Lui & Lei
Maledetti occhi verdi
gleeden
15.04.2026 |
2.196 |
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"Tu? Soliti risvegli nel cuore della notte?»
«Fino alle tre ho dormito bene, poi il solito rigirarsi nel letto..."
“Racconto di un viaggio last minute”Finalmente è fatta. Dopo oltre sei mesi ininterrotti di lavoro, posso concedermi una vera vacanza.
Abbiamo appena chiuso le pratiche edilizie per la realizzazione della nuova biblioteca comunale. Il progetto prevede il recupero dell'attuale sede storica e la costruzione di un nuovo edificio all'interno del parco adiacente, con auditorium, spazi di relazione, sale per la musica e aule studio. Sarà un edificio Nzeb, il massimo in efficienza energetica.
Lo studio per cui lavoro mi ha concesso una settimana di ferie. Ne ho davvero bisogno. Questo progetto, pur affascinante, ha invaso ogni mio pensiero negli ultimi sei mesi. Appena ho ricevuto la conferma della chiusura della pratica, mi sono lanciato nella ricerca di una meta dove staccare la spina e respirare aria nuova, lontano dal grigiore metropolitano. Inizialmente avevo pensato a un'oasi naturale, dotata di tutti i comfort: sala fitness, SPA, ristorante all'altezza del mio palato. Ma per motivi economici ho dovuto ripiegare su un villaggio vacanze sul Mar Rosso. Con il poco tempo a disposizione, mi è comunque andata bene.
Stasera preparo un bagaglio leggero. Ho in testa uno schema preciso: cosa indosserò e cosa lascerò a casa. Un piccolo trolley mi basta per coprire un'intera settimana.
Il volo EgyptAir è puntuale. Mentre mi allaccio la cintura, mi chiedo se tra i passeggeri ci sia qualcuno diretto al mio stesso villaggio. Accanto a me siede una coppia, marito e moglie, intorno ai sessant'anni. Parlano di Cairo, Sfinge e Nilo. Non credo siano diretti dove vado io.
Durante il volo, la stanchezza accumulata si fa sentire. Mi addormento per una mezz'ora mentre sorvoliamo il Mediterraneo. Arriveremo per l'ora di cena. Ho già fame. Spero che il ristorante egiziano del villaggio non sia il solito pot-pourri di stereotipi culinari arabi. Voglio piatti autentici, intensi, speziati al punto giusto. Tutto accompagnato da vino bianco, fresco ma non freddo, avvolgente.
L'aereo atterra con un sobbalzo. Finalmente. La vacanza ha inizio.
Superate le formalità, fuori dall'aeroporto mi attende una navetta con il logo del villaggio: "Sun Bay". La grafica è banale, ma spero che il posto superi le aspettative.
Da quando io e Marta abbiamo messo in pausa la nostra relazione, ho realizzato quanto mi fossi sempre accontentato. Per non ferirla, tacevo, ingoiavo. Inutilmente. Il nostro rapporto era diventato una palude, senza amore, solo un vago rispetto. Quando ci siamo lasciati, un anno fa, avevo trentanove anni. Ora, alla soglia dei quaranta, devo ricominciare.
Il lavoro va bene. La vita sociale meno. Ogni tanto vedo qualche amica storica. Ma il sesso è meccanico, privo di trasporto. Se non ci metti il cuore, resta solo un gesto ripetitivo. L'ultima volta, la mia amica Sara mi ha detto: «Perché sei sempre così timoroso, Teo? Lasciati andare. Non mi devi amare a letto, mi devi scopare. Se sono qui con te è perché a casa non mi scopano a dovere. Smettila di usare il cervello con me.»
Parole dure. Ma necessarie. Quelle parole hanno aperto in me un varco. Sto interrogandomi da tempo su chi sono davvero, su cosa potrei diventare. So solo che nello sport sono sempre stato costante. Amavo il nuoto fin da bambino. Talmente tanto da distruggermi una spalla. La sindrome da conflitto sub acromiale mi ha costretto a smettere. Dopo l'ennesimo intervento, ho ceduto. Ogni giorno antidolorifici, ma il dolore non passava. Ora la spalla va meglio, ma la rinuncia brucia più della cicatrice.
Faccio palestra, tra bike e pilates. Il fisico da nuotatore c'è ancora, ma non è più quello asciutto di un tempo. Il corpo riflette le nostre scelte. Allo specchio vedo quella cicatrice, ricordo vivido di chi ero e chi avrei potuto essere.
Mentre penso alle parole di Sara, la navetta varca il cancello del villaggio. Mi assegnano una camera con vista sulla piscina centrale, dove i turisti si godono le ultime ore d'acqua prima di cena.
Sistemo il trolley, doccia veloce e via al ristorante egiziano. Oltre al ristorante egiziano ce ne sono sette in tutto: dall’italiano al sushi. Una piccola città, dove i cittadini cambiano ogni settimana.
Indosso short nocciola e una camicia floreale forse kitsch, ma comoda come una seconda pelle. La serata è calda, un lieve vento accarezza i sensi. Mi fanno accomodare sulla terrazza vista mare. Un musicista suona il liuto: l'atmosfera è suggestiva.
Marta mi manca. Ma le nostre strade sono ormai parallele. Devo imparare a guardare avanti, a non avere più paura. La vita non è una piscina. Ho lasciato il bordo vasca e nuotare fuori è infinitamente più difficile.
Ordino Kofta e Pita. L'agnello è speziato alla perfezione, delizioso. Il vino bianco lo accompagna a meraviglia. Ne prendo un altro bicchiere, che bevo insieme a una porzione di Konafa, il dolce tipico. Alticcio, rientro in camera. Sono esausto. Il sonno rubato al lavoro è tanto. Potrei dormire settimane.
Nel tragitto incrocio una donna sulla cinquantina e una ragazza che potrebbe essere sua figlia. Parlano animatamente, in romano. La madre ha capelli corti neri, la ragazza lunghi capelli chiari. Entrambe vestono abiti lunghi con spalline sottili. Fisicamente simili, belle, sensuali. Potrebbero sembrare sorelle, non fosse per le rughe appena accennate della madre. Chissà se le rivedrò. Mi incuriosisce la loro discussione.
Appena poggio la testa sul cuscino, mi addormento. Ma alle quattro del mattino mi sveglio agitato. Esco sul balcone, indosso solo dei pantaloncini. L'aria è calda. Sul balconcino accanto la luce è accesa. Proprio mentre sto per rientrare, si apre la porta finestra della camera: è la madre della coppia vista prima. Indossa pantaloncini corti e una canotta aderente. Rimane sorpresa nel vedermi.
«Mi scusi, non volevo spaventarla.»
«No, mi scusi lei. Non pensavo ci fosse qualcun altro sveglio a quest'ora.»
«Già, pensavo la stessa cosa. Cosa la tiene sveglia, se posso chiedere?»
«Ultimamente faccio fatica a dormire, soprattutto all’alba. Come se la mia mente si accendesse di colpo, pronta a risolvere i problemi del mondo. Anche se, a malapena, riesco a risolvere i miei.»
«La capisco perfettamente. Anche se i nostri problemi saranno diversi, la dinamica dell’insonnia è la stessa. Io sono Matteo, vengo da Milano.»
«Piacere Matteo, io sono Beatrice, di Roma. Sono qui con mia figlia Adele.»
«Io invece sono solo. Una vacanza premio: ho chiuso un progetto a cui lavoravo da mesi.»
«Solo anche nella vita?»
La sua domanda mi coglie di sorpresa. Noto che lo sguardo le cade sulla piccola cicatrice che porto sulla spalla sinistra.
«Sì, da quasi un anno. Non sono mai stato bravo con le relazioni lunghe. La mia insicurezza mi rende troppo accomodante, le donne alla fine si stancano.»
«Mi dispiace. Anche io sono sola, a parte mia figlia che dorme di là. Con mio marito è finita quattro anni fa: l’ho scoperto con una collega. È stato il periodo peggiore della mia vita, ma ora sto bene. Solo, a volte, certi pensieri mi tengono sveglia. Come stanotte. Mia figlia mi accusa ancora di essere stata troppo dura con suo padre. Dice che un tradimento si può anche perdonare.»
«Non so cosa si provi a essere traditi da chi si ama, ma so bene cosa significhi sentirsi traditi da sé stessi. Ero un nuotatore esperto. Il nuoto era tutto. Poi il mio corpo ha deciso per me: basta vasche.»
«Mi dispiace. Sento che è una ferita ancora viva. La cicatrice sulla spalla parla da sé. Io non sono mai stata una sportiva, ma cerco solo di rimandare il più possibile l'appuntamento con la vecchiaia.»
«Beh, sei ancora giovane, Beatrice. Posso darti del tu?»
«Certo. Anche se non sono poi così giovane. Sono qui per festeggiare i miei cinquant'anni.»
«Auguri! Non ti avrei dato più di quarantaquattro.»
«Ah grazie, ma i miei cinquant'anni si vedono tutti. È vero, forse ho ancora un buon fisico, ma il viso e le rughe parlano chiaro.»
Sorride con un’espressione complice, e stavolta è il suo sguardo a indugiare sul mio petto. I pettorali non sono più quelli di un tempo, ma mantengono una dignità sportiva.
«Hai una silhouette davvero invidiabile. E voglio essere sincero: penso che tu sia una bellissima donna.»
Da dove mi viene tutta questa audacia? Nemmeno io lo so.
«Grazie, Matteo. Lo prendo come un bel complimento. Ma credo che a parlare per te sia la mancanza di sonno. Ora rientro, cerco di dormire un paio d’ore prima che si svegli Adele. Buonanotte... anzi buongiorno.»
«Buongiorno a te, Beatrice. Alla prossima.»
Resto qualche minuto ancora sul balcone, finché Beatrice spegne la luce. Ora sono davvero solo con i miei pensieri... e una nuova, inaspettata forza interiore. Dov’è finito il timido Matteo di sempre? Meglio dormirci su.
Mi sveglio che sono già le nove passate. Lo stomaco brontola. Colazione veloce: uova strapazzate, bacon, pane integrale, caffè americano. In vacanza mi piace provare ciò che a casa non mangio mai.
Forse l’audacia di stanotte è nata proprio da questo desiderio di sperimentare: nuovi gusti, nuove emozioni. Con questi pensieri mi avvio verso la spiaggia del villaggio. Il mare è di un azzurro commovente; la barriera corallina regala uno spettacolo naturale.
Scelgo la prima sdraio libera sotto un ombrellone di paglia. Mi tolgo la maglietta... e noto Beatrice e sua figlia due file più avanti. Alla luce del sole, Beatrice è ancora più affascinante: pareo verde, bikini rosso che esalta le sue gambe muscolose e il corpo slanciato. Distolgo lo sguardo, ma è tardi: mi ha visto. Mi saluta con la mano. Adele le chiede chi sono.
Alla luce del giorno, Adele rivela l’età appena adulta. I movimenti un po’ acerbi, una giovinezza che sembra non volerla abbandonare. Passo la mattinata così, tra le pagine stanche di un libro e lo sguardo che torna sempre su Beatrice. Ci scrutiamo a distanza, un gioco silenzioso e palpitante.
Prima di pranzo, madre e figlia mi passano vicino. Avrebbero potuto prendere un altro sentiero, ma qualcosa mi dice che Beatrice ha scelto volutamente quel percorso per passarmi davanti. Le auguro buon pranzo. Ed è lì che li vedo: i suoi occhi verdi, chiarissimi, quasi trasparenti. Uno sguardo che mi trapassa. Un nodo alla gola.
Maledetti occhi verdi.
Non le rivedo più per tutto il giorno, né a cena. Torno al ristorante egiziano del primo giorno. Ordino un piatto di koshary e sorseggio un karkadè. La cucina, devo ammetterlo, è sorprendentemente buona.
Rientrando in camera, però, non le incrocio. La loro assenza mi lascia un retrogusto amaro. Provo a sciacquarlo via con una lunga doccia tiepida. Ma il pensiero di lei, del suo corpo slanciato, dei suoi occhi magnetici, mi rincorre. E con lui, un desiderio sempre più presente.
Sotto il getto dell'acqua, il mio corpo risponde da solo. Mi ritrovo tra le mani il mio sesso gonfio, la mente affollata di immagini di lei. La sua bocca su di me, i suoi occhi che non distolgono lo sguardo. La fantasia prende il sopravvento, e con un fiotto caldo di piacere lascio che tutto si disperda tra le condutture del bagno.
Non provavo da tempo un piacere così intenso. C’è qualcosa in lei che mi ha davvero toccato. Anche ora, a letto, esausto, il pensiero ritorna. Ma stavolta il sonno mi prende tutto intero, profondo e ristoratore.
Quando mi sveglio sono già le nove e trenta. Scatto giù dal letto, curioso di sapere se anche lei è uscita sul balcone stanotte. Colazione veloce, poi di nuovo in spiaggia.
Per fortuna Beatrice è lì. Adele chiacchiera con un paio di ragazzi poco distanti. Appena mi vede, Beatrice mi sorride. Quel sorriso ha più effetto del caffè americano appena bevuto.
«Ciao Matteo, come va? Dormito bene?»
«Buongiorno Bea. Sì, alla grande. Tu? Soliti risvegli nel cuore della notte?»
«Fino alle tre ho dormito bene, poi il solito rigirarsi nel letto. Alla fine, verso le quattro, sono uscita sul balcone.»
«Peccato. Io ero distrutto, ho dormito senza interruzioni.»
«Non ti scusare, anzi... beato te! Allora ci vediamo dopo.»
Il suo “a dopo” mi resta addosso come una promessa. Sento un tamburellare sordo nel petto. Mi piace davvero questa donna. Mi piace il suo modo di muoversi, il suo sorriso, il modo in cui mi guarda.
Quegli occhi verdi, come un invito senza tempo.
La mattinata scorre tra sguardi che si cercano e si sfuggono. Un gioco, ora, ma con una tensione palpabile. Sento crescere in me un desiderio nuovo, audace, vivo.
Quando Adele si allontana con altri ragazzi verso la barriera corallina, ne approfitto. Beatrice è sola, sdraiata, intenta a godersi il sole.
«Sola vedo. Tua figlia ha trovato compagnia.»
«Sì, ne sono contenta. È sempre stata timida con i ragazzi, ma ora sembra più disinvolta.»
«Diventerà bella come la madre.»
«Ah, grazie. Da dove arriva tutta questa audacia?»
«Dalla verità. Beatrice, lo sai anche tu di essere affascinante. Ti hanno mai detto che i tuoi occhi sono magnetici?»
«Sei molto gentile, Matteo. Anche se io non mi vedo come mi vedi tu.»
Non faccio in tempo a cogliere la sua reazione, che un riflesso in acqua mi mette in allarme. Adele sembra in difficoltà. Sta cercando di raggiungere la passerella galleggiante, ma qualcosa non va.
Senza pensarci, corro e mi tuffo. Le bracciate tornano naturali, forti. In pochi secondi la raggiungo. Adele è presa dal panico, ha un crampo. Con le tecniche di salvataggio imparate anni fa, la porto in salvo fino alla passerella.
Beatrice ci aspetta, visibilmente preoccupata. Aiuta la figlia a salire. Poi si volta verso di me, e vede che sto stringendo i denti per il dolore. La spalla brucia, ma non dico nulla.
«Matteo, non so come ringraziarti. Ti fa male la spalla, vero?»
«Una leggera fitta. Passerà. L'importante è che Adele stia bene.»
Lei mi guarda con gratitudine profonda. Adele, ancora un po' scossa, incrociando lo sguardo della madre, come se il pensiero di una saltasse nella mente dell’altra, prende la parola:
«Io e la mamma vorremmo invitarti a cena con noi, stasera. Per ringraziarti. Ci farebbe davvero piacere.»
Accetto. Come potrei rifiutare?
La sera arriva in fretta. Un paio di pastiglie di paracetamolo mitigano il dolore alla spalla, permettendomi di presentarmi al meglio. Indosso la mia camicia più bella, mi spruzzo un tocco deciso di colonia. Sembro un adolescente al primo appuntamento, ma con la lucidità dell’uomo che sa cosa desidera.
Ceniamo in un ristorante giapponese del villaggio. Non all’altezza del ristorante egiziano, ma Adele insisteva, e in compagnia di Beatrice va bene tutto. Durante la cena parliamo molto. Beatrice lavora in uno studio medico privato, si occupa dell’amministrazione. Adele, a settembre, inizierà un corso di laurea in infermieristica. Frequentano la stessa palestra, a nord di Roma. Io racconto delle mie esperienze sportive, della mia ossessione per il nuoto, della dipendenza da antidolorifici, della rinuncia forzata.
Le risate scorrono leggere, il vino ancora di più. Dopo cena passeggiamo sotto la luna. Una brezza leggera le scompiglia i capelli. Beatrice è splendida. Non riesco a smettere di guardarla. Quando ci salutiamo, davanti alle nostre camere, resto qualche secondo fermo, col cuore che tamburella.
Mi sdraio sul letto ancora vestito. Mi risveglio dopo qualche ora. Sono le quattro. Mi spoglio, resto solo in boxer. Una luce fuori mi attira. Non è luna: è una lampada accesa.
So chi è sveglia. Esco sul balcone.
«Stavo per tornare dentro, avevo quasi perso le speranze!»
Beatrice sorride. Un sorriso limpido, disarmante.
«Scusa, non sapevo che stessi aspettando me.»
«Non è il luogo ideale per parlare, ma non so perché lo trovo divertente. Soprattutto vederti così... in mutande.»
«Ops... ero troppo di fretta per pensare all’abbigliamento.»
«Non scusarti. Sei un bell’uomo, anche in intimo mantieni una certa “eleganza”. Come va la spalla?»
Mi sfiora la cicatrice con le dita. Il tocco è delicato, ma accende una scossa che percorre tutto il corpo.
«Brucia un po’, ma è sopportabile. Nulla in confronto a quello che ho vissuto anni fa. E oggi, ne è valsa la pena.»
«Non ti ringrazierò mai abbastanza.»
Le sue parole si posano sulle mie labbra. Un bacio lieve, ma pieno di significato. Le afferro il viso, ricambio con un bacio più profondo. Le nostre lingue si cercano, si fondono. Il corpo risponde prima della ragione. Sento il sangue pulsare forte. L’erezione è evidente, ma non me ne vergogno. E quando ci stacchiamo, noto i suoi capezzoli rigidi sotto la canotta. Esito, ma lei parla per entrambi.
«Mia figlia dorme. Tutti dormono. Solo noi due siamo svegli. Ti va di... tenermi compagnia nella tua camera?»
Annuisco. Dopo qualche minuto, è sulla soglia. Entra e non dice nulla. È di nuovo sulla mia bocca. I baci diventano fiamme. Ci spogliamo a metà, come se il tempo non bastasse.
Le sfilo la canotta. I seni sono floridi, pieni, vivi. I capezzoli tesi sfiorano il mio petto. La sua pelle profuma di sabbia e crema solare. Le mani scivolano sotto i suoi pantaloncini, tra le natiche. Lei mi aiuta, sfilandosi pantaloncini e slip.
La sua pelle è liscia, il pube rasato. La mia bocca si fa strada, lenta, lungo il ventre. La bacio, la lecco, lei geme piano. Poi alza una gamba, la poggia sul letto e mi offre la visuale totale del suo sesso. Affondo la lingua, le mani mi stringono i capelli. Mi guida, mi incalza. Geme. Con le dita le penetro piano, poi più deciso. Il piacere le esplode nel ventre. Il suo umore scorre caldo sulle mie mani. Me lo porto alla bocca, il sapore è forte, femmineo, selvaggio. Ci fermiamo un attimo. Mi guarda, si volta. La sua schiena si appoggia al mio petto. Mi siedo sul bordo del letto. Lei si siede su di me, lentamente. Il mio sesso entra in lei.
Inizia una danza lenta. Le mie mani giocano con il suo clitoride, con i suoi seni. Lei geme, si muove, si abbandona. Le mie dita pizzicano i capezzoli. Un urlo le sfugge. Un secondo segue. Lei vibra. Ha un orgasmo profondo, gutturale.
Sento il suo piacere colarmi addosso. È bagnata, calda, viva. Il mio desiderio cresce, ma so che lei non ha ancora finito.
Si alza, mi spinge sul letto. Ora è lei a guidare. Si cala di nuovo su di me. Mi cavalca. Le mani sul mio petto, le labbra sulle mie. I nostri corpi si muovono all’unisono. Sudore, umori, carne.
Il piacere diventa bisogno. E infine, esplosione. Il mio seme la riempie mentre le mie mani si stringono alle sue natiche.
Restiamo immobili, uniti, ansimanti.
A quella notte ne seguirono altre. Un rituale silenzioso ci univa all’alba: il balcone, uno sguardo, poi la porta della mia camera che si socchiudeva e la notte si faceva fuoco, sudore e pelle. Il sesso con Beatrice non era solo desiderio: era bisogno, urgenza, fame antica. Ci perdevamo l’uno nell’altra come se volessimo strappare alla vita tutto il piacere che ci era mancato. Ogni mattina un lento distacco, ogni notte un ritorno pieno.
Sapevamo entrambi che sarebbe finita presto.
L’ultimo giorno fu il più strano. Nessuna promessa, nessuna parola in più. Solo sguardi, gesti leggeri, sorrisi malinconici. Adele mi salutò con un cenno educato, forse ignara di tutto, forse no. Beatrice mi baciò la guancia come si fa tra amici, ma i suoi occhi tradivano un addio più profondo.
Tornato a Milano, la mia routine mi ha inghiottito come una risacca. Sono in ufficio, devo iniziare un nuovo progetto, ma la concentrazione non arriva.
Penso a lei. Al suo respiro addosso al mio. Alla sua voce calda al mattino. Al modo in cui diceva il mio nome quando gemeva.
Sorseggio l’ennesimo caffè, lo sguardo fisso sul vuoto. Il telefono squilla. Numero anonimo. Di solito non rispondo. Sarà un call center. Lascio squillare.
Ma qualcosa mi spinge a rispondere, quasi per istinto.
«Ciao Matteo, sono Bea. Sono a Milano...»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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