bdsm
Uomini eleganti donne piccanti
02.07.2026 |
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"La fica si era contratta attorno all'asta interna, pulsando, e un calore liquido mi aveva inondato, colando oltre il silicone, lungo le cosce, fino alle autoreggenti..."
Mi chiamo Monica. Ho cinquantotto anni, uno e settantacinque di statura, capelli biondi tagliati corti che mettono in risalto gli zigomi e un paio di occhi verdi che hanno sempre avuto il vizio di guardare troppo a lungo le cose che mi eccitano. Il mio seno è rifatto — una terza piena, tonda, con due capezzoli duri e carnosi che non si ammorbidiscono mai del tutto, impreziositi da due piercing ad anello d'oro che tintinnano quando cammino senza reggiseno. Il fisico è tonico per la mia età: pancia piatta, gambe lunghe, glutei sodi. Ma il vero miracolo è tra le cosce — una fica elastica, bagnata, sempre pronta a stringere dita, lingue, cazzi neri o falli di silicone. Due matrimoni falliti, due divorzi, e dopo il secondo ho smesso di fingere: sono lesbica dominante. Mi piacciono le donne, mi piace comandarle, mi piace vederle contorcersi sotto le mie mani. E mi piace la lingerie di lusso — pizzo francese, seta, reggicalze — e le scarpe con il tacco alto, quelle che fanno clic clac sul marmo e costringono il polpaccio a tendersi.Quella sera avevo indossato un body di pizzo nero La Perla sotto un abito da cocktail rosso scuro, scollato sulla schiena, che mi arrivava appena sopra il ginocchio. Le calze erano autoreggenti color fumé, le scarpe décolleté nere con tacco dodici. Un filo di perle al collo, gli anelli d'oro ai capezzoli che premevano contro il pizzo, e niente slip. Il castello era a un'ora di macchina dalla città, immerso in un parco di querce secolari. Lo avevo visto da lontano nei fari dell'auto — torri merlate, mura di pietra grigia, luci calde alle finestre. Il biglietto diceva "Cena esclusiva — Dress code rigoroso". Avevo immaginato un ricevimento formale.
L'ingresso era a dir poco impressionante. Un atrio voltato a botte, candele ovunque, un profumo di legna arsa e fiori tagliati. Un maggiordomo in livrea mi aveva preso il cappotto e mi aveva scortato lungo un corridoio fino al salone principale. Quando avevo varcato la soglia, mi ero fermata.
Il salone era enorme. Un tavolo rettangolare occupava il centro, apparecchiato con argenteria e cristalli, circondato da sedie dall'alta spalliera. Gli uomini — una ventina — indossavano lo smoking: cravattino nero, fascia di seta, gemelli d'argento. Le donne, le commensali, erano in abiti piccanti: vestiti corti, scollature profonde, tessuti che aderivano ai corpi come una seconda pelle. Alcune mostravano il seno quasi interamente, altre portavano gonne con spacchi che salivano fino all'anca. Elegante, provocante, ma pur sempre vestito.
Le cameriere no.
Le cameriere non indossavano nulla. O meglio: solo autoreggenti — nere, bianche, color champagne — e scarpe con il tacco alto. Nient'altro. I corpi nudi si muovevano tra il tavolo e le credenze con la naturalezza di chi è abituato a essere guardato. Seni piccoli e grandi, fichi rasati o con piccoli ciuffi di peli, natiche che oscillavano a ogni passo. Portavano vassoi d'argento con flûte di champagne, si chinavano per servire, e i loro capezzoli sfioravano le spalle degli uomini in smoking. Nessuno sembrava scandalizzato. Anzi.
Ero rimasta sulla soglia, con il bicchiere che un cameriere — un uomo, questo vestito di nero — mi aveva messo in mano, e avevo guardato la scena con un misto di sbigottimento e qualcos'altro. Qualcosa di caldo, di liquido, che si era concentrato tra le mie labbra. La foca aveva parlato. Non a parole — con un fremito, un pulsare sordo, un bagnarsi lento del pizzo del body. Volevo restare.
Avevo preso posto al tavolo, tra un signore distinto sulla sessantina — capelli grigi, smoking perfetto, un profumo di tabacco e cuoio — e una donna bruna, forse quarantenne, con un abito nero che le lasciava scoperto un seno florido. Mi aveva sorriso, aveva alzato il calice. «Prima volta?» aveva chiesto.
Avevo annuito.
«Relassati,» aveva detto, sfiorandomi il polso con le dita. «Qui tutto è permesso.»
La cena era iniziata. Le portate arrivavano portate da cameriere nude: antipasti di foie gras, tartare di manzo, poi un consommé caldo servito in tazze di porcellana. Le ragazze si muovevano con grazia, i tacchi che picchiettavano sul parquet, i seni che ondeggiavano quando si chinavano. Una brunetta con la pelle olivastra si era sporta davanti a me per posare un piatto, e il suo capezzolo sinistro mi aveva sfiorato la spalla nuda. Era caldo, piccolo, duro. Avevo respirato il suo odore — un misto di vaniglia e sudore giovane — e avevo sentito la fica contrarsi.
Avevo bevuto champagne. Bolliger, fresco, con le bollicine che salivano nel naso. Ne avevo bevuto un secondo calice. Poi un terzo. L'alcol mi aveva scaldato le guance, allentato qualcosa nel petto. Le conversazioni intorno al tavolo erano animate, sommesse, cariche di una tensione che non era solo intellettuale. Un uomo tre posti più a destra aveva la mano sulla coscia nuda della sua accompagnatrice. La brunetta accanto a me si era sfilata una scarpa e aveva appoggiato il piede, con le unghie smaltate di rosso, sulla caviglia del suo cavaliere.
E poi era successo.
Avevo sentito qualcosa. Un tocco. Leggero, all'interno della coscia sinistra, appena sopra il bordo dell'autoreggente. Dapprima avevo pensato a un incidente — un piede altrui sotto il tavolo. Ma il tocco era diventato una carezza, lenta, deliberata, che saliva. Dita — dita di donna, sottili, con unghie lunghe — mi avevano sfiorato la pelle nuda tra le calze e l'orlo del vestito. Avevo abbassato lo sguardo. La tovaglia bianca nascondeva tutto, ma sotto il tavolo, tra le mie gambe, c'era una testa bionda.
La cameriera biondina. Capelli a caschetto, taglio preciso, un visetto da gatta con gli zigomi alti e la bocca piccola. Era inginocchiata sotto il tavolo, tra le mie gambe aperte, e mi stava lavorando la foca con una maestria che non avevo bisogno di vedere per riconoscere. Le sue dita avevano trovato il pizzo del body, lo avevano scostato, e la sua lingua — calda, morbida, incredibilmente precisa — era scivolata tra le mie labbra esterne, aveva trovato il clitoride, e aveva cominciato a leccare.
Avevo stretto il calice di champagne. Le bollicine avevano tremato. La lingua della ragazza faceva cerchi lenti attorno al clitoride, poi si infilava dentro, poi tornava su, e le dita — due — mi avevano aperto, scivolando dentro con una facilità che mi aveva detto quanto fossi già bagnata. Avevo chiuso gli occhi un istante. Il signore distinto alla mia sinistra mi aveva guardato, aveva sorriso con complicità, e aveva alzato il suo calice in un tacito brindisi. La brunetta alla mia destra aveva detto, sottovoce: «Goditela. Sono brave.»
Ero rimasta ferma. Il vestito nascondeva tutto. Da fuori sembravo una donna che beveva champagne a una cena elegante. Sotto il tavolo, una biondina con la bocca da angelo mi stava scopando con la lingua.
Avevo bevuto un sorso. Le bollicine mi erano salite nel naso, e proprio in quel momento la lingua della ragazza aveva colpito il clitoride con un movimento rapido, laterale, e due dita si erano piegate dentro di me trovando il punto — quel punto — quello che mi fa vedere le stelle. L'orgasmo era partito dal basso ventre, come un'onda che monta, e mi aveva attraversato il corpo in un lungo brivido. Avevo stretto le cosce attorno alla testa della biondina, avevo trattenuto un gemito tra i denti, e avevo sentito la fica contrarsi attorno alle sue dita, pulsare, schizzare. Il calice mi era tremato in mano. Una goccia di champagne era scivolata sul mento. Ero venuta — venuta in silenzio, con la schiena dritta e le labbra serrate, mentre la cameriera continuava a leccare fino all'ultima contrazione.
Quando avevo riaperto gli occhi, la biondina era sgattaiolata via da sotto il tavolo con la discrezione di un'ombra. Mi ero asciugata il mento con il dorso della mano. Il signore alla mia sinistra aveva annuito con approvazione. La brunetta alla mia destra aveva gli occhi socchiusi, le labbra aperte, e il suo cavaliere le stava massaggiando la nuca con un sorriso soddisfatto.
Guardandomi attorno, avevo notato che non ero l'unica. Tre posti più in là, una rossa con un abito verde aveva le ginocchia strette, la testa rovesciata all'indietro, e sotto il tavolo si intuiva il movimento di una testa scura. Il suo cavaliere, un uomo robusto con i baffi grigi, le teneva la mano e le sussurrava qualcosa all'orecchio. Dall'altra parte del tavolo, una bionda matura — sulla cinquantina, con un seno enorme che debordava dal corpetto — aveva gli occhi chiusi e le labbra aperte in un "oh" silenzioso, mentre il suo accompagnatore le accarezzava i capelli con tenerezza. Anche lei stava venendo, o aveva appena finito. I loro cavalieri guardavano con approvazione, orgogliosi, come padroni che esibiscono i propri trofei.
Avevo finito lo champagne. Le gambe mi tremavano ancora. Il pizzo del body era fradicio, appiccicato alle labbra della fica, e sentivo il mio odore — muschiato, denso — mescolarsi al profumo dei fiori e delle candele.
Due cameriere si erano avvicinate. Una era alta, mora, con i seni piccoli e i capezzoli scuri; l'altra era rossa, con le efelidi sulle spalle e un cespuglio di peli rossi tra le gambe. Indossavano solo le autoreggenti e i tacchi. Mi avevano teso le mani.
«Venga con noi,» aveva detto la mora, con una voce bassa e roca.
Mi avevano aiutato ad alzarmi. Le ginocchia cedevano ancora, ma le loro mani — ferme, forti — mi avevano sostenuta per i gomiti. Mi avevano guidato attraverso il salone, tra gli sguardi dei commensali che avevano ripreso a mangiare e bere come se nulla fosse, fino a un'alcova laterale separata da pesanti tende di velluto bordeaux.
La mora aveva scostato la tenda. Dentro, la luce era data solo da alcune candele posate su candelieri di ferro battuto. Un tavolo da caffè basso, di legno scuro, occupava il centro della piccola stanza. E sopra il tavolo, legata, c'era una ragazza.
Era giovane — venticinque, forse meno. Capelli castani lunghi sparsi sul legno come un ventaglio. Polsi legati alle gambe del tavolo con fascette di cuoio rosso, caviglie bloccate allo stesso modo, gambe aperte e piegate all'indietro. Era nuda. Il corpo era esile, i seni piccoli con i capezzoli rosei e dritti, la pancia piatta, e la fica — completamente rasata, aperta, esposta — era già bagnata. Le labbra esterne erano gonfie, rosee, e tra le pieghe interne luccicava un umore denso che colava fino all'ano e da lì sul legno del tavolo. Aveva gli occhi bendati da una fascia di seta nera.
«È per lei,» aveva detto la rossa, spingendomi gentilmente verso il tavolo. «Faccia quello che vuole.»
Mi ero avvicinata. La ragazza legata aveva respirato più forte quando i miei tacchi avevano cliccato sul pavimento di pietra. Le sue anche si erano mosse, un piccolo movimento involontario, e la fica si era contratta, spremendo una goccia di liquido che era scivolata verso il fondo schiena. Mi ero chinata su di lei. Avevo allungato la mano e le avevo toccato il seno sinistro — piccolo, caldo, il capezzolo duro come un sassolino sotto il mio pollice. Aveva ansimato. Avevo pizzicato il capezzolo, piano, poi più forte, e lei aveva emesso un suono — un gemito corto, strozzato.
La mora e la rossa si erano messe ai lati del tavolo. La mora aveva posato le mani sulle ginocchia della ragazza, tenendola aperta. La rossa aveva cominciato ad accarezzarle l'interno coscia, risalendo piano. Io avevo preso l'altro seno, avevo avvicinato la bocca, e avevo succhiato il capezzolo destro. Il sapore della sua pelle — salato, dolce, giovane — mi era esploso sulla lingua. La ragazza aveva inarcato la schiena. Avevo morso, piano, e lei aveva gemuto più forte.
«Mettile le dita dentro,» aveva detto la rossa, con quella voce roca. «È tutta bagnata. Ti vuole.»
Avevo fatto scendere la mano lungo la pancia piatta, tra le cosce aperte, e avevo trovato la fica. Era calda — caldissima — e fradicia. Le labbra erano morbide, scivolose, e quando avevo infilato due dita dentro, la ragazza aveva urlato. Un urlo breve, troncato dalla tensione dei legami. Era strettissima, nonostante fosse così bagnata, e i muscoli interni mi avevano afferrato le dita come una bocca che succhia. Avevo cominciato a muoverle — dentro, fuori, rotando — e con il pollice avevo trovato il clitoride. Era piccolo, duro, pulsante. Lo avevo massaggiato in cerchi lenti mentre le dita scopavano dentro.
La mora aveva aggiunto le sue dita — lunghe, scure — accanto alle mie, e la ragazza aveva urlato di nuovo. Due mani che la scopavano, quattro dita che la aprivano. La rossa si era chinata e aveva cominciato a leccarle il clitoride mentre noi la riempivamo, e la ragazza legata aveva cominciato a tremare. Le cosce avevano sussultato, i muscoli dell'addome si erano tesi, e la fica aveva cominciato a contrarsi ritmicamente. Poi era venuta. Uno schizzo — denso, bianco — era schizzato fuori dalla fica, colando sulle mie dita, sul polso, sul legno del tavolo. La ragazza aveva gridato, inarcandosi contro i legami, e altre contrazioni avevano spremuto altro liquido, che era colato lungo le natiche e sul tavolo in una pozza scivolosa.
Mi ero raddrizzata, le dita fradice, e me le ero portate alla bocca. Il sapore della sua sborra — acido, dolce, muschiato — mi aveva riempito il palato. La ragazza ansimava, il petto che si sollevava e si abbassava, la fica ancora aperta e contratta che colava.
Sul tavolo, accanto alla sua testa, c'era qualcosa. Uno strapon. Non uno qualsiasi — un fallo doppio. Il silicone era nero, lucido, con due aste: una più lunga e spessa, all'esterno, e una più corta e curva, all'interno, pensata per penetrare chi lo indossava. Avevo preso in mano il silicone. Era pesante, liscio, e l'asta interna aveva una curvatura che prometteva di massaggiare il punto interno alla perfezione.
Lo avevo indossato. Le cameriere mi avevano aiutato con le cinghie — di cuoio nero, che mi si erano strette attorno ai fianchi e tra le natiche. L'asta interna era scivolata dentro di me con facilità, tanto ero bagnata, e si era sistemata contro la parete anteriore della fica. Avevo stretto le cinghie. Il peso del fallo esterno pendeva tra le mie cosce, nero, minaccioso.
Un brivido mi aveva attraversato. L'asta interna si era mossa quando avevo fatto un passo, colpendo il punto, e una scossa elettrica mi era salita lungo la schiena. La mora aveva sorriso. «Adesso scopala,» aveva detto.
Mi ero posizionata tra le gambe della ragazza. La rossa le aveva aperto le labbra della fica con le dita, mostrando il buco rosa, stillante, e io avevo appoggiato la punta del fallo nero all'ingresso. Poi avevo spinto.
Il silicone era scivolato dentro con un suono liquido — un risucchio osceno — e la ragazza aveva urlato. La fica l'aveva inghiottito tutto, fino alla base, e l'asta interna dentro di me si era mossa, premendo contro il punto con una pressione che mi aveva fatto stringere i denti. Avevo cominciato a scopare. Lento, profondo, dentro e fuori. Ogni spinta spingeva l'asta interna contro di me, e ogni colpo faceva gemere la ragazza legata. I seni piccoli oscillavano a ogni movimento, i capezzoli duri come pietre. Le avevo messo le mani sui fianchi, avevo accelerato il ritmo, e la fica aveva cominciato a schiumare — una crema bianca che si raccoglieva alla base del fallo nero e colava sul tavolo.
La mora si era chinata e aveva cominciato a leccare l'ano della ragazza — un cerchio scuro, contratto, che si era rilassato sotto la sua lingua. La rossa aveva preso a pizzicarle i capezzoli. La ragazza era un corpo di tremori e gemiti, e io la scopavo con una forza che mi aveva sorpreso — colpi lunghi, profondi, che la facevano scivolare sul tavolo nonostante i legami.
L'asta interna dentro di me lavorava senza sosta. A ogni spinta, premeva; a ogni ritorno, massaggiava. Sentivo l'orgasmo montare — non nella fica, ma in profondità, nel ventre, un calore che si diffondeva. Avevo accelerato. Le cosce mi bruciavano, il sudore mi colava lungo la schiena, e il body di pizzo era incollato alla pelle. La ragazza aveva cominciato a gridare — «Sì, sì, sì» — e la sua fica aveva cominciato a contrarsi attorno al silicone. Era venuta di nuovo, con un getto che aveva schizzato fuori, bagnandomi le cosce, e la sua fica aveva pulsato attorno al fallo in onde lunghe che mi avevano trasmesso le vibrazioni fino all'asta interna.
Ero venuta anch'io. Un orgasmo profondo, interno, che mi aveva fatto piegare le ginocchia e stringere i pugni sui fianchi della ragazza. La fica si era contratta attorno all'asta interna, pulsando, e un calore liquido mi aveva inondato, colando oltre il silicone, lungo le cosce, fino alle autoreggenti. Avevo ansimato, avevo morso il labbro inferiore fino a farlo sanguinare, e avevo continuato a scopare attraverso l'orgasmo, perché il fallo non si ammorbidiva, non si fermava.
Quando le ultime contrazioni si erano spente, avevo estratto il fallo dalla fica della ragazza. Era uscito con un suono umido, seguito da un fiotto di sborra bianca che era colata sul tavolo. La ragazza ansimava, il corpo abbandonato, la fica aperta e pulsante.
Ma non avevo finito.
La mora aveva alzato la ragazza per i fianchi — i legami alle caviglie permettevano di sollevarla — e le aveva esposto l'ano. Era piccolo, rosa, bagnato dalla sborra che era colata dalla fica. La rossa aveva sputato — letteralmente sputato — sull'ano, e aveva massaggiato il buco con il polpastrello finché non si era rilassato.
Avevo appoggiato la punta del fallo nero all'ingresso dell'ano. La ragazza aveva trattenuto il respiro. Avevo spinto — piano, con costanza — e il buco aveva ceduto. Il silicone era scivolato dentro, centimetro dopo centimetro, e la ragazza aveva emesso un suono che era metà gemito e metà grido. L'ano si era stretto attorno al fallo come un anello di velluto, e l'asta interna dentro di me aveva pulsato.
Avevo cominciato a scopare il culo. Più piano, più profondo, con colpi che la facevano sussultare. La rossa si era infilata sotto la ragazza e aveva cominciato a succhiarle il clitoride mentre io le scopavo l'ano, e la mora le teneva le natiche aperte con entrambe le mani. La ragazza era un corpo di pura sensazione — tremava, gemeva, le lacrime le colavano da sotto la benda — e la sua fica schiumava di nuovo sulla bocca della rossa.
L'asta interna dentro di me lavorava con ogni colpo, e l'orgasmo era montato di nuovo — più veloce, questa volta, più acuto. Avevo afferrato i fianchi della ragazza con entrambe le mani e avevo accelerato, scopandole il culo con colpi corti e rapidi che facevano le natiche sobbalzare. L'ano si era rilassato, si era aperto, aveva inghiottito il fallo fino alla base. La ragazza aveva urlato — un urlo vero, gutturale — e era venuta, la fica che schizzava sulla faccia della rossa, l'ano che si contraeva attorno al silicone in spasmi rapidi. Ero venuta anch'io — un secondo orgasmo che mi aveva attraversato come una scarica elettrica, facendomi piegare in avanti, i muscoli della fica che stringevano l'asta interna in pulsazioni violente, e un altro fiotto di liquido che era colato dalle mie cosce al pavimento.
Mi ero quasi accasciata. Ma non avevo fatto in tempo a riprendere fiato che una nuova ombra era apparsa alle mie spalle.
Un cameriere. Uno dei pochi uomini di servizio, vestito di nero. Ma non era il maggiordomo. Era un uomo di colore — alto, muscoloso, le spalle che riempivano la camicia bianca. Si era sbottonato i pantaloni, e tra le gambe pendeva il cazzo più grosso che avessi mai visto — nero, lucido, con una cappella enorme come un pugno e un gambo spesso come il mio polso.
«Posso?» aveva chiesto, con una voce profonda che mi aveva vibrato nel petto.
Non avevo detto nulla. Avevo semplicemente inarcato la schiena, offrendo il culo. La mora aveva sputato sul mio ano — lo stesso trattamento che aveva riservato alla ragazza — e aveva massaggiato il buco con dita esperte. Poi il cameriere aveva appoggiato la cappella.
Avevo sentito la pressione prima — enorme, insostenibile. Poi il dolore — acuto, bruciante — mentre l'ano si apriva per accoglierlo. E poi una sensazione di pienezza che mi aveva tolto il respiro. Il cazzo era scivolato dentro, centimetro dopo centimetro, e io avevo continuato a scopare la ragazza con il fallo nero mentre il cazzo vero mi riempiva il culo.
Ogni spinta del cameriere mi spingeva avanti, il che spingeva il fallo dentro la ragazza, e l'asta interna dentro la mia fica si muoveva. Tre penetrazioni in una — il fallo nella ragazza, l'asta interna in me, il cazzo nel mio culo. Il ritmo aveva trovato una sincronia: il cameriere spingeva, io spingevo, la ragazza urlava, e il ciclo ricominciava.
La rossa sotto la ragazza succhiava e leccava. La mora aveva fatto il giro e mi stava pizzicando i capezzoli attraverso il body di pizzo, tirando gli anelli d'oro. La brunetta del tavolo — la commensale — era apparsa nell'alcova, si era sfilata le mutande, e si era seduta sulla faccia della ragazza legata, che aveva cominciato a leccarle la fica con la lingua che spuntava tra le labbra. La brunetta aveva gli occhi chiusi, le mani sui propri seni, e cavalcava la faccia della ragazza con movimenti circolari.
Il cameriere aveva accelerato. I suoi colpi erano diventati profondi, brutali, e ogni spinta mi spingeva il fallo fino in fondo alla ragazza e l'asta interna fino in fondo a me. Sentivo il cazzo nero che pulsava dentro il mio culo — caldo, vivo, enorme — e l'ano che si era rilassato, aperto, trasformato in un buco che lo inghiottiva.
L'orgasmo era montato come un'onda anomala. Non dalla fica, non dal culo, ma da entrambi — e da qualche parte più profonda, un punto che non sapevo esistesse. Il calore era salito lungo la schiena, era esploso nella testa, e il mondo si era fatto bianco. La fica si era contratta attorno all'asta interna in spasmi violenti, l'ano si era stretto attorno al cazzo nero come un pugno, e il grido che mi era uscito dalla gola non era umano — era lungo, gutturale, rotto. Il cameriere aveva grugnuto, aveva spinto fino in fondo, e era venuto — sentivo il getto caldo dello sperma che inondava il mio culo, spruzzando dentro in pulsazioni lunghe che mi avevano fatto urlare ancora. La ragazza legata era venuta contemporaneamente — un altro schizzo che aveva bagnato la rossa dalla fronte al mento — e la brunetta sulla sua faccia aveva urlato a sua volta, la fica che schiumava sulla bocca della ragazza, il corpo scosso da tremori.
L'orgasmo era durato — un'eternità compressa in secondi. Il sangue mi era salito alla testa, la vista si era annebbiata, e le ginocchia avevano ceduto. Il cameriere mi aveva tenuta per i fianchi, il cazzo ancora dentro, e mi aveva sorretta mentre il mondo oscillava. Per un momento — un momento lungo, nero, caldo — avevo perso conoscenza. Non del tutto: sentivo ancora il peso del corpo, il sudore che colava, il respiro rauco. Ma la luce si era spenta e riaccesa, e quando era tornata, ero in ginocchio sul pavimento di pietra, il fallo nero che spuntava tra le mie cosce, il culo che colava sperma, e il corpo che tremava ancora con piccoli spasmi involontari.
La mora mi aveva portato un calice di champagne. Lo avevo preso con mano tremante. Avevo bevuto. Le bollicine mi avevano pulito la gola secca. Avevo guardato la ragazza legata — ancora sul tavolo, la fica e il culo aperti, che colavano, il petto che si sollevava e abbassava. La brunetta si era rimessa le mutande e mi aveva fatto un cenno di saluto. La rossa si era asciugata la faccia con il dorso della mano. Il cameriere aveva richiuso i pantaloni e mi aveva fatto un inchino — un inchino vero, da cameriere — prima di uscire dall'alcova.
Mi ero alzata in piedi. Le gambe tremavano, le autoreggenti erano macchiate, il body di pizzo era fradicio. Lo sperma del cameriere mi colava dall'ano lungo l'interno coscia, mescolandosi ai miei umori. Avevo guardato la scena — le candele, il tavolo, la ragazza legata, le cameriere nude — e avevo sorriso.
Cinquantotto anni. Due divorzi. Un corpo che non era più giovane ma che sapeva ancora cosa voleva. E quella sera, in quel castello, con la fica dolorante e il culo aperto e lo sperma di un nero che mi colava sulle calze, mi ero sentita esattamente quello che ero — vecchia, sì, ma ancora troia. E la troia era soddisfatta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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