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Enosigeo - Fuori il secondo!
02.07.2026 |
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"Il sogno proibito si era trasformato in carne e sudore: l'Enosigeo mi stava fottendo, lasciandomi addosso, impresso sulla pelle, il suo profumo..."
Il rientro in camera era stato soffocante, nonostante la brezza marina che gonfiava le tende di pizzo della camera.L'invidia, quella vera, non è mai silenziosa; ha il rumore dei miei passi nervosi sul pavimento di graniglia e dei silenzi troppo lunghi che non riuscivo a colmare.
Mattia non aveva ancora finito di sfilarsi i calzoncini umidi che già avevo cominciato con un "Allora…", cui seguì la tempesta di domande assillanti. La mia non era curiosità amichevole. Era un'inquisizione dettata dal bruciore che avevo dentro. Soggetto: l’Enosigeo, il nostro segreto condiviso, il sogno proibito di cui bisbigliavamo sul bagnasciuga, l'idolo irraggiungibile delle nostre fantasie notturne.
E Mattia aveva violato quel santuario.
"Quindi ti si è fatto?" sbottai, togliendomi gli occhiali a specchio con un gesto brusco. Sul tavolo, il tomo estratto dallo zainetto a righe bianche e rosse restava abbandonato insieme ad altri oggetti sparsi alla rinfusa.
"Giovanni, rilassati! - rispose Mattia, cercando di sdrammatizzare - Sei stato tu a dire che eri curioso di sapere com’era andata ed entrambi volevamo che succedesse. Beh, è successo..."
"Sì, ma stiamo parlando di te! - lo rimbeccai sprezzante - Tu non pensi… Non hai pensato a... A quanto sia ingiusto!" La mia voce s’incrinò, rivelando la vera natura del mio attacco. Era la rabbia di chi vede il proprio sogno proibito trasformarsi nella realtà di un altro. "Tu ottieni sempre tutto... Per primo… Anche qui si è ripetuto quel che accade sempre. Quel sogno spettava a entrambi, Mattia. E tu l’hai rovinato!"
Prima che potesse rispondermi, afferrai le chiavi della stanza e sbattei la porta, lasciandolo solo con l'odore di salsedine e doposole che ancora si portava addosso. Quel medesimo odore che avrei voluto sentire sulla mia pelle.
Girai per tutta la sera, sperando che al mio rientro lui già dormisse. Il mattino seguente, invece, finsi di dormire io quando lo sentii prepararsi per scendere a fare colazione.
Mi presentai in spiaggia tardi e mi barricai di nuovo dietro il mio tomo.
"Il nerchius mazzutus deve averti colpito in pieno!" ironizzò Marcello. Non sapeva, l'idiota, quanto fosse andato vicino alla verità.
Il pomeriggio che seguì fu una tortura silenziosa sotto il sole cocente di agosto. Eravamo tornati in spiaggia insieme, ma tra me e Mattia si era scavato un abisso. Sdraiati sui nostri teli, a pochi centimetri l'uno dall'altro, non ci rivolgemmo una sola parola. Io fingevo di essere immerso nel mio libro; Mattia teneva gli occhiali da sole scuri, lo sguardo fisso verso il bagnasciuga.
E lassù, sulla torretta di salvataggio, c'era Andrea.
Se ne stava seduto sotto l'ombrellone rosso, imponente e distante. Ogni volta che il suo sguardo pigro scivolava nella nostra direzione, sentivo una scossa nello stomaco. Mi chiedevo se stesse ricordando il pomeriggio con il mio ex amico, e questo mi faceva rodere di rabbia. Io e Mattia continuavamo a sbavare per lui, divisi dallo stesso identico desiderio, mentre il nostro sogno proibito continuava a vigilare sulla spiaggia come se nulla fosse accaduto.
Poi, l'aria iniziò a rinfrescare e il sole calò, lasciando spazio ai preparativi per la serata organizzata dalla mia comitiva per ringraziare Andrea per l’uscita in barca.
C'era musica, c'erano le torce piantate nella sabbia e c'era Sharon, l’organizzatrice dello spartano evento, che continuava a ronzarci intorno, ridendo sguaiata per via dei troppi cocktail all'ananas.
"Ma che avete oggi voi due? Siete mosci!" urlò, ballando da sola a piedi nudi e cercando di trascinarmi in quella sua follia.
Io fissavo il vuoto, prigioniero del mio evidente malumore, mentre Mattia cercava in tutti i modi di evitare il mio sguardo.
E poi c'era Andrea.
Se ne stava in disparte, taciturno come sempre e sexy come non mai. Si limitava a osservare la festa con le braccia incrociate sul petto massiccio, fasciato da una camicia che a fatica conteneva i suoi muscoli. Per non parlare di quel fondoschiena, così ben disegnato dai jeans sfrangiati.
Nessuno dei due osò avvicinarglisi: Mattia per paura delle mie reazioni, io solo per paura.
Verso mezzanotte, con Sharon finalmente crollata su una sdraio a smaltire l'alcol e il resto della compagnia impegnato ad attaccare canzoni attirno al falò, decisi di allontanarmi. Camminavo sulla battigia deserta, i sandali in mano insieme alla maglietta, respirando l'aria fredda della notte per calmare il sangue che mi ribolliva dentro. Mi diressi verso la zona buia della spiaggia, dove le barche da pesca erano arenate per la notte, grosse sagome scure che riposavano sulla riva.
Nella penombra faticai a distinguerlo subito, ma quando i miei occhi ci riuscirono, lo stomaco iniziò a contorcersi: Andrea era seduto accanto ad uno scafo di legno rovesciato.
Batté una mano sulla sabbia, invitandomi a prendere posto accanto a lui.
Deglutii.
"C'era… C’era troppa confusione là dietro," balbettai, stringendomi nelle spalle, sentendomi improvvisamente nudo sotto il suo sguardo.
Andrea non rispose. Si limitò ad allungare un braccio per cingermi, tirandomi a sé. Affondai nella scollatura della sua camicia, a contatto con quel petto villoso che emanava un aroma deciso, mascolino: un mix pungente di tabacco forte e di quel dopobarba che mi ricordava così tanto quello usato da mio padre. Una scia che mi mandò subito in cortocircuito il cervello.
Mi sentii morire.
Senza dire una parola, mi sfilò gli occhiali dal viso con una lentezza esasperante e li posò sulla prua della barca. Con la stessa lentezza si slacciò i jeans, calandoli quel tanto che bastava per svelarmi la sua intimità.
Ero sbalordito, confuso, eccitato… non lo sapevo.
Lo guardai. Mi guardò accennando al suo membro ancora moscio. Le mie dita tremanti iniziarono a massaggiarlo delicatamente; stentavo a crederci: ad ogni passata si induriva sempre più, prendendo vigore tra le mie mani.
La sua manona ruvida mi afferrò dolcemente il mento, costringendomi a sollevare il viso verso il suo. Il bacio a stampo che ci scambiammo lasciò presto il posto ad un bacio profondo, vorace, a tutti gli effetti.
Era un sogno: la luna alta sopra il mare, lo sciabordio delle onde sulla battigia, la mia mano che stringeva un cazzo di dimensioni ragguardevoli e le nostre lingue che si cercavano, avviluppandosi e insalivandosi a vicenda.
Un filo di bava cadde sulla sua cappella, rendendomi più facile la masturbazione. Ma il suo scopo non era quello. All'improvviso le sue dita massicce mi afferrarono la nuca, guidando la testa verso l’erezione.
La guardai come si guarda il trofeo vinto a una gara.
Senza indugio iniziai a baciarla per tutta la lunghezza, ma Andrea voleva di più. Mi forzò le labbra oltre il glande affinché me lo facessi scivolare interamente in bocca. Lo accolsi, spingendolo a fondo fino a sentirmi soffocare. Lo sfilai un istante per riprendere fiato, poi lo ripresi con calma, irrorandolo completamente con la mia saliva che già si mescolava ai suoi umori.
Lo lavorai con gusto e per diverso tempo, finché il mio dio non mi aiutò a capire, silenziosamente, cosa voleva davvero. Mi sollevò la testa per un paio di volte, guidando il movimento per estrarre il membro e poi farlo affondare di nuovo. Iniziò a scoparmi la bocca, stabilendo un ritmo serrato.
I suoi gemiti grevi si perdevano nella brezza che solcava le onde, punteggiate dai bagliori d’argento della luna.
L’altra sua mano aveva frattanto forzato le mie difese: allentato l’elastico dei pantaloni era penetrata fino a lambire con il medio il mio buchino. Lo solleticava giocherellando con i peli tutt’intorno per poi picchiettarmi dolcemente.
“Ooohhh…” gemetti languidamente.
Fu in quel momento che ci alzammo.
Andrea mi spinse nello spazio stretto tra due barche arenate, piegandomi contro una delle fiancate di legno ruvido. Provai ad opporre resistenza, ad usare la logica, a sussurrare che ‘non ero pronto’… Ma chi cazzo ci credeva a queste stronzate? Anche se non fossi stato pronto - ed era in parte vero - come si poteva rifiutare l'ossessione di quell’estate?
L’uomo rimase in silenzio mentre terminava di aprirsi la camicia.
Mi calò completamente i pantaloncini mettendo in evidenza, da una parte la mia vergogna, dall’altra il mio uccello teso e pulsante.
Emisi un gemito soffocato, tentando un ultimo, vano barlume di controllo di fronte al mio sogno che prendeva forma.
"No... Aspetta, potremmo..."
La mia richiesta cadde nel vuoto: lui continuò, impassibile, a giocare con la mia erezione manovrandola rudemente mentre, sul retro, il suo bastone strisciava nel solco dei miei glutei inumidendoli.
Sentii la carne bagnarsi…
Il momento era giunto… Mi irrigidii.
“No… - mi sussurrò dolcemente – Rilassati… Non ti farò male, te lo prometto!”
A quelle parole mi sciolsi definitivamente. La cappella entro leggermente allargando le pieghe della coroncina; si ritrasse per entrarvi nuovamente un poco di più.
Una lacrima mi solcò il viso: era emozione, paura, dolore... Non lo sapevo e nemmeno m’importava. Ciò che contava era che lui fosse lì, con me. Dentro di me.
Si sfilò nuovamente per entrare una terza volta insieme ad una parte consistente del fallo. Restò così, in attesa che mi abituassi a lui.
“Ancora… - lo implorai voltandomi verso di lui – …Ne voglio ancora!”
Sorrise infliggendo la spinta finale che mi mandò in paradiso. Per scoparmi meglio sollevò una delle gambe appongiandola contro le assi.
L'invidia per Mattia svanì, sostituita da un piacere primordiale che mi fece dimenticare il mondo intero.
I colpi si susseguirono dapprima lenti e poi sempre più decisi e violenti. La risacca del mare coprì gemiti e grida.
Il sogno proibito si era trasformato in carne e sudore: l'Enosigeo mi stava fottendo, lasciandomi addosso, impresso sulla pelle, il suo profumo. Dentro mi lasciò invece l’enorme quantità di sperma caldo che mi inondò nel profondo. Attese dentro di me che il suo membro tornasse a riposo. Quegli istanti furono riempiti dal piacevole massaggio del suo corpo villoso e dei suoi baci sulla mia schiena nuda.
“E io… Io…” sussurrai.
Mi voltò stringendomi a sé per baciarmi ancora una volta.
Si tolse definitivamente la camicia adagiandola sulla sabbia e vi si sdraiò supino.
“Sali…”
Gli montai sopra. Appiattì la mia erezione tra i suoi pettorali in modo che io potessi farla scorrere avanti e indietro fino a che non lo bagnai lambendo con il mio seme persino i peli della sua barba.
Rimanemmo così fino a che i primi raggi del sole non spiarono le nostre ultime carezze, quelle che mi permisero di scoprire, finalmente, ogni singolo centimetro della sua pelle abbronzata.
Quando rientrai in camera era quasi l'alba. Il cielo fuori dalla finestra stava prendendo una sfumatura azzurro pallido. Entrai cercando di non fare rumore, ma non appena richiusi la porta, vidi la sagoma di Mattia seduta sul bordo del letto. Era sveglio. Aveva la testa tra le mani, ma si alzò non appena mi vide.
I miei occhiali erano ancora sporchi di granelli di sabbia. Mattia mi guardò, poi abbassò lo sguardo sulla camicia infilata di fretta. Non c'era più la rabbia del pomeriggio, solo una strana, esausta consapevolezza.
Si avvicinò lentamente. Fece per dire qualcosa, ma si fermò. Allungò una mano e, con delicatezza, mi passò le dita sul collo, proprio dove la pelle portava ancora il calore dei baci ruvidi di Andrea. Annusò l'aria. Tabacco e dopobarba.
"È..." sussurrò Mattia, e la sua voce non era più tagliente, era solo un filo teso nella penombra della stanza.
Mi limitai ad annuire, sentendo un nodo sciogliersi nello stomaco. L'invidia, la competizione, la rabbia che ci avevano diviso per tutto il giorno erano svanite, polverizzate dall’identica, travolgente esperienza che aveva infranto lo stesso tabù.
Mattia fece un piccolo sorriso, incredibilmente complice, e mi tirò a sé in un abbraccio stretto che ricambiai. Gli appoggiai la testa sulla spalla, respirando il suo profumo pulito che si mischiava a quello primitivo che mi portavo dietro dalla spiaggia. Eravamo di nuovo uniti, pronti a capire cosa ne sarebbe stato di noi e del nostro sogno proibito prima che l'estate finisse.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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