore che ancora oggi mi brucia dentro. Ma prima, c’era la fine di un sogno. Quello dell’avvocato.
E il primo sguardo a quella ragazza dalla voce morbida, dietro il bancone di una copisteria.
La copisteria si trovava di fronte all’ingresso secondario dell’università, incastrata tra una piadineria e un negozietto di articoli per la casa. Un locale stretto, con pareti tappezzate di manifesti di concerti, scaffali pieni di risme di carta, odore di toner e plastificatrice sempre accesa. Ci ero passato davanti cento volte, senza mai entrarci. Poi arrivò il momento di stampare la tesi, e varcai la soglia. E lì la vidi.
Claudia.
Era dietro il bancone, seduta su uno sgabello alto, un piede scalzo che dondolava in aria, l’altro infilato in un sandalo consumato. Aveva i ricci biondi raccolti in una coda morbida e un paio di occhiali con la montatura rossa che le cadevano spesso sul naso. Il suo viso non era quello delle copertine: troppo vero, troppo pieno di contrasti. Ma quegli occhi. Blu, profondi, inquieti. Erano lo stesso mare nel quale, anni prima, avevo rischiato di annegare salvando Marco.
«Hai un file?»
Mi chiese, con una voce che sembrava aver letto tutte le mie notti insonni. Glielo diedi.
«Tesi di laurea?»
«Sì. Diritto penale minorile.»
«Dev’essere interessante…»
«Soprattutto per chi non deve leggerla.»
Rise. Un riso roco, spontaneo. Il primo colpo lo ricevetti lì, tra i fogli e l’odore di carta calda. Non so dire quanto restai a fissarla. So solo che il tempo smise di avere senso.
Nei giorni successivi ci tornai con ogni scusa. Avevo bisogno di una copia, di un fascicolo rilegato, di un nuovo toner. Spesso entravo solo per vederla, per sentirla parlare. Ogni volta era come se il locale si svuotasse e ci fossimo solo noi due. Le raccontai della mia passione per il disegno, quella ricerca della perfezione del corpo femminile.
Fu lei, alla fine, a spezzare l’attesa.
«Hai mai provato a disegnare qualcuno che conosci?»
«Sì.»
«Disegneresti me?»
La domanda mi paralizzò. Ma la risposta era già dentro di me.
«Solo se poi posso portarti a cena.»
Accettò. E quella sera stessa, seduti su un muretto con due birre, ci raccontammo la vita. Lei aveva ventitré anni, studiava lettere ma si era fermata per lavorare. La madre era malata, il padre assente. Viveva in una mansarda vicino al naviglio. Mi parlò della sua passione per la fotografia e della voglia di viaggiare. Io le raccontai dei miei sogni confusi, del diritto che mi stringeva il collo, dei miei disegni. Ci guardavamo come se avessimo già fatto l’amore, mille volte, in sogno.
I giorni seguenti furono una corsa cieca. Ogni scusa era buona per toccarci. Una mano sfiorata sul bancone, le dita tra i ricci mentre fingevo di vedere una foto sul suo telefono, le labbra vicine al suo orecchio per dirle una frase stupida e sentire l’odore della sua pelle. Non fu una scintilla. Fu un incendio lento.
La prima volta che la baciai fu sotto la pioggia. Le avevo portato un disegno: il suo profilo visto da dietro, con la schiena nuda e i capelli raccolti. Lei lo prese, lo guardò in silenzio, poi si voltò. Mi si avvicinò tanto da farmi perdere l’equilibrio.
«Voglio che mi disegni così. Ma dal vivo.»
Salimmo in casa sua. La mansarda era piccola, disordinata, profumata di gelsomino. C’era un letto basso, una parete piena di fotografie in bianco e nero e un giradischi con un vinile dei Metallica. Si spogliò con lentezza, lasciando cadere a terra ogni strato come se mi stesse dando in dono qualcosa di sacro. Rimase nuda, in piedi davanti a me, la schiena arcuata, le braccia morbide lungo i fianchi.
«Disegnami.»
E io disegnai. Seduto su una sedia, la matita che tremava tra le dita, cercai di fissare ogni curva, ogni ombra, ogni imperfezione. Ma fu impossibile. Dopo pochi minuti, mi alzai, mi avvicinai. Le presi il viso tra le mani e la baciai. Era salata, umida, calda. Il desiderio ci travolse come una marea.
Facemmo l’amore sul pavimento di legno, tra i fogli sparsi e la luce tremolante di una lampada rotta. Lei era fuoco e miele, morsi e carezze. I suoi gemiti erano preghiere e comandi. Il mio corpo la cercava come si cerca l’aria dopo una lunga apnea. Era la prima volta che sentivo qualcosa di diverso, di profondo, di vero. Non era solo sesso. Era un dialogo di pelle, di respiri, di essenze.
Quella notte dormii lì. E al mattino, svegliandomi con il suo seno appoggiato al mio petto e la sua gamba intrecciata alla mia, capii che non me ne sarei più andato.
Passammo settimane chiusi nel nostro mondo. Io avevo appena finito l’università, lei lavorava ancora alla copisteria ma solo la mattina. Il resto del tempo lo passavamo a toccarci, a sfiorarci anche solo con gli occhi, a desiderarci anche quando eravamo uno sopra l’altro.
Facevamo l’amore ovunque. Sul letto, ovviamente, ma anche sul tavolo della cucina, contro la parete della doccia, in macchina in un parcheggio semivuoto alle tre del pomeriggio. Bastava uno sguardo. Lei mi prendeva la mano sotto il tavolo, me la faceva scorrere lungo la coscia, poi si mordeva il labbro inferiore. Io capivo. Sempre.
Era avidità. Una fame che non avevo mai provato prima. Non solo il desiderio di un corpo, ma quello di assaporare ogni piega dell’anima dell’altro attraverso la pelle. Claudia aveva un modo unico di abbandonarsi. Si stendeva sul letto come se volesse farsi leggere come un libro aperto, e io sfogliavo ogni pagina con la lingua, con le dita, con i fianchi. I suoi gemiti erano diversi ogni volta. C’erano sere in cui erano lunghi e soffocati, come una preghiera; altre in cui erano acuti, violenti, urlati, come se volesse liberarsi da qualcosa che portava dentro da anni.
Una notte, dopo un orgasmo che ci lasciò storditi, lei si voltò sul fianco e mi guardò, nuda, i capelli sparsi sul cuscino.
«Sai cosa mi spaventa di te?»
«Cosa?»
«Che mi fai sentire nuda anche quando ho i vestiti addosso.»
Non risposi. La baciai. Lentamente. Poi ancora. E ancora. Fino a rientrare dentro di lei con la delicatezza di una domanda sussurrata.
Iniziò a posare per me. Di notte, accendevamo una sola lampada. Lei si spogliava, si sistemava come le dicevo: inginocchiata sulla sedia, sdraiata a pancia in giù, seduta con le ginocchia al petto. Io disegnavo. Non sempre finivo. Spesso mollavo la matita a metà, attratto da quella pelle liscia e calda, e mi lasciavo cadere su di lei, leccandole la schiena, risalendo con la bocca fino al collo, e poi giù, tra le gambe, dove lei mi aspettava bagnata, aperta, pronta. E lei gemeva il mio nome. Lo masticava. Lo supplicava.
Un giorno mi accompagnò a casa mia. Dovevo recuperare alcuni vestiti, dei libri. I miei genitori erano fuori. Entrammo. Lei esplorava la mia stanza con curiosità. Aprì l’armadio, trovò dei disegni nascosti in una scatola.
«Chi è questa?»
«Una ragazza di prima. Prima di te.»
«Non è bella come me.»
Aveva ragione. Nessuna lo era.
Mi spinse sul letto e mi montò sopra, senza togliersi nulla. Spostò solo lo slip da un lato e si abbassò su di me con un movimento lento, rotondo, profondo. Faceva l’amore con gli occhi fissi nei miei, come se volesse controllare il momento esatto in cui mi sarei arreso completamente. Successe poco dopo. Non tanto quando venni, ma quando la sentii tremare sopra di me, la testa riversa all’indietro, le mani premute sul mio petto come ancore. In quel momento capii: ero perso.
Un pomeriggio, mentre facevamo l’amore in doccia, mi disse:
«Guido, se ci sposassimo?»
La guardai incredulo. Lei aveva la pelle arrossata, le labbra gonfie, l’acqua che le colava tra i seni.
«Se me lo chiedi così, con le tette bagnate e il sapone addosso, come posso dirti di no?»
Rise. E mi baciò. E ci rituffammo l’uno nell’altra come ogni volta. Senza freni. Senza filtri.
Quello fu l’inizio di una promessa. Ma come tutte le promesse, avrebbe richiesto molto più di un sì sussurrato tra le lenzuola.
Dopo sei mesi di fuoco e pelle, decidemmo di sposarci. Niente anelli costosi, niente fedi incise. Solo una promessa detta sussurrando mentre venivamo insieme, e una firma timida davanti a due testimoni e un funzionario comunale che pareva non credere all’amore. Ma noi ci credevamo. Così tanto da sfidarci ogni giorno.
Claudia trovò presto un lavoro stabile, come segretaria alla direzione di un’importante azienda metalmeccanica. Entrava alle otto, usciva alle cinque, precisa come un metronomo. Io invece iniziai un tirocinio in uno studio legale. Avevo la laurea, le conoscenze, l’eloquenza. Ma mi mancava l’anima per quel mestiere. Ogni mattina mi alzavo col nodo in gola, ogni sera tornavo svuotato, pieno solo di frasi che non avevo mai voluto dire e faldoni che puzzavano di polvere e frustrazione.
Un giorno, mentre ero seduto sulla metro, col nodo alla cravatta che sembrava una corda pronta a impiccarmi, alzai lo sguardo e vidi un uomo: vestiva la divisa di una società di sicurezza privata. Era stanco, certo. Ma sereno. E lì capii: non avrei mai fatto l’avvocato.
Lo dissi a Claudia quella sera, mentre cenavamo con un’insalata veloce e una bottiglia di rosso aperta per caso.
«Credo che farò domanda come guardia giurata.»
Lei mi guardò, posò la forchetta, poi sorrise.
«Ti amo. Anche se porterai una pistola finta e farai paura solo ai distributori.»
Mi assunsero dopo tre settimane. Centro commerciale, turni notturni. Il mio compito? Controllare che nessuno entrasse, fare i giri, segnalare anomalie. Il primo mese fu durissimo. Il corpo non si abituava al buio, la mente faticava a spegnersi. Ma poi arrivò la routine, e con essa, una nuova forma di equilibrio.
Dormivo di giorno. Claudia usciva presto, ma prima passava sempre a svegliarmi. Entrava nella stanza in punta di piedi, si avvicinava al letto con ancora l’asciugamano in testa, il profumo di shampoo e crema addosso. Mi baciava sulla fronte.
«Torno alle cinque. Mi mancherai.»
E poi, lentamente, iniziarono i rituali.
Quando tornavo all’alba, stanco ma ancora vivo, la trovavo già sveglia. Preparava il caffè. Mi aspettava in bagno. Spesso ci incontravamo sotto l’acqua della doccia. Lei ancora con il reggiseno, io con la camicia aperta. Il vapore ci avvolgeva come una coperta, e i nostri corpi si cercavano senza dire nulla.
Mi piaceva prenderla lì, con forza, con voracità. Schiacciarla contro le piastrelle fredde, farle alzare una gamba e penetrarla così, con l’acqua che ci scorreva addosso. I suoi gemiti erano strozzati, rapidi, come se volesse ma non potesse gridare. Le mordevo il collo, le stringevo i fianchi, la guardavo allo specchio appannato mentre veniva stringendomi i polsi.
Ogni mattina era diversa. A volte era lei a condurre. Mi faceva sedere sul bordo della vasca, si inginocchiava, mi prendeva in bocca con una lentezza che sapeva di vendetta e di dono insieme. Altre volte, mi svegliava facendomi trovare la bocca tra le sue gambe, con la sua pelle umida che sapeva ancora di notte. Facevamo l’amore in cucina, sul divano, contro la porta d’ingresso, come se il tempo ci stesse rubando qualcosa e noi volessimo strapparglielo con i denti.
E poi lei usciva, capelli bagnati, tacchi che risuonavano nel corridoio.
«Buona giornata amore.»
Ed io rimanevo lì, nudo, appoggiato allo stipite, con il cuore che batteva ancora come se l’avessi appena rincorsa per chilometri.
I mesi scorrevano come acqua sotto un ponte. Lentamente, in apparenza, ma se avessi guardato bene, sarebbe stato un torrente in piena. La notte per me era vigilanza e solitudine; il giorno, per Claudia, era uffici, riunioni, e colleghi troppo educati per sembrare innocui. Eppure, ogni mattina, tra la mia fine e il suo inizio, ci trovavamo.
Era come se le nostre giornate iniziassero al contrario. Per gli altri, la mattina era fatta di caffè e sveglie. Per noi, era fatta di pelle e vapore.
A volte tornavo e la trovavo nuda sul letto, distesa a pancia in giù, una sola luce accesa e la schiena che sembrava invitarmi a seguirne la curva con la lingua. Mi avvicinavo in silenzio, le baciavo le scapole, le mordevo piano i glutei. Lei allargava le gambe appena, senza dire nulla. E io entravo in lei da dietro, con lentezza feroce, sentendo il suo corpo aprirsi come un libro già letto ma sempre nuovo.
Facevamo l’amore come chi ha paura che sia l’ultima volta. Senza mai dircelo, ma con il corpo che gridava ogni volta: rimani, non andare via.
Ogni gesto aveva il peso dell’abitudine e la leggerezza dell’urgenza. Le sue mani mi cercavano al buio, le mie trovavano ogni punto sensibile della sua pelle. E poi c’era la doccia. Era diventata il nostro tempio.
Ogni mattina la stessa scena: io che la spogliavo lentamente, centimetro per centimetro. Le facevo scivolare via le mutandine, le tenevo lo sguardo mentre le aprivo il reggiseno, e lei sorrideva. Sempre. Un sorriso che mi disarmava più di mille parole. Poi entravamo sotto l’acqua. Lei mi si stringeva contro, i suoi capezzoli duri contro il mio petto, le sue mani che scivolavano tra le mie gambe. A volte bastava questo, il contatto, per farmi venir voglia di prenderla lì, con la schiena contro il muro, le sue gambe attorno alla mia vita, la mia bocca sul suo collo mentre lei gemeva piano, mordendosi le labbra per non urlare.
Altre volte era più lento. Più dolce. La insaponavo, la lavavo come si lava una reliquia. Le passavo la spugna tra i seni, tra le cosce, lungo la schiena. Lei si abbandonava completamente, le mani sulle mie spalle, il respiro che accelerava man mano che scendevo. Poi la leccavo. E Claudia impazziva. Mi afferrava i capelli, mi guidava, veniva contro di me con onde sempre più forti, finché non esplodeva come un tuono sordo tra le piastrelle appannate.
Non c’era mai fretta. Anche quando i minuti erano pochi. Perché con lei, il tempo si dilatava. Il sesso era diventato il nostro modo di amarci, di dirci che c’eravamo, che nonostante la fatica e il buio delle mie notti, eravamo ancora lì. Insieme.
A volte, dopo l’amore, rimanevamo abbracciati sul divano, lei già vestita per uscire, io ancora nudo. Mi accendevo una sigaretta, le accarezzavo le gambe, la guardavo infilarsi i tacchi. Lei mi lanciava uno sguardo allo specchio.
«Non so come faccio a uscire di casa ogni giorno.»
«Perché sei più forte di me.»
Mi sorrideva. E usciva. E io rimanevo lì, con la pelle ancora addosso, il sapore del suo sesso sulle labbra, e il cuore che batteva piano.
Eravamo felici. O almeno, credevamo di esserlo.
Fu un mercoledì. Lo ricordo perché avevo mal di testa dalla notte prima, qualcosa di strano che mi pulsava dentro. Chiamai il collega e chiesi il cambio turno. «Non sto bene,» dissi. Mentii. Tornai a casa alle tre e mezza, un’ora in cui di solito ero ancora in servizio. La luna filtrava dalle persiane, e il nostro appartamento era immerso nella penombra.
Salendo le scale, sentii subito che qualcosa non andava. Era l’odore. L’aria era densa, sapeva di vino e di corpi caldi. E poi arrivarono i suoni. Un ritmo sordo, irregolare. Il cigolio lontano del letto. E poi voci. Voci che conoscevo.
La sua. La mia Claudia.
La voce che mi svegliava ogni mattina con un «amore» sussurrato ora gemeva il nome di un altro.
Mi fermai sulla soglia. La porta era chiusa, ma non a chiave. Avrei potuto entrare, gridare, spaccare tutto, metterla di fronte al tradimento. Invece, rimasi immobile. Paralizzato. Come se il mio corpo si fosse staccato dalla mia volontà. Respirai piano. Li ascoltai. Lei gemeva in modo diverso. Più teatrale, più sporco. O forse ero io a sentirla così, ora che non era mia.
Feci marcia indietro. Scivolai via dalle scale, come un ladro. Scappai.
Passai ore in auto, con il motore acceso e lo sguardo perso nel nulla. Provai rabbia. Gelosia. Umiliazione. Ma più di tutto, dolore. Un dolore muto, sordo, che non sapeva dove andare. E dentro di me, una voce continuava a ripetere: non basta il sesso. Non basta l’amore.
Non dissi nulla. Tornai all’alba al mio stesso orario di sempre, come se niente fosse. Claudia mi accolse con un sorriso affaticato e una scusa sul mal di testa. Le credetti. O finsi di farlo. Da quel momento, iniziai a osservarla. Ogni dettaglio. Ogni messaggio che cancellava. Ogni doccia troppo lunga. Ogni profumo nuovo. Ogni intimo diverso.
Durò tre settimane. Poi, di colpo, finì. Scoprii da sola la verità. Il suo amante, il suo capo, probabilmente, era stato scoperto dalla moglie. Claudia lasciò il lavoro qualche giorno dopo. Disse che voleva cambiare aria. Io annuii. Dentro, la mia ferita era ancora aperta.
E allora decisi. Non di parlare. Non di affrontarla. Ma di pareggiare i conti.
La ragazza del bar della “Plaza”, una mora dal seno pieno e le labbra rosse come vino, mi guardava da mesi con ardore negli occhi. Ogni sera, prima di iniziare il turno di guardia, mi preparava un caffè lungo e sorrideva un secondo di troppo. Quella sera, quando mi chiese:
«Hai bisogno di qualcosa di più forte?», non risposi. Le sorrisi.
E attesi la fine del suo turno.
Ci chiudemmo nel retro. Il magazzino odorava di birra e cartone bagnato. Lei mi spinse contro un muro, mi baciò con foga, mi slacciò i pantaloni senza esitazione. Era brava. Esperta. Mi leccò come se volesse divorarmi. Poi si tolse le mutandine, salì su una cassa e mi guidò dentro di lei con un unico, lento affondo. Gemette. Si muoveva con furia, con voglia. Io la prendevo con forza, con rabbia, stringendo le sue natiche con dita che volevano essere le stesse che avevo sognato addosso a Claudia.
Venni in fretta. Lei sorrise.
«Tutto bene?»
«Sì.» Mentii di nuovo.
Perché non era sesso. Era vendetta. E la vendetta, anche quando ti svuota, non ti sazia mai.
Dopo quella notte nel retro del bar, tornai a casa sentendomi più solo di prima. Claudia dormiva già. La osservai a lungo. I capelli sparsi sul cuscino, le labbra leggermente dischiuse, il respiro lento. Sembrava innocente. Ma io sapevo. E lei, forse, sapeva che io sapevo. Non ci servivano parole. Tra noi era calato un silenzio più pesante di qualunque litigio.
Continuammo così per giorni. La routine era la stessa: io uscivo, lei rientrava. I nostri corpi si toccavano ancora, ma non si cercavano più. Il sesso era diventato raro, meccanico. Nessun gioco, nessuna doccia, nessun sorriso. Solo due corpi che si univano per abitudine, e si staccavano subito dopo per evitare lo sguardo dell’altro.
Una sera, tornando dal turno, trovai Claudia sveglia sul divano. Una coperta sulle ginocchia, una tazza vuota tra le mani.
I giorni passarono. Lei sembrava spegnersi. Io diventavo sempre più silenzioso. Non c’era odio tra noi. Solo stanchezza. Il dolore non urlava, ma sussurrava. In cucina. In bagno. In camera da letto.
Una mattina, mentre rientravo prima del solito, la trovai seduta sul letto, con una scatola davanti a sé. Dentro c’erano tutte le nostre foto, le lettere, i biglietti del cinema, i disegni che le avevo fatto.
Mi sedetti accanto a lei. Nessuno parlava.
«Lo sai, vero?», disse infine.
Annuii.
«E tu?»
Mi guardò. E capì.
«È stato solo… un vuoto. Uno stupido, disperato tentativo di sentirmi viva.»
«Anch’io.»
Ci guardammo. Due estranei con lo stesso passato. Due amanti che si erano feriti e non sapevano come guarire.
Lei si avvicinò. Mi baciò piano. Non era un bacio di passione. Era un bacio che chiedeva perdono. Che chiedeva tempo.
«Riesci ancora a disegnarmi?»
La guardai. E per la prima volta dopo mesi, vidi ancora quella ragazza della copisteria. La Claudia dei ricci ribelli e degli occhi blu. La Claudia che mi aveva fatto perdere la testa e il respiro. La Claudia che avevo amato con ogni parte di me.
«Sì,» dissi.
«Ma nuda. E vera.»
Lei sorrise.
E per la prima volta, tornammo a fare l’amore.
Ma non fu un atto fisico. Fu un ritorno. Un abbraccio lento, tremante, fatto di carezze più che di spinte. Di sospiri più che di gemiti. Lei tremava sotto di me, ma non per il piacere. Per la paura. Paura di perdermi. Io la baciavo ovunque, come se ogni bacio fosse un cerotto, una preghiera, un ponte.
Non venimmo. Non ce ne fu bisogno. Dormimmo così, nudi, abbracciati. Fragili.
E la luce dell’alba, per una volta, sembrò più leggera.
Ci volle tempo.
Il dolore, anche quando lo si perdona, non se ne va subito. Rimane sotto la pelle, come una scheggia che ogni tanto punge. Ma qualcosa, dentro di noi, era cambiato. Avevamo toccato il fondo. E ora non restava che risalire.
Cominciammo a cercarci di nuovo. Timidamente. Come due che si sono amati tanto e poi dimenticati, ma che hanno ancora memoria della pelle dell’altro. Bastava un gesto: un bicchiere d’acqua sul comodino, un bacio sulla fronte prima di uscire, una mano posata sulla schiena mentre ci si incrocia in corridoio. Piccole cose. Ma era lì che tornava la luce.
La prima volta che tornai a disegnarla lo feci senza chiederle nulla. Lei era addormentata sul divano, i capelli sciolti, una gamba piegata, una spalla nuda. Presi il taccuino e iniziai. Tracciai le linee del collo, la curva morbida del fianco, il solco dolce tra le scapole. Non mi accorsi nemmeno che si era svegliata.
«Mi stai spiando?»
«Sto ricordando.»
Si alzò, si spogliò in silenzio, rimase in piedi davanti a me.
«Disegnami tutta. Anche le ferite.»
Lo feci. Con cura, con amore. Disegnai i suoi seni, non più tesi come dieci anni prima, ma veri. Disegnai le sue cosce, la pelle imperfetta, le vene sottili. Disegnai la cicatrice che aveva sotto il ginocchio, piccola, dimenticata. Disegnai anche gli occhi. Quei dannati, meravigliosi occhi blu.
Da quel giorno, ogni volta che potevamo, facevamo l’amore. Non per riempire un vuoto. Ma per riconoscerci. Per fonderci. Perché quando facevamo l’amore, tutto spariva. Il tradimento. Il dolore. La stanchezza. Rimanevamo solo noi, in un presente eterno.
La prima volta dopo il perdono fu diversa. Non ci fu fretta. Lei si mise sopra di me, si muoveva lentamente, con dolcezza e precisione. Mi guardava negli occhi. Le sue mani mi accarezzavano il petto, le spalle, il viso. Ogni tanto si fermava. Mi sfiorava con il naso. Mi baciava le palpebre.
«Fammi entrare di nuovo,» mi sussurrò.
«Non sei mai uscita.»
E lei pianse. Con le lacrime che le rigavano le guance mentre io le toglievo la paura con le mani. Le leccai i seni, l’ombelico, l’interno delle cosce. Lei mi aprì le gambe e mi offrì sé stessa come fosse un sacramento.
Lentamente la presi. E lei gemette, non di piacere, ma di verità. Di resa. Di libertà.
Ci fu una sera in cui non parlammo per ore. Cenammo in silenzio, sorseggiando un bicchiere di rosso, le luci basse, il mondo fuori che sembrava sospeso. Poi lei si alzò e andò in bagno. La sentii aprire l’acqua della vasca. Era un rito raro, riservato ai momenti speciali.
Quando entrai, la trovai immersa tra la schiuma, la pelle umida, gli occhi chiusi. Mi guardò.
«Vieni con me.»
Mi spogliai in silenzio. Entrai dietro di lei. Le mani sulle sue spalle, il mio petto contro la sua schiena. Il vapore ci avvolgeva, la vasca sembrava troppo piccola per contenerci, ma era perfetta.
«Toccami,» sussurrò. E io obbedii.
Le presi i seni, li strinsi piano. Le baciai la nuca, le orecchie. Lei si voltò, mi montò sopra, i corpi scivolavano l’uno sull’altro con lentezza, come se non volessimo mai arrivare. La sentivo muoversi contro di me, sentivo le sue unghie graffiarmi la pelle, la sua lingua giocare con la mia.
Uscimmo dalla vasca senza asciugarci. Ci trascinammo a letto, gocciolanti, nudi, avidi. Le sue cosce brillavano d’acqua, il suo sesso era già pronto. Mi guidò dentro con una naturalezza che solo l’amore sa restituire.
Chiamai il lavoro e avvisai che non sarei andato, inventai la scusa di un problema familiare improvviso.
Quella notte la prendemmo in ogni modo. Da sopra, da sotto, di lato. Le mani legate con la cintura della vestaglia. La bocca chiusa con i miei baci. I respiri spezzati.
Ma non era solo carne. Era verità. Era un atto di fede.
Lei cavalcava il mio piacere come una regina e un’amante. Mi parlava sottovoce:
«Sei mio. Di nuovo. Solo mio.»
E io le rispondevo con ogni affondo, con ogni carezza, con ogni gemito.
Venimmo insieme. Forte. Come una liberazione. Rimanemmo immobili, incollati, il mio viso tra i suoi capelli bagnati, le sue mani sul mio cuore.
Il buio ci avvolse. Ma non faceva più paura.
In quella notte, diversa per gente normale, avevamo imparato che a volte per amare davvero qualcuno bisogna anche perderlo per un po’.
E solo allora, nel silenzio, nella carne, nel perdono, tornare a dirsi:
«Sono qui. Ancora.»
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