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Lui & Lei

Il caffè delle 10


di Membro VIP di Annunci69.it gleeden
06.05.2026    |    1.512    |    4 9.5
"Le sue mani stringevano i miei fianchi, i suoi colpi facevano sbattere il mio corpo contro il materasso..."
La mia vita è un mosaico di certezze.
Non mancano i colori, non mancano le tessere ben allineate, ma ogni volta che mi fermo ad osservare il disegno dall’alto, mi accorgo che la figura è sempre la stessa. Sempre identica a sé stessa. Nessun improvviso squarcio di luce, nessuna macchia fuori posto.
Forse è rassicurante, forse è quello che tutte le donne dovrebbero desiderare: una famiglia stabile, un marito presente, due figli che crescono sani e pieni di entusiasmo per la vita. Ma c’è anche un altro lato di me, un lato che scalpita, che sussurra, che a volte urla piano.
Lavoro in un ufficio contabile all’interno di un grande complesso dove convivono diverse aziende. Ore passate davanti al monitor, conti che devono tornare, fatture che devono combaciare, colleghi che si muovono come piccole ombre nel corridoio. L’odore della carta stampata, la luce artificiale dei neon, la pausa pranzo sempre uguale. C’è chi si lamenta, chi spettegola, chi sogna già il weekend. Io, invece, mi rifugio in quella disciplina dei numeri che, almeno in apparenza, non lascia spazio all’imprevisto.
La mia giornata è scandita come il ticchettio di un orologio: sveglia alle sette, colazione con i miei figli, due maschi pieni di energia, dodici e dieci anni, che discutono animatamente di calcio fin dal mattino, come se il mondo intero si riducesse a un pallone che rotola sull’erba. Pietro, mio marito, li accompagna a scuola, e spesso è lui a seguirli agli allenamenti e alle partite domenicali. Li sostiene, li incita, si appassiona a quell’universo di campi polverosi e maglie sudate. Io li guardo da lontano, orgogliosa, ma resto sempre in seconda fila. La domenica mattina diventa così il mio tempo rubato: tre ore di silenzio, di vuoto, di respiro.
Pietro è un buon marito. Presente, affettuoso, attento. Non mi ha mai fatto mancare nulla: non un gesto di cura, non un sostegno, non un abbraccio. Sa cucinare, sa organizzare, sa anche sopportare i miei momenti di silenzio senza chiedere spiegazioni. Lo amo, sì, ma il nostro amore ha perso la freschezza del rischio. È diventato un giardino ben potato, senza erbacce né fiori selvaggi.
Il sesso con lui è parte di questa routine. Non manca, non è svanito, ma si è trasformato in un copione. Un iter rassicurante, ripetuto con la stessa regolarità con cui si prepara il letto la sera. Le stesse carezze, le stesse posizioni, la stessa velocità nel raggiungere un piacere più rassomigliante a un dovere che a un desiderio. Ci sono notti in cui mi lascio andare chiudendo gli occhi, come per dire: “Ecco, è questo che si fa tra marito e moglie.” Altre in cui fingo un piacere che non arriva, per non ferirlo, per non complicare un equilibrio che a lui sembra bastare.
Tuttavia, dentro di me cresce una noia che non osa diventare parola. Una stanchezza che non è fisica, ma dell’anima. Perché so che il desiderio potrebbe essere altro: fuoco, vertigine, perdita di controllo. E io non lo sento più da anni.
L’unico momento che sento veramente mio è la domenica mattina, quando la casa resta vuota. Accendo candele profumate, sparse sul bordo della vasca, apro le bottigliette di oli essenziali e lascio che il vapore trasformi il bagno in una piccola spa segreta. Mi immergo nell’acqua calda e lascio che la pelle si ammorbidisca, che i muscoli si sciolgano, che la mente smetta di contare, programmare, controllare.
Chiudo gli occhi e mi immagino altrove: non moglie, non madre, non contabile, ma solo donna. In quelle ore, il mondo mi restituisce una libertà che non ho il coraggio di reclamare ad alta voce.
A volte, nell’acqua, penso al mio corpo. Non sono magra, non lo sono mai stata. Ho un fisico slanciato, tonico, curato, ma non da copertina. Gli anni mi hanno lasciato segni che non rinnego, curve che racchiudono la mia storia. Mi guardo allo specchio e riconosco la donna che sono diventata: mora, capelli lunghi, occhi neri che a volte sanno ancora brillare. Non mi dispiaccio, ma sento di vivere con il freno a mano tirato, come se il mio corpo fosse in attesa di una scintilla.
La domenica mattina è il mio rifugio. Mentre Pietro e i ragazzi gridano su un campo da calcio, io affondo nell’acqua calda e ascolto il battito del mio cuore. Non c’è niente di scandaloso, niente di proibito: solo il desiderio di sentirmi viva. È un rito, un appuntamento con me stessa, l’unico in cui non mi sembra di recitare.
Il resto della settimana scorre come un binario fisso: lavoro, casa, figli, marito. Tutto procede secondo ritmi prestabiliti, come un meccanismo che non conosce imprevisti. Ed è proprio questa perfezione ordinata che, a volte, pesa come una gabbia invisibile.
Io, Veronica, 45 anni, moglie e madre irreprensibile, in realtà non sono che un corpo in attesa. In attesa di cosa, non lo sapevo ancora.
Il bar centrale del complesso in cui sorge il mio ufficio è da sempre il fulcro vivo delle mie mattinate di lavoro.
Alle dieci in punto, quando gli uffici rallentano il ritmo e i computer restano in stand-by, un fiume di colleghi e colleghe si riversa giù per le scale, attraversa il corridoio principale e approda al bancone come un branco assetato. Io compresa. Il caffè delle dieci è una liturgia. Un momento sospeso in cui non si parla di numeri, di scadenze o di bilanci, ma di vita. Pettegolezzi, risate, sbuffi, confidenze. È lì che, paradossalmente, ci ricordiamo di essere umani.
Per anni, dietro a quel bancone, c’è stato Sandro, un uomo di mezza età, occhiali spessi e battute facili, più bravo a riempire i vassoi di paste che a riempire i nostri sogni. Poi, un giorno, Sandro sparisce. Licenziamento, trasferimento, non l’ho mai capito davvero. Fatto sta che da un lunedì qualunque, dietro al bancone, c’era qualcun altro.
Lo vidi la prima volta entrando con le colleghe. Non fui io a notarlo per prima, a dire il vero. Anzi, fui quasi distratta, persa nelle mie solite riflessioni. Fu Giada, la più giovane del nostro ufficio, a emettere un sussulto che fece girare tutti.
«Dio mio, ma l’avete visto?» sussurrò, e la sua voce aveva il tono eccitato di una ragazzina al concerto del suo idolo.
Alzai lo sguardo.
Dietro al bancone, in divisa nera con camicia bianca arrotolata sulle braccia, c’era lui. Matteo. Al tempo non sapevo ancora il suo nome, ma già bastava a incendiare l’aria.
Capelli cortissimi, lineamenti scolpiti, mascella decisa, un piercing al sopracciglio destro che brillava sotto le luci del bar. E poi quegli occhi. Azzurri, di un blu gelido e penetrante che sembrava trapassare la pelle e arrivare all’anima. Uno di quegli sguardi che ti mettono a disagio, come se sapessero già quello che nascondi.
«Sembra uscito da una pubblicità di profumi.» commentò Laura, la collega più cinica, quella che non concede mai un complimento gratuito.
«Altro che profumi, quello è da mordere!» rise Chiara, lasciandosi andare a un accenno di malizia che fece arrossire persino Giada.
Io rimasi in silenzio. Lo osservai soltanto, cercando di mantenere quell’aria di distacco che mi contraddistingue sempre. Non volevo sembrare una delle tante che cadevano già ai suoi piedi.
Eppure… c’era qualcosa. Qualcosa che non si poteva ignorare. Il modo in cui si muoveva dietro al bancone, sicuro, rapido, con gesti fluidi e precisi. Il sorriso accennato, mai compiaciuto. Sembrava perfettamente consapevole del suo effetto sugli altri, ma al tempo stesso indifferente.
Nei giorni seguenti, il bar diventò una piccola arena di commenti.
«Oggi aveva una camicia più aderente, hai visto le braccia?»
«Ma è vero che ha fatto il militare nei parà?»
«No, no, dicono che sia un personal trainer e che lavori qui solo per arrotondare.»
«Pare che stia con una modella di Milano, giuro!»
Ogni mattina, nuove leggende si intrecciavano intorno alla figura di Matteo. Sembrava un personaggio mitologico, più che un barista. Le colleghe lo seguivano con lo sguardo, attente a ogni minimo gesto: come mescolava il cappuccino, come passava il panno sul bancone, come si chinava a prendere le scorte dai cassetti. Io ascoltavo, sorridevo, e facevo finta che non mi riguardasse.
Perché, dopotutto, avevo quindici anni più di lui. Una moglie, una donna “seria”. Non ero lì per sospirare dietro a un ragazzo che avrebbe potuto essere il fratello minore di una delle mie amiche.
Eppure… a volte mi sorprendevo a fissare le sue mani. Mani forti, pulite, dalle vene in rilievo. Quando porgeva la tazzina, le dita lunghe e sicure sfioravano sempre appena la ceramica, con una grazia che non era da barista ma da musicista.
Le colleghe parlavano di lui anche dopo la pausa, tornando in ufficio.
«Ma hai notato come ti guarda negli occhi quando prendi il caffè?»
«Io giuro che mi ha sorriso solo a me.»
«Sì, certo, a te e alle altre dieci che erano in fila!»
Io ridevo, scuotevo la testa, e mi rifugiavo nei miei conti. Ma la verità è che Matteo aveva già conquistato uno spazio invisibile anche nella mia mente. Era come l’aroma del caffè: pungente, persistente, impossibile da ignorare. Non ti accorgi di inspirarlo, eppure resta dentro, si mescola al respiro, accompagna i pensieri.
Nei primi giorni, mantenni le distanze. “Non cedere al ridicolo”, mi ripetevo. “Non sei come loro, non hai bisogno di questo.”
E in effetti Matteo sembrava quasi ignorare tutte quelle attenzioni. Non un ammiccamento, non un gesto fuori posto. Professionale, sicuro, impenetrabile. Ma proprio per questo, più affascinante. Come un enigma che ti sfida a risolverlo.
Così il bar, che per anni era stato solo un luogo di pausa, diventò improvvisamente un teatro. Ogni mattina alle dieci si alzava un sipario invisibile, con un protagonista che catalizzava sguardi, sospiri e immaginazioni.
E io, senza volerlo, mi ritrovavo in platea.
Fu un venerdì sera, quasi per caso. Il cielo si era fatto scuro all’improvviso, carico di nuvole minacciose. Avevo appena spento il computer e salutato le colleghe quando il primo tuono squarciò l’aria. Uscendo dall’edificio, l’acqua mi colpì come una lama. Non avevo ombrello, non avevo giacca, niente. Solo la fretta di correre verso l’auto, a cinquanta metri dall’ingresso.
Ero pronta a bagnarmi, quando una voce maschile mi fermò.
«Vuole un passaggio?»
Alzai lo sguardo. Era lui. Matteo. In piedi, con un ombrello nero grande abbastanza per due. Sorrideva, e il suo sorriso, sotto quella pioggia battente, aveva qualcosa di irreale.
Accettai, quasi senza pensare.
Ci ritrovammo vicini, troppo vicini, sotto quell’ombrello che sembrava stringere i nostri corpi più della pioggia stessa. Il suo braccio sfiorava il mio, le nostre spalle si toccavano a ogni passo. E il suo profumo… non era il solito odore di caffè e latte montato che portava addosso al bancone. Era un profumo caldo, maschile, con note legnose che si mescolavano all’umidità della pioggia.
Ogni respiro mi dava le vertigini.
Arrivammo alla mia macchina in pochi secondi, ma a me sembrarono minuti infiniti.
«Ecco fatto, signora» disse, con quel tono rispettoso che mi punse come uno spillo.
“Signora.”
Quella parola mi riportò bruscamente alla realtà. Salii in auto, lo ringraziai e chiusi la portiera. Ma mentre partivo, il cuore mi batteva forte, e sentivo ancora addosso il calore del suo corpo.
Quella notte, Matteo entrò nei miei sogni.
Lo vidi nudo, scolpito, con quegli occhi azzurri che non lasciavano scampo. Mi prendeva senza chiedere permesso, mi spingeva contro un muro invisibile, mi apriva le gambe e mi possedeva con una forza che non avevo mai conosciuto.
Non c’erano carezze, non c’era dolcezza: solo desiderio puro, selvaggio, animalesco. E io godevo, urlando il suo nome come non avevo mai urlato quello di mio marito.
Mi svegliai sudata, il cuore impazzito, le cosce bagnate.
Da quel giorno, Matteo diventò la mia ossessione segreta.
Ogni volta che lo incrociavo al bar, rivedevo quelle immagini. Il suo corpo che si muoveva sopra il mio, il suo sesso duro che mi penetrava senza pietà, le mie unghie che gli graffiavano la schiena. Bastava un suo sguardo per farmi tremare le gambe.
La domenica successiva, nel mio solito bagno caldo, non riuscii a trattenermi.
Accesi le candele, versai gli oli essenziali nell’acqua e chiusi gli occhi. Ma invece di lasciare che la mente si svuotasse, la riempii di lui. Matteo.
Lo immaginai chinarsi su di me, spogliarmi con gesti rapidi, mordermi il collo, farmi sua dentro quella vasca che fino a quel giorno era stata solo il mio rifugio innocente. Le mie mani scivolarono sul ventre, lentamente, come se non avessero altra scelta. Sfiorai i seni, li strinsi, sentii i capezzoli indurirsi sotto le dita. E poi, inevitabile, scesi più giù. Il mio sesso era già umido, pronto, pulsante. Non ebbi bisogno di prepararmi: bastava il pensiero di lui, del suo respiro sul mio collo, della sua voce roca che mi comandava. Iniziai a toccarmi piano, poi più forte, con un ritmo che cresceva insieme all’immagine di Matteo nella mia mente. Lo vedevo aprirmi le gambe, infilarsi dentro di me con violenza, spingere fino a farmi gemere. Mi vedevo cavalcarlo, il suo petto sudato sotto le mie mani, il suo sesso che mi riempiva fino in fondo. Ogni movimento delle dita era una risposta a quel sogno, a quel corpo che non avevo mai avuto ma che ormai sentivo mio. Venni forte, con un gemito che rimbombò nel bagno. Un orgasmo diverso, più intenso, più selvaggio. Mi lasciò senza fiato, con le cosce che tremavano e le mani ancora intrise di piacere. Rimasi nell’acqua, stremata, con il cuore che batteva come se avessi corso. Ma non era corsa. Era desiderio. Desiderio puro.
E non era finita lì.
Durante la settimana, a lavoro, non riuscii a resistere. Ogni volta che Matteo mi sorrideva passando la tazzina, sentivo il calore crescere dentro di me. Tornata in ufficio, bastava chiudere gli occhi per rivivere quel sogno. La notte, nel letto accanto a Pietro, fantasticavo su Matteo. Mi voltavo dall’altra parte, immaginando di avere accanto lui, non mio marito.
E ogni domenica, il bagno caldo diventava un altare al mio peccato.
Accendevo le candele non per rilassarmi, ma per toccarmi pensando a Matteo. Mi prendevo con le mani come non avevo mai osato prima, lasciandomi andare a fantasie che non avrei mai creduto possibili. Lo immaginavo spingermi contro lo specchio, prendermi da dietro, farmi gridare senza pudore.
La verità era semplice: Matteo aveva risvegliato qualcosa che credevo morto. E io non ero più solo moglie. Ero di nuovo donna!
Da quel venerdì sotto la pioggia, nulla era più come prima.
Il caffè delle dieci, un tempo rito innocuo e quasi noioso, si trasformò nel momento più atteso della mia giornata. Non era più la caffeina a tenermi sveglia, ma lui. Matteo.
Ogni mattina scendevo al bar con il cuore che mi batteva forte, come una ragazzina al primo appuntamento.
Il suo sguardo aveva cambiato qualcosa.
Prima mi serviva come tutte le altre, con quel sorriso professionale che non lasciava trapelare niente. Ora invece sembrava fermarsi un attimo di più su di me, indugiare. Quando porgeva la tazzina, le sue dita sfioravano le mie come per caso. Ma non era un caso. Quel tocco leggero mi percorreva il braccio come una scossa elettrica.
Ogni giorno, un dettaglio in più. Un cioccolatino accanto al piattino, un “buona giornata” pronunciato con voce più bassa, quasi intima, un sorriso appena accennato che le mie colleghe non notavano ma che io sentivo diretto, solo mio.
Ero consapevole di quello che stava accadendo. Sapevo che Matteo stava tessendo la sua tela. E io ci stavo cascando dentro, senza opporre resistenza. Anzi, mi lasciavo trascinare.
La notte lo sognavo, il giorno lo cercavo, la domenica lo invocavo nel mio bagno.
Il desiderio cresceva, e con lui la mia ossessione.
Cominciai a toccarmi più spesso. Bastava un pensiero improvviso, uno sguardo rubato, per sentirmi già bagnata. A volte, persino seduta alla scrivania, mi accorgevo che la mia mano si muoveva distrattamente tra le gambe, sopra la stoffa della gonna, e dovevo fermarmi di colpo, temendo che qualcuno se ne accorgesse.
Finché un giorno, non riuscii più a resistere.
Era mercoledì.
Ero tornata dalla pausa caffè con le gambe che mi tremavano. Matteo mi aveva passato la tazzina facendomi scivolare appena la punta del dito lungo la mano. Un attimo, un niente. Ma quel niente mi aveva incendiato.
Seduta alla scrivania, non riuscivo a concentrarmi. Le cifre si confondevano, i numeri ballavano sul monitor. Sentivo il sesso pulsare sotto la gonna, la biancheria inzuppata già solo al ricordo del suo tocco.
Mi alzai di colpo, inventando una scusa qualsiasi, e mi chiusi nel bagno dell’ufficio. Un cubicolo piccolo, freddo, illuminato da un neon che ronzava. Ma a me sembrò un rifugio, un antro segreto.
Appoggiai la schiena alla porta chiusa e infilai subito la mano sotto la gonna. Le mutandine erano già fradice. Le scostai e lasciai che le dita trovassero la mia fessura.
Era gonfia, calda, pulsante.
Cominciai a massaggiarmi con avidità, senza preliminari, senza dolcezza. Solo bisogno.
Chiusi gli occhi e lo vidi. Matteo che mi spingeva contro il bancone del bar mi sollevava la gonna davanti a tutti e mi prendeva senza curarsi degli sguardi. Lo sentii dentro, duro, violento, riempiendomi come nessuno aveva mai fatto.
Le dita correvano veloci, strofinavano il mio clitoride con forza, quasi con rabbia. Mi bagnavo sempre di più, al punto che sentivo il liquido colare lungo le cosce.
«Dio… Matteo…» gemetti a bassa voce, mordendomi il labbro per non urlare.
Il piacere montava veloce, incontenibile.
Mi toccavo con un’energia che rasentava la violenza, come se volessi strapparmi quell’orgasmo di dosso, costringerlo a esplodere. Le unghie mi graffiavano la pelle, le cosce battevano tra loro, i muscoli tesi fino al limite.
E poi venni.
Un orgasmo travolgente, lungo, sporco. Mi piegai in avanti, una mano sulla bocca per soffocare il grido, l’altra ancora incollata al mio sesso che pulsava e gemeva. Le gambe mi cedettero e dovetti appoggiarmi alla parete per non cadere.
Restai lì, ansimante, sudata, con le mutandine abbassate sulle cosce e le dita umide. Il respiro corto, il cuore impazzito. Mi sentivo viva. Più viva che mai.
Quando mi rivestii e tornai in ufficio, il mondo sembrava identico a prima. I colleghi lavoravano, i telefoni squillavano, le stampanti gracchiavano. Ma dentro di me nulla era uguale.
Avevo scoperto un lato di me che non conoscevo: una voracità sessuale che mi spaventava e mi eccitava allo stesso tempo.
E tutto, tutto era colpa di lui. Matteo non mi aveva toccata davvero, eppure aveva già preso possesso del mio corpo.
E io non riuscivo più a fermarmi.
Ogni giorno che passava, il gioco tra me e Matteo diventava più evidente.
Non era più un semplice scambio di sguardi o di dita che si sfioravano sulla tazzina. Era qualcosa di più profondo, più costruito, più pericoloso.
Al bar, lui aveva sempre una parola in più per me. Non un complimento diretto, non un approccio plateale, non era quel tipo di uomo. Era più sottile, più astuto.
«Oggi sembra più stanca del solito» mi disse un martedì, porgendomi il caffè.
«Giornata lunga» risposi, stringendo la tazzina per non tremare.
«Dovrebbe concedersi un momento solo per sé.»
Quelle parole, dette con voce bassa, mi fecero arrossire come un’adolescente. Lui lo sapeva. Lo vedeva.
Le colleghe continuavano a ridere e scherzare, ignare. Ma io percepivo chiaramente che tra me e lui stava nascendo un linguaggio segreto.
Ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano, sentivo un brivido corrermi lungo la schiena. Quando mi porgeva il caffè, le sue dita si trattenevano un secondo di più sulle mie. Quando mi salutava, lo faceva con un mezzo sorriso che sembrava rivolto solo a me.
E poi cominciarono i piccoli gesti.
Un cioccolatino, nascosto accanto al cucchiaino, con l’involucro d’argento che brillava come un segreto proibito.
Un bigliettino piegato, infilato sotto il piattino, con scritto semplicemente: “Oggi sei bellissima.”
Mi sentivo desiderata, bramata, al centro di un gioco che non avevo mai immaginato di poter vivere.
La notte, quando mi infilavo a letto accanto a Pietro, chiudevo gli occhi e pensavo a Matteo. Sognavo le sue mani che mi accarezzavano, le sue labbra che mi baciavano ovunque, il suo sesso che mi penetrava con forza. E mi toccavo piano, lentamente, cercando di soffocare i gemiti perché Pietro non si svegliasse. Ogni orgasmo era più intenso del precedente, alimentato da quella tensione proibita che cresceva ogni giorno.
Ma sapevo che il desiderio non poteva restare confinato nei sogni o nei bagni rubati. Era troppo.
E Matteo lo capì prima di me.
Un venerdì mattina, il bar era insolitamente vuoto. Arrivai più tardi del solito, e le colleghe erano già tornate in ufficio. Lui era lì, dietro il bancone, a pulire i bicchieri. Quando mi vide entrare, sorrise.
«Il solito?»
Annuii.
Mi porse la tazzina con un gesto lento, e insieme, quasi nascosto sotto al piattino, c’era un biglietto piegato. Lo presi senza dire nulla, facendo finta di nulla, ma il cuore mi batteva così forte che temevo si sentisse.
Tornata in ufficio, aprii il biglietto sotto la scrivania.
Dentro c’era scritto solo un numero di telefono. Nient’altro. Nessuna parola.
Non ce n’era bisogno.
Restai a fissare quelle cifre per minuti interi. Le dita mi tremavano. Era la porta che si apriva. Il punto di non ritorno. Bastava un messaggio, una chiamata, e tutto sarebbe cambiato.
Ero combattuta. La mente mi diceva di strappare quel foglietto, di buttarlo via, di cancellare quel desiderio sul nascere. Ma il corpo… il corpo urlava un’altra verità.
Lo guardai a lungo, come se quelle cifre fossero un enigma da risolvere. Poi, all’improvviso, senza più pensarci, presi il telefono e digitai un messaggio.
“Domenica mattina alle 9. Motel Europa. Aspettami al parcheggio all’ingresso. Unica occasione, non ce ne saranno altre.”
Il dito restò sospeso sopra al tasto “invia” per un istante che mi parve eterno. Poi premetti.
Il messaggio partì.
Il cuore mi martellava nel petto, le mani sudate, le gambe molli. Non riuscivo a credere di averlo fatto. Io, Veronica, stavo dando appuntamento a un uomo che non era mio marito. Non per un caffè, non per una chiacchierata, ma per una scopata. Per un incontro di puro sesso.
Il telefono vibrò dopo pochi secondi.
Era lui. Matteo.
Un solo messaggio: “Ci sarò.”
Lessi e rilessi quelle due parole decine di volte. Mi sentii bagnata all’istante, come se il mio corpo avesse reagito prima ancora della mia mente. Mi chiusi in bagno, abbassai la gonna e mi toccai con una furia incontrollabile.
Venni due volte, in rapida successione, piegata sul lavandino, con le mutandine abbassate alle caviglie e le gambe che tremavano.
Quando mi guardai allo specchio, gli occhi erano diversi. Non più quelli di una moglie rassegnata. Erano gli occhi di una donna che stava per oltrepassare un confine.
E non provavo vergogna. Solo desiderio.
La domenica arrivò come un terremoto silenzioso.
Passai tutta la notte a rigirarmi nel letto, accanto a Pietro che dormiva ignaro, con il cuore che martellava nel petto e la mente occupata da un solo pensiero: Matteo.
Alle otto e mezzo del mattino, dopo che Pietro e i ragazzi avevano da poco lasciato casa, mi preparai in silenzio. Indossai un vestito lungo, leggero, color borgogna, che scivolava sulle curve senza nascondere nulla. Sotto, niente. Né reggiseno, né mutandine. Volevo che fosse chiaro, immediato, indecente.
Arrivai al parcheggio del Motel Europa con il cuore che mi batteva in gola. Le mani serravano il volante, sudate, e il motore restò acceso qualche istante in più del necessario, come se anche l’auto si rifiutasse di spegnere quel brivido che mi attraversava.
Matteo era lì. Appoggiato con noncuranza alla sua macchina, jeans scuri, maglietta nera che disegnava ogni fibra del suo corpo. Sembrava scolpito nell’asfalto. Le braccia incrociate sul petto, la testa leggermente inclinata, e quegli occhi azzurri fissi su di me. Non fece nessun gesto plateale, non si avvicinò di scatto. Restò fermo, ma il suo sguardo era già possesso.
Si scostò dall’auto, venne verso di me. Il tempo parve dilatarsi. Aprii la portiera e, prima ancora di dire qualcosa, le sue mani erano sui miei fianchi. Mi spinse contro la carrozzeria con una naturalezza che mi tolse il respiro. Le sue labbra catturarono le mie, calde, umide, affamate. Non un bacio, ma un assalto. Le lingue che si intrecciavano, i denti che si scontravano. La sua mano scivolò sotto il tessuto leggero del vestito e incontrò subito la mia pelle nuda.
«Così» mormorò con un ghigno sporco, accorgendosi che non portavo nulla sotto. «Sei venuta per scopare davvero.»
Sentii il calore diffondersi tra le gambe solo a quella frase.
Non ricordo neppure come arrivammo in camera. Una chiave infilata nella toppa, un corridoio anonimo, il rumore sordo della porta che si chiudeva. E il mondo fuori scomparve. Restammo solo noi, intrappolati in quell’istante.
Mi afferrò per i polsi e mi spinse contro la porta chiusa. La mia schiena nuda percepiva il freddo del legno, il suo corpo caldo e duro contro il mio petto. Il bacio riprese, ancora più feroce. Una mano mi strinse la gola, non forte, ma abbastanza da farmi capire che ero sua. L’altra scese rapida, sollevando il vestito fino alla vita. Le dita sfiorarono le mie cosce, trovarono subito il mio sesso già bagnato.
Non esitò. Mi penetrò con due dita, dritte, veloci, come se sapesse che ero pronta. Mi divincolai, non per oppormi, ma per intensificare quella penetrazione che mi incendiava il ventre.
«Sei fradicia, Veronica» sibilò all’orecchio, le labbra che mi graffiavano la pelle. «Non vedevi l’ora.»
Il mio gemito gli diede ragione. Mi lasciò andare solo per trascinarmi fino al letto. Mi spinse sopra, mi aprì le gambe senza delicatezza e si chinò su di me.
Il suo respiro caldo mi colpì prima ancora della sua lingua. Sentii l’aria sfiorare le labbra gonfie e umide del mio sesso, e già rabbrividii. Poi la sua bocca mi avvolse. Un colpo secco di piacere mi fece sollevare i fianchi. Matteo non perse tempo: mi leccava avidamente, con la lingua che entrava, usciva, saliva, scendeva. Mi succhiava il clitoride con forza, lo mordeva leggermente, lo accarezzava con la punta. Ogni gesto era preciso, studiato, micidiale.
Mi affondava dentro con la lingua, e intanto le sue mani stringevano le mie cosce per tenermi ferma. Cercai di divincolarmi, ma lui mi immobilizzò ancora di più, come un cacciatore con la sua preda. E io mi sentivo davvero preda: vulnerabile, spalancata, offerta.
La mia voce esplose senza controllo.
«Sì… sì, così… Dio, non fermarti…»
La lingua roteava intorno al clitoride, le sue dita tornavano a penetrarmi insieme, veloci, profonde. Sentivo il liquido colare, scorrere, imbrattarmi le cosce. Non ero mai stata così bagnata.
Ogni muscolo del mio corpo era teso, pronto a scattare. Le mani stringevano le lenzuola, la schiena si arcuava, il respiro si spezzava.
Poi venne il lampo.
Un orgasmo improvviso, violento, devastante. Il corpo si piegò in due, un grido mi sfuggì dalla gola, le gambe mi tremarono senza controllo. Mi sentii esplodere, aprirmi in mille pezzi.
Matteo non smise, continuò a succhiarmi, a leccarmi, a spremere ogni goccia di piacere fino a che non caddi stremata sul materasso, ansimante, sudata, col cuore impazzito.
Ero già esausta, ma i suoi occhi, azzurri e affamati, mi dicevano che quello era solo l’inizio.
Non avevo ancora ripreso fiato dal primo orgasmo quando Matteo si sollevò sopra di me.
Il suo corpo si ergeva come una statua vivente, il petto che si alzava e abbassava rapido, gli addominali tesi, le vene che correvano lungo le braccia. Ma fu quando i miei occhi scesero più in basso che capii fino a che punto la mia fantasia non aveva mai esagerato.
Il suo sesso era enorme.
Lungo, spesso, pulsante, con la punta lucida e gonfia. Lo teneva in mano, lo accarezzava con lentezza, come a mostrarmelo, a farmi desiderare ogni centimetro.
Mi afferrò i capelli con una decisione che non lasciava scampo e mi sollevò leggermente dal letto.
«Apri la bocca» ordinò.
Obbedii senza esitazione. Le labbra si dischiusero e lui spinse dentro il glande. Era caldo, duro, vivo. Succhiai piano all’inizio, assaporando quel gusto salato e intenso. Poi lui affondò di più, prendendo il controllo.
Mi teneva per i capelli, guidava i movimenti della mia testa, spingendomi fino in fondo. Lo sentivo premere contro la gola, e lacrime sottili mi inumidivano gli occhi. Ma non smisi. Anzi, lo succhiavo più forte, lo leccavo con la lingua, lo avvolgevo con tutta me stessa.
Matteo gemeva piano, un ringhio gutturale che mi faceva vibrare il petto.
«Sì, così… succhiamelo tutto… fammi sentire che sei mia…»
Quelle parole sporche mi eccitavano più della sua carne. Sentii la mia vagina contrarsi, bagnarsi ancora, solo a sentirlo parlare così.
Mi spinse più a fondo, fino a farmi soffocare. La saliva colava lungo il mento, ma non smisi. Lo tenevo stretto con le labbra, lo succhiavo a ritmo, alternando colpi veloci a movimenti lenti, profondi. Lo volevo tutto. Lo volevo sentire esplodere dentro di me.
Ma lui si fermò di colpo.
Mi strappò via la bocca e mi gettò sul letto.
«Non ancora. Prima voglio prenderti e farti perdere ogni respiro.»
Mi girò con forza, mettendomi a quattro zampe. Le sue mani mi afferrarono i fianchi, mi aprirono le gambe senza pietà. Sentii la punta del suo pene premere contro le mie labbra gonfie, scivolare lentamente lungo la fessura, bagnarsi di me. Poi, con un colpo secco, affondò dentro.
Urlai.
Non di dolore, ma di sorpresa e piacere insieme. Era enorme, mi riempiva fino al limite, mi spalancava. Il suo bacino si schiantava contro il mio sedere a ogni colpo, con un ritmo feroce. Le sue mani stringevano i miei fianchi come se volesse spezzarmi.
Il rumore delle nostre carni che si scontravano rimbombava nella stanza, mescolato ai miei gemiti e ai suoi respiri pesanti.
«Sei stretta… così… Cazzo, quanto sei stretta…» ringhiava, continuando a scoparmi da dietro.
Io gemevo, graffiavo le lenzuola, piegavo la testa all’indietro. Sentivo il mio clitoride pulsare ad ogni spinta, e il piacere cresceva, cresceva senza sosta. Venni di nuovo, urlando, con i muscoli che si contraevano intorno al suo cazzo.
Ma lui non si fermò.
Mi afferrò i capelli, mi tirò indietro, costringendomi a piegare la schiena mentre continuava a penetrarmi con colpi sempre più violenti. Il suo sesso entrava e usciva con un suono bagnato, sporco, che mi faceva impazzire.
Poi mi girò di nuovo, mi prese per le caviglie e mi spinse in posizione missionario. Mi aprì le gambe al massimo e affondò dentro con una forza che mi tolse il fiato. I suoi occhi blu fissavano i miei mentre mi scopava senza tregua, e in quel contatto visivo c’era una violenza ancora più intima.
Mi baciava a morsi, mi mordeva il labbro, il collo, i seni. Ogni colpo era un possesso.
«Guardami mentre vengo dentro di te» mi disse con voce roca.
E io lo guardai, persa, con la testa che girava e il corpo che si muoveva al suo ritmo.
Ma non bastava.
Mi sollevò di nuovo e mi fece cavalcarlo. Si sdraiò sul letto, il cazzo eretto che pulsava in aria, e mi prese per i fianchi.
«Siediti sopra. Voglio vederti scoparmi.»
Mi abbassai piano, sentendo la sua punta aprirmi, scivolare dentro, fino a riempirmi tutta. Sospirai forte, la testa piegata all’indietro. Poi iniziai a muovermi. Prima lenta, con piccoli cerchi, poi più veloce, più forte. Le mie mani premevano sul suo petto duro, i miei seni rimbalzavano, i capezzoli tesi che sfioravano la sua bocca. Lui me li succhiava avidamente, mordendoli, tirandoli con i denti.
«Cavalcami, Veronica… fammi vedere quanto sei puttana…»
Quelle parole mi fecero esplodere.
Urlai ancora, venni sopra di lui, tremando, inarcandomi, con il mio sesso che lo stringeva come una morsa.
Ma non smisi. Continuai a cavalcarlo, più furiosa, più affamata. Sentivo il cazzo duro che mi penetrava fino in fondo, che toccava punti che nessuno aveva mai raggiunto. Ogni colpo era una scossa elettrica, ogni movimento un incendio.
Il piacere era così intenso che persi la cognizione del tempo. Ogni orgasmo si confondeva col successivo, ogni grido era più forte del precedente. E Matteo non mollava, non mi lasciava respirare. Mi afferrava i fianchi, mi alzava, mi buttava giù, mi guidava come se fossi un giocattolo.
E io ero il suo giocattolo.
Totalmente.
Ero già in estasi, il corpo distrutto da ondate continue di piacere, quando Matteo cambiò di nuovo le regole del gioco.
Mi sollevò dalle sue anche con una forza disarmante e mi ribaltò a pancia in giù. Le mie ginocchia affondarono nel materasso, le mani tese in avanti, i capelli sudati che mi cadevano sul viso. Il suo corpo caldo mi premeva alle spalle, il suo respiro affannato sul mio orecchio.
Sentii la punta del suo cazzo scivolare di nuovo tra le mie pieghe, già zuppo del mio piacere. Fece un paio di spinte lente, come a volersi godere ogni millimetro della mia apertura. Ma poi, improvviso, le sue mani si mossero più in basso, divaricando le mie natiche. La sua punta cominciò a spingere contro un punto diverso, più stretto, più chiuso.
«Matteo…» sussurrai, un misto di paura e attesa.
Le sue labbra mi morsero l’orecchio.
«Tranquilla. Lasciami fare. Voglio prenderti tutta.»
Le sue dita, bagnate di me, sfiorarono il mio ano con un gesto circolare, delicato come un pensiero. Poi venne la pressione, più vera, più piena. Il mio corpo si tese, fragile come un filo di luce, e lui rimase, fermo, a sostenere quel tremito. Spinse piano un dito dentro, lentamente, facendomi gemere e irrigidire. Una sensazione nuova, strana, quasi dolorosa. Ma insieme, un brivido che mi percorse la spina dorsale.
«Sì… rilassati… ti piace, vero?»
Non riuscii a rispondere, ma il mio gemito strozzato bastò.
Continuò a lavorarmi piano, allargando, spingendo, aggiungendo un secondo dito. Il mio respiro si fece affannoso, la pelle in fiamme. E poi, senza più esitazioni, posizionò il suo membro proprio lì, contro la mia apertura più segreta.
La pressione fu forte, insistente. Il mio corpo tentò di opporsi, ma la sua mano sul mio fianco mi immobilizzava. Spingeva piano, sempre più, finché la punta non entrò.
«Oh Dio!» urlai, sorpresa dal misto di bruciore e piacere.
Matteo gemette con voce roca.
«Cristo, sei strettissima…»
Con un colpo deciso, affondò più a fondo. Il mio corpo si spalancò per lui, mi sentii invasa in un modo mai provato. Ogni centimetro era un fuoco che mi bruciava dentro, ma anche un piacere lancinante.
Iniziò a muoversi piano, poi più forte, fino a spingere con ritmo, scopandomi nel culo con violenza crescente. Le sue mani stringevano i miei fianchi, i suoi colpi facevano sbattere il mio corpo contro il materasso. Urlavo, gemendo senza freni, incapace di distinguere il dolore dal piacere.
Il mio clitoride, schiacciato contro le lenzuola, vibrava a ogni spinta. E fu lì che esplosi di nuovo.
Un orgasmo anale, diverso, devastante. Mi piegai in avanti, le unghie che graffiavano il lenzuolo, il corpo che tremava come se stessi per spezzarmi. Ma non volevo che si fermasse.
«Ancora… più forte… scopami… sì, così!»
Matteo ringhiava, ansimava, completamente perso in quel possesso proibito.
«Sei mia… tutta mia…»
Con un ultimo colpo, profondo fino al limite, venne. Lo sentii pulsare dentro di me, caldo, abbondante, riempiendomi completamente. Lo sperma colava, denso, scivolando lungo la mia fessura fino alle cosce. E quella sensazione mi strappò un grido roco dalla gola.
Rimanemmo così, fusi, incollati, tremanti. Il suo cazzo ancora dentro, il suo sperma che mi scaldava, il mio corpo disfatto. Poi si lasciò cadere di lato, tirandomi con sé.
Ero senza fiato, la pelle madida di sudore, i capelli incollati al viso. Le cosce arrossate, i seni segnati dai suoi morsi, il collo graffiato. Ogni parte di me era stata toccata, usata, amata e violata allo stesso tempo.
Mi sentivo davvero come se mi avesse smontata e ricomposta in mille pezzi diversi.
Chiusi gli occhi. Non ero più la stessa Veronica.
In quelle due ore, ero diventata altro: corpo puro, desiderio puro, peccato puro.
Il lunedì mattina l’ufficio aveva lo stesso odore di sempre: carta stampata, toner delle stampanti, caffè raffermo. Tutto identico. Tutto normale.
Io camminavo nel corridoio con la mia solita cartellina tra le mani, i capelli ordinati, il tailleur scelto con cura. Una donna come tante, impiegata precisa.
Eppure, no. Dentro, non ero più la stessa.
Entrando nel bar, mi accorsi che le gambe mi tremavano. Matteo era lì, dietro al bancone, come se niente fosse. Camicia nera, maniche arrotolate, lo stesso sorriso calmo. Ma i suoi occhi, quei maledetti occhi azzurri, quando incontrarono i miei, mi fecero perdere un battito.
Avanzai verso il bancone insieme alle colleghe, che già ridevano e chiacchieravano, ignare. Lui mi servì il solito caffè delle dieci. Un gesto banale, quotidiano. Ma quando le sue dita sfiorarono le mie sulla ceramica, fu come una scossa.
Il ricordo esplose all’istante: il suo cazzo duro dentro di me, le mie urla soffocate nel cuscino, lo sperma caldo che colava lungo le cosce. Tutto rivisse in un flash, vivido, impietoso.
Il corpo reagì subito: sentii le mutandine inumidirsi, il clitoride pulsare, il respiro farsi corto. Bastò quel tocco. Bastò un sorso di caffè. Mi costrinsi a sorridere, a comportarmi come se nulla fosse, come se la domenica non avessi lasciato che un ragazzo di ventisette anni mi smontasse pezzo dopo pezzo. Ma la mia pelle bruciava, e il mio sesso, sotto la gonna, urlava la sua verità.
Tornata in ufficio mi lasciai cadere sulla sedia. “Basta. È finita. Era un’unica volta.” Così ci eravamo detti. Una regola semplice, un argine chiaro. Ma non avevo ancora finito di formulare quel pensiero che il telefono vibrò.
Un messaggio.
Era lui.
“Domenica mattina ore 9. Ancora un’altra volta e poi basta.”
Mi gelai. Il cuore si fermò un secondo, poi riprese a correre più forte. Lessi e rilessi quelle parole, come se non bastassero mai.
Le dita si mossero da sole.
“Sì. Solo un’altra volta. Poi basta.”
Inviai.
Mi resi conto di star sorridendo, di aver già tradito l’accordo, di aver già scelto. Perché lo sapevo: non sarebbe stata l’ultima.
Sarebbe stata solo l’inizio di una serie infinita di “ultime volte”, di promesse che sapevo di non poter mantenere.
Chiusi gli occhi e rividi il suo corpo sopra al mio, le mani che mi immobilizzavano, la mia voce che urlava senza pudore.
E capii che non c’era ritorno.
Alle dieci del mattino, tra l’aroma del caffè e il silenzio che ci sfiorava le dita, io non ero più Veronica, moglie e madre.
Ero solo una donna, persa in un desiderio che non conosceva confini.
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