Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Scambio di Coppia

Il labirinto


di Membro VIP di Annunci69.it gleeden
02.04.2026    |    1.219    |    4 9.8
"Lo succhiai con fame, mentre Riccardo si spingeva dentro nel “labirinto” del mio sesso..."
“Nel cuore silenzioso della tentazione”


A volte mi chiedo cosa resterebbe di me se togliessimo tutto quello che ho fatto per le mie figlie. Se si potesse azzerare la lavatrice, il frigorifero pieno, le chat su WhatsApp per sapere dove sono, se hanno mangiato, se dormono, se respirano. Se eliminassimo ogni singolo gesto compiuto negli ultimi vent’anni per Viola e Alessia, resterebbe ancora una donna? O solo un’ombra che si muove in casa, tra le stanze, aspettando il prossimo rumore?
Mi chiamo Maddalena. Ho quarantanove anni, due figlie diventate vento altrove, e un marito che da ventitré anni è la trama silenziosa della mia vita. Lavoro da più di quindici anni come assistente alla poltrona di un dentista che ama i golfini pastello e i silenzi pieni. Vivo in un appartamento ordinato in un quartiere ordinato della periferia nord di Milano. E la mia vita è… come potrei definirla? Comoda. Familiare. Lineare. Immobile.
Riccardo, mio marito, è un uomo affidabile. Cinquantadue anni, impiegato contabile in una multinazionale americana. Preciso, puntuale, regolare. Un uomo che piega i calzini in due modi diversi: uno per il cassetto e uno per la valigia. Un uomo che si alza alle 6:40 anche il sabato, perché “così non si perde il ritmo”.
Abbiamo cresciuto Viola e Alessia come si cresce un bonsai: con amore minuzioso, tagliando rami inutili, sostenendo la loro crescita con fili invisibili ma resistenti. Abbiamo vigilato su ogni amico, ogni messaggio, ogni raffreddore. Ogni serata fuori era negoziata come un trattato diplomatico. Ogni voto a scuola, ogni colloquio, ogni assenza, era un referto da analizzare. Io ero la madre apprensiva, lui il padre razionale. Una squadra. Un presidio permanente.
E ora, all’improvviso, questa estate ci regala un evento inatteso: due settimane da soli. Le ragazze andranno via insieme, una in Grecia con le amiche del liceo, l’altra in Puglia con il fidanzato e il suo gruppo. Nessuna delle due sarà a casa. Nessuna delle due avrà bisogno della nostra presenza costante.
Quando lo abbiamo capito, Riccardo ha detto solo:
«Dovremmo approfittarne per sistemare la libreria del soggiorno.»
Io ho risposto:
«Potremmo tinteggiare il bagno piccolo.»
Ma sotto, sotto, qualcosa ci ha scossi entrambi. Un filo d’ansia, sì. Ma anche un senso nuovo, come di spazio aperto. Come se la casa, per la prima volta dopo vent’anni, fosse davvero solo nostra.
I giorni prima della loro partenza li abbiamo passati come sempre: controllando valigie, medicine, documenti, prenotazioni. Alessia ha dimenticato la spazzola, Viola non trovava il caricabatterie. Riccardo ha stampato le carte d’imbarco, io ho messo etichette con i numeri di telefono ovunque, anche nelle mutande.
Abbiamo accompagnato Viola all’aeroporto di Malpensa, salutandola davanti ai controlli come se andasse in missione in Antartide. Due ore dopo, con lo stesso nodo in gola, abbiamo aiutato Alessia a caricare i bagagli sulla Punto del fidanzato, augurandole di “non esagerare col sole” e “non bere troppi spritz”.
Poi, il silenzio.
Una casa senza ragazze è una casa con le pareti più larghe. All’inizio cammini in punta di piedi, quasi in colpa. Poi cominci a notare le cose che erano lì da sempre: il ticchettio dell’orologio in cucina, il cigolio della sedia sotto Riccardo, il rumore dei nostri respiri di notte.
Il primo giorno ci siamo svegliati tardi. Tardi per noi voleva dire le 8:10. Ho aperto gli occhi e non ho sentito voci, passi, il phon. Solo un silenzio strano, pieno di possibilità.
Riccardo ha detto:
«Facciamo colazione sul balcone?»
E l’abbiamo fatto. Senza la fretta della scuola, delle chiamate, dei turni. Abbiamo mangiato lentamente, come due persone in vacanza. Ma senza sapere bene che farne, di quella vacanza.
Nei giorni seguenti abbiamo provato a riempire quel tempo. Abbiamo fatto la spesa insieme, guardato un paio di film su Netflix, cucinato cose nuove. Eppure, qualcosa non funzionava. Il tempo ci sfuggiva, ma non sapevamo come trattenerlo. E la sera, nel letto, ci ritrovavamo distesi vicini come due estranei che si ricordano appena.
Il sesso, se così si può ancora chiamare, era diventato un’abitudine da fine settimana alterni. Un rito gentile e un po’ spento. Lui sapeva dove mettermi la mano, io sapevo quanto fingere. Nessuno parlava. Nessuno osava. Nessuno mancava di rispetto alla quiete.
Ogni tanto, mentre stendevo il bucato, mi chiedevo dove fosse finita la donna che ero. Quella che rideva forte, che danzava in cucina, che mandava messaggi sporchi a Riccardo durante le pause in studio. C’era stata, da qualche parte. Ma da anni era chiusa in una scatola sotto il letto, insieme ai reggiseni rossi e a certe fantasie proibite.
Una sera, Riccardo mi guardò mentre lavavo i piatti. Aveva quell’aria strana, come quando deve dirmi qualcosa ma non sa da dove iniziare.
«Ti andrebbe…» disse.
«Cosa?»
«Di uscire. Di fare qualcosa di diverso.»
«Una cena fuori?»
«Più… fuori.»
«Cioè?»
Fece una pausa, imbarazzato. Poi disse:
«Ho letto di un posto. Un locale. Particolare. Si chiama “Labirinto”.»
Io smisi di strofinare il bicchiere. “Labirinto”. Era un nome che suonava proibito e infantile allo stesso tempo.
«Che tipo di locale?»
Lui deglutì.
«Un locale per coppie. Per… scambisti. Ma non intendo che dobbiamo… insomma. Solo curiosare. Vedere. Non fare niente. Solo andare.»
Lo guardai per qualche secondo. In quel momento pensai che fosse impazzito. O forse lo ero io, a non sentirmi del tutto indignata.
Poi mi girai, finii di lavare i piatti, e non dissi niente.
Ma qualcosa, quella sera, cominciò a cambiare.
Nei giorni successivi Riccardo non parlò più del locale. E io non gli chiesi nulla. Ma la parola "Labirinto" si era incisa nella mia mente come un tatuaggio invisibile: ogni tanto la sentivo riemergere mentre guidavo, mentre sistemavo la cucina, mentre spazzavo il pavimento.
Mi faceva rabbia. Rabbia che avesse avuto il coraggio di proporlo. Rabbia che io non lo avessi fermato. E rabbia, soprattutto, per quella parte di me che si stava chiedendo cosa potrebbe succedere se…
Avevo sempre creduto di conoscere i miei confini. Eppure, mentre passavano i giorni, sentivo che quei confini non erano più netti. Si sfilacciavano, come cuciture vecchie sotto la tensione di una stoffa nuova.
Una sera, dopo cena, eravamo sul divano. La TV parlava da sola. Riccardo scrollava il cellulare. Io lo guardavo. Guardavo le sue mani, mani che conoscevo come le mie, eppure sentivo come se potessero ancora sorprendermi.
«L’hai cercato?» gli chiesi, all’improvviso.
Lui sollevò lo sguardo.
«Cosa?»
«Il locale. Il Labirinto.»
Ci mise un attimo a capire. Poi annuì piano.
«Sì. È a mezz’ora da qui. Si entra solo in coppia. Serve il Green Pass.»
«E com’è?»
«Elegante. Discreto. Dicono che non è come nei film. Nessuno ti obbliga a niente. Si può solo bere qualcosa. O guardare.»
Annuii, come se stessi parlando di un ristorante esotico. Poi mi alzai e andai a mettere a posto i piatti. Ma sentivo il cuore battere più in fretta. Non per paura. Non solo. C’era anche un’eccitazione nuova, un fremito che non provavo da anni.
Quella notte, a letto, mi girai verso Riccardo.
«Se andassimo solo a vedere?»
Lui mi fissò, sorpreso.
«Solo a vedere, Maddalena.»
«Sì.» sussurrai. «Solo a vedere.»
Mi vestii per la serata come se dovessi attraversare un confine. Scelsi un vestito nero che non mettevo da anni. Leggero, con una scollatura che sfiorava il limite della decenza. Tacchi bassi, non volevo sembrare ridicola. E un trucco leggero, ma curato. Mi sentivo goffa e viva allo stesso tempo. Come quando a vent’anni andavo agli appuntamenti con il cuore che batteva tra le cosce.
Riccardo era elegante, camicia blu scura, profumo appena accennato. Mi guardò uscire dal bagno con un’espressione che non vedevo da tempo. Desiderio. Sorpresa. Forse anche timore.
Il locale era in una zona industriale, lontano da occhi indiscreti. Parcheggiammo, ci prendemmo per mano. Le dita tremavano.
All’ingresso ci accolse una donna sulla cinquantina, molto curata, con un sorriso gentile. Ci chiese se fosse la prima volta. Riccardo disse di sì. Ci spiegò le regole con tono rassicurante: no foto, no pressioni, no obblighi.
«Avete solo il dovere di rispettare voi stessi e chi avete accanto.» disse.
Mi colpì quella frase. La presi come un’ancora.
Entrammo.
Il locale era buio, elegante. Luci rosse, velluto, divanetti separati da tende sottili. Si sentiva un profumo di spezie e pulito. Nulla di volgare, nulla di chiassoso. Solo coppie. Uomini e donne. Seduti, rilassati. Alcuni parlavano. Altri si sfioravano con lentezza, come se la pelle fosse fatta d’acqua.
Ci sedemmo in un angolo. Presi un cocktail leggero, Riccardo un whisky. Guardavamo in silenzio. Nessuno ci fissava. Nessuno ci veniva addosso. Solo presenze. E movimenti.
Dopo un po’ iniziai a rilassarmi. Le luci soffuse aiutavano. Il caldo di luglio sembrava sparito. Sentivo solo il respiro di Riccardo vicino al mio orecchio.
«Ti senti a disagio?» mi chiese.
«No. Non ancora.»
«Vuoi andare via?»
Scossi la testa.
Cominciammo a parlare. Di noi. Di quello che vedevamo. Di quello che pensavamo. Di come ci sentivamo. Era una conversazione che non facevamo da anni. Non così. Non con quella tensione tra le gambe.
A un certo punto una coppia si sedette vicino a noi. Lei era bionda, sui quarantacinque, vestita con una gonna di pelle e un top in pizzo nero. Lui era più giovane, forse quarant’anni, capelli corti, fisico curato. Ci sorrise.
«Prima volta?» chiese lei.
Annuii.
«Tranquilli.» disse lei. «Nessuno fa niente che non vuole fare. Noi siamo qui solo per bere qualcosa. Anche se…» e mi lanciò un’occhiata, «è bello essere guardati, a volte.»
Riccardo sorrise. Io abbassai lo sguardo, ma sentii un brivido percorrermi la schiena.
Restammo un’ora ancora. Nessun contatto. Nessuna proposta. Solo sguardi. Frammenti. Desideri sospesi.
Quando uscimmo, avevamo entrambi la pelle tesa come se avessimo corso.
In macchina, Riccardo guidava in silenzio. Io guardavo fuori.
«Hai fame?» chiese lui.
«No. Ma voglio te. Ora.»
«Davvero?»
«Sì. Non riesco ad aspettare.»
Non tornammo nemmeno a casa. Trovammo un albergo lungo la strada. Una stanza anonima con lenzuola bianche e pareti beige. Ma fu lì che tornammo amanti. Non ci spogliammo con grazia, ma con urgenza. Come se la pelle ci bruciasse.
Mi prese da dietro sul bordo del letto, con le mani che mi afferravano i fianchi e la voce che mi diceva "sei mia". Mi venne dentro mentre io mordevo il cuscino per non urlare. Poi mi sdraiai sopra di lui e gli baciai il petto, le spalle, il collo. Mi sentii viva. Lubricamente viva.
Quella notte scopammo ancora. Lenti. Profondi. Non solo corpi. Ma anime.
I giorni seguenti furono diversi. Ci cercavamo con gli occhi. Con le mani. Al mattino, mentre preparavamo il caffè, lui mi sfiorava la schiena. Io lo guardavo mentre usciva dalla doccia, e sentivo la voglia crescere. La sera facevamo l’amore, sì, stavolta era amore, ovunque: in cucina, in salotto, perfino sul balcone.
Non parlavamo più del Labirinto. Ma sapevamo che c’era. Che ci aveva aperto una porta. E che forse, prima o poi, ci saremmo tornati.
Il rumore della chiave nella porta mi sorprese mentre stavo piegando dei panni sul divano. Era una domenica pomeriggio di fine luglio, il caldo sembrava essersi fatto più opaco, appiccicoso.
«Mamma?»
Viola. Era tornata in anticipo.
La casa si riempì nel giro di mezz’ora: valigie buttate in corridoio, souvenir improbabili, abbracci appiccicosi di crema solare. Subito dopo arrivò anche Alessia, rumorosa, stanca, affamata. Ci abbracciarono, ci raccontarono. Delle discoteche greche, dei tramonti pugliesi, delle zanzare, degli spritz, di ragazzi con accenti strani. Io annuivo, ridevo, mi forzavo a ricordare ogni dettaglio. Ma dentro di me qualcosa osservava da lontano.
Non erano più bambine. E io non ero più solo la loro madre.
Riprese subito la routine. I lavaggi a ciclo continuo, le cene per quattro, le richieste di passaggi in macchina, i “mamma hai visto il mio top beige?”. Ma c’era una differenza. Piccola, silenziosa, ma netta.
Mi sentivo diversa. Come se la pelle non fosse più la stessa. Come se un lembo invisibile si fosse staccato e sotto ci fosse qualcosa di più vivo, più sensibile, più vero.
Anche Riccardo sembrava diverso. Più presente. Più silenzioso, a volte, ma non assente. Mi guardava in modo nuovo. Come se non desse più nulla per scontato. Come se aspettasse.
Facevamo ancora l’amore. Non ogni sera, certo. Ma con più verità. Non c’era più quel copione di gesti noti, ma un desiderio sottile che restava sottopelle tutto il giorno e si faceva carne la notte. A volte, bastava uno sguardo in cucina, una carezza sulla coscia mentre guardavamo un film. Un’intesa fatta di quello che avevamo scoperto insieme. Senza bisogno di parole.
Una sera, a cena, Viola ci guardò entrambi e disse:
«Oh, mio Dio, ma cosa vi succede? State flirtando?»
Alessia scoppiò a ridere.
«Impossibile. Mamma e papà sono una squadra logistica. Tipo Protezione Civile.»
«Infatti.» dissi, sorridendo. «Stiamo solo organizzando una nuova evacuazione.»
Ma sotto il tavolo, Riccardo mi toccò la mano. E io la strinsi.
Tornammo alla vita di sempre. Alle lavatrici, ai turni, alle bollette. Ma non eravamo più quelli di prima. Qualcosa si era incrinato. In senso buono.
Non si trattava solo di sesso. Era qualcosa di più profondo. Come se, per un attimo, ci fossimo spogliati di tutto quello che eravamo diventati per tornare a quello che eravamo stati. E scoprire che ci piacevamo ancora.
Fu Riccardo, una sera, a rompere il silenzio. Stavamo guardando un film, io avevo la testa sulla sua spalla.
«Ci torneresti?» chiese piano.
Non serviva dire dove. Io chiusi gli occhi.
«Forse.»
«Non per forza adesso.»
«Ma neanche troppo tardi.»
Ci guardammo. E fu come la prima volta. Solo che adesso, sapevamo già cosa saremmo diventati.
La sera in cui tornammo al Labirinto, sentivo il cuore battermi tra le gambe. Mi ero preparata lentamente, con gesti studiati ma nervosi. Indossai un abito nero corto, senza reggiseno, che sfiorava appena il bordo delle cosce. Nelle mutandine, sottilissime, sentivo già il calore accumularsi. Non avevo mai desiderato mio marito così tanto come in quelle settimane. Eppure, stasera, volevo anche altro. Volevo guardarlo mentre veniva dentro un’altra. Volevo sentirmi scopata da uno sconosciuto con gli occhi di Riccardo fissi nei miei.
Riccardo, nel suo completo grigio senza cravatta, mi fissava con la bocca leggermente socchiusa. Lo sapevo: era duro già da mezz’ora.
«Sei perfetta.» mi disse piano, mentre salivamo in macchina.
Non risposi. Lo lasciai guidare con l’erezione sotto i pantaloni, godendomi il silenzio carico di aspettativa.
Al locale, ritrovammo Elena e Marco. Elena era divina: tacchi alti, vestito rosso aderente, senza spalline né slip. Quando mi abbracciò, sentii la sua pelle nuda contro la mia. Il suo profumo era dolce e sporco insieme.
Marco era rilassato, muscoloso, gli occhi chiari e taglienti. Si sedette accanto a Riccardo, le gambe appena divaricate, come se volesse mostrare la protuberanza evidente sotto il tessuto scuro.
Parlammo poco. I bicchieri restarono pieni. A un certo punto Elena si avvicinò al mio orecchio. «Vieni con me. C’è una stanza libera.»
Annuii. Ci alzammo insieme. Riccardo mi seguì, Marco poco dietro. I passi sembravano battiti.
Entrammo. La porta si chiuse. Luce soffusa, lenzuola bianche. Profumo di cera, pelle, umido. Il letto era enorme. Sotto lo specchio, riflessi attendevano.
Elena mi prese il viso tra le mani. Mi baciò con la lingua. Umida, calda, affamata. Il bacio si fece lento, poi più profondo. Sentii le sue mani spingersi sotto l’abito, salire dalle cosce ai fianchi. Mi sfilò le mutandine con un gesto rapido.
«Posso leccarti?» sussurrò.
«Sì.» dissi, già bagnata.
Mi fece sedere sul bordo del letto, gambe aperte. Si inginocchiò tra le mie cosce e affondò la lingua nel mio sesso come se stesse bevendo da una fonte. Lenta, poi più veloce. Circolare. Precisa.
Gemetti. Mi aggrappai alle lenzuola. Sentivo i miei succhi colare. Riccardo si era già tolto la giacca, poi la camicia. I pantaloni seguirono. Il suo cazzo era duro, spesso, scuro sulla pelle tesa. Lo vidi avvicinarsi a Marco. Si guardarono. Marco gli sorrise. Poi si baciarono. Ero sorpresa. Ma eccitata. Il mio clitoride pulsava.
Marco si inginocchiò dietro di me, infilò una mano tra le mie gambe mentre Elena mi leccava con voracità. Un dito, poi due. Li sentii affondare nel mio sesso come coltelli nel burro caldo.
Riccardo si avvicinò e mi baciò. Le sue mani mi presero i seni, li strinsero.
«Sei bellissima, Maddalena. Così porca. Così mia.»
«Scopami!» dissi. «Ma voglio vederlo dentro di me.»
Mi alzarono in piedi. Elena si sedette sul letto, allargò le gambe, tirò Riccardo verso di sé. Lui la penetrò con un colpo solo. Lei urlò piano. Io osservavo. Il suo cazzo spariva tra le cosce di un’altra. E io… mi sentivo eccitata come non mai.
Marco mi prese da dietro. La sua mano affondò tra le mie natiche, poi le aprì. Sentii la sua cappella sfiorarmi la fessura. Poi spinse.
Il suo pene era spesso, più grosso di Riccardo. Mi penetrò lentamente, lasciandomi il tempo di sentire ogni centimetro.
«Sei bagnatissima.» mormorò.
«Scopami forte. Fammi urlare.»
Mi prese per i fianchi e cominciò a sbattermi con forza. Le sue palle sbattevano sulle mie cosce. Sentivo ogni spinta, ogni impatto. Guardavo mio marito scopare un’altra mentre io venivo riempita da uno sconosciuto.
Mi girò, mi fece salire sopra. Lo cavalcai con cura mentre lui mi afferrava i seni. Riccardo mi guardava.
«Vieni per me.» disse.
E venni. Forte. A lungo. Il corpo scosso da brividi. Le gambe molli. La mente vuota.
Quando il mio orgasmo si placò, rimasi ancora per qualche istante sopra Marco, ansimante, le mani poggiate sul suo petto sudato. Il suo cazzo era ancora dentro di me, ancora duro, caldo. Sentivo il battito del suo cuore attraverso il mio sesso.
Mi chinai su di lui, gli baciai la bocca, il mento, il collo. Il suo odore era un misto di pelle, sudore e desiderio. Le sue mani mi accarezzavano la schiena. Era dolce, ora. Come se il suo corpo sapesse che mi aveva aperta, invasa, conquistata.
Mi voltai a cercare Riccardo. Era inginocchiato sul letto, dietro a Elena, che era a carponi, con i seni che dondolavano e il culo in aria. Lo stava prendendo dentro da dietro, e gemeva a ogni colpo.
I nostri sguardi si incrociarono.
«Vieni qui.» mi disse.
Mi avvicinai a loro. Riccardo si fermò, si staccò da Elena e mi baciò. Il suo sesso era ancora duro, umido del corpo di un’altra.
«Posso venire dentro di te?»
«Sì. Fallo ora. Voglio sentirlo mentre lui guarda.»
Mi mise a quattro zampe, accanto a Elena. Le nostre mani si intrecciarono.
Poi lo sentii. L’ingresso familiare eppure sempre nuovo.
Riccardo mi affondò dentro con una forza calma, controllata.
«Sei piena.» mormorò. «Lo sento.»
«È vero. Sono ancora bagnata di lui. E voglio anche te.»
«Sei la mia puttana preferita.»
Mi prese per i capelli e cominciò a scoparmi più forte. Il suo bacino sbatteva contro il mio sedere. Mi afferrava con forza, senza più timore. Sentivo il suo glande in profondità, sentivo i miei liquidi colare lungo le cosce, il suo scroto sbattere contro di me.
Elena si sdraiò davanti a me e aprì le gambe.
«Leccami mentre lui ti scopa.»
E io lo feci. Affondai il viso nel suo sesso aperto, leccando il clitoride gonfio, infilando la lingua dentro. Sentivo Riccardo che mi montava sempre più veloce. Il suo respiro si faceva roco.
Mi prendeva come non aveva mai fatto prima. E io godevo.
A un certo punto, Marco si avvicinò. Mi tirò su per i fianchi.
«Posso prenderti la bocca?»
«Sì!» dissi. «Fai quello che vuoi.»
Mi girò. Mi inginocchiai tra loro due. Riccardo mi scopava da dietro, Marco mi offriva il suo cazzo davanti. Lo presi in bocca lentamente. Era caldo, pulsante, con il sapore salato della mia vagina ancora addosso. Lo succhiai con fame, mentre Riccardo si spingeva dentro nel “labirinto” del mio sesso. Ero un canale di piacere. Aperta. Offerta. Piena.
Riccardo mi prese per la gola, mi sollevò verso di lui.
«Voglio vederti mentre vengo dentro.»
Mi sdraiai sul letto. Lui si mise sopra. Mi guardava negli occhi mentre affondava. Il suo sguardo era feroce e innamorato.
«Sei mia. Anche così. Soprattutto così.»
«Vieni dentro. Riempimi.»
«Sì… sì…»
Lo sentii esplodere. Un calore intenso, profondo. Il suo corpo che tremava sopra di me. Mi baciò.
«Non sei mai stata così bella.»
Mi accarezzò il viso, le cosce, i seni. Restammo così qualche istante. Poi Elena e Marco si avvicinarono, ci baciarono. Nessun imbarazzo. Solo pelle. Solo corpi caldi, vivi.
Ci stendemmo tutti e quattro sul letto, i corpi come rami caldi. Il silenzio era denso, fatto di respiri profondi e odore di sesso. Il profumo della pelle, dei fluidi, dell’umidità ancora fresca tra le cosce, aleggiava come una nuvola carica e viva.
Elena accarezzava il petto di Riccardo. Marco mi baciava piano la nuca. Nessuno parlava. Non ce n’era bisogno. Il linguaggio era stato tutto corporeo, e ora non restava che lasciarlo sedimentare.
Mi voltai su un fianco e guardai mio marito. Aveva gli occhi socchiusi, la pelle ancora lucida di sudore.
«Come ti senti?» gli chiesi.
Aprì gli occhi e sorrise.
«Come se ti avessi riscoperta da capo.»
Mi commossi. Senza lacrime, solo dentro.
Sentivo il mio sesso ancora gonfio e umido, dilatato, soddisfatto. I muscoli delle cosce ancora pulsavano, il sapore salmastro del corpo di Elena mi era rimasto sulle labbra. Marco si accorse del mio sguardo e mi accarezzò la pancia, poi si chinò tra le mie gambe.
«Sei ancora aperta. Posso?»
Non risposi. Allargai le cosce. La sua lingua sfiorò la mia fessura con una lentezza nuova. Non c’era più fretta ora. Solo dedizione. Mi leccava come si prega. Come si adora. E io lasciavo che lo facesse, con la testa poggiata sul petto di Riccardo.
Venne un altro orgasmo. Silenzioso, profondo. Mi inarcai leggermente, senza gemiti. Solo un’ondata calda, liquida, che si espanse ovunque.
Quando Marco sollevò il viso, i suoi occhi sorridevano.
Mi prese per un braccio, mi attirò su di lui.
«Vieni qui. Fammi venire dentro di te.»
Gli montai sopra, lentamente. Sentii il suo sesso risalirmi dentro come un’eco del primo amplesso. Ricominciai a muovermi, ondeggiando i fianchi. Riccardo guardava. Mi accarezzava il seno, il ventre, le cosce. Mi aiutava a muovermi. Mi dirigeva con le mani.
Marco mi scopò finché il respiro gli diventò corto. Poi mi afferrò con forza e si venne dentro. Sentii lo sperma riempirmi di nuovo, mescolarsi a quello di Riccardo. Il mio sesso era una coppa ricolma. Il mio corpo, un altare condiviso.
Ci baciammo ancora. Lenti. Poi ci rivestimmo senza parole. Le gambe molli, i corpi arresi. Elena mi baciò piano sul collo.
«Sei meravigliosa... e vera!»
«Anche tu.»
Ci salutammo nell’atrio con sguardi complici. Nessuna promessa. Nessun appuntamento fissato. Solo un’intesa che sapeva di pelle e rispetto.
In macchina, Riccardo mi prese la mano.
«Sei stata incredibile.»
«Tu mi hai fatto diventare così.»
«Vuoi rifarlo?»
«Un giorno.... Ma sì.»
«Siamo cambiati?»
«No. Siamo tornati.»
E mentre la città si riaccendeva attorno a noi, sentivo ancora il calore di Marco dentro di me, il sapore di Elena sulle labbra e lo sguardo di mio marito stampato in ogni centimetro della mia pelle.
Non c’erano più stanze da scoprire. Solo la nostra. Finalmente aperta.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
9.8
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Il labirinto :

Altri Racconti Erotici in Scambio di Coppia:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni