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Gay & Bisex

La gerarchia dei cazzi 11


di MASQUARATE
22.10.2026    |    777    |    3 9.7
"In cambio otteneva piccole libertà: spostarsi da un reparto all’altro senza troppe domande, accedere a certe zone durante le ore morte, a volte persino una telefonata extra..."

I giorni si susseguirono tutti uguali e tutti diversi.
Roberto aveva smesso di subire soltanto. Aveva iniziato a osservare, a calcolare, a capire. Il suo corpo era l’unica moneta che possedeva, e ormai sapeva spenderla. Un pomeriggio, mentre il Professore lo teneva piegato sul tavolo della saletta e lo scopava con quella sua precisione quasi clinica, Roberto parlò a voce bassa ma chiara:
«Voglio cambiare cella. Enzo mi usa troppo e male. Voglio stare da solo, o comunque non con lui.»
Il Professore non rallentò. Gli diede ancora tre spinte profonde, poi gli chiese soltanto:
«E in cambio?»
Roberto spinse indietro i fianchi, prendendolo ancora più a fondo.
«Quello che vuoi. Quando vuoi. Come vuoi.»
Tre giorni dopo venne spostato in una cella singola al piano di sopra. Piccola, umida, ma sua. Il Professore se lo prese quella stessa sera come pagamento, e poi ancora la mattina dopo, e poi ogni volta che voleva un favore. Roberto ottenne sigarette, un po’ di cibo in più, la possibilità di fare la doccia fuori orario, persino qualche telefonata extra. Ogni privilegio aveva un prezzo, e il prezzo era sempre lo stesso: ginocchia a terra o culo all’aria. Lui pagava senza lamentarsi. Anzi, a volte lo faceva quasi con sollievo. Almeno sapeva cosa aspettarsi.
Finché un giorno, in cortile, vide lui.
Era un uomo grande. Massiccio. Almeno un metro e novanta, spalle larghe come un armadio, petto potente, braccia spesse, capelli scuri e corti, barba incolta di qualche giorno. Doveva avere intorno ai quarant’anni. Camminava da solo, con la calma di chi non ha bisogno di dimostrare niente. I loro sguardi si incontrarono solo per un secondo. Poi per due. Poi l’uomo distolse gli occhi, ma Roberto sentì qualcosa di fisico, una scossa bassa nella pancia, come non gli capitava da quando aveva lasciato Salvo.
Non si parlarono. Non fu necessario.
Passarono altri giorni fatti di sguardi. In mensa. In cortile. Nei corridoi. L’uomo si chiamava Luca, lo venne a sapere da qualcuno. Non frequentava i gruppi, non comandava, non chiedeva. Sembrava quasi fuori dalla gerarchia, o forse così in alto da non averne bisogno.
Poi arrivò il pomeriggio sotto le docce.
Roberto era rimasto indietro apposta. L’acqua scorreva calda. Quando sentì il rumore di passi pesanti dietro di sé, non si voltò. Sapeva già chi era. Luca si fermò sotto il soffione accanto al suo. Per un po’ si lavarono in silenzio. Poi una mano grande, callosa, gli si posò sulla natica sinistra. Solo un contatto. Roberto non si mosse. La mano scese più in basso, gli aprì piano le natiche, un dito grosso e umido di sapone che gli sfiorò il buco già abituato.
Roberto emise un suono basso, quasi un gemito di sollievo.
Luca si avvicinò di più. Il suo corpo enorme lo coprì quasi del tutto. Sentì il cazzo duro e pesante premergli contro la schiena. Nessuna parola. Solo il respiro caldo sulla nuca. Luca gli mise entrambe le mani sui fianchi, lo sistemò meglio e spinse.
Entrò lento, centimetro dopo centimetro, fino in fondo. Roberto aprì la bocca contro le piastrelle e gemette, lungo, rotto. Non era come con il Professore. Non era come con Enzo o con gli altri. Era diverso. Più profondo. Più presente. Luca iniziò a muoversi con spinte ampi e pesanti, tenendolo stretto contro di sé, una mano che gli girava intorno al petto per tenerlo fermo. L’acqua scorreva su entrambi. I corpi sbattevano umidi. Roberto spingeva indietro incontro a ogni penetrazione, come se cercasse di prenderlo ancora di più.
Quando Luca accelerò, Roberto venne senza toccarsi, stringendosi intorno a quel cazzo enorme, le gambe che tremavano. Luca lo seguì poco dopo, conficcandosi fino alle palle e riempiendolo con un grugnito basso e lungo che gli vibrò contro la schiena.
Restarono uniti ancora diversi secondi sotto l’acqua. Poi si salutarono.

La cella singola era un privilegio, ma anche un vuoto.
Roberto ci stava da solo. Niente Enzo che russava, niente mani che lo svegliavano di notte. Solo il materasso stretto, il water in un angolo e le sbarre che davano sul corridoio. Il Professore restava il suo unico punto fermo: quando lo chiamava, Roberto andava. Si faceva prendere nella saletta, nelle docce, a volte addirittura in un ufficio vuoto al piano di sopra. Il Professore non era affettuoso, ma era prevedibile. E in carcere la prevedibilità valeva oro.
Il resto del tempo, però, Roberto aveva imparato a usare il corpo come moneta.
Una mattina gli servivano sigarette. Non per fumare: per scambiarle con un pezzo di sapone decente e un po’ di cibo in più. Sapeva chi le aveva. Un certo Mimmo del reparto C, grassoccio e sempre in cerca di un buco caldo. Roberto gli si avvicinò in cortile e gli parlò basso.
«Me ne dai un pacchetto. Intero.»
Mimmo sorrise. «E in cambio?»
Roberto non rispose a parole. Si limitò a guardarlo e a inclinarsi appena in avanti. Mezz’ora dopo erano nel ripostiglio delle scope. Roberto a quattro zampe sui sacchi di detersivo, i pantaloni alle caviglie, Mimmo che lo scopava con grugniti corti e soddisfatti. Quando finì, gli lasciò il pacchetto intero e gli diede anche due caramelle.
«Quando ne vuoi altre, sai dove trovarmi.»
Roberto si sistemò i vestiti e tornò in corridoio con il sapore di sborra ancora in bocca e le sigarette in tasca. Aveva ottenuto quello che voleva. Il prezzo era sempre lo stesso.
Le guardie, intanto, avevano iniziato a fare i loro giri notturni in modo diverso.
La prima volta fu verso le due di notte. Roberto sentì i passi lenti nel corridoio, poi una torcia che gli illuminò il letto. Una voce bassa, quasi un sussurro:
«De Angelis. Vieni alle sbarre.»
Si alzò. Due guardie erano lì, già con i pantaloni aperti. I cazzi duri sporgevano tra le sbarre, uno più spesso, l’altro più lungo. Roberto si inginocchiò sul pavimento freddo e li prese in bocca a turno, senza che nessuno entrasse in cella. Succhiò finché entrambi non vennero, uno dopo l’altro, riempiendogli la bocca. Quando finì, una delle due guardie gli passò attraverso le sbarre una piccola chiave.
«Domani, durante l’ora d’aria, puoi restare fuori dieci minuti in più. E se ti serve qualcosa dal magazzino, chiedi a me.»
Da quella notte diventò quasi una routine. Due, a volte tre volte a settimana, le guardie di turno si fermavano davanti alla sua cella. Cazzi duri tra le sbarre, Roberto in ginocchio, labbra e lingua al lavoro. In cambio otteneva piccole libertà: spostarsi da un reparto all’altro senza troppe domande, accedere a certe zone durante le ore morte, a volte persino una telefonata extra. Il corpo pagava, e il carcere gli restituiva movimento.
Il Professore, dal canto suo, aveva iniziato a usarlo in modo più strategico.
Una sera lo fece chiamare e lo portò in una cella al piano di sotto. C’erano due uomini seduti sui letti. Debiti da saldare, a quanto pareva. Il Professore parlò poco.
«Questo è il pagamento. Usatelo pure. Non lasciate segni visibili.»
Roberto passò quasi due ore in quella cella. Lo scoparono a turno, poi insieme, uno in bocca e uno nel culo. Uno dei due era particolarmente grosso e lo fece venire due volte prima di sborrare lui. Quando finirono, il Professore lo recuperò, gli passò un asciugamano e gli disse soltanto:
«Domani ti porto le sigarette e un po’ di cibo decente. Sei stato bravo.»
Roberto annuì. Si sentiva usato, pieno, e stranamente calmo. Sapeva esattamente dove stava nella gerarchia: non in cima, non protetto, ma utile. E l’utilità, lì dentro, era una forma di potere.
Il tempo iniziò a scorrere più veloce.
Le settimane si confondevano. Giorni fatti di piccole trattative, notti fatte di cazzi tra le sbarre o di spinte del Professore. Roberto imparò i nomi di chi poteva dargli cosa. Imparò a capire quanto valeva un pompino e quanto valeva un culo aperto. Imparò a non chiedere mai troppo in una volta sola.
A volte, da solo nella sua cella, si toccava pensando a Salvo. Al modo in cui lo chiamava. Al peso del suo corpo. Ma la mancanza era diventata più sopportabile. Ormai sapeva sopravvivere senza un padrone fisso. Sapeva negoziare. Sapeva dare e ottenere.
Una notte, mentre succhiava il cazzo di una guardia attraverso le sbarre e sentiva lo sperma caldo riempirgli la bocca, pensò che forse era proprio quello il suo posto: non appartenere a uno solo, ma essere disponibile al momento giusto, al prezzo giusto.
E il carcere, nel suo modo crudele e preciso, sembrava d’accordo.
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