trio
Fotografia liquida
gleeden
26.03.2026 |
960 |
3
"È un bacio pieno, maturo, e dentro c’è ancora l’eco di quel Pinot Nero che abbiamo sorseggiato insieme..."
“Racconto di una serata dal sentore fruttato”Stasera, finalmente, incontro Ely. Un nome breve, quasi un sussurro, scelto come pseudonimo nell'app di incontri dove entrambi abbiamo cercato un'eco alla nostra solitudine. Io, al contrario, mi presento con un prevedibile “Marco_78”. Poco originale, lo so. Ma almeno dice subito chi sono e quanti anni ho. In questo universo digitale dove tutto è proiezione, io preferisco rimanere ancorato alla realtà, come un’àncora nel mare della fantasia.
Le app per appuntamenti prosperano, probabilmente perché sempre più spesso ci troviamo a corto di tempo, o forse perché la timidezza, la mia, soprattutto, ci rende fragili davanti al rischio del rifiuto. Quel “no” che, nel mondo reale, può sedimentarsi nell’autostima come una macchia difficile da lavare. Online, invece, si screma tutto: restano solo i pochi sì che lo scorrere distratto dei profili ci regala.
Di Ely so poco: ha trentadue anni e vive a circa venti chilometri dal mio posto di lavoro, quel luogo dove passo ore che superano regolarmente quelle previste dal contratto. Dovrebbero essere otto, diventano dieci. Ogni giorno.
La mia vita sociale è un lumicino che tremola nel tragitto tra la scrivania e casa. In quella mezz’ora di metropolitana sfoglio distrattamente i profili: volti, filtri, sorrisi forzati. Le più belle appaiono artificiali, come repliche scolorite di un modello pubblicitario. Non metto mai “like”. Forse per mancanza di autostima. Forse perché ho la strana convinzione che, quanto più una donna è bella, tanto più sia portatrice di un bagaglio complicato, e io, già fragile nei miei equilibri, non mi sento in grado di reggere quelli di qualcun altro.
Ely non mostra il volto sul suo profilo. Solo scorci di paesaggi: mare, colline, qualche borgo silenzioso. In una foto, le sue mani stringono un grappolo d’uva bianca. Un dettaglio semplice, ma evocativo. L’ho interpretato come un segnale: forse ama il buon vino. Forse c’è poesia anche in quella scelta.
È stato proprio un “like” a quella fotografia ad aprire il nostro contatto. Ci scriviamo da una settimana. Il suo vero nome ancora mi sfugge, ma ha già svelato d’essere esperta di piccoli locali in periferia, quelli dove si mangia bene, si beve meglio, e non si sacrifica uno stipendio. È sfuggente, enigmatica. Sembra celare qualcosa. Eppure, proprio quel velo di mistero la rende affascinante. Il suo vocabolario è ricercato. Deve aver letto molto. O forse è semplicemente una donna con una mente fuori dal comune.
Mi sorprendo a pensare: che ci fa una come lei su una App di incontri? E subito, mi correggo. Il pregiudizio è un vizio duro a morire. Forse lei pensa lo stesso di me. Ma io conosco le mie ragioni, e questa sera ho deciso che voglio conoscere le sue.
L’ho invitata in un piccolo ristorante, raccolto e silenzioso, con pochi tavoli ben distanziati, una musica soffusa che accarezza l’aria. Odio quei locali in cui la musica costringe a urlare per farsi capire. Ely ha accettato senza esitazioni. Un sì che mi ha colto quasi impreparato.
Per l’occasione, se di vera occasione si tratta, ho scelto pantaloni di lino blu scuro e una camicia bianca, leggera, anch’essa in lino. L’estate è ancora lontana, ma i primi caldi mi hanno spinto verso abiti freschi e sobri. All’ingresso ho detto al maître che avrei atteso una donna vestita di rosso, con un foulard bianco attorno al collo. È così che si è descritta, due ore fa, in un messaggio.
Il tavolo è all’aperto. Ci circondano alberi da frutto e gelsomini notturni. L’aria è densa del loro profumo inebriante. Chiudo gli occhi e inspiro a fondo. Sto facendo la cosa giusta? In fondo, non so nulla di lei. È il mio primo appuntamento al buio e l’attesa rende impazienti anche i respiri.
Abbiamo fissato per le 21. Io sono arrivato con qualche minuto d’anticipo. Non amo i ritardi, ma adoro aspettare. C’è qualcosa di magico nello scrutare l’ingresso, immaginando da quale angolo possa apparire il volto atteso. Mai come stasera questo desiderio pulsa nel mio petto.
I minuti si allungano. Una vocina maliziosa nella mia testa comincia a farsi sentire: e se avesse cambiato idea? E se fosse stata tutta una messinscena? Controllo il telefono. Ultima connessione: due ore fa. Proprio quando mi ha mandato il messaggio.
Sto per riporre il cellulare in tasca, quando avverto passi leggeri. Tacchi. Un lampo rosso irrompe nel verde discreto del giardino. Ely è arrivata.
Il maître la accompagna. La penombra e le luci soffuse non mi permettono ancora di distinguere bene il suo volto. Ma vedo i capelli lunghi sciolti, il foulard bianco che ondeggia morbido sulle spalle. Cammina con passo lento, come se volesse prolungare quel momento sospeso. Mi alzo per salutarla. La stringo con vigore, come mi è stato insegnato, anche se dentro tremo come un ragazzo al primo ballo.
È bellissima.
Occhi blu, profondi, labbra sottili. I capelli castani incorniciano un viso morbido, il mento disegna una fossetta che cambia forma alla luce. Al collo, una catenina leggera con un ciondolo a forma di lettera: una “P”. Non è quindi né Elisa né Elena. “Ely” è solo un velo.
Lei coglie il mio sguardo interrogativo. Sorridendo, mi porge la mano:
«Ciao Marco, finalmente. Elisa, piacere mio.»
«Ben arrivata Elisa, che bello vederti!»
Ma quella “P”? Chi è “P”? La domanda resta lì, in sospeso. Ma decido di non darle peso. Per ora. Dopo tutto, Ely, o Elisa, è sempre stata avvolta da un’aura di mistero. Quella lettera è solo un’altra coerenza.
Ha una fossetta sul mento che, a seconda dell’angolo di luce, pare disegnare espressioni sempre nuove. Ha tratti che evocano, fugacemente, lineamenti dell’Est, ma il suo accento è familiare, italico come il mio. Non è alta, ma il corpo racconta dedizione. Le gambe accavallate svelano polpacci scolpiti, la pelle liscia e curata, mentre un profumo speziato e discreto si mescola alla fragranza notturna del gelsomino.
«Finalmente posso vedere il tuo viso, Elisa.»
«Sì, e ti chiedo scusa se non l’ho mostrato prima, ma non amo mettere le mie foto in rete. Custodire un po’ di privacy, oggi, è diventato quasi un lusso.»
«Ti capisco benissimo. Ti confesso che, non più tardi di un mese fa, mi è capitato di imbattermi nel profilo di una collega. Da allora sappiamo entrambi di esserci, ma continuiamo ad ignorarci, esattamente come nella vita reale.»
Lei sorride, e i suoi occhi si socchiudono in un gesto che è più un invito che una reazione.
«Peccato che non proviate lo stesso interesse l’uno per l’altra… vi sareste risparmiati tutta la pantomima del primo appuntamento. Ops, non volevo dire che questo lo sia!»
Ridiamo entrambi, stemperando la tensione. Poi aggiungo:
«Che ne dici se ordiniamo qualcosa?»
«Con molto piacere. Ho fame… e anche una certa sete, se non ti dispiace.»
Ordiniamo due orate alla griglia, accompagnate da patate al cartoccio. Lei prende l’iniziativa anche sul vino: un Pinot Nero. Io, che di vini capisco ben poco, mi lascio guidare con fiducia.
«È un rosso, sì, ma va benissimo con il pesce. Quando il colore non è troppo intenso, e riesci a vedere gli oggetti attraverso il cristallo del bicchiere, puoi abbinarlo a piatti leggeri come il pesce. Questo Pinot è perfetto.»
I calici si sfiorano in un tintinnio delicato. La luce danza sul suo volto, sulla fossetta, sul ciondolo. Beviamo. Il vino ha un sapore gentile, con sentori di frutta rossa che riconosco, ma che lei approfondisce con maestria: tartufo, spezie, legno umido. Poi si ferma e dice, come se stesse svelando un segreto:
«Il vino è una fotografia liquida.»
«Una fotografia?»
«Sì. Pensa al vino come a una macchina fotografica invisibile. Non cattura immagini, ma aromi. Ogni sorso è uno scatto che racchiude il tempo, la terra, il sole e l’aria che hanno attraversato il vitigno. Una lunga esposizione. Un’istantanea sensoriale.»
Resto colpito. Non avevo mai pensato al vino in quel modo. L’idea mi affascina.
«E da dove nasce questa tua passione?»
«Fin da bambina, guardavo nei libri di scuola le immagini degli antichi romani che si inebriavano nei banchetti. Mi sembrava un rituale misterioso e magico. Poi ho coltivato la curiosità, l’ho trasformata in studio e ora… ho un vitigno tutto mio. In autunno farò la prima vendemmia.»
«Dicono che quando trasformi una passione in lavoro, non lavori più un solo giorno della tua vita.»
«Verissimo. Ma ti assicuro che la passione, da sola, non paga le bollette se non la imbottigli!» Ride di gusto, un riso genuino, forse anche un po’ smorzato dal Pinot che comincia a sciogliere le distanze.
La cena prosegue lenta, saporita. L’orata è perfettamente cotta, le erbe aromatiche ne esaltano la delicatezza. Parliamo di cucina. Le racconto quanto sia importante saper trattare il pesce: i tempi, le temperature, il colore che racconta la cottura. Lei mi ascolta con interesse, quasi con incanto.
«Allora sei un cuoco provetto?»
«Me la cavo. Vivo da solo, e cucinare per sé stessi non è molto divertente. Alla fine, preparo piatti semplici. Però, quando invito amici, mi diverto davvero. La cucina è come la fotografia: serve la luce giusta, la composizione, l’equilibrio.»
«E perché sei da solo, Marco?»
La domanda arriva inaspettata. Il sorriso sulle labbra mi si ferma un istante. Poi la guardo e rispondo, senza schermarmi.
«Perché non ho mai saputo costruire un rapporto saldo. Perché ho sempre avuto poca fiducia in me stesso. E quando fai fatica ad affidarti a te stesso, come potresti riuscire ad affidarti davvero a un altro essere umano? Credo che tu possa capirmi.»
Lei abbassa appena lo sguardo, poi torna a fissarmi.
«Noi donne siamo complesse, è vero. Ma abbiamo le idee chiare. Sappiamo ciò che vogliamo, anche se a volte ci perdiamo nel desiderio di cose semplici. Come il tuo modo di cucinare.»
Poi, con tono più basso, come se volesse toccare un tasto sensibile, chiede:
«E tu… perché pensi che io sia da sola?»
«Beh, non lo so. È solo una supposizione. Ma… ho notato il ciondolo. La lettera “P”. C’è qualcuno nella tua vita?»
Elisa sorride. Un sorriso lento, che si apre come un sipario.
«Sì. “P” sta per Paolo. È il mio compagno. Sa tutto di te. Sa di questa cena. E ha scelto lui il vestito che indosso… e la lingerie che ho sotto.»
Deglutisco. Forte. Le parole mi scivolano nella mente come vino in un bicchiere appena inclinato. Paolo. Il compagno. La lingerie.
«Aspetta… davvero? È d’accordo che tu esca con altri uomini?»
«Certo. È una cosa che abbiamo sempre desiderato: coinvolgere una terza persona nei nostri giochi più intimi. Finora, era rimasta una fantasia. Ma ora… finalmente… mi ha detto sì. E io ti ho scelto.»
Mi guarda. Sorride. E con una calma che spiazza aggiunge:
«Tu sei il mio sì.»
Rimango in silenzio. Le parole, improvvisamente, sembrano non bastare.
«Come facevi a sapere che avrei accettato?» chiedo, in un sussurro quasi incantato.
«Perché ti sto osservando da qualche minuto. E non ho potuto fare a meno di notare il tuo corpo… che parla per te.»
Mi sento arrossire. Lei, con quella grazia che sa di provocazione ben calibrata, si alza.
«Permetti? Vado a rinfrescarmi un attimo.»
Scompare tra le luci soffuse del locale. Resto da solo, col cuore che tamburella nel petto. La serata ha preso una piega che non avrei mai previsto, nemmeno nella più fantasiosa delle ipotesi.
Quando ritorna, la sua andatura ha cambiato ritmo. Più lenta, più felina. Più consapevole.
Si avvicina, prende la mia mano e vi deposita un tovagliolo di stoffa, ripiegato con cura.
«Aprilo con cautela» sussurra.
Obbedisco. Dentro, trovo un piccolo indumento di lingerie nera, ancora tiepido, umido, intriso del suo profumo intimo. Il pensiero che abbia compiuto quel gesto solo per me, nel silenzio discreto di un bagno, mi scuote nel profondo.
«Spero che adesso le mie intenzioni siano più chiare… Questo è il mio invito. Un assaggio. Un profumo. Un segno.»
Mi guarda negli occhi. Dentro i suoi c’è qualcosa di ardente e fragile insieme, un desiderio deciso, ma non privo di attesa. Sta aspettando il mio sì. Ed è allora che, senza esitazioni, rispondo:
«Va bene. Andiamo.»
Sorride. Ma non è il sorriso di prima. Ora è un’esplosione di soddisfazione e complicità. Forse non era certa che avrei accettato. Forse aveva davvero bisogno di quell’ultima, teatrale seduzione.
Usciamo dal ristorante che sono quasi le dieci e mezza. L’aria della sera è mite. Le luci dei lampioni disegnano ombre leggere sull’asfalto.
Mi invita a seguirla in auto. Il tragitto è breve: venti minuti appena, lungo una strada che taglia la campagna. La sua abitazione è una villetta semplice, costruita negli anni ’80, circondata da filari di viti. Ecco il suo regno. Ecco la “fotografia liquida” prendere corpo nel paesaggio.
Parcheggiamo su un ampio vialetto lastricato di ciottoli. Una luce accesa al primo piano tradisce la presenza di Paolo. Immagino abbia già saputo tutto. O forse ci sta ancora aspettando, senza sapere con certezza se sarei arrivato fin lì.
Entriamo. Elisa è raggiante. Mi prende la mano e, prima che possa aggiungere altro, mi bacia. È un bacio pieno, maturo, e dentro c’è ancora l’eco di quel Pinot Nero che abbiamo sorseggiato insieme. Le sue labbra sono velluto e tensione.
Saliamo una rampa di scale ed entriamo in un ampio soggiorno, arredato con cura sobria. Paolo è lì, ad attenderci. Si alza dal divano. Indossa jeans e una maglietta bianca, è scalzo. Il suo sorriso è calmo, sicuro. Accoglie Elisa con un lungo bacio, profondo, carico di affetto e complicità.
C’è amore tra loro. E si vede. Lei lo guarda con una devozione luminosa, come se stesse ricevendo il dono più prezioso.
Poi, Paolo si volta verso di me e, con naturalezza, mi offre da bere. Accetto. Un bicchiere di Marsala dolce, accompagnato da biscotti fatti in casa. Un sapore pieno, avvolgente, quasi denso. Una pausa prima di quello che verrà.
Elisa si allontana per qualche istante. Quando ritorna, è completamente nuda.
Indossa solo un paio di décolleté nere.
Il mio bicchiere si arresta a metà corsa. Ogni gesto si blocca. La osservo avanzare, lentamente, con grazia misurata, come se danzasse tra noi due, carica di un’eleganza che non ha bisogno di veli.
«Paolo, guardami» dice lei.
Lui obbedisce, ammirandola in silenzio. Poi lei si avvicina a me, posa il bicchiere sul tavolino, mi prende il volto tra le mani e mi bacia. Stavolta, con una passione che scava. Mi spinge piano, con fermezza mascherata da dolcezza, e il mio corpo cede, adagiandosi sulla chaise longue rossa come un invito.
I suoi baci si fanno più lenti, mentre le mani cominciano a sbottonare la mia camicia. Alterna dita e labbra con una precisione che ha il sapore della ritualità. Il profumo della sua pelle ora è ovunque, mescolato a quello dei gelsomini, del vino, della pelle viva.
Mi ritrovo presto a torso nudo, il suo corpo sottile e flessuoso sopra di me, i suoi seni perfetti premuti contro il mio petto. Sento la sua mano esplorarmi, decisa, come se volesse misurare il desiderio che ha acceso.
Paolo, nel frattempo, si è tolto i jeans e la maglietta. È rimasto in boxer. Lo vedo muoversi lentamente, con rispetto, ma anche con desiderio trattenuto.
Elisa si sposta in basso. So cosa sta per fare. Le sue labbra si adagiano sul mio sesso con grazia e sicurezza, avvolgendomi in un gesto antico e profondo. La sua bocca è calda, sapiente, e il sapore del vino rimasto sulle sue labbra aggiunge un sentore inaspettato.
Sento ogni movimento, ogni carezza, ogni pausa. Poi avverto qualcosa cambiare: un ritmo diverso, un respiro spezzato.
Elisa emette un gemito lieve. Paolo è dietro di lei. La sta penetrando con forza controllata, mentre lei continua a prendersi cura di me con la bocca.
Quello che prima era un gioco, ora diventa un crescendo. Lei è il fulcro di un’armonia a tre, una sinfonia di pelle e sensi. I movimenti di Paolo diventano più profondi, e la bocca di Elisa segue la danza, quasi in trance.
I suoi gemiti ora sono più forti, le mani più febbrili. Quando Paolo si ferma, Elisa si solleva, tremante, e si adagia sopra di me. Si offre con una naturalezza sacra. Il suo sesso mi accoglie caldo, morbido, preparato. Scivola su di me con grazia liquida, come se il suo corpo fosse stato scolpito per quel gesto.
Il suo corpo danza sopra di me con una grazia ferma, consapevole. I fianchi disegnano cerchi lenti, profondi, e il calore della sua intimità avvolge il mio sesso come una seta ardente. Ogni movimento è misurato, studiato, come se avesse memorizzato ogni curva del mio desiderio ancor prima di toccarmi.
Il sudore scivola tra i suoi seni, una goccia che cade lenta e si infrange sul mio petto. Intorno a noi, il silenzio è rotto solo dal respiro affannoso, dal cigolio discreto del divano, dal battito sordo del mio cuore.
Paolo si avvicina. È dietro di lei, nudo ora, con la calma e la fierezza di chi sa aspettare il momento esatto. Lo vedo sfiorarla con dita bagnate, aprire con delicatezza l’altra porta del suo corpo, quella più segreta, più vulnerabile. Elisa si inarca appena, lo accoglie. È lei ora a condurre la danza, ma è anche la prima a cedere.
«Sì…» mormora. Solo quella parola. Ma detta con una voce piena di fuoco e arrendevolezza.
E così, mentre mi cavalca con la morbidezza di un’onda, sente il compagno entrare in lei da dietro, lentamente, profondamente. Il suo corpo si tende per un istante, poi si adatta, si apre, si abbandona.
Ora siamo in tre. Uniti in una geometria perfetta. Io sotto di lei, a sorreggerla e penetrarla, Paolo dietro di lei, a colmare lo spazio dell’estasi più audace. Elisa è sospesa tra due corpi maschili, tra due energie che si intrecciano nel suo ventre.
I suoi gemiti cambiano timbro: diventano profondi, gutturali, come se venissero da un luogo che non conosceva nemmeno lei. I muscoli delle sue cosce tremano, le mani mi afferrano con più forza, affondano nelle mie spalle come artigli. Ogni istante è carico, saturo di umori, di profumi, di scambi invisibili.
Paolo la bacia sul collo, io le mordo un orecchio. Il suo corpo non è più suo, non è più nostro. È un ponte, un’eco viva del piacere che attraversa tutti e tre. Ogni gesto, ogni penetrazione, ogni sussulto è una nota in una sinfonia senza spartito.
Poi sento che qualcosa cambia. Il ritmo accelera. Paolo geme, affonda, si tende. E un fremito violento attraversa il corpo di Elisa. Un fiotto caldo la invade da dietro. La sua voce si spezza in un gemito che somiglia a un singhiozzo.
Un attimo dopo, il suo sguardo si abbassa sul mio, mi sorride con labbra tremanti. Mi stringe ancora più forte. E con un ultimo movimento deciso si lascia andare, lasciando che anch’io mi perda in lei. Il mio piacere la raggiunge come un’onda, e il suo ventre si inonda del mio seme, subito dopo quello del suo uomo.
In quell’istante, Elisa si piega in avanti e mi morde la spalla, come a volersi ancorare al mio corpo per non perdersi del tutto nel vortice.
Poi, tutto tace. Solo i nostri respiri restano a colmare la stanza. Lenti, profondi, ancora scossi da quel piacere antico e primordiale che ci ha travolti.
Ci lasciamo cadere sul divano come naufraghi su una riva sconosciuta. Lei resta lì, tra di noi, fragile e luminosa come un filo di seta teso tra due mondi. Paolo le sfiora i capelli con dolcezza, io le stringo la mano. I nostri corpi nudi si sfiorano, senza vergogna. Solo gratitudine, solo presenza.
E in quel momento, mentre osservo la sua pelle ancora lucida di sudore, mi torna alla mente una frase che lei stessa aveva pronunciato, poche ore prima:
“Il vino è una fotografia liquida.”
Sì. E questa notte, penso, è stata la sua bottiglia più preziosa.
Un’annata rara.
Un sorso irripetibile.
Una fotografia liquida, impressa nella memoria del corpo e del desiderio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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