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Gay & Bisex

Fidati di papà


di Scrittoreghost
07.08.2026    |    46    |    1 8.7
"«Così… bravo ragazzo… scopami…» «Papi… sto venendo…» «Fallo..."
Ci eravamo conosciuti al corso di riparazioni per biciclette.
Marco aveva quasi sessant’anni, io trenta. Abitavamo a pochi isolati di distanza, e dopo l’ultima lezione mi aveva proposto di fare un giro insieme.

«Un percorso semplice», aveva detto. «Conosco queste strade a memoria. Fidati di papà.»

L’aveva detto scherzando, con quel sorriso un po’ da predicatore e un po’ da diavolo. Io avevo riso e da quel momento, per gioco, lo chiamavo così.

«Va bene, papi. Ti seguo.»

Era una mattina di fine primavera. Portavo pantaloncini da ciclista neri aderenti, senza mutande sotto, e una maglietta leggera. Lui indossava una divisa un po’ più classica, ma si vedeva che sotto c’era ancora un corpo vivo e solido.

Pedalavamo uno accanto all’altro. Ogni tanto mi guardava di sottecchi.

«Come va, piccolino?»
«Bene, papino. Le gambe reggono.»
«Bravo. Tieni il culo basso in sella, così lavori meglio.»

La sua voce era calma, ma c’era qualcosa sotto. Un tono che faceva scivolare la frase più in basso della schiena.

Ci fermammo dopo una ventina di chilometri, all’ombra di un filare di pioppi. Scesi dalla bici e mi stiracchiai. Lui si avvicinò da dietro, come per sistemarmi lo zainetto.

«Hai la schiena sudata», mormorò. Le sue mani scesero lungo i fianchi, poi una di esse si appoggiò, leggera, sul mio sedere.

Non mi scostai.

«Papi…»
«Shh. Solo un controllo.»

Mi abbracciò da dietro, il petto largo contro la mia schiena, e la mano destra cominciò a massaggiarmi il culetto attraverso il tessuto sottile. Il cazzo mi si era già indurito. Lo sentivo premere contro il bordo dei pantaloncini.

«Sei eccitato, eh?» chiese con un mezzo sorriso.
«Tu mi tocchi il culo e ti meravigli?»

Lui rise basso. Allora, per gioco, abbassai un poco i pantaloncini sul dietro, quanto bastava perché il mio sedere nudo spuntasse fuori. L’aria fresca mi baciò la pelle.

«Ecco, papi. Controlla pure.»

Le sue mani furono subito lì. Mi aprì le chiappe con i pollici, mi toccò il buco con un dito, lo fece girare piano. Poi mi diede una piccola sculacciata.

«Bravo ragazzo. Ma adesso rimetti a posto. Continuiamo.»

Mi rivestii, il cuore che batteva forte, e risalimmo in sella. Lui non disse altro, ma mi guardava più spesso.

Dopo un’altra mezz’ora di pedalata, ci portò lungo un sentiero sterrato che scendeva verso il fiume. La spiaggetta era piccola, nascosta dagli arbusti. Subito non capii. Poi vidi: due uomini nudi, semi-nascosti tra i cespugli, si segavano guardandosi. Più avanti, un ragazzo in ginocchio succhiava il cazzo a un uomo più grande in piedi.

Marco rallentò e mi fece un cenno.

«Luogo tranquillo», disse soltanto.

Ci appartammo dietro un gruppo di salici. Appoggiammo le bici. Lui mi guardò negli occhi, con quell’espressione calma e sicura.

«Togliti i pantaloncini, piccolino.»

Esitai un attimo, fingendo di non volere.

«Papi… non possiamo. Non è giusto. Siamo fuori, e poi… tu sei quasi…»

«Shh.» Mi mise una mano sul fianco. «Lo faccio per affetto. Solo per prendermi cura di te. Fidati di papà.»

«Ma… non dovremmo. È sbagliato.»

«Niente di sbagliato tra noi. Vieni qui.»

Mi attirò contro di sé e cominciò a sfilarmi i pantaloncini con calma. Io feci un piccolo gesto di resistenza, ma non davvero.

«Papi, smettila… qualcuno potrebbe vedere…»

«Nessuno guarda qui. E poi un padre può toccare suo figlio quando vuole, no? Per il suo bene.»

I pantaloncini scesero. Rimasi nudo dalla vita in giù, il cazzo già duro e traditore. Marco mi diede una sculacciata secca su una chiappa, poi sull’altra.

«Ah… papi!»

«Bravo. Accettalo. È per affetto.»

Mi massaggiò il buco con due dita, lo spalancò un poco. Io scossi la testa, ancora fingendo.

«Non… non farlo. Non voglio…»

«Sì che vuoi. Guarda come sei duro. Papà sa cosa ti serve.»

Si chinò e mi leccò il buco, lento e umido. La lingua calda mi fece gemere nonostante tutto.

«Papi… basta… non è giusto…»

«Lo faccio perché ti voglio bene», mormorò contro la mia pelle. «Perché sei il mio ragazzo.»

Poi mi prese il cazzo in bocca e cominciò a succhiarmelo con calma esperta. Le labbra strette, la lingua che lavorava sotto il glande. Io mi aggrappai alle sue spalle, ancora cercando di resistere a parole.

«Fermati… papi… non possiamo continuare…»

Si staccò un attimo, le labbra lucide di saliva.

«Dimmi la verità. Ti piace, vero?»

«Io… non dovrei…»

«Ma ti piace. E papà vuole darti piacere. Tutto qui.»

Tornò a succhiarmi, più profondo. Il piacere saliva forte. Le ginocchia mi tremavano. Alla fine non riuscii più a fingere.

«Ok… ok, papi… continua…»

Si staccò di nuovo e si alzò. Si sfilò i pantaloni e le mutande, si voltò e si piegò in avanti appoggiandosi a un tronco. Mi offrì il culo grande, morbido, bianco.

«Adesso tocca a te, figliolo. Scopami. Forte. E vienimi dentro.»

Mi avvicinai, ancora un po’ esitante.

«Papi… sei sicuro? Non è…»

«È quello che voglio. Perché ti voglio bene. Fallo.»

Gli sputai sul buco, ci passai il cazzo sopra un paio di volte, poi spinsi. Entrò con una resistenza calda e stretta. Lui gemette, un suono grosso, da uomo.

Cominciai a scoparlo con colpi lunghi e profondi, tenendolo per i fianchi. Il suo culo si muoveva incontro alle mie spinte, morbido e ingordo.

«Così… bravo ragazzo… scopami…»

«Papi… sto venendo…»

«Fallo. Vienimi dentro. Tutto.»

Mi scaricai con un gemito lungo, spingendo a fondo, riempiendolo a ondate. Continuai a muovermi finché non fui completamente svuotato. Poi restai fermo, ancora dentro di lui, respirando affannosamente contro la sua schiena.

Marco si voltò appena, con un sorriso sazio.

«Bravo figliolo», mormorò. «Hai fatto bene a cedere. Adesso rimetti i pantaloncini. Il giro non è ancora finito.»
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