Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > Lui & Lei > La distanza dell’amore
Lui & Lei

La distanza dell’amore


di Membro VIP di Annunci69.it gleeden
29.04.2026    |    1.014    |    6 9.4
"Ci voleva fiducia per spingersi al limite, ridere delle cadute e ricominciare più eccitati di prima..."
“Lontani soltanto finché non ci tocchiamo”


Sono seduto su una delle rigide sedie di plastica dell’aeroporto di Malpensa, quelle che sembrano pensate apposta per ricordarti che non sei a casa, che sei in transito, sospeso in una dimensione che non ti appartiene. Tengo lo zaino tra le gambe, le mani intrecciate sulle ginocchia, e ogni tanto il piede destro batte nervoso sul pavimento lucido. Il tabellone luminoso annuncia partenze e ritardi, voci meccaniche scandiscono numeri di gate e destinazioni, e io continuo a fissare quell’orario: 15:45, Milano Malpensa – Brindisi.
Il tempo non passa mai. Ogni minuto sembra dilatarsi, ogni secondo ha il peso di un macigno. Non sono abituato a quest’ansia. Ho trentanove anni, un divorzio alle spalle, giornate che di solito scivolano via tra lavoro, palestra e qualche birra con gli amici. Eppure, adesso sono qui, a tremare come un ragazzino che aspetta il primo appuntamento. Forse è proprio questo che mi spaventa: la sensazione di tornare indietro nel tempo, vulnerabile come non mi capitava da anni.
Donatella. Basta pronunciare il suo nome, anche solo dentro la mia testa, e sento un nodo stringermi la gola. È lei che mi aspetta dall’altra parte di questo viaggio. O almeno credo, spero. Perché fino ad oggi la nostra storia è stata fatta solo di schermi, di pixel, di messaggi e di webcam accese a notte fonda. Abbiamo riso, ci siamo confidati, ci siamo eccitati come due adolescenti. Abbiamo fatto l’amore a distanza, con la pelle che tremava e il cuore che correva. Ma vederla davvero, sentirne il profumo, il calore, sarà tutta un’altra cosa.
E se non fossi all’altezza? Se la realtà non fosse all’altezza della fantasia che ci siamo costruiti insieme? Lei ha trentacinque anni, è bellissima, lo so. Ogni volta che accende la webcam resto ipnotizzato: i suoi capelli castani scivolano come seta sulle spalle, gli occhi marroni hanno una luce che mi cattura, le labbra carnose sanno ridere e provocare nello stesso istante. E io? Io sono un uomo segnato da due anni di solitudine, con qualche ruga in più attorno agli occhi e un corpo che porto avanti con dignità, ma certo non con la spensieratezza di vent’anni fa.
Prendo il telefono dalla tasca e apro per l’ennesima volta la chat con lei. Non c’è nessun nuovo messaggio, ovviamente. Abbiamo scritto fino a tardissimo ieri sera. Lei era emozionata quanto me, diceva di non vedere l’ora di abbracciarmi. «Domani saremo finalmente nello stesso posto, Andrea», mi ha scritto. Quelle parole mi sono rimaste addosso come un tatuaggio. Finalmente. Ma, davanti a questa attesa interminabile, il dubbio rosicchia piano dentro di me.
Forse la sua voce non mi piacerà dal vivo. Forse il suo sorriso sarà diverso da come appare in video. Forse ci guarderemo negli occhi e capiremo che abbiamo sbagliato tutto, che quella magia era solo il frutto di uno schermo. Forse lei vedrà in me un uomo diverso, troppo disilluso.
Mi passo una mano tra i capelli, inspiro forte. Non posso permettermi di farmi divorare dall’insicurezza. Ho deciso di partire, ho deciso di rischiare. E se anche andasse male, almeno non avrò rimpianti. Ma dentro di me, in fondo, sento che non andrà male. Non può andare male. La voglia che abbiamo l’uno dell’altra è troppo forte, ci ha consumati notte dopo notte.
Una coppia di ragazzi si siede poco distante da me. Avranno vent’anni, forse meno. Si baciano senza pudore, le mani si cercano, ridono. Li guardo con una punta di invidia. Io e Donatella non ci siamo mai sfiorati davvero, eppure a volte mi sembra di conoscerla più di chiunque altro. Ho visto il suo viso arrossire mentre godeva, ho sentito la sua voce tremare quando gemeva il mio nome attraverso le cuffie. Ma non l’ho mai potuta stringere, non l’ho mai potuta respirare. È questo che mi aspetta: il salto dal virtuale al reale.
Una voce gracchiante annuncia che l’imbarco del mio volo è stato posticipato di venti minuti. Sbuffo, mi passo una mano sul volto. Venti minuti in più di tormento. Guardo l’orologio: ancora un’ora abbondante prima di salire a bordo. Tiro fuori un libro dallo zaino, ma dopo tre pagine mi accorgo che non ho letto nulla. Le parole scorrono davanti ai miei occhi senza senso. La mia mente è altrove, a immaginare Donatella che mi aspetta all’aeroporto di Brindisi.
La vedo già nella mia fantasia. Jeans attillati, magari una camicetta leggera. I capelli lunghissimi sciolti, il sorriso che illumina tutto. Mi vede, si alza sulle punte per cercarmi tra la folla, e i nostri occhi si incontrano. Mi basterebbe quell’istante per capire che non ho sbagliato, che tutto questo viaggio è la cosa più giusta che potessi fare.
Chiudo il libro, lo rimetto nello zaino. Preferisco restare con i miei pensieri, con quell’altalena di speranza e paura che mi tiene sveglio. Accendo un’altra volta il telefono, scrivo un messaggio: «Sono in aeroporto, manca poco». Non faccio in tempo a riporre il telefono che vedo comparire i tre puntini: lei sta rispondendo. «Anch’io sono in ansia… ma felice. Ti aspetto, Andrea».
Sorrido, e per un attimo tutto il resto svanisce: i ritardi, l’ansia, i dubbi. C’è solo lei, e io che sto andando da lei.
Quando ho deciso di iscrivermi a quella chat di incontri online, non avevo nessuna intenzione di innamorarmi. Anzi, l’ultima cosa che volevo era proprio un’altra storia seria. Dopo il divorzio mi sentivo svuotato, come se qualcuno avesse spento l’interruttore dell’entusiasmo. Ero rimasto con la sensazione che l’amore fosse un gioco truccato, in cui alla fine uno dei due perde sempre. Io avevo perso, e non avevo nessuna voglia di rigiocare la partita.
Vivevo da solo in un bilocale nella periferia di Milano, e la mia vita era un alternarsi di giornate al lavoro e serate vuote, in cui il silenzio delle mura di casa diventava insopportabile. Non mi mancava una compagna, non mi mancava la routine di coppia, non mi mancavano le discussioni su cosa cucinare o su quale serie guardare in tv. Mi mancava il contatto fisico. La pelle. Il desiderio. Il sesso.
Per questo, in una sera di noia, con una birra aperta accanto al portatile e la tv accesa sullo sfondo, digitai le parole “chat incontri adulti” su Google. E dopo qualche clic ero dentro, con un profilo fresco di iscrizione. Nome finto, foto sfocata, una descrizione volutamente generica: “Andrea, 39 anni, Milano. Cerco compagnia senza impegno.” Niente frasi romantiche, niente illusioni. Non cercavo l’anima gemella, cercavo solo una donna che, come me, avesse voglia di svestire i pensieri e tenere accesa la notte.
Mi resi presto conto che non era facile come pensavo. Le donne, almeno quelle vere, scarseggiavano. Per un profilo femminile autentico c’erano dieci profili falsi, inventati chissà da chi. Bastava qualche minuto di chat per accorgersene: risposte standard, foto da catalogo prese da internet, frasi generiche senza un minimo di spontaneità. Ma quando sei solo e hai bisogno di sentirti desiderato, anche l’illusione a volte può sembrare abbastanza.
Ricordo ancora una delle prime “avventure” online. Si faceva chiamare Claudia, diceva di avere ventotto anni e di vivere a Bergamo. Sembrava troppo bella per essere vera, e infatti non lo era. Dopo qualche scambio di messaggi, mi chiese subito una foto più intima, “per sentirsi eccitata”. Io, ingenuo, le mandai un’immagine in cui ero a torso nudo. Niente di compromettente, ma abbastanza per farmi sentire esposto. Lei sparì nel giro di un’ora. Scoprii poi che Claudia in realtà era un ragazzo che collezionava immagini rubate per divertimento. La sensazione di essere stato fregato mi rimase addosso per giorni, insieme a una rabbia impotente che mi fece quasi cancellare il profilo.
Altre volte i profili erano così assurdi da sembrare barzellette. Una certa Francesca, che diceva di essere di Torino, mi scrisse tutta una poesia erotica in cui descriveva di volermi “mordere il cuore con i denti del desiderio”. Mi fece ridere, lo ammetto. Ma quando le chiesi di accendere la webcam, improvvisamente la connessione “non funzionava mai”. Alla terza scusa, capii che dietro quel profilo non c’era nessuna Francesca, forse solo un uomo annoiato che cercava di giocare a fare la femme fatale.
Tra delusioni e piccoli inganni, cominciavo a pensare che quell’universo fosse solo un enorme circo dove ognuno indossava una maschera. E io non volevo più maschere. Volevo pelle, carne, sudore. Volevo l’autenticità di un gemito reale, di una risata spontanea, non frasi copiate e incollate.
Certo, non sono mancati momenti divertenti. Come quella volta in cui una presunta “Elena” mi scrisse chiedendomi se fossi disposto a inviargli una foto in costume da bagno. Io, stanco di farmi prendere in giro, mandai l’immagine di un attore famoso trovata su internet. Lei non solo abboccò, ma mi scrisse: «Oddio, sei identico al mio attore preferito, ma con più fascino». Risi da solo per mezz’ora. Era assurdo: lei si eccitava con una foto falsa, e io godevo nel prenderla in giro. Una commedia dell’assurdo che mi fece capire quanto tutto fosse fragile e irreale in quel mondo virtuale.
Eppure, nonostante la diffidenza, continuai a restare. Perché in fondo, tra una fregatura e l’altra, tra un falso profilo e una bugia, c’era sempre la speranza che da qualche parte, nascosta dietro lo schermo, ci fosse una donna vera. Una come me, separata, sola, con voglia di lasciarsi andare. Non cercavo promesse, non cercavo domani. Solo un presente da mordere.
Fu proprio in quelle sere, mentre scorrevo i profili con disincanto, che mi accorsi di quanto fosse difficile per un uomo trovarne di reali. Alcuni ci provavano con frasi volgari, altri con complimenti eccessivi. Io cercavo un equilibrio, un modo sincero di pormi. Scrivevo messaggi corti, diretti: «Ciao, piacere. Non cerco storie, solo leggerezza. Se ti va, parliamo». La maggior parte delle volte nessuna risposta. Altre volte, dopo due frasi, la conversazione moriva. Mi sentivo invisibile, un puntino perso tra migliaia di uomini in cerca della stessa cosa.
Malgrado questo restavo. Restavo perché la solitudine è più dura da sopportare che la delusione. Restavo perché, in fondo, mi divertiva osservare quel microcosmo fatto di bugie e di tentativi goffi di seduzione. Restavo perché, nonostante tutto, la speranza è un vizio che non si estingue mai.
Ed è stato proprio quando stavo per cancellare tutto, stufo delle prese in giro, che il destino ha deciso di metterci lo zampino.
Ero davvero a un passo dal chiudere il profilo. Una sera, dopo l’ennesima conversazione spenta con una presunta ventenne che alla fine si era rivelata un’altra presa in giro, mi trovai col dito pronto a cliccare sul tasto “elimina account”. E invece, per un capriccio o forse per un riflesso di speranza che non riuscivo a reprimere, decisi di scorrere ancora un paio di profili. Ed eccola lì: Donatella, 35 anni, Brindisi.
Non c’era nulla di sensazionale nella sua descrizione. Anzi, era essenziale, quasi disarmante: “Separata da poco. Cerco dialogo, leggerezza, sincerità.” Nessuna frase copiaincollata, nessun “mangio la vita a morsi” o banalità del genere. Una frase semplice, ma che mi arrivò diretta. Forse perché non cercava di vendersi, forse perché in quell’essenzialità c’era già tutta la sua verità.
Decisi di scriverle. «Ciao Donatella, sono Andrea. Mi piace quello che hai scritto: sembra raro trovare qualcuno che dica solo ciò che sente, senza fronzoli.»
Non mi aspettavo risposta. O meglio, mi aspettavo il solito silenzio. Invece, pochi minuti dopo, comparve la notifica: Nuovo messaggio da Donatella.
«Ciao Andrea. Grazie. A volte la semplicità è l’unica cosa che resta quando non hai più voglia di raccontartela.»
Quelle parole mi colpirono. Non erano le solite risposte generiche. C’era vita dietro quelle righe, c’era una donna vera. Continuammo a scriverci per quasi un’ora, parlando di cose semplici: da quanto tempo eravamo separati, cosa ci aveva portati lì dentro, cosa cercavamo davvero.
«Onestamente?», scrissi a un certo punto. «All’inizio solo sesso, niente complicazioni. Ma mi sto accorgendo che non è così facile. Tu?»
«Anch’io», rispose lei. «All’inizio volevo solo distrarmi. Poi ho capito che non basta. Non voglio una relazione seria, non ancora… ma non voglio nemmeno perdere tempo con chi finge.»
Fu in quel momento che mi scattò dentro qualcosa. La sua franchezza, la sua lucidità. Non era una che giocava. Era una donna che sapeva quello che voleva, e soprattutto quello che non voleva.
Eppure, la diffidenza restava. Dopo settimane di profili falsi, di delusioni, non potevo non sospettare che anche lei potesse essere l’ennesimo inganno. Quella sensazione mi rodeva mentre continuavo a scriverle. Fino a quando non fu lei, improvvisamente, a fare la mossa decisiva.
«Andrea, scusami se te lo chiedo così diretto», scrisse. «Ma tu ci credi che io sia davvero chi dico di essere?»
Rimasi interdetto. Ci pensai qualche secondo prima di rispondere. «Ti dirò la verità, Donatella: ormai faccio fatica a credere a chiunque qui dentro.»
Ci fu un istante di silenzio virtuale. Poi comparve la sua risposta: «Allora accendiamo la webcam. Voglio che tu mi veda. Così non avrai più dubbi.»
Mi sentii il cuore accelerare. Era la prima volta che qualcuno proponeva una cosa simile senza che fossi io a chiederlo. Una parte di me aveva paura: e se fosse uno scherzo? E se, una volta accesa la webcam, dall’altra parte trovassi un volto che non corrispondeva per niente all’immagine che mi ero fatto?
Ma l’altra parte di me, quella che anelava autenticità, non poteva tirarsi indietro. Accettai. Collegai la videocamera, sistemai la luce della stanza, e con un clic mi misi a nudo.
All’inizio lo schermo restò nero. Poi, come un sipario che si apre, l’immagine comparve. E lì, davanti a me, c’era lei. Donatella. Una donna vera. Bellissima.
Aveva un viso dolce e deciso allo stesso tempo. Gli occhi marroni grandi, profondi, che brillavano sotto le luci calde della sua stanza. I capelli castani lunghissimi, lisci, che le scendevano oltre le spalle fino quasi al fondoschiena. Le labbra carnose, con un sorriso timido ma sincero. Indossava una semplice t-shirt bianca, niente trucco eccessivo, niente pose artefatte. Era autentica, naturale, e proprio per questo mi colpì come un pugno allo stomaco.
«Ciao Andrea», disse con una voce che mi arrivò subito addosso, calda, morbida, leggermente roca.
Rimasi un attimo senza parole. «Ciao Donatella… sei davvero tu», balbettai.
Rise, e quel suono mi sciolse. «Beh, sì. Non potevo essere qualcun altro.»
Ci fissammo per qualche secondo senza parlare, come se ognuno dei due volesse imprimere l’immagine dell’altro nella memoria. Poi lei ruppe il silenzio. «Ora che sai che esisto davvero, possiamo conoscerci meglio? O sei troppo deluso?»
Scoppiai a ridere. «Deluso? Sei l’opposto della delusione. Sei la sorpresa più bella che mi sia capitata da mesi.»
E fu così che cominciò il nostro vero dialogo. Le solite domande di rito, certo, ma con un’intensità che non avevo mai provato prima.
«Che lavoro fai?», chiesi.
«Lavoro in un negozio di abbigliamento qui a Brindisi. Niente di speciale, ma mi piace. Mi permette di parlare con la gente, di distrarmi.»
«Io invece lavoro in un ufficio tecnico a Milano. Una vita abbastanza monotona, a dire il vero.»
Parlammo delle nostre giornate, delle nostre abitudini, persino di cosa cucinavamo per cena quando eravamo soli. Lei mi raccontò che le piaceva cucinare la pasta al forno della domenica, io le confessai che sopravvivevo più che altro con insalate e piatti pronti. Ridiamo, ci prendemmo in giro come se ci conoscessimo da sempre.
Poi arrivarono le domande più personali.
«Perché sei qui, Andrea?», mi chiese.
Ci pensai un attimo. «Perché ho bisogno di sentirmi vivo. Dopo il divorzio ho smesso di crederci, ma non ho smesso di desiderare. E tu?»
Lei abbassò lo sguardo, giocherellando con una ciocca di capelli. «Perché avevo bisogno di qualcuno che mi ascoltasse. Non di un marito, non di un fidanzato. Solo qualcuno che mi guardasse senza giudicarmi.»
Quelle parole mi colpirono dritte al cuore. Perché erano esattamente ciò che sentivo anch’io. Due persone ferite, alla ricerca di una carezza più che di una promessa.
Parlammo fino a notte fonda. E quando chiudemmo la videochiamata, avevo la sensazione strana ma nitida che fosse iniziato qualcosa di diverso, qualcosa che non avevo mai provato con nessun’altra in quella chat.
Quella notte, prima di addormentarmi, rimasi a lungo a pensare a Donatella. Alla sua voce, ai suoi capelli, a quel sorriso che sembrava nascosto dietro anni di delusioni ma pronto a riaccendersi. E per la prima volta da tempo, mi addormentai con il cuore leggero.
Da quella prima videochiamata non ci siamo più lasciati. Ogni sera, dopo cena, come fosse un appuntamento fisso, io e Donatella ci ritrovavamo online. A volte la stanchezza ci abbatteva, altre volte il sonno ci prendeva a tradimento, ma non importava: la giornata non era completa senza quel nostro spazio. Bastava accendere il computer, vederla comparire dall’altra parte dello schermo, e la solitudine che da anni mi teneva prigioniero svaniva come nebbia al sole.
All’inizio erano chiacchiere semplici. “Com’è andata al lavoro?” “Cosa hai mangiato a cena?” “Hai fatto palestra oggi?” Domande banali, certo, ma che in realtà nascondevano un desiderio più profondo: quello di far parte della vita dell’altro, anche nei dettagli più insignificanti. Era come se quelle frasi quotidiane, scambiate con naturalezza, stessero costruendo un filo sottile che piano piano ci legava sempre di più.
Ricordo una sera in particolare. Lei era stanca, lo vidi subito dagli occhi. Aveva passato la giornata a sistemare scatoloni nel negozio, mi raccontò, e non aveva avuto neanche il tempo di mangiare. «Sono distrutta», disse, togliendosi l’elastico dai capelli e lasciando che quella cascata castana le scendesse lungo le spalle. «Però non potevo non collegarmi. Non sarebbe stata la stessa cosa senza di te.»
Quelle parole mi fecero tremare. Non era una dichiarazione d’amore, ma era molto di più: era il riconoscimento che la mia presenza aveva un peso nella sua giornata. E io, che per troppo tempo mi ero sentito invisibile, mi ritrovavo a essere parte di qualcosa di importante.
Con il passare delle settimane le nostre conversazioni si fecero più profonde. Non parlavamo più solo di lavoro e di cene veloci, ma ci raccontavamo le ferite, le delusioni, le paure. Lei mi confidò del suo matrimonio finito, della separazione fresca che le aveva lasciato addosso cicatrici difficili da rimarginare. Io le raccontai del mio divorzio, delle discussioni infinite, delle notti passate a chiedermi dove avessi sbagliato.
«Sai cosa penso, Andrea?», mi disse una volta. «Che ci hanno insegnato a credere che l’amore sia per sempre. Ma a volte l’amore ha una scadenza, come lo yogurt. Solo che nessuno ce lo dice.»
Risi amaramente. «Già. E noi restiamo lì a fissare un frigo vuoto, convinti che prima o poi la confezione tornerà piena.»
Lei rise con me, ma nei suoi occhi lessi la stessa malinconia che sentivo dentro.
Nonostante la tristezza dei ricordi, c’era sempre qualcosa che ci riportava alla leggerezza. Bastava una battuta, un sorriso, e l’aria cambiava. Era come se entrambi sapessimo che non volevamo crogiolarci nel dolore, ma usarlo come trampolino per saltare verso qualcosa di nuovo.
Scoprimmo pian piano anche lati più intimi l’uno dell’altra. Io le raccontai della mia passione per la bicicletta, delle corse lungo il Naviglio che mi facevano sentire libero. Lei mi parlò della sua ossessione per i libri gialli, di come passasse notti intere a divorare romanzi di Camilleri e di quanto amasse i dettagli delle indagini. Ogni volta che ne parlava, gli occhi le brillavano. Io mi limitavo ad ascoltare, rapito.
Era inevitabile, con il tempo, che quelle parole iniziassero a scaldarsi. Non parlo ancora di sesso, non subito. Ma c’erano sguardi, allusioni, pause che dicevano più di mille frasi. Una sera, mentre ridevamo di una delle mie solite gaffe in cucina, avevo bruciato la pizza surgelata, giuro che ci vuole talento, lei mi guardò e disse: «Chissà se sei così disastroso anche a letto.»
Rimasi un attimo spiazzato, poi scoppiai a ridere. «Beh, per quello di solito non mi lamento.»
Lei rise con me, ma non distolse lo sguardo. Era uno scambio leggero, eppure dentro c’era già una promessa, una porta che si stava aprendo.
Col tempo mi resi conto che ogni nostra conversazione era un passo avanti verso qualcosa di più grande. Non eravamo più due sconosciuti dietro uno schermo, ma due anime che si stavano riconoscendo. La sua voce era diventata parte della mia routine, il suo sorriso una necessità, la sua presenza un rifugio.
«Sai, Andrea», mi disse una notte, mentre stava sdraiata sul letto con la webcam accesa, «non avrei mai pensato di trovare qualcuno in una chat. Mi sembrava un gioco stupido, una perdita di tempo.»
«Lo pensavo anch’io», risposi. «Ma forse la vita si diverte a sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo.»
Rimanemmo in silenzio per qualche secondo, guardandoci. Non servivano altre parole. C’era un’intensità nuova tra noi, qualcosa che andava oltre le frasi scambiate. La sensazione chiara, nitida, che ci stessimo innamorando.
E quando chiudevo il portatile, a notte fonda, restavo a fissare il buio della mia stanza, col cuore che batteva ancora forte. Non era solo attrazione fisica, non più soltanto desiderio di sesso. Era la scoperta di una complicità rara, di un legame che cresceva giorno dopo giorno, sera dopo sera.
E dentro di me, anche se ancora non lo dicevo a voce alta, sapevo già che stava nascendo l’amore.
All’inizio fu quasi un gioco. Un piccolo passo oltre quella complicità che avevamo costruito sera dopo sera. Non ricordo con esattezza come accadde: forse una battuta di troppo, forse un silenzio prolungato che diventò desiderio. Ma so che fu lei, Donatella, a lanciare il cuore oltre l’ostacolo.
Era una sera come tante. Io ero in t-shirt, sdraiato sul divano con il portatile sulle ginocchia. Lei era già a letto, i capelli sciolti che le incorniciavano il volto. «Ho una sorpresa», mi disse con un sorriso malizioso. Poi si alzò, si allontanò un attimo dallo schermo, e tornò davanti alla webcam con indosso solo un accappatoio bianco. Lo teneva legato in vita, ma lasciava intravedere la scollatura profonda.
«Sei bellissima», mormorai, incapace di distogliere lo sguardo.
Lei si morse il labbro inferiore. «E se ti dicessi che sotto non ho niente?»
Il cuore mi saltò in gola. Rimasi in silenzio, rapito, mentre le sue mani lente scioglievano il nodo della cintura. L’accappatoio si aprì, rivelando il suo corpo nudo, la pelle chiara illuminata dalla luce calda della lampada accanto al letto. Seni pieni, morbidi, i capezzoli tesi. Il ventre piatto, le cosce affusolate. E il suo sesso, rasato, lucido di desiderio.
«Voglio che mi guardi», disse.
E io la guardai. La guardai con l'ardore di un uomo che da troppo tempo aveva dimenticato cosa significasse desiderare davvero.
Da quella sera niente fu più come prima. La nostra routine cambiò: non erano più solo chiacchiere e confidenze, ma appuntamenti bollenti che aspettavamo con ansia. Non vedevamo l’ora di rimanere soli, di chiudere le porte al mondo e lasciarci andare davanti allo schermo.
All’inizio erano carezze leggere. Lei si toccava i seni, li stringeva tra le mani mentre io le dicevo quanto fossero belli, quanto li avrei voluti tra le labbra. Poi scendeva piano verso il ventre, e io la guidavo con la voce. «Apri le gambe per me, fammi vedere quanto sei bagnata.» Lei obbediva, senza esitazione, mostrando tutto, godendo nel farsi osservare.
Io, dall’altra parte, non ero da meno. Mi spogliavo lentamente, lasciandole vedere il mio corpo, la mia erezione che cresceva solo per lei. «Dimmi cosa vuoi che faccia», le sussurravo.
E lei: «Accarezzati lento… fammi immaginare di averti dentro.»
Quelle notti diventavano giochi di comando e obbedienza, di fantasia e realtà mescolate. A volte ero io a guidarla, a dettarle i movimenti. «Mettiti in ginocchio sul letto… gira il sedere verso la webcam… apriti così, fammi vedere come prendi le dita.» Lei eseguiva con una naturalezza che mi faceva impazzire, gemendo piano, mordendosi il labbro per non urlare.
Altre volte era lei a prendere il controllo. «Voglio vederti sdraiato… toccati per me… guardami negli occhi mentre lo fai.» Io obbedivo, completamente catturato dal suo sguardo che attraverso lo schermo aveva la forza di un abbraccio reale.
Non mancavano i momenti comici, e proprio quelli ci univano ancora di più. Una volta, cercando di mettersi in una posizione complicata per mostrarsi meglio, scivolò dal letto e cadde rumorosamente a terra. Ci fu un attimo di silenzio, poi esplodemmo a ridere entrambi, lacrime agli occhi, con il desiderio che si mescolava all’allegria. Un’altra volta mi accadde di rovesciare la bottiglietta d’acqua sul portatile mentre mi muovevo troppo vicino alla webcam. Lei rise così tanto che dovette coprirsi il viso con le mani. Erano risate liberatorie, che ci facevano sentire vicini come se fossimo nella stessa stanza.
Ma la maggior parte del tempo era fuoco. Puro fuoco.
Le sue mani che scivolavano tra le gambe, le dita che sparivano e riemergevano lucide, i suoi gemiti che diventavano urla quando mi chiedeva di “parlarle sporco”. Io le raccontavo fantasie sempre più spinte, la immaginavo piegata contro un tavolo, inginocchiata tra le mie gambe, cavalcarmi con i capelli sciolti che le frustavano il viso. E lei ci credeva, ci entrava, si perdeva completamente in quelle immagini che costruivamo insieme.
«Mi piace quando mi dici cosa devo fare», confessò una notte.
«E a me piace che tu obbedisca», risposi.
«Allora comandami ancora.»
Era diventato il nostro linguaggio segreto. Ogni sera un gioco diverso: a volte la “ragazza cattiva” che aveva bisogno di punizione, altre la padrona che voleva vedermi implorare. Ci inventavamo ruoli, scenari, storie che ci permettevano di esplorare ogni angolo del desiderio. E più spingevamo oltre, più ci rendevamo conto che non era solo sesso: era fiducia.
Perché ci voleva fiducia per mostrarsi così, nudi e vulnerabili, davanti a una telecamera. Ci voleva fiducia per spingersi al limite, ridere delle cadute e ricominciare più eccitati di prima. Ci voleva fiducia per ammettere che dietro ogni fantasia c’era il bisogno di sentirsi amati.
All’inizio era bastato guardarsi, ma con il tempo le nostre fantasie si fecero più audaci. Donatella una sera si presentò davanti alla webcam con un piccolo vibratore rosa in mano. Lo mostrò allo schermo come se fosse un trofeo, sorridendo maliziosa.
«Ti piace?», chiese, facendolo scivolare lentamente lungo la coscia.
«Accendilo», le ordinai.
Lei ubbidì. Un ronzio leggero riempì la stanza e la vidi rabbrividire mentre appoggiava la punta sul clitoride già gonfio. Si morsicava il labbro, gemeva piano, e ogni tanto mi guardava dritto negli occhi, come a dire: questo è tutto per te.
Io intanto mi accarezzavo lento, con la mano che stringeva forte il mio sesso. Lei mi guidava a distanza, dandomi ordini. «Più veloce… fammi vedere come ti piace… immagina che sia io a succhiartelo.» E mentre parlava, fece scivolare il toy più in profondità, piegando la testa all’indietro, i capelli che le cadevano sul seno sudato.
Un’altra sera tirò fuori delle manette di peluche rosse. «Le tengo nel cassetto da anni, ma non ho mai avuto il coraggio di usarle.»
«Adesso sì», dissi.
La guardai mentre si ammanettava un polso da sola ai bordi della testata del letto, nuda e spalancata per me, con la webcam puntata tra le cosce. «Sei mia», sussurrai, e iniziai a comandarla: «Allarga di più le gambe… spingi dentro due dita… voglio sentire il rumore del tuo piacere.» Lei eseguiva, obbediente e ribelle allo stesso tempo, urlando il mio nome quando venne fortissimo con i polsi ancora bloccati.
Io non rimanevo da meno. Mi piaceva provocarla, mostrarle quanto mi eccitava. Una volta presi un lubrificante, lo feci colare lentamente sul mio sesso e lo massaggiai guardandola negli occhi. «Vorrei che fossi tu a leccarlo via», le dissi. Lei rispose infilando in bocca il toy e succhiandolo con una passione tale da farmi gemere come se davvero fossi tra le sue labbra.
Ogni sera diventava un laboratorio di desideri. Candele, specchi, lingerie trasparente, dildo, plug: lei non aveva paura di sperimentare, e io non avevo paura di guidarla. Ci spingevamo sempre più oltre, ridevamo degli imprevisti, un toy caduto sotto il letto, una pila scarica nel momento sbagliato, ma proprio quei dettagli rendevano tutto più reale, più nostro.
E quando venivamo insieme, separati solo dallo schermo, era come se il mondo si annullasse. Lei gemeva con il vibratore ancora acceso dentro di sé, io eiaculavo davanti alla webcam con la mano che non smetteva di accarezzarmi, e ci guardavamo negli occhi senza più alcun filtro, sudati, sporchi, felici.
Ogni volta che venivamo insieme, ognuno nel proprio letto, c’era un momento in cui restavamo in silenzio, respirando forte, con lo sguardo ancora incollato allo schermo. Era come se il tempo si fermasse, come se il mondo intero si riducesse a quel filo invisibile che univa Milano e Brindisi.
«Un giorno non ci sarà più uno schermo tra noi», mi disse lei una sera, accarezzandosi piano il seno con le dita ancora umide.
«Un giorno ti prenderò davvero, Donatella», risposi. «E non ti lascerò più andare.»
Quelle parole erano promesse, e allo stesso tempo minacce belliche al tempo e alla distanza. Perché quello che stavamo costruendo era più grande di una semplice avventura online. Era un amore che si nutriva di parole, di sguardi, di orgasmi condivisi, ma che chiedeva a gran voce di diventare carne, odore, pelle.
E io non vedevo l’ora.
Il volo durò poco più di un’ora, ma a me sembrò eterno. Ogni vibrazione dell’aereo, ogni annuncio delle hostess, ogni turbolenza era solo un ostacolo che mi separava da lei. Guardavo fuori dal finestrino, le nuvole che si aprivano sul blu del mare, e pensavo: tra poco sarà qui, davanti a me, vera, non più dietro a uno schermo.
Quando il carrello toccò la pista di Brindisi, sentii il cuore accelerare come se stessi per correre una maratona. La gente si alzava, prendeva i bagagli, chiacchierava. Io ero in trance, con lo zaino in spalla e le mani sudate. Ogni passo verso l’uscita mi avvicinava a lei, eppure non mi sembrava reale.
Attraversai il corridoio, seguii il flusso dei passeggeri fino alla porta degli arrivi. Ed eccola lì. In mezzo alla folla, appoggiata alla ringhiera, i capelli sciolti che le cadevano sulle spalle, un paio di jeans attillati e una camicetta leggera. I suoi occhi mi trovarono subito, come se mi avessero sempre conosciuto. E io mi sentii travolto.
Lei fece un passo avanti, io un altro. Non ci fu esitazione. Non ci fu imbarazzo. Solo un abbraccio improvviso, forte, carnale. Le mie braccia attorno alla sua vita, il suo viso contro il mio collo, il suo profumo che mi esplose dentro. E poi le sue labbra sulle mie, calde, morbide, affamate. Il primo bacio. Un bacio che non era un inizio, ma la conferma di qualcosa che già esisteva.
Il mondo attorno scomparve. I trolley che passavano, le famiglie che si salutavano, gli altoparlanti che gracchiavano: tutto era lontano. C’eravamo solo noi, uniti in un bacio che sapeva di attesa e di promessa. Sentii la sua lingua cercare la mia, le nostre bocche che si riconoscevano come se avessero aspettato quel momento da sempre.
«Andrea», sussurrò contro le mie labbra.
«Donatella», risposi, stringendola più forte.
Mi prese la mano, con un gesto deciso. «Andiamo.»
La seguii fuori dall’aeroporto, il sole pugliese che scaldava l’aria, il rumore delle auto, il profumo di mare. Non ricordo il tragitto in macchina, non ricordo la strada. Ricordo solo la sua mano che non lasciava la mia, le sue dita intrecciate alle mie, il suo sorriso che non smetteva di brillare.
Arrivammo davanti a una casa semplice, con una piccola veranda e vasi di fiori colorati. «Questa è casa mia», disse. Poi mi guardò negli occhi e aggiunse: «E forse, un giorno, sarà casa nostra!?»
Non risposi. La baciai. Forte, con la voracità di chi aveva aspettato troppo. Entrammo dentro quasi inciampando, senza smettere di toccarci. La porta si chiuse alle nostre spalle e i nostri corpi si cercarono come se avessero sempre saputo come combaciare.
Le mie mani le sfilarono la camicetta, liberando i seni che già conoscevo attraverso lo schermo ma che ora potevo stringere, assaporare. La sua pelle era calda, il suo respiro affannoso. Lei mi tolse la maglietta, le sue unghie graffiavano la mia schiena. Ci baciammo di nuovo, più forte, con la lingua che scivolava, con i gemiti che diventavano parole spezzate.
«Non ci credo che sei qui», disse lei, accarezzandomi il viso.
«Io sì», risposi. «E non ti lascerò più.»
Finimmo sul letto, nudi, aggrovigliati. La sua bocca scese sul mio petto, le sue mani sul mio sesso che pulsava già duro. Io la presi per i fianchi, la girai sotto di me. La penetrai lentamente, guardandola negli occhi. E in quel momento capii che niente al mondo avrebbe potuto separarci.
Facevamo l’amore con la bramosia accumulata in mesi di attese, di schermi, di fantasie. Ogni spinta era un grido, ogni bacio un incendio. Le sue gambe attorno alla mia vita, i suoi gemiti che riempivano la stanza, il mio respiro che si fondeva al suo.
Venimmo insieme, urlando i nostri nomi, stringendoci come se potessimo fonderci in un solo corpo. Restammo lì, sudati, con il fiato corto e i cuori che battevano all’unisono.
E in quell’abbraccio, tra lenzuola aggrovigliate e sorrisi stanchi, sentii che il futuro ci apparteneva. Che quella casa, un giorno, avrebbe visto non solo le nostre notti infuocate, ma anche il profumo del caffè al mattino, la pasta al forno della domenica, le litigate e le riconciliazioni.
Da quel momento, anche la distanza profumava di noi.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
9.4
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per La distanza dell’amore:

Altri Racconti Erotici in Lui & Lei:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni