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lesbo

il banchetto di carne e potere


di Antdick
03.07.2026    |    128    |    1 8.0
"Il mio sfintere cede lentamente — centimetro dopo centimetro, allargandosi intorno alla sua circonferenza..."
Mi chiamo Monica. Ho cinquantotto anni, capelli biondo platino corti e spettinati che mi incorniciano il viso come fili di platino fuso, occhi verdi tagliati con il rimmel nero, labbra carnose dipinte di un bordeaux scuro che sa di prugna matura. Centosettantacinque centimetri di altezza sostenuti da tacchi a spillo che non abbandono mai, il corpo snello e tonico di chi ha passato la vita a curarsi con la stessa meticolosità con cui si gestisce un patrimonio. Seno rifatto, terza misura, con due capezzoli duri e carnosi impreziositi da piercing ad anello d'oro che brillano sotto qualsiasi luce. E poi la mia fica — elastica, sempre pronta, una fessura stretta nonostante gli anni e gli usi, con labbra interne che sporgono appena tra le pieghe esterne e un clitoride che pulsa come un secondo cuore.

Sono divorziata due volte. Dopo il secondo matrimonio, ho smesso di fingere che gli uomini mi interessassero come un tempo. Ho preso il controllo. Ho scoperto che dominare un'altra donna — sentirla tremare sotto le mie mani, vederla implorare con gli occhi — mi dava qualcosa che nessun cazzo mi aveva mai dato. Non che rifiuti il cazzo, quando vale la pena. Ma il potere, quello lo esercito io. Sempre.

Stasera, il parco di querce secolari scorre fuori dal finestrino dell'auto. I fari tagliano l'oscurità, illuminando i tronchi nodosi e i rami intrecciati che formano una volta naturale sopra il viale sterrato. Il suono della ghiaia sotto le gomme è secco, ritmico, come un battito che accelera. Il profumo di legna arsa filtra dal condizionatore mescolato a quello dei fiori tagliati che riempiono il vaso sul cruscotto. L'abito nero che indosso mi fascia come una seconda pelle, lasciando scoperte le clavicole e la curva superiore del seno. Sotto, reggicalze di seta nera, autoreggenti velate, uno slip così sottile che le labbra della mia fica si intravedono attraverso la stoffa.

Il castello emerge dall'oscurità come una visione: torri merlate, mura di pietra grigia, luci calde alle finestre. L'atrio voltato a botte mi accoglie con il suo pavimento di pietra e centinaia di candele disposte su candelieri di ferro battuto. L'aria è densa di fumo dolce e petali. Un domestico in guanti bianchi mi prende il cappotto e le sue dita indugiano un istante di troppo sulla mia spalla nuda. Lo ignoro.

Il salone principale si apre oltre una porta a due battenti. Il tavolo rettangolare al centro è apparecchiato con argenteria pesante e bicchieri di cristallo che riflettono la luce delle candele. Tende di velluto bordeaux coprono le pareti, intercettando gli spifferi e attutendo i suoni. Il parquet scricchiola sotto i miei tacchi mentre avanzo verso il mio posto. Gli uomini indossano smoking neri con cravatte di raso. Le donne sfoggiano abiti piccanti: scollature vertiginose, spacchi che arrivano all'anca, tessuti trasparenti che non lasciano nulla all'immaginazione.

Poi le vedo.

Le cameriere. Si muovono tra il tavolo e le credenze con passo sicuro, i tacchi alti che producono un clic clac regolare sul parquet. Indossano solo autoreggenti — nere, velate, fermate al di sopra del ginocchio da una sottile banda di pizzo — e scarpe con il tacco a spillo. Nient'altro. I loro corpi sono completamente esposti: seni nudi di ogni forma e dimensione, ventri piatti o morbidi, fiche rasate o naturali che si intravedono tra le cosce mentre camminano. Portano vassoi d'argento carichi di flûte di champagne e piatti raffinati, i capezzoli che sfiorano il metallo freddo mentre si chinano per servire.

Mi fermo di colpo. La sedia di fronte a me è scostata da una cameriera dai capelli rossi — efelidi sulle spalle, un cespuglio di peli rossi tra le gambe che fa da corolla a una fica dalle labbra carnose e leggermente dischiuse. Si china per spingere la sedia sotto di me e il suo seno piccolo e lentigginoso mi passa a un centimetro dal naso. Sento il suo odore: sudore fresco, sapone di marsiglia e sotto, appena percettibile, un sentore muschiato che riconosco immediatamente.

Mi siedo. Il vestito risale sulle cosce. L'elastico delle autoreggenti stringe la coscia destra, la sinistra è nuda. Incrocio le gambe e il lembo di seta del mio slip scivola di lato, scoprendo la fessura della mia fica che si schiude appena sotto il tessuto. Il calore sale dall'inguine. Stringo le cosce. Il clitoride pulsa contro la stoffa del sedile.

Il tavolo è affollato. Alla mia destra siede Ilaria — cinquant'anni, capelli biondi lunghi fino alle reni, occhi azzurri acuti, un vestito rosso fuoco che le comprime una quarta di seno così grosso che i capezzoli si intravedono attraverso la stoffa come due monete scure. Anelli d'oro le brillano sulle dita. Mi rivolge un sorriso complice, quello che usiamo quando sappiamo che stiamo per fare qualcosa di irreparabile. Alla mia sinistra, un uomo in smoking che non conosco mi riempie il bicchiere di champagne. Le bollicine salgono nel cristallo.

Le portate arrivano. Le cameriere si chinano, si allungano, si piegano. Ogni movimento è calcolato per esporre: una schiena inarcata che tende le natiche, un ginocchio che si apre mostrando il solco del culo e la fica da dietro. Il tintinnio dell'argenteria si mescola al clic clac dei tacchi e al mormorio delle conversazioni. Un odore nuovo si diffonde sotto quello del cibo — muschiato, femminile, inconfondibile. L'aria del salone si fa densa.

Bevo un sorso di champagne. Il liquido freddo scende nella gola mentre il calore tra le mie cosce si intensifica. La cameriera dai capelli rossi mi serve il secondo piatto, chinandosi in modo che il suo fianco sfiori la mia spalla. La sua pelle è calda. Sento i muscoli della mia fica contrarsi.

Poi accade.

Qualcosa mi tocca il ginocchio. Sotto il tavolo, oltre la tovaglia di lino che scende fino a nascondere le gambe. Un contatto leggero, appena percettibile — come il passaggio di un dito lungo il profilo della rotula. Resto immobile. Il contatto scende. Segue la curva del polpaccio, risale lungo l'interno coscia. Le unghie — corte, smussate — tracciano una linea che fa scattare i muscoli della mia coscia. Il respiro mi si blocca nel petto.

Abbasso lo sguardo. Sotto il tavolo, tra le mie gambe, una testa bionda si muove. Capelli tagliati a caschetto, lisci, che sfiorano l'interno della mia coscia destra. La cameriera biondina è accovacciata sotto la tovaglia, il viso a un palmo dalla mia fica. I suoi occhi azzurri incontrano i miei per un istante — poi la sua lingua esce e lecca la pelle dell'interno coscia, a due centimetri dalle labbra.

Non mi muovo. Non la fermo. Le mie mani stringono il bordo del tavolo e le unghie smaltate di nero affondano nel legno. La lingua risale. Trova il bordo dell'autoreggente, lo supera, raggiunge la pelle nuda. Un dito segue la lingua — si infila sotto la stoffa dello slip, la tira di lato. L'aria fresca colpisce la mia fica esposta per un secondo, poi la bocca della cameriera si chiude su di me.

La sua lingua è esperta. Si muove in cerchi stretti intorno al clitoride, poi scende a leccare le labbra interne — lunghe, asimmetriche, la sinistra più spessa della destra. Le succhia. Un dito scivola dentro. Poi due. Li muove con precisione, curvandoli verso l'alto, cercando quel punto duro e gonfio dietro l'osso pubico. Il palmo della sua mano preme sul monte di Venere. Il pollice strofina il clitoride mentre le dita scopano.

Bevo un altro sorso di champagne. Il bicchiere trema nella mia mano. Il liquido freddo e frizzante contrasta con il calore che mi esplode nell'inguine. La cameriera biondina accelera il ritmo. Le sue labbra si stringono intorno al clitoride, lo succhiano con forza, lo tirano. I denti lo sfiorano. Un terzo dito si unisce agli altri due — la mia fica elastica li accoglie tutti, stringendoli, risucchiandoli. Il muscolo pubococcigeo pulsa.

L'orgasmo mi coglie mentre il bicchiere è ancora alle labbra. Lo champagne scende di colpo, schiumando e un rivolo mi sfugge dall'angolo della bocca. I muscoli dell'addome si contraggono. Le cosce si stringono intorno alla testa della cameriera, intrappolandola. La mia fica zampilla — un fiotto caldo e liquido che bagna le dita della ragazza e le sue labbra. Lei non si stacca. Continua a succhiare, a leccare, a inghiottire. Il mio corpo sussulta sulla sedia. I tacchi a spillo raschiano il parquet. Le nocche sbiancano sul bordo del tavolo.

Mi volto. Tre posti più in là, una donna bruna in abito verde sussulta sulla sua sedia, le labbra dischiuse, gli occhi chiusi. Sotto il tavolo, una chioma castana si muove tra le sue gambe. Il suo accompagnatore — un uomo sulla sessantina con i capelli grigi e lo smoking perfetto — le accarezza il braccio con un sorriso di approvazione, le dita che tracciano cerchi leggeri sulla pelle nuda della spalla. Due posti oltre, un'altra donna — rossa, formosa — geme piano mentre il suo bicchiere si inclina, lo champagne che si versa sulla tovaglia. Il suo accompagnatore annuisce, compiaciuto.

La cameriera biondina si ritrae. Si asciuga le labbra con il dorso della mano. I suoi occhi azzurri brillano. Si rialza, raccoglie un vassoio, e si allontana tra i tavoli come se nulla fosse. Il sapore del mio orgasmo indugia nell'aria.

Ilaria si sporge verso di me. «Tutto bene?» chiede, con un sorriso che sa tutto.

«Perfetto» rispondo, aggiustandomi lo slip tra le cosce. La stoffa è fradicia.

La cena continua. Le portate si susseguono. Altre cameriere passano, si chinano, servono. Ogni tanto, un gemito soffocato si leva da qualche punto del tavolo. Il brusio delle conversazioni si fa più denso, più basso. L'aria è satura di desiderio.

Poi due cameriere si avvicinano alla mia sedia. Una è la rossa di prima — efelidi, peli rossi tra le gambe, seni piccoli con capezzoli color rame. L'altra è una mora, alta, con una fica completamente rasata e labbra esterne così gonfie che sembrano due mezze pesche. Indossano entrambe solo le autoreggenti e i tacchi a spillo. Si chinano ai lati della mia sedia. Le loro mani mi prendono per i gomiti.

«Si alzi, signora» dice la rossa, con una voce bassa e roca che sa di comando. «C'è qualcosa che deve vedere.»

Mi alzo. Le loro dita stringono i miei gomiti attraverso la stoffa dell'abito. Mi guidano verso un'alcova laterale, separata dal salone da pesanti tende di velluto bordeaux. La stoffa è calda al tatto. La scostano. La luce dorata delle candele filtra dall'interno, proiettando ombre morbide e danzanti sulle superfici.

Il tavolo da caffè al centro è basso, di legno scuro, con le gambe tozze e robuste. E sopra c'è una ragazza.

È distesa sulla schiena, le braccia tese sopra la testa e i polsi legati alle gambe del tavolo con fascette di cuoio rosso. Le caviglie sono fissate alle gambe opposte, le gambe divaricate, i piedi che sfiorano il parquet. I capelli castani lunghi sono sparsi sul legno come fili di seta. Gli occhi sono bendati con una fascia di seta nera che le attraversa il viso appena sopra il naso. Il corpo è esile — seni piccoli, quasi piatti, con capezzoli rosei e dritti come punte di freccia, la pancia piatta che si solleva e si abbassa con respiri corti e rapidi. La sua fica è completamente rasata, le labbra esterne gonfie e rosee, dischiuse, lucide di umori che colano lungo il perineo fino al solco tra le natiche. Le cosce tremano.

Mi fermo sulla soglia dell'alcova. Le due cameriere mi lasciano le braccia. La rossa mi si avvicina all'orecchio.

«È sua» sussurra. «Faccia ciò che vuole.»

Avanzo. Il parquet scricchiola sotto i miei tacchi. La ragazza legata gira la testa verso il suono, le labbra dischiuse, il respiro che accelera. Mi chino su di lei. Le mie dita le sfiorano il ventre — la pelle è calda, liscia, i muscoli addominali si contraggono al tocco. Traccio una linea verso il basso, superando l'ombelico, seguendo la sottile linea di peluria invisibile che porta al monte di Venere. Le mie unghie smaltate graffiano appena la pelle. Lei sussulta. I capezzoli si induriscono ancora di più, diventando due punte scure.

Le metto la mano sulla fica. Il palmo preme sul monte di Venere. Le dita scivolano tra le labbra esterne — gonfie, bollenti, scivolose. La ragazza emette un gemito. Un suono basso, gutturale, che le vibra nella gola. Le mie dita trovano l'apertura. Spingo. Due dita scivolano dentro — la sua fica è stretta, bagnata, i muscoli si stringono intorno alle falangi come una morsa. Le muovo. Le curvo. Cerco il punto duro all'interno. Lo trovo. Lei inarca la schiena, i polsi che tirano le fascette di cuoio, le caviglie che strattonano i legami.

La rossa si avvicina. Si china dall'altra parte del tavolo. La sua mano — quella con le unghie corte e rosse — si posa sul seno della ragazza legata. Stringe. Il capezzolo roseo sporge tra l'indice e il medio. La rossa lo torce. La ragazza urla — un suono acuto, strozzato, che si trasforma in un gemito prolungato. La mora si unisce: si china tra le gambe della ragazza, la sua lingua che esce a leccare il clitoride mentre le mie dita continuano a scoparla.

La fica della ragazza si contrae. I fluidi aumentano — un fiotto caldo e denso che mi bagna le dita, il palmo, il polso. Le labbra interne si gonfiano ancora di più, diventando rosso scuro, turgide. Il clitoride esce dal suo cappuccio, duro come un chicco di caffè. La mora lo succhia. Io aggiungo un terzo dito. La ragazza legata trema, i muscoli delle cosce che si contraggono spasmodicamente, i piedi che si flettono nei tacchi a spillo che le hanno lasciato addosso.

Sborra. La sua fica schizza — un getto che colpisce la mora in pieno viso, che le bagna le labbra, il mento, il collo. Le cosce della ragazza si stringono e si allargano in un ritmo convulso. I capezzoli pulsano. Le fascette di cuoio cigolano. Il liquido le cola dalle labbra della fica lungo il perineo, inonda il solco tra le natiche, forma una pozza sul legno scuro del tavolo.

Ritraggo le dita. Sono lucide fino alle nocche. Me le porto al naso — l'odore è acido, dolce, giovane. Le lecco.

La rossa mi indica qualcosa su un tavolino laterale: uno strapon. Non uno qualunque. Un'imbacatura di pelle nera con un fallo doppio — uno esterno, spesso, venato, lungo una ventina di centimetri, e uno interno, più corto, che si inserisce nella fica di chi lo indossa. Il silicone è nero, lucido, spesso come il polso di un uomo.

Lo prendo. Le cameriere mi aiutano a sollevare l'abito. La rossa mi sfila lo slip fradicio. La mora mi apre le gambe. Il fallo interno scivola nella mia fica — riempiendomi, allargando le pareti vaginali, premendo contro il punto G. Stringo le cinghie. Il cuoio morde la pelle dei fianchi. Il fallo esterno sporge davanti a me, nero e lucido, oscillando con i miei movimenti.

Faccio un passo. Il fallo interno si muove dentro di me. Ogni passo è una spinta. Il clitoride pulsa contro la base dello strapon. Le ginocchia mi cedono per un istante. Mi aggrappo al bordo del tavolino. Il fallo interno colpisce il punto esatto — un'angolazione perfetta, come se l'oggetto fosse stato disegnato per il mio corpo. Vengo. Un orgasmo breve, intenso, che mi fa stringere i denti e contrarre i muscoli addominali. Un fiotto di umore mi cola lungo la coscia, bagnando la cinghia di cuoio.

Respiro. Mi riprendo. Guardo la ragazza legata sul tavolo. La sua fica è ancora aperta, stillante, le labbra rosse e gonfie. I suoi respiri sono corti, affannosi. Il petto si solleva e si abbassa. I capezzoli sono due pietre dure.

Mi posiziono tra le sue gambe. Il fallo esterno sfiora le labbra della sua fica. Spingo. La punta entra. La ragazza emette un suono — un misto tra un gemito e un singhiozzo. Le labbra interne si stringono intorno al silicone, tirandolo, risucchiandolo. Spingo ancora. Il fallo scivola dentro centimetro dopo centimetro, allargando le pareti vaginali, fino a fondersi con il monte di Venere. Il fallo interno si muove dentro di me, spinto dalla stessa spinta.

Inizio a scopare. Movimenti lenti all'inizio — fuori quasi del tutto, poi dentro fino alla base. I fianchi oscillano in un ritmo che preme il fallo interno contro le mie pareti. La ragazza legata inarca la schiena a ogni affondo. I suoi muscoli vaginali si contraggono intorno al silicone. Le fascette di cuoio cigolano. I capezzoli puntano al soffitto. La mora le afferra un seno e stringe. La rossa le tiene le cosce aperte.

Aumento il ritmo. I fianchi sbattono contro le sue natiche con un suono carnoso — slap, slap, slap. Il fallo entra ed esce con un rumore vischioso, schiumoso. La fica della ragazza è una fontana — umori che schiumano intorno alla base dello strapon, che colano lungo il legno del tavolo, che bagnano le mie cosce. Lei trema. Urla. Il corpo si irrigidisce. Viene — un orgasmo che la fa arcuare come un arco teso, i muscoli delle cosce duri come pietra, la fica che spruzza un getto che mi bagna il ventre.

Non mi fermo. Continuo a scoparla attraverso l'orgasmo. Il silicone scivola nella sua fica dilatata, facendo rumori osceni — sciaguattii, risucchi, schiocchi. Lei geme, piange, ride. I suoi capezzoli pulsano. Poi ritraggo il fallo. La sua fica resta aperta per un momento, le labbra gonfie e rosse, l'apertura che si contrae a vuoto.

Posiziono la punta contro il suo buco del culo. Il solco tra le natiche è già bagnato dei suoi umori che vi sono colati. Spingo. La punta del silicone preme contro lo sfintere — piccolo, rugiugliato, resistente. La ragazza trattiene il respiro. Le sue natiche si stringono. La rossa le mormora qualcosa all'orecchio. La ragazza si rilassa. Lo sfintere cede. Il fallo entra.

È stretto. Stretto come un pugno. Il silicone è inghiottito centimetro dopo centimetro dal canale anale — caldo, pulsante, che si contrae intorno all'oggetto con una forza che mi trasmette fino al fallo interno dentro la mia fica. Quando sono completamente dentro, mi fermo. La ragazza trema. I suoi respiri sono singhiozzi. I capezzoli sono così duri che sembrano voler bucare l'aria.

Inizio a scoparle il culo. Ritmo lento all'inizio, poi sempre più veloce. Il fallo entra ed esce dal suo sfintere dilatato con un suono secco, carnoso. Le natiche tremano a ogni affondo. Il fallo interno mi scopa contemporaneamente — ogni spinta verso l'esterno lo tira fuori, ogni spinta verso l'interno lo spinge contro il punto G. Il piacere mi sale dalle ginocchia. I muscoli delle cosce si tendono. Il clitoride pulsa contro la base dello strapon.

Vengo. Un orgasmo che mi strappa un gemito dalle labbra, che mi fa stringere i denti, che mi fa conficcare le unghie nei fianchi della ragazza. La mia fica sprizza intorno al fallo interno, inzuppando le cinghie di cuoio. Le ginocchia mi cedono. Mi aggrappo al tavolo.

Ma non mi fermo. Continuo a scoparle il culo. Il ritmo diventa brutale — affondi lunghi e profondi che la fanno sobbalzare sul tavolo, che fanno cigolare le gambe di legno, che tendono le fascette di cuoio fino al limite. Lei urla. Non di dolore. Di piacere. Il suo corpo si irrigidisce un'altra volta. Viene con il mio cazzo nel culo — la sua fica zampilla a vuoto, spruzzando fluidi sul legno, sulle mie cosce, sul pavimento.

Mi ritraggo. Il fallo esce dal suo sfintere con un suono umido. Il buco resta aperto per un momento — rosso, lucido, pulsante — prima di richiudersi lentamente.

Dalle tende di velluto emerge Elena. La sua silhouette imponente è fasciata in un corsetto di raso nero che le comprime il busto e mette in evidenza la curva dei fianchi e la pienezza del seno scuro. Sotto, un'imbracatura di pelle nera con un fallo viola intenso in silicone lucido. I suoi occhi sono concentrati, autoritari. Si avvicina al tavolo senza una parola.

«La prendo da dietro» dice. Non è una domanda.

Annuiamo. Elena si posiziona dietro la ragazza legata — che ora è stata girata, messa a pancia in giù, i polsi sempre legati alle gambe del tavolo, le natiche sollevate da un cuscino. Il fallo viola preme contro la fica ancora aperta. Elena spinge. Entra con un'unica spinta fluida, fino alla base. La ragazza urla. Io mi posiziono davanti. Il mio fallo nero trova il suo sfintere ancora dilatato. Spingo. Entro.

La doppia penetrazione è immediata. Il mio fallo nel culo, quello di Elena nella fica. La parete sottile tra i due canali trasmette ogni movimento. Sento il fallo viola di Elena attraverso la parete vaginale — la sua forma, le sue vene, i suoi movimenti. Lei sente il mio. Iniziamo a scopare in controtempo — io spingo quando lei tira, lei spinge quando io tiro. La ragazza è intrappolata tra noi due, il corpo che sobbalza sul tavolo, i seni schiacciati contro il legno, i capezzoli che strusciano sulla superficie ruvida.

Il piacere mi sale dal fallo interno. Ogni spinta nel culo della ragazza lo muove dentro di me. Ogni contrazione del suo sfintere si trasmette attraverso il silicone fino alle mie pareti vaginali. Elena accelera. I suoi fianchi sbattono contro le natiche della ragazza con un suono secco. Il fallo viola entra ed esce con un rumore di risucchio. La ragazza trema. I suoi muscoli si contraggono intorno a entrambi i falli. Urla. Viene. Un orgasmo brutale che la fa irrigidire, che la fa spruzzare dalla fica intorno al fallo di Elena, che inonda il tavolo.

Elena non si ferma. Continua a scopare attraverso l'orgasmo. Io faccio lo stesso. Il ritmo accelera. I nostri fianchi si muovono in sincronia. Il calore sale. Il sudore mi cola lungo la schiena, tra i seni, lungo lo sterno. Il fallo interno mi scopa con una forza che mi toglie il respiro. Vengo — un orgasmo che mi fa urlare, che mi fa stringere i pugni, che mi fa conficcare le unghie nelle spalle della ragazza. Elena viene un istante dopo — il suo corpo che si irrigidisce, i muscoli del viso che si contraggono, un gemito basso e profondo che le esce dalla gola.

Ci ritraiamo. La ragazza legata trema sul tavolo, i buchi aperti, stillanti. Il legno è una pozza di fluidi.

Poi lo vedo. Darius. È in piedi all'ingresso dell'alcova. La sua pelle è scura come ebano lucido, i muscoli definiti come scolpiti nel legno duro. Capelli cortissimi, occhi scuri, mani grandi con dita lunghe e nocche spesse. Indossa un costume blu elettrico che aderisce al corpo come una seconda pelle, evidenziando ogni muscolo del torace, ogni vena degli avambracci. È molto più alto di me. I suoi occhi sono fissi su di me.

Si avvicina. Non parla. Le sue mani grandi mi afferrano i fianchi — sopra le cinghie dello strapon, sulla pelle nuda. Mi gira. Mi piega sul tavolo, accanto alla ragazza legata. Le mie mani trovano il legno scuro. Il fallo esterno dello strapon preme contro il bordo del tavolo. Il fallo interno è ancora dentro la mia fica.

Sento le sue dita. Lunghe, spesse, con nocche ruvide che mi sfiorano il solco tra le natiche. Trovano il mio buco del culo. Lo sfiorano. Lo massaggiano. Un dito scivola dentro — lungo, fino in fondo. Mi muovo contro di lui. Il dito si ritrae. Sento la stoffa del costume che si sposta. Poi il suo cazzo.

È enorme. Lo sento prima di vederlo — una pressione calda e dura contro il mio sfintere. La punta è larga, morbida rispetto alla durezza dell'asta. Spinge. Il mio sfintere cede lentamente — centimetro dopo centimetro, allargandosi intorno alla sua circonferenza. Il dolore è acuto, bruciante, delizioso. Il fallo interno nello strapon si muove dentro la mia fica, spinto dal suo cazzo attraverso la parete tra i due canali.

È dentro. Completamente. Il suo inguine sbatte contro le mie natiche. Le sue mani grandi mi tengono per i fianchi. Le dita lunghe mi affondano nella carne. Inizia a scopare.

Il ritmo è brutale. Affondi lunghi e profondi che mi spingono contro il tavolo, che fanno oscillare il fallo interno dentro la mia fica, che mi tolgono il respiro. Ogni spinta è un'onda che mi attraversa dal culo alla fica al clitoride. Lo strapon sbatte contro il bordo del tavolo. Le cinghie di cuoio stringono. Il fallo interno colpisce il punto G con una precisione brutale.

Sotto di me, la ragazza legata trema. La sua mano — liberata da chissà chi — trova la mia. Le nostre dita si intrecciano. I suoi occhi bendati si girano verso di me. Il suo respiro è caldo sul mio braccio.

Darius accelera. I suoi fianchi sono una macchina — slap, slap, slap — un ritmo che non perdona. Il suo cazzo mi allarga il culo con una forza che mi fa vedere le stelle. Il dolore si trasforma in piacere — un piacere denso, liquido, che mi cola dalla fica lungo le cosce. Il fallo interno pulsa dentro di me. Il clitoride pulsa contro la base dello strapon.

L'orgasmo mi prende come un'onda. Non un'onda — uno tsunami. Inizia dal clitoride, si irradia alla fica, al culo, alle gambe, alla schiena. I muscoli si contraggono tutti insieme. La vista si annebbia. Le orecchie fischiano. Il mio corpo si irrigidisce contro il tavolo, contro il cazzo di Darius, contro il fallo interno. Vengo con una forza che mi fa urlare — un urlo rauco, strozzato, che mi graffia la gola. La mia fica sprizza intorno al fallo interno, inzuppando le cinghie. Il mio sfintere si stringe intorno al cazzo di Darius con una tale forza che lui grugnisce — un suono basso, animalesco. Viene anche lui. Sento il suo sperma — caldo, denso, copioso — che inonda il mio canale anale, che cola fuori, che goccia lungo il perineo mescolandosi ai miei umori.

Crollo sul tavolo. Il legno è fresco contro la mia guancia. Il respiro è un rantolo. Il cuore batte così forte che lo sento nelle orecchie, nei polsi, nella fica. Le stelle danzano davanti agli occhi. Per un momento, tutto diventa nero.

Riprendo coscienza lentamente. Il soffitto a botte dell'alcova è sopra di me, illuminato dalla luce dorata delle candele. Le ombre danzano. Il profumo di legna arsa e fiori tagliati si mescola a quello del sesso, del sudore, dello sperma. Sono distesa sul tavolo, accanto alla ragazza legata che ora dorme con un sorriso sulle labbra. Lo strapon è ancora indosso, le cinghie allentate. Il fallo interno è ancora dentro di me, immobile.

Mi metto a sedere. Il corpo protesta — ogni muscolo indolenzito, il culo che pulsa, la fica che stilla. Darius è in piedi accanto alla finestra, il suo profilo scuro contro la luce delle candele. Mi guarda. Un sorriso gli attraversa le labbra.

La tenda di velluto bordeaux si muove. Ilaria entra nell'alcova. Il suo vestito rosso fuoco è spiegazzato, i capelli biondi scompigliati, gli occhi azzurri accesi. Si guarda intorno — il tavolo, la ragazza, me, Darius — e sorride.

«Monica» dice, con quella voce che conosco bene, quella che usa quando vuole qualcosa. «Non ti fermi mai.»

Rido. Una risata rauca, roca, che mi graffia la gola. Le gambe mi tremano quando mi alzo. Lo strapon oscilla. Il fallo interno si muove dentro di me, strappandomi un brivido.

Mi guardo in uno specchio con la cornice dorata appeso alla parete. Una donna di cinquantotto anni mi fissa: capelli biondo platino spettinati, trucco sfumato, labbra gonfie, occhi verdi accesi di una luce che non è solo quella delle candele. Il corpo snello segnato dagli anni ma ancora sodo, i capezzoli duri con i loro anelli d'oro che brillano, le cosce macchiate di umori, il solco tra le natiche che stilla sperma.

Vecchia. Sessant'anni che si avvicinano come un treno merci. Ma con una fica che ha preso due falli e un cazzo nero nella stessa sera, con un culo che si è fatto sfondare senza chiedere pietà, con un clitoride che ha pulsato attraverso quattro orgasmi senza spegnersi.

Vecchia, sì. Ma ancora troia. E la cosa mi piace.
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