Gay & Bisex
La gerarchia dei cazzi 10
21.10.2026 |
1.298 |
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"Prima di uscire, si chinò e gli parlò all’orecchio:
«D’ora in poi, quando ti chiamo, vieni..."
Nei giorni successivi Roberto imparò in fretta le nuove regole.
In carcere non esisteva la relativa “protezione” di una camerata ristretta come al riformatorio. Qui gli uomini erano di più, più vecchi, più disillusi. Chi voleva usarlo lo faceva senza troppi preamboli. A volte bastava uno sguardo insistente in cortile o una parola detta a mezza voce in mensa. Roberto aveva smesso di farsi pregare. Si presentava, si inginocchiava, apriva la bocca o il culo, e lasciava che finissero. Poi tornava in cella con il corpo dolente e la mente piena di Salvo.
Enzo, il suo compagno di cella, se lo prendeva quasi ogni notte. A volte lento, a volte violento. Una sera lo legò ai bordi del letto con due strisce di lenzuolo strappato e lo scopò per quasi un’ora, fermandosi ogni volta che Roberto stava per venire, solo per farlo aspettare. Alla fine gli venne dentro due volte di seguito, tenendolo fermo mentre gli sussurrava:
«Qui nessuno ti viene a salvare, bambino. Sei solo un buco caldo. E io ci dormo dentro.»
Roberto non rispose. Aveva gli occhi chiusi e stava pensando a come Salvo, a volte, gli accarezzava i capelli dopo.
La mancanza era diventata un dolore fisso. Di notte, quando Enzo russava, Roberto si segava lentamente inspirando l’odore che gli restava sulla pelle, ma non bastava. Voleva la voce di Salvo. Voleva quel modo di chiamarlo «Bob» con quel misto di possesso e quasi affetto. Voleva essere di qualcuno in particolare, non di tutti.
Un pomeriggio, durante l’ora d’aria, Riccardo lo avvicinò di nuovo. Stavolta non era solo. Con lui c’era un uomo più grande, quasi cinquantenne, capelli grigi tagliati corti, corpo ancora massiccio, sguardo calmo e pericoloso. Si faceva chiamare Il Professore. Nessuno usava il suo vero nome.
«Questo è quello di cui ti parlavo», disse Riccardo.
Il Professore squadrò Roberto a lungo, senza esprimere nulla.
«Sembra già rotto nel modo giusto», commentò soltanto. «Portalo stasera dopo la conta. Nella saletta delle docce del reparto isolato. Voglio provarlo con calma.»
Roberto ci andò.
La saletta era semi-buia, solo una lampada al neon tremolante. Il Professore era già nudo dalla vita in giù. Il cazzo era spesso, venato, non lunghissimo ma di una pesantezza che si vedeva. Riccardo restò a guardare vicino alla porta, come una sentinella.
«Spogliati tutto», ordinò il Professore. Voce bassa, educata quasi. «E mettiti a quattro zampe.»
Roberto obbedì. Il pavimento era freddo e umido. Sentì le mani dell’uomo aprirgli le natiche, un dito che entrava per controllare, poi un secondo. Il Professore non aveva fretta. Lo lavorò per diversi minuti, allargandolo, spingendo in profondità, finché Roberto non iniziò a spingere indietro contro le dita senza rendersene conto.
«Vedi?», mormorò l’uomo. «Il corpo ricorda prima della testa.»
Quando finalmente lo penetrò, lo fece con una sola spinta lunga e controllata, fino in fondo. Roberto gemette, la fronte premuta sul pavimento. Il Professore iniziò a scoparlo con un ritmo lento e profondo, quasi metodico, una mano che gli teneva un fianco e l’altra che gli scendeva a stringergli il cazzo duro.
«Non venire finché non te lo ordino.»
Roberto obbedì. Tremava. Ogni spinta gli ricordava Salvo e allo stesso tempo gli faceva capire quanto fosse diverso. Qui non c’era nessun legame. Solo uso. Solo potere.
Il Professore lo fece durare a lungo. Cambiò posizione due volte: prima lo mise a cavalcioni sulle sue gambe, facendolo scendere da solo sul cazzo; poi lo stese sulla schiena e gli piegò le ginocchia fino al petto, penetrandolo dall’alto con spinte corte e precise. Quando finalmente decise di venire, lo fece in profondità, restando immobile mentre il caldo gli si spargeva dentro.
Solo allora permise a Roberto di venire. Gli bastò poche seghe lente. Roberto si contrasse intorno al cazzo ancora duro del Professore e gemette il nome che non avrebbe dovuto:
«Salvo…»
Il Professore lo sentì. Restò in silenzio qualche secondo, poi uscì da lui e si rialzò.
«Salvo», ripeté, come assaggiando la parola. «Qualcuno di prima, immagino. Va bene. Puoi tenere i tuoi fantasmi. Purché quando sei con me resti presente.»
Si rivestì con calma. Prima di uscire, si chinò e gli parlò all’orecchio:
«D’ora in poi, quando ti chiamo, vieni. E non farmi aspettare. In cambio, nessuno in questo reparto ti toccherà senza il mio permesso. Nemmeno Enzo. Capito?»
Roberto, ancora a terra, ansimante e pieno, annuì.
«Capito.»
Il Professore gli passò una mano sui capelli, un gesto che per un attimo gli ricordò dolorosamente Salvo, poi uscì seguito da Riccardo.
Roberto restò seduto sul pavimento freddo ancora diversi minuti. Il corpo gli doleva, lo sperma gli colava, ma per la prima volta da quando era arrivato sentì qualcosa di simile a un appiglio.
Aveva di nuovo un posto.
Non era Salvo.
Non sarebbe mai stato Salvo.
Ma era qualcuno.
E, mentre si rialzava e si sistemava i vestiti, Roberto si rese conto che stava già iniziando ad adattarsi. Di nuovo. Come sempre.
La gerarchia era cambiata.
Il bisogno, invece, era rimasto identico.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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