Gay & Bisex
La gerarchia dei cazzi 12
22.10.2026 |
818 |
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"Lo sollevò tenendolo sotto le gambe, il cazzone ancora piantato fino in fondo, e Roberto gli cinse il collo con le braccia, aggrappandosi..."
Le cose non restarono statiche a lungo.
Una mattina, senza preavviso, una guardia venne a prenderlo. «De Angelis. Il direttore ti vuole. Adesso.»
L’ufficio del direttore era al piano più alto del reparto amministrativo. Ampio, con una scrivania di legno scuro, un divano di pelle e le tende semi-abbassate. Dietro la scrivania c’era lui.
Massiccio. Alto. Il corpo definito si intuisceva sotto la camicia bianca stirata: petto largo, spalle potenti, e dal collo e dalle mani si vedeva che era peloso, scuro, maschio. Capelli neri pettinati all’indietro, occhi castani vivaci e attenti. Quando Roberto entrò, quegli occhi lo fissarono senza fretta.
«Siediti.»
Roberto obbedì. Il direttore restò in piedi ancora qualche secondo, poi girò intorno alla scrivania e venne ad appoggiarsi proprio davanti a lui, il culo contro il bordo di legno. Il pacco dei pantaloni era già sformato, in tiro, pesante e evidente.
«Si sentono voci in giro, De Angelis», disse con voce calma. «Voci su di te. Su quello che fai. Su come ti muovi. Se queste voci sono vere, io dovrei fare un richiamo ufficiale e comunicarlo ai piani alti. Tu lo sai, vero?»
Roberto alzò lo sguardo. Per un attimo pensò di mentire. Poi decise che non aveva più niente da perdere.
Si alzò dalla sedia, si mise in ginocchio davanti a lui e posò una mano sul pacco ormai completamente duro.
«Se le voci sono vere o no», disse a voce bassa, «questo sta a lei deciderlo. Io intanto sto zitto… e in ginocchio.»
Con le dita aprì la cerniera, calò la zip e tirò fuori il cazzo. Era grosso. Davvero grosso. Spesso, venato, la testa già lucida. Roberto emise un suono quasi involontario.
«Oh, cazzo…»
Se lo portò alla bocca. Lo annusò, lo leccò, lo assaporò. Poi lo prese dentro con una fame che non riusciva più a nascondere. Le labbra si stirarono intorno alla circonferenza, la gola si aprì per farlo entrare il più possibile. Roberto si impegnò, saliva e saliva, lasciando che il membro gli riempisse la bocca fino in fondo. Il direttore emise un sospiro basso e posò una mano pesante sui suoi capelli, senza spingere ancora.
Roberto succhiava con passione, con rumore, con la lingua che lavorava sotto e intorno. A un certo punto, però, volle di più.
Si alzò, spinse il direttore all’indietro fino a farlo cadere seduto sul divano di pelle, e gli si mise a cavalcioni. Si calò i pantaloni in fretta, prese il cazzo grosso con una mano e se lo strofinò contro il buco già abituato. Faceva entrare solo la testa, poi la faceva uscire, poi di nuovo un centimetro, due, tre. Il direttore sbuffava, le mani che gli stringevano le cosce.
«Basta… cazzo, basta giocare…»
Non ce la fece più. Afferrò Roberto per i fianchi e lo tirò giù con forza mentre alzava il bacino. Il cazzo entrò tutto d’un colpo.
Roberto urlò.
Un urlo lungo, rotto, che sicuramente qualcuno nel corridoio sentì. Il dolore e il piacere si mescolarono in un’unica ondata. Il direttore era infoiato come un toro. Iniziò a martellarlo dal basso senza sosta, spinte pesanti e profonde che facevano sbattere i corpi. Roberto sgocciolava già, il cazzo che perdeva liquido pre-spermatico senza controllo, in un orgasmo continuo che non riusciva a fermare.
Il direttore si alzò senza uscire da lui. Lo sollevò tenendolo sotto le gambe, il cazzone ancora piantato fino in fondo, e Roberto gli cinse il collo con le braccia, aggrappandosi. Lo portò fino alla scrivania, gettò a terra carte, penne e il porta-documenti con un braccio solo, e lo stese sulla superficie di legno. Poi riprese a scoparlo con violenza, tenendogli le gambe aperte.
Roberto gemeva forte. Il direttore cercò di tappargli la bocca con una mano, ma non serviva a niente: i suoni uscivano lo stesso, umidi, disperati, pieni.
«Io farò finta di non sapere niente sul tuo conto», ringhiò il direttore tra una spinta e l’altra, il sudore che gli scendeva dalla tempia. «Ma tu… troia di una puttana in calore… da oggi sarai mio. E mio soltanto.»
Accelerò. Le botte diventarono più corte, più profonde, più disperate. Poi, con un grugnito lungo e gutturale, si conficcò fino in fondo e venne. A fiotti. Caldi, abbondanti, uno dopo l’altro, grugnendo a ogni sborrata mentre il corpo gli tremava.
Roberto era un disastro. Annaspava, gemeva, il proprio orgasmo ancora in corso, le gambe che non reggevano. Il direttore restò sopra di lui, il cazzo ancora pulsante dentro, entrambi sudati e ansimanti.
Si guardarono negli occhi.
Per alcuni secondi nessuno parlò. Solo il respiro pesante e il battito del sangue nelle orecchie.
Poi il direttore uscì lentamente da lui, si rialzò e si sistemò i pantaloni con calma quasi innaturale. Guardò Roberto ancora steso sulla scrivania, le gambe aperte, lo sperma che gli colava dal buco.
«Da oggi», ripeté a voce più bassa, ma ferma, «sei mio. Quando ti chiamo, vieni. Quando voglio, ti prendo. E in cambio… nessuno ti toccherà più senza il mio permesso. Nemmeno il Professore. Capito?»
Roberto, ancora ansimante, annuì.
«Capito.»
Il direttore gli passò un fazzoletto.
«Ripulisciti. E torna in cella. Stasera ti faccio chiamare di nuovo.»
Mentre Roberto si rialzava con le gambe molli e si sistemava i vestiti, sentì qualcosa di nuovo e pericoloso mescolarsi al bisogno abituale.
Non era più solo un buco utile.
Adesso apparteneva al direttore del carcere.
E, per la prima volta da molto tempo, quella appartenenza gli sembrò quasi… giusta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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