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Prime Esperienze

IL FIORE E IL MARTELLO


di Antdick
22.06.2026    |    78    |    0 6.0
"Marta sorrise e continuò, le dita che pompavano dentro e fuori mentre il pollice lavorava il clitoride..."
Mi chiamo Monica, ho cinquantotto anni e il mio corpo è una mappa di tutte le vite che ho vissuto. Alta un metro e settantacinque, con capelli biondi che cadono sulle spalle e occhi verdi che ancora sanno spiazzare. Le mie tette, quelle che i miei amanti chiamano "le mie pere perfette", sussultano leggermente quando respiro, i capezzoli turgidi che spingono contro la seta della camicia da notte. Tre figli ho partorito naturalmente, ma la mia fica non è quella di una donna sfinita. Per questo devo ringraziare il mio secondo marito. Per anni mi ha allenata, ha trasformato il mio corpo in uno strumento di piacere capace di accogliere i cazzi più grossi, le mani più insistenti. Mi ha fatto provare ogni tipo di penetrazione, ogni sorta di intrusione con la mano, fino a quando la mia fica non è diventata ciò che è oggi: esperta, elastica, sempre pronta.

Ora sono sola nella mia camera da letto. La doccia calda ha lasciato la pelle liscia e profumata, gli oli mi avvolgono in un alone di vaniglia e sandalo. Accanto a me, sul letto di moglie che non uso più da anni, c'è la scatola dei miei desideri. La scatola nera lucida con la serratura d'argento, quella che contiene i miei segreti, i miei giocattoli, la mia libertà. La apro lentamente, il rumore della cerniera metallica che scatta sembra un sussurro promettente. Le mie dita sfiorano il silicone liscio dei falli artificiali, le cinghie dell'imbracatura fallica, le manette di velluto. Ma stasera voglio altro.

Prendo la pompa a vuoto, quel piccolo cilindro di plastica trasparente che mi fa impazzire. Mi sdraio sulle lenzuola fresche, le gambe oscenamente aperte e appoggio la base della pompa contro la mia clitoride. Inizio a pompare lentamente, sentendo il vuoto che si crea, che tira la mia carne, la gonfia. Ogni pompata è un piccolo morso di piacere, una promessa di ciò che verrà. Chiudo gli occhi e guardo dentro di me, vedo il mio piccolo bottone rosso gonfiarsi, diventare duro, prominente. Diventa un cazzo, il cazzo di un adolescente, duro e fiero che chiede pretende di essere toccato, leccato, succhiato.

I miei pensieri tornano indietro, a quando ero una curiosa quindicenne e la cantina del nostro condominio era il regno dei segreti. Lì, con le mie amiche, parlavamo a bassa voce di quelle strane sensazioni che ci attraversavano il corpo, del calore che ci saliva alle guance senza motivo.

Le cantine del condominio sapevano sempre di umido e di calce, un odore che mi si era impresso nelle narici come quello della terra dopo la pioggia.
Quello scantinato era diventato il nostro rifugio, il luogo dove io e Marta ci rinchiudevamo per raccontarci segreti che non avremmo mai confessato nemmeno sotto tortura. Avevamo quindici anni compiuti da poco, ci muovevamo ancora come cerbiatte spaventate in un bosco troppo grande per noi.

Quel pomeriggio di ottobre trovai Marta già seduta su una coperta logora che aveva steso sopra un vecchio materasso abbandonato. Indossava una gonna di jeans troppo corta per la stagione e un maglione largo che le scivolava su una spalla, scoprendo la clavicola pallida. Ma non fu quello ad attirare la mia attenzione: fu la borsa di tela ai suoi piedi, rigonfia di qualcosa che non riuscivo a identificare.

«Che hai portato?» chiesi, sedendomi accanto a lei piegando le gambe sotto di me.

Marta sorrise con quel suo modo di fare che lasciava intuire sempre qualcosa di proibito. «Roba che ti farà sgranare gli occhi.» Aprì la borsa e ne estrasse un mazzo di riviste consumate, con le copertine lucide che il sole non raggiungeva mai in quel buco. Riviste porno. Ne riconobbi la natura dalle immagini sfocate sulle copertine, corpi intrecciati e titoli cubitali.

«Dove le hai prese?» sussurrai, anche se non c'era nessuno che potesse sentirci.

«Di mio fratello. Le tiene sotto il materasso come se non lo sapesse tutta la casa.» Me le mise davanti come un mazzo di carte. «Scegli.»

Le sfogliai con le dita che esitavano, toccando solo gli angoli come se scottassero. C'erano donne con uomini, uomini con donne, situazioni che non riuscivo a decifrare subito. Poi le mie mani si fermarono su un paio di riviste con due ragazze in copertina, i capelli sparsi su un cuscino, le labbra vicinissime. Le tirai fuori dal mazzo con una delicatezza che mi sorprese.

«Queste» dissi, e la mia voce uscì più sottile del previsto.

Marta non commentò. Si limitò a osservare le mie dita che scorrevano sulle pagine, seguendo i contorni dei corpi femminili stampati su carta patinata. C'era qualcosa nelle immagini che mi catturava con una forza a cui non sapevo opporre resistenza. La curva di un seno nudo premuto contro un altro seno, il modo in cui una mano affusolata scompariva tra le cosce di un'altra donna, la bocca dischiusa in un piacere che sembrava vero anche se era solo inchiostro.

Mi accorsi di essere rimasta in silenzio troppo a lungo. Le pagine si erano fermate su un'immagine: una ragazza con gli occhi chiusi e la testa rovesciata indietro, mentre l'altra affondava il viso tra le sue gambe. Sentii il sangue salirmi alle guance e un calore strano diffondersi nel basso ventre, come se qualcuno avesse acceso un fiammifero vicino alla mia pelle.

«Ti piace questa?» La voce di Marta mi arrivò vicinissima all'orecchio. Non l'avevo sentita avvicinare. Il suo respiro tiepido mi sfiorò il lobo e un brivido mi percorse la schiena come una goccia d'acqua fredda.

«Non lo so» risposi, ma non staccai gli occhi dalla pagina.

«Secondo me lo sai.» La sua mano si posò sulla mia, quella che reggeva la rivista. Le sue dita erano più calde delle mie. «Vuoi provare?»

La domanda cadde nello spazio tra noi come un sasso in uno stagno. Smisi di respirare per un istante. Mi girai verso di lei e il suo viso era a pochi centimetri dal mio, gli occhi scuri e attenti, le labbra socchiuse in un'espressione che non le avevo mai visto prima. C'era qualcosa di diverso in lei, qualcosa che andava oltre la complicità che ci aveva sempre legate.

«Provare cosa?» chiesi, anche se la risposta era già lì, sospesa tra noi due come polvere nella luce fioca della lampadina appesa al soffitto.

«Quello che vedi.» Indicò la rivista con un cenno del mento. «Quello che ti fa venire gli occhi lucidi.»

Aprii la bocca per dire qualcosa, una cosa qualsiasi che potesse rompere quella tensione crescente, ma non mi uscì nulla. Lei non aspettò la mia risposta. La sua mano si spostò dalla mia alla mia guancia, il palmo aperto e morbido, e il pollice tracciò una linea lungo lo zigomo fino all'angolo della bocca. Un gesto lento, come se stesse disegnando il contorno di qualcosa di fragile.

«Non dobbiamo fare nulla che non vuoi» sussurrò, ma le sue parole suonavano come una promessa, non come un'uscita di sicurezza.

Il mio cuore batteva così forte che potevo sentirlo nelle orecchie, un rimbombo sordo che copriva ogni altro suono. La cantina con le sue pareti scrostate, il materasso sfondato, la lampadina che ondeggiava appena — tutto era diventato sfondo indistinto. Restavano solo i suoi occhi e il suo pollice che continuava a tracciare quel percorso dalla guancia alle labbra.

«Marta...» mormorai, e il suo nome suonò diverso nella mia bocca, come se lo pronunciassi per la prima volta.

Lei colse l'esitazione e la interpretò nel modo che speravo e temevo. Si avvicinò ancora e le sue labbra sfiorarono le mie, non un bacio vero, ma un contatto lieve come una domanda. Restai immobile, con i sensi all'erta, il respiro bloccato a metà. Poi lei insistette, premendo appena di più, e la sua bocca diventò reale sulla mia. Sapeva di chewing gum alla fragola e di qualcosa di più profondo, un sapore di pelle calda che non avevo mai assaggiato.

Le mie labbra si dischiusero, non per decisione ma per cedimento, come una porta che cede sotto una spinta costante. La sua lingua entrò lenta, cercando la mia, e quando si toccarono sentii un brivido partirmi dalla nuca e scendere lungo la spina dorsale fino al coccige. La rivista mi scivolò dalle mani e cadde sulla coperta con un fruscio che nemmeno registrai.

Le sue mani si mossero con sicurezza, trovando i bottoni del mio cardigan e aprendoli uno dopo l'altro. Io non la fermavo. Non riuscivo a fermarla. Ogni fibra del mio corpo era tesa verso qualcosa che non avevo mai provato, un'attesa che mi faceva tremare le cosce. Mi spinse piano sulle spalle finché non mi ritrovai sdraiata sul materasso, la schiena contro la stoffa ruvida della coperta, e lei si mise sopra di me, i capelli scuri che ricadevano come una tenda tra noi due e il resto del mondo.

Mi sfilò il cardigan e poi la maglietta, lasciandomi il seno scoperto. L'aria della cantina era fredda sui capezzoli, che si inturgidirono subito, e io portai istintivamente le mani a coprirmi. Lei le scostò con dolcezza, intrecciando le dita alle mie e bloccandomi i polsi sopra la testa.

«Sei bellissima» disse, e lo disse con una voce che non le avevo mai sentito, bassa e roca, come se le parole le uscissero da un posto più profondo della gola.

Abbassò la testa e la sua bocca si chiuse su un capezzolo. Un gemito mi sfuggì dalle labbra, un suono che non sapevo di poter produrre. La sua lingua girava lenta attorno al bocciolo turgido, poi lo tirava con delicatezza, e una scarica di piacere mi attraversò il petto fino al ventre. Si spostò sull'altro seno mentre la sua mano libera mi scivolava lungo il fianco, seguendo la curva dell'anca fino all'elastico della gonna.

«Posso?» chiese, e io annuii senza parole, la gola serrata in un nodo che mi impediva di parlare.

La gonna scivolò via insieme alle mutandine, e l'aria fredda mi baciò tra le gambe dove ero già bagnata. Marta se ne accorse subito, gli occhi che scendevano tra le mie cosce con un'espressione che era insieme tenerezza e fame. Si sfilò la sua gonna e si mise di nuovo su di me, le nostre pelli che si toccavano dalla vita in giù, e il calore del suo sesso contro il mio mi strappò un altro gemito.

Le sue dita tracciarono un percorso dal seno all'ombelico, scendendo piano, e quando raggiunse la fessura già umida io trattenni il respiro. Il primo tocco fu leggero, un sfioramento che mi fece sussultare. Poi il dito medio scivolò tra le labbra gonfie, trovando il clitoride e massaggiandolo con movimenti circolari lenti. Chiusi gli occhi e inarcai la schiena, le mani che afferravano la coperta sotto di me.

«Ti piace?» sussurrò, e io potei solo annuire con un gemito strozzato.

Aumentò il ritmo, e un dito scivolò dentro di me, lento, aprendomi con delicatezza. Era la prima volta che qualcosa entrava lì, e la sensazione era insieme dolore e piacere, una pressione che si trasformava in calore. Aggiunse un secondo dito e io gridai, le unghie che affondavano nelle sue spalle. Si muoveva dentro di me con una cura che mi stupiva, curvando le dita verso l'alto come se cercasse qualcosa, e quando lo trovò — un punto dentro di me che non sapevo esistesse — il piacere esplose in modo così intenso che vidi bianco.

«Cazzo» gemetti, e la parolaccia mi uscì naturale, come se il piacere le strappasse dalla gola cose che non avrei mai detto.

Marta sorrise e continuò, le dita che pompavano dentro e fuori mentre il pollice lavorava il clitoride. Sentivo il suono dei miei umori che schioccavano attorno alle sue dita, un rumore osceno e bellissimo che riempiva la cantina. Poi si ritrasse e io aprii gli occhi, confusa, vuota senza le sue dita dentro di me.

«Girati» disse, e io obbedii senza capire.

Mi fece mettere a quattro zampe e sentii la sua bocca posarsi su di me da dietro, la lingua che scendeva dalla nuca lungo la spina dorsale, sulle natiche, fino a raggiungere l'apertura ancora pulsante. La sua lingua mi leccò dalla fessura fino al clitoride, e io crollai sui gomiti con un grido. Mi mangiava con una fame che mi spaventava e mi eccitava nello stesso tempo, la lingua che entrava e usciva da me, poi risaliva a succhiare il clitoride gonfio.

Poi si fermò e si sdraiò accanto a me, sulla schiena, sollevando una gamba. «Mettiti sopra di me» sussurrò, e io capii. Mi misi a cavalcioni del suo viso, il sesso sopra la sua bocca, e lei mi afferrò i fianchi tirandomi giù. La sua lingua entrò in me come un piccolo serpente caldo, e io mi chinai in avanti, le mani appoggiate alle sue cosce, la bocca che trovava il suo sesso aperto e bagnato.

Fu così che ci scopammo la bocca a vicenda, in un intreccio di corpi che la rivista aveva solo suggerito. Il suo sapore era salato e dolce insieme, un sapore di donna che non avevo mai immaginato. La leccavo seguendo il suo ritmo, imparando dai gemiti che le strappavo, e lei faceva lo stesso con me. Le nostre lingue si muovevano in sincrono, come se i nostri corpi avessero trovato una lingua comune che non aveva bisogno di parole.

Sentii l'orgasmo arrivare come un'onda lontana che cresceva, prima un fremito nelle cosce, poi un calore che si concentrava nel clitoride dove la sua lingua insisteva, poi una tensione che mi riempiva il ventre come acqua che sale in un bicchiere. Quando arrivò, mi spezzò in due. Il mio corpo si inarcò, i muscoli delle cosce si contrassero attorno alla sua testa, e un grido mi uscì dalla gola, lungo e acuto, mentre il piacere mi attraversava a ondate successive, ognuna più intensa della precedente. Venni sulla sua bocca, e lei continuò a leccare fino all'ultima goccia, fino a quando non crollai su di lei con i muscoli che tremavano ancora.

Ma non aveva finito. Le sue dita mi penetrarono di nuovo mentre l'ultimo orgasmo si spegneva, e ne costruì un altro, più lento, più profondo, che mi fece piangere e gemere il suo nome nella penombra della cantina. Quando finalmente si fermò, eravamo entrambe sdraiate sulla coperta, i corpi nudi e umidi, i respiri che si mescolavano nel buio.

«Sei venuta» disse semplicemente, e io risi, una risata che era insieme stupore e liberazione.

«Anche tu» sussurrai, ricordando il sapore che avevo ancora sulle labbra.

Restammo così, in silenzio, mentre la lampadina oscillava sopra di noi e l'umido delle cantine ci raffreddava la pelle. Non c'era bisogno di parole. Le riviste giacevano aperte sul pavimento, dimenticate, e io pensai che nessuna immagine stampata avrebbe mai potuto raccontare quello che era appena successo tra le pareti scrostate di quello scantinato.

Nei pomeriggi a seguire scoprii molte cose. Scoprii il sapore di un'altra donna, la consistenza delle sue labbra, il modo in cui i suoi capezzoli indurivano sotto le mie dita. Scoprii il piacere di leccare una fica, di sentire i suoi succhi sulle mie labbra, di sentirla tremare mentre la portavo all'orgasmo. E soprattutto scoprii la potenza sconvolgente dei miei primi orgasmi, quelli che mi piegavano in due, che mi facevano vedere stelle, che mi lasciavano senza fiato e con le gambe molli.

… il tempo passa e mentre la pompa continua a lavorare sulla mia clitoride, ora enorme e sensibile, la mia mano scende più in basso. Massaggio il buco del culo, quello che ho spesso dato volentieri agli amici di mio figlio. Ricordo Marco, diciottenne con gli occhi spaventati e il cazzo duro come il marmo. "Sei sicura, Monica?" mi chiese, le mani che tremavano mentre mi spalmava il lubrificante. Lo presi per i polsi, lo guidai dentro di me. "Scopami," gli ordinai, e lui obbedì. Il suo cazzo giovane che mi riempiva l'ano, i suoi gemiti, il modo in cui sborrava dentro di me, sentendo le sue contrazioni che si univano alle mie.

Oggi, a cinquantotto anni, sono una vecchia puttana che sa cosa vuole. Preferisco l'imbracatura fallica, il potere di penetrare una ragazza giovane, di sentire i suoi fremiti mentre il mio cazzo di silicone la riempie. Adoro sentire la mia clitoride eretta ed enorme che striscia sulle cinghie dure dell'imbracatura fallica, la frizione che mi porta vicina all'orgasmo mentre scopo una ventenne disposta a tutto. Le giovani ragazze, con i loro corpi freschi, la loro voglia di sperimentare, la loro ammirazione per una donna esperta come me.

La pompa ha fatto il suo lavoro. La mia clitoride è un piccolo cazzo perfetto, duro e pulsante. Le mie amanti più giovani non disdegnano di farmi un pompino, di succhiare questa protuberanza di carne mentre io le inondo di parole sporche. "Succhialo, troia," dico, "leccami come se fosse un cazzo vero." E loro obbediscono, con gli occhi pieni di desiderio e di un po' di paura.

Ora sto per esplodere. I brividi partono dalla nuca, scendono lungo la schiena, mi fanno contrarre i muscoli del ventre. La mia fica è un fiume in piena, il culo si stringe, la clitoride pulsa sotto la pressione della pompa. Penserò a Carla, alla sua amica, a quella figlia diciottenne che non smette di guardarmi con quegli occhi che dicono tutto. "Voglio essere scopata da te," dicono i suoi sguardi, "voglio che tu mi insegni tutto." E un giorno lo farò. Un giorno la prenderò, la leccerò, la scoperò con la mia imbracatura fallica fino a farla urlare.

L'orgasmo mi travolge come un'onda. Un urlo mi sfugge dalle labbra, il corpo si contorce, le gambe si aprono ancora di più. La fica schizza, l'ano si contrae spasmodicamente, la clitoride pulsa così forte da farmi male. Sono una donna di cinquantotto anni che sta venendo come una adolescente, con la stessa forza, la stessa disperazione. E mentre il piacere mi attraversa, penso a quella ragazza, a come la trasformerò, a come la farò mia. Questa storia è per lei.
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