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trio

Pezzi di ricambio


di Membro VIP di Annunci69.it gleeden
31.03.2026    |    1.960    |    1 8.8
"Poi Mauro uscì lentamente da lei e si sdraiò sul tappeto, il petto che si sollevava piano..."
“"Quando ad essere rotto è anche il tuo corpo"


Ho quarantun anni e le gambe di chi li ha pedalati tutti. Non metaforicamente, intendo proprio pedalati: estate e inverno, sole o pioggia, quando il mondo correva dietro a qualcosa, io scivolavo silenzioso lungo il Naviglio Martesana, come una nota in fondo a uno spartito.
Samuele è il nome che mi porto addosso da sempre. Faccio l’operaio in una fabbrica che produce bobine elettriche, roba che pochi saprebbero riconoscere, ma senza la quale certe cose semplicemente non funzionerebbero. Turni a rotazione, mattina, pomeriggio, notte, in un tempo che gira come il nastro trasportatore. Vivo in provincia di Milano, in un bilocale che condivido, almeno sulla carta, con Aurora.
Aurora è un’infermiera. Lavora anche lei su turni, spesso sballati rispetto ai miei. Ci incrociamo tra un caffè e un bacio sul divano, qualche notte stretti come cucchiai, poche cene lente e silenziose in cui le parole non servono perché i nostri corpi si conoscono bene. Ci amiamo, credo. Anche se, a volte, ci si ama più negli spazi lasciati liberi che in quelli condivisi.
Quando resto solo, e succede spesso, la bici diventa la mia seconda pelle. La tengo in casa, accanto alla finestra della sala, come si fa con una cosa preziosa. L’aspetto slanciato, il telaio nero opaco con le sue venature sottili, il cambio Shimano che conosco come le rughe sul dorso della mia mano. La pulisco, la lubrifico, la accarezzo quasi. Quando piove, mi siedo accanto a lei, con un panno e una tazza di tè, e passo il tempo a sistemare ogni piccola cosa: il freno che fischia, la catena che tira, il deragliatore che si ostina a saltare una marcia.
Ma quando il cielo si apre e l’aria ha odore di foglie e cemento bagnato, allora esco. Scivolo fuori presto, anche all’alba, e punto verso Milano lungo il Naviglio Martesana. È la mia via di fuga, la mia pista privata, il mio confessionale. Ogni curva la conosco a memoria, ogni albero, ogni ponte, ogni scritta sui muri.
La natura cambia con lentezza e io la pedalo tutta, come se potessi farne parte davvero. In inverno l’acqua del naviglio diventa grigia, quasi ferma, e i rami sembrano mani nude che chiedono qualcosa al cielo. In estate, invece, il mondo si accende: le foglie danzano leggere, il sole si riflette sul manubrio, e il sudore diventa parte del ritmo. Il rumore delle ruote sull’asfalto è musica pura, una ninna nanna ruvida e gentile.
Mi capita spesso di pensare che se non avessi avuto la bici, certe cose dentro di me si sarebbero rotte. Come se il manubrio, le ruote, la sella fossero stati gli unici punti fermi in un mondo che cambia sempre, troppo in fretta. Quando pedalo, torno ragazzo. Quindici anni, le prime uscite con la Bianchi rossa che mio padre mi aveva regalato usata, ma perfetta. Le ginocchia sbucciate, le corse con gli amici fino al tramonto, e poi da solo, sempre più lontano, con il cuore che batteva forte per la velocità e per qualcosa che non sapevo ancora chiamare libertà.
Anche adesso, a quarantuno anni, la sensazione è la stessa. Solo che il cuore batte un po’ più piano, e le salite pesano di più.
Ci sono giorni in cui mi sveglio stanco prima ancora di alzarmi. La fabbrica ti entra nelle ossa. Odora di metallo caldo, di olio industriale, di polvere fine. I rumori sono ovattati dai tappi nelle orecchie, ma restano dentro, come se ti scavassero. Ogni bobina che esce dalla linea è un giro di ruota in meno nel mio corpo. Eppure, torno a casa, faccio una doccia veloce, e poi mi chino sulla bici. Le mani che durante il giorno stringono cavi e metalli pesanti, la sera si fanno delicate. Ogni bullone ha una voce, ogni cigolio è un segnale.
Mi piace pedalare anche d’inverno, quando il fiato si condensa davanti al viso e la città sembra dormire. Parto da casa imbacuccato, i guanti spessi, il passamontagna sotto il casco. Le prime pedalate sono dure, il corpo si ribella, ma poi si scalda, e inizia quella danza lenta e costante che mi porta fino in Darsena. I bar chiusi, le strade semivuote, i tram che sferragliano pigri tra la nebbia. Milano così sembra un segreto da custodire.
E d’estate, invece, è tutto un altro mondo. Le giornate si allungano, le magliette si fanno leggere, la pelle si abbronza a chiazze là dove la divisa da ciclista lascia passare il sole. Le persone escono, sorridono, corrono, si baciano sui prati lungo il Naviglio. E io pedalo in mezzo a loro, sentendomi vivo come non mi succede mai in fabbrica, o perfino a casa. Non è solitudine, è presenza. Come se ogni giro di ruota fosse un respiro che il corpo da solo non saprebbe fare.
A volte penso che pedalare sia il mio modo di non sentire il tempo. Di fingere che le cose non cambino, che il corpo non invecchi, che la vita non scivoli via tra le dita come sabbia umida. Ma poi ci sono giorni in cui anche la bici sembra più pesante, in cui i chilometri si fanno ostili, e ogni buca, ogni pendenza, sembra chiedermi qualcosa in cambio.
Non è solo stanchezza. È qualcos’altro, più difficile da nominare. Una specie di crepa silenziosa che si è fatta spazio dentro di me. Forse è l’età, forse è il fatto che con Aurora ci vediamo sempre meno, e quando ci vediamo siamo troppo stanchi per raccontarci davvero qualcosa. Ci abbracciamo, certo. Facciamo l’amore, a volte, come se cercassimo di ritrovare il filo. Ma capita più spesso che ognuno si chiuda nel proprio turno, nella propria serie tv, nei propri pensieri.
E io… io torno a rimettere le mani sulla bici.
Quella bici ha visto tutto. I giorni in cui ridevo senza motivo, le notti in cui tornavo sotto la pioggia con i muscoli doloranti ma felice, le domeniche d’autunno in cui le foglie si incastravano nei raggi e il mondo sembrava più morbido. È con lei che ho attraversato i momenti peggiori, le perdite, i lutti, i silenzi di mio padre, il vuoto che ha lasciato mia madre. Sempre lei, la stessa bici, da quasi dieci anni. Un pezzo di me, più mio della mia stessa voce.
Per questo, quando ha cominciato a fare quello strano rumore sul pignone posteriore, ho pensato che fosse solo un piccolo problema, niente di serio. Una regolazione, una vite allentata. L’ho messa sul cavalletto, ho controllato ogni singolo componente, con la pazienza e la cura che si dedica a un corpo amato. Ma niente. Quel rumore tornava. Secco, ritmico. Un battito sbagliato.
Sono andato dal meccanico di fiducia, uno che mi conosce da anni, uno di quelli che quando ti vede arrivare ti offre un caffè e ti chiede subito “quanti chilometri hai fatto, stavolta?”. Ha guardato la bici, ha annuito, ha provato anche lui. Poi, con la calma di chi sa che sta per dare una notizia difficile, mi ha detto:
«Il tuo cambio Shimano è fuori produzione da un pezzo, Samu. Non li fanno più. Difficilmente si trovano usati.»
Sono rimasto in silenzio. Lì, in piedi tra le ruote appese, l’odore di grasso e copertoni e caffè freddo.
«Puoi montarne uno nuovo, ovvio,» ha aggiunto, «ma dovrai cambiare tutta la trasmissione. E non sarà più la tua bici.»
Ed è lì che ho capito. Come si capisce una fine.
Non è facile spiegare a qualcuno cosa significhi perdere una bici. Non una qualsiasi, no. La tua bici. Quella con cui hai fatto pace col mondo mille volte. Non è una questione di soldi, né di funzionalità. È memoria. È pelle.
Per qualche giorno ho provato a ignorare la cosa. A uscire lo stesso, a pedalare con quel ticchettio che segnava il tempo come un metronomo sbagliato. Ma era inutile. Ogni chilometro diventava una ferita. Ogni salita, un piccolo addio.
Aurora mi guardava con dolcezza, senza dire niente. Le bastava uno sguardo per capire che qualcosa si era rotto. Una sera mi ha trovato in soggiorno, seduto per terra, con la bici smontata a metà, le mani sporche di grasso e gli occhi lucidi. Si è avvicinata piano, mi ha passato un panno caldo e mi ha accarezzato la nuca.
«È solo una bici, amore.»
Mi ha detto con voce lieve.
Ho sorriso. E ho mentito.
«Lo so.»
In realtà non lo sapevo affatto. Mi sembrava di dover seppellire una parte di me. Come se i chilometri che avevamo fatto insieme non valessero più niente se dovevo continuare senza di lei.
Stavo per rassegnarmi all’idea di dire addio alla mia compagna di strada, quando una sera, quasi per caso, trovai un annuncio su un vecchio forum di appassionati. Il titolo era semplice: “Bici da corsa in ottime condizioni, telaio nero opaco, Shimano 11v.”
Il cuore mi saltò un battito.
Aprii il post. La foto era quasi identica alla mia. Stesso telaio, stesso gruppo, persino la stessa curva del manubrio. Una copia. O forse una sorella gemella. Il venditore si chiamava Mauro, 36 anni, zona Cassano d’Adda. Quaranta chilometri da casa mia. Poteva essere compatibile. Forse, se il gruppo fosse stato integro, avrei potuto trapiantarlo sulla mia, conservarne almeno l’anima.
Scrissi subito. Mauro mi rispose in modo cordiale, preciso, quasi entusiasta. Mi disse che era disponibile nel fine settimana, che potevo passare a vederla, provarla, toccarla con mano.
«E magari poi ci beviamo qualcosa. Vengo da anni di corse, mi farà piacere scambiare due parole con uno che ama davvero la bici.»
Quel sabato partii presto con la macchina. Arrivai a destinazione verso le otto. Una villetta bassa, moderna, giardino curato. Mauro mi aspettava fuori, vestito sportivo, sorriso aperto. Alto, rasato, lo sguardo di chi ne ha viste tante ma non ha ancora smesso di divertirsi. Con lui c’era Alessandra.
Quando la vidi, feci fatica a non restare imbambolato. Bruna, occhi neri come la notte, fisico slanciato, gambe lunghe sotto un vestitino leggero che sembrava sfidare la primavera. Rideva con la voce piena, senza pudore né forzature.
La bici era perfetta. Mauro la sollevò con un gesto elegante, la appoggiò su un cavalletto, e cominciammo a parlarne con il linguaggio preciso e sacro che solo due ciclisti conoscono. Analizzai ogni dettaglio, chiesi di provare il cambio, lo toccai, lo ascoltai.
«È tutto originale.» disse Mauro.
«Mai caduta, tenuta in casa. Ma ormai pedalo su altro. Quella è ferma da un anno, era la bici di quando correvo in squadra. Mi dispiace quasi vederla così.»
Mi guardò con un mezzo sorriso. Poi aggiunse, quasi con nonchalance:
«Ci piacerebbe rivederti. Magari sabato prossimo. Che dici?»
Alessandra annuì, giocando con una ciocca di capelli. Il suo sguardo era fisso sul mio, lungo un secondo di troppo.
«Perfetto!»
Dissi, senza capire bene cosa intendessero. Pensavo a un altro giro sulla bici, forse a una pedalata insieme prima di concludere l’acquisto del pezzo di ricambio.
Mi sbagliavo.
Il sabato successivo arrivai poco dopo le otto, con l’aria ancora fredda del mattino addosso. Ero curioso, sì, ma soprattutto concentrato sull’idea di rivedere la bici e smontarne il cambio. Forse, sotto sotto, anche su Alessandra. Qualcosa nel modo in cui mi aveva guardato, nella leggerezza un po’ teatrale con cui si muoveva tra me e Mauro, mi era rimasto addosso.
Suonai. La porta si aprì dopo pochi secondi.
Alessandra era lì. Nuda.
Completamente.
Rimasi immobile, congelato, come se il mio corpo non sapesse più da che parte andare. I suoi occhi, neri e pieni di calma, mi scrutavano senza fretta. I capezzoli tesi, piccoli e scuri, il ventre piatto, le anche strette e le gambe affusolate come colonne sottili. La luce della casa alle sue spalle la disegnava in controluce, con un’audacia che non lasciava spazio a fraintendimenti.
Deglutii a vuoto.
«Io… c’è Mauro?»
Lei sorrise, dolce.
«Certo. Sta preparando qualcosa da bere.»
Mi fece cenno di entrare. Avrei voluto girarmi, tornare indietro, ma non lo feci. Entrai, con il cuore che mi batteva forte e una sensazione di vertigine che non riuscivo a spiegare. Avevo quarantun anni, ero cresciuto in una famiglia silenziosa e concreta, fedele alle cose semplici: il lavoro, la bici, la casa. Quella scena mi sembrava uscita da un sogno che non avevo mai fatto.
Mauro spuntò dalla cucina, con due bicchieri in mano e una camicia sbottonata sul petto rasato.
«Ti abbiamo un po’ sorpreso, eh?» disse, senza imbarazzo.
Feci un cenno vago.
«Sì… diciamo di sì.»
Lui rise, senza malizia.
«Vogliamo essere sinceri. Ci piaci, Samuele. Già dall’altra volta. A entrambi. Siamo una coppia aperta, senza drammi. Facciamo tutto insieme. Sesso compreso.»
Alessandra si avvicinò, lentamente, i fianchi che oscillavano in un movimento naturale e ipnotico.
«Nessun obbligo. Se vuoi solo bere qualcosa e poi tornare a casa, va bene. Ma se sei curioso…»
Appoggiò una mano sul mio avambraccio. Calda, decisa.
«… puoi restare.»
Il mio corpo aveva già deciso prima che lo facesse la mia testa. Il desiderio non era come lo ricordavo: era più acuto, più confuso, più profondo. Qualcosa mi stava spingendo oltre una linea invisibile. E io… avevo voglia di vedere cosa c’era oltre.
«Resto.»
Mi sedetti sul divano quasi in trance, ancora vestito, le mani umide, il cuore come un tamburo lento e profondo nel petto. Alessandra si era accucciata a terra davanti a me, le ginocchia raccolte con grazia, come un animale elegante e pericoloso. Mauro era in piedi dietro di lei, le dita che le accarezzavano i capelli con naturalezza.
«Hai paura?» chiese lui, con una voce più bassa, quasi paterna.
Scossi la testa.
«Non so… non ho mai…»
Alessandra sorrise.
«Nemmeno io, la prima volta.» Poi aggiunse, con malizia: «Con due.»
Mi guardavano entrambi con calma. Nessuna pressione. Solo un invito a lasciarmi andare.
Mauro si sedette accanto a me. Il suo corpo era vicino, il calore della pelle filtrava attraverso la camicia ancora aperta. Mi mise una mano sulla coscia. Non con forza. Non con fretta. Solo presenza. Una domanda muta.
Rimasi immobile. Il mio respiro si fece più pesante. Avevo sempre pensato di sapere chi ero. Avevo sempre diviso il mondo in due. E adesso tutto sembrava fondersi in una sfumatura che non avevo mai immaginato di esplorare.
Poi Alessandra si alzò. Si avvicinò a me e mi slacciò i jeans con una lentezza sfrontata, mentre Mauro continuava a guardarmi, attento, quasi premuroso. Sentii l’aria fresca sulla pelle, poi la bocca calda di Alessandra avvolgermi. Un gemito mi sfuggì dalle labbra. Era dolce, profonda, lenta, come se mi assaggiasse.
Mauro si chinò, le labbra vicine al mio orecchio.
«Lasciati andare. Non c’è niente di sporco qui. Solo desiderio.»
Poi, senza dire altro, si spostò davanti a me, e quando gli occhi si incrociarono con i miei, vidi qualcosa che non mi aspettavo: tenerezza. Abbassò lo sguardo, e le sue labbra si posarono sul mio sesso con la stessa attenzione con cui si tratta un oggetto sacro. Umido, preciso, caldo.
Chiusi gli occhi. Il mio corpo tremava, ma non di vergogna. Di apertura. Di resa.
Non avevo mai immaginato il piacere così. Le due bocche si alternavano, si cercavano, mi tenevano sospeso tra due mondi. Mauro era esperto, ma mai invadente. Mi guidava con piccoli tocchi, mentre Alessandra si muoveva come una melodia carnale, fluida e irresistibile.
Mi sentii baciare l’interno delle cosce, poi il ventre, poi la bocca. Mauro mi baciò sulle labbra, e non lo evitai. Non fu un bacio violento. Fu morbido. Caldo. Reale. Come se il mio corpo avesse deciso da solo.
Quando mi spogliarono del tutto, sentii la pelle viva come mai prima. Alessandra si inginocchiò sul divano, le gambe larghe, il bacino inarcato, il sesso offerto come un tempio. Mauro la accarezzò, poi la penetrò lentamente da dietro. Lei gemeva, bassa, profonda, e mi guardava negli occhi mentre lo sentiva dentro.
«Vieni.» disse.
Mi mossi come in sogno. Il mio sesso era duro, vivo, pulsante. Mi posizionai davanti a lei, le mani sulle sue anche, e quando entrai con le dita dentro di lei, il calore mi investì come un’onda.
Era stretta, bagnata, accogliente. Sentivo Mauro dietro, i nostri corpi che si sfioravano, si univano in lei. Il respiro era un ritmo tribale, le mani di Mauro sul mio fianco, le sue spinte lente che si sincronizzavano con le mie mani esploratrici.
Le mani di Alessandra erano sul mio petto. Il suo sguardo, annebbiato dal piacere, non mi lasciava. Mauro le baciava il collo mentre la penetrava da dietro con lentezza studiata, mentre io la baciavo di fronte, la pelle calda e tesa contro la mia.
Alessandra gemeva piano, con un suono che sembrava salire dalle viscere. Ogni tanto ci baciava entrambi, senza distinzioni, come se ci stesse ringraziando. Le sue unghie mi graffiavano i pettorali tesi, poi scivolavano sulle anche di Mauro. Il suo corpo era un ponte tra noi, un invito a dimenticare chi fossimo prima.
Quando venne, lo sentimmo insieme. Il suo ventre si strinse, le sue gambe tremarono, il respiro si spezzò. Mauro si fermò dentro di lei e la strinse da dietro, mentre io le succhiavo il seno, assaporando il sapore salato della sua pelle bagnata di sudore.
Rimanemmo così qualche secondo, un nodo di carne e fiato, il battito dei cuori che ancora fuggiva in avanti.
Poi Mauro uscì lentamente da lei e si sdraiò sul tappeto, il petto che si sollevava piano. Alessandra si girò verso di me e mi spinse indietro con dolcezza, salendomi sopra. Il suo sesso ancora umido mi avvolse, caldo e profondo, mentre si muoveva con piccoli cerchi, occhi chiusi e labbra semiaperte.
Mauro ci guardava. Sorrideva. Ogni tanto si accarezzava lentamente, senza fretta, come se fosse parte ancora viva di quell’unione.
Quando venne la seconda volta, Alessandra non rallentò. Anzi. Fu come se quel piacere l’avesse caricata di una forza nuova, quasi selvaggia. Si staccò da noi con un gesto sicuro, le gambe tremanti ma decise, e ci guardò entrambi con un’espressione che non avevo mai visto su una donna: affamata, lucida, dominante.
Si inginocchiò tra noi, una mano sul mio petto, l’altra sul collo di Mauro.
«Seduti. Schiena contro lo schienale.»
Obbedimmo. Non per sottomissione, ma per desiderio. Il modo in cui ci guardava ci privava di ogni difesa.
Si mise in piedi tra noi, il sesso bagnato, le cosce lucide, e ci mostrò il suo corpo con un orgoglio antico.
«Vi voglio uno alla volta. Ma mi guiderete voi. Con la bocca. Prima tu, Samuele.»
Si avvicinò e si sedette sul mio volto, lenta, precisa. Mi prese tra le mani la testa e la guidò in lei, il sesso caldo e umido che mi si apriva sulla lingua come un frutto maturo. Muoveva i fianchi, affondando, gemendo piano.
«Così… continua…» sussurrava.
Ogni tanto alzava lo sguardo su Mauro e si toccava per lui, mostrando il mio volto sommerso tra le sue gambe.
Poi, con un gesto rapido, scese e si voltò verso Mauro.
«Ora tu. Voglio sentire anche te.»
Si inginocchiò sul suo viso e mentre lui la leccava, mi chiamò a sé con un cenno del dito.
«Voglio che mi penetri mentre lo faccio venire con la bocca.»
Non pensai. Mi avvicinai, duro come acciaio, e la presi da dietro. Lei si abbassò lentamente, facendomi entrare con un gemito lungo, profondo. Mauro sotto di lei, io dentro di lei. La sua mano scese subito sul sesso di lui, lo accarezzò con sicurezza, poi si chinò e lo prese in bocca.
La scena era irreale. Alessandra cavalcava me e succhiava Mauro, al centro di un triangolo perfetto in cui lei era regina, scultrice, padrona. Regolava i nostri ritmi, stringeva i miei fianchi con forza quando voleva che affondassi più forte, accarezzava Mauro quando lo sentiva vicino al limite. E rideva. Una risata piena, sporca e felice.
«State per venire?» chiese, senza smettere.
Mauro annuì, la voce rotta.
«Anche tu, Samuele?»
«Sì…»
Lei si staccò da entrambi con una mossa rapida. Si distese sul tappeto, le gambe larghe, il corpo che vibrava ancora.
«Allora venitemi dentro. Tutti e due. Voglio sentirvi insieme. Voglio essere piena.»
Ci inginocchiammo entrambi. Mauro si posizionò dietro, la prese con forza, e io la afferrai dalle cosce, entrando di nuovo in lei. Era stretta, calda, pronta. Il doppio piacere la fece urlare, i muscoli del suo ventre che si tendevano in onde.
«Sì… così… entrambi…»
Il ritmo si fece più feroce. Mauro dentro, io davanti, i nostri corpi che si sfioravano, si scontravano, si intrecciavano attorno a lei. I gemiti si confondevano, il sudore ci scivolava addosso, il respiro diventava un unico suono. Quando venimmo, fu simultaneo. Una detonazione lenta, profonda, che ci fece tremare tutti.
Rimanemmo lì, esausti, le mani intrecciate, la pelle nuda, il cuore che non voleva ancora rallentare.
Alessandra ci guardò entrambi, sfinita ma ancora splendida, e disse:
«Perfetti. Voi due insieme. Il mio nuovo vizio.»
Rimase stesa su di me, il respiro che tremava contro il mio petto.
«Ti è piaciuto?» sussurrò.
Le accarezzai i capelli.
«Sì.»
Era più di un sì. Era un grazie. Era una resa. Era la scoperta di qualcosa che avevo dentro e non conoscevo ancora.
Ci sedemmo sul divano, nudi, stanchi, felici. Mauro si sedette accanto a noi, prese una coperta leggera e ce la stese addosso. Ci accarezzò le gambe, i fianchi, poi si sdraiò a terra, la testa appoggiata sulle mie caviglie. Restammo lì in silenzio, per lunghi minuti.
Il sesso aveva lasciato il posto a una pace strana, profonda, che non avevo mai sentito prima. Non era solo fisico. Era qualcosa di più.
Tornai a casa che era ormai sera, con il corpo ancora indolenzito e la mente lontana, confusa, piena. Il viaggio in auto fu silenzioso. Le mani sul volante ancora segnate da graffi leggeri, le labbra gonfie di baci, la pelle che portava l’odore di loro due, sudore, sesso, dopobarba e shampoo di Alessandra. Mi sentivo vivo. Vivo in un modo che non conoscevo.
Entrai in casa piano, senza accendere le luci. Aurora era di turno quella notte. Lasciai la giacca sulla sedia, i pantaloni dove capitava. In cucina, aprii una birra, poi andai in soggiorno.
La bici era lì, nel suo angolo, nuda anche lei, smontata a metà. Il telaio nero opaco, i pedali sospesi. La guardai a lungo, e qualcosa dentro di me si sciolse.
Avevo sempre pensato che fosse il mio unico rifugio. Il mio unico linguaggio, l’unica forma di libertà. Ma adesso sapevo che c’erano altri modi per sentirsi liberi. Altre strade da percorrere, non per forza asfaltate.
Mi sdraiai sul tappeto, chiusi gli occhi, e ripercorsi ogni dettaglio della giornata. La bocca di Mauro su di me, la pelle di Alessandra che si tendeva tra noi, i respiri sovrapposti, la tenerezza confusa dopo l’orgasmo. Ma non era solo sesso. Era qualcosa di più carnale e insieme emotivo. Una specie di apertura, di spazio nuovo.
Alla passione per la bici, ora, ne avevo affiancata un’altra. Più istintiva. Più pericolosa, forse. Ma altrettanto vera. Sentivo ancora il calore delle loro mani sul mio corpo. Il modo in cui Alessandra ci aveva condotti entrambi come una direttrice d’orchestra. La libertà del lasciarsi andare. L’assenza di giudizio. Il coraggio.
Non sapevo se li avrei rivisti. Forse sì. Forse no. Ma sapevo che qualcosa si era mosso dentro di me. Una ruota nuova. Un ingranaggio che non avevo mai montato.
Quella notte non dormii. Mi sedetti accanto alla bici e cominciai a montare il nuovo cambio. Pezzo per pezzo. Con lentezza. Come se stessi ricostruendo anche me stesso.
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