Gay & Bisex
La gerarchia dei cazzi 8
21.10.2026 |
1.439 |
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"Poi, senza che nessuno glielo ordinasse, si avvicinò, si mise in ginocchio tra le sue gambe e gli aprì i pantaloni con mani che tremavano..."
Nei giorni successivi qualcosa cambiò dentro Roberto.
Non era più solo abitudine o sopravvivenza. Era diventato un bisogno preciso, quasi fisico. Ogni volta che Salvo entrava in cella, il suo corpo reagiva prima della testa: il cazzo si induriva, il buco gli pulsava leggermente, la bocca gli si seccava. Voleva essere usato da lui. Solo da lui, o almeno principalmente da lui.
Kofi lo prendeva spesso, e Roberto non si tirava indietro. Ma quando era Salvo a chiamarlo, quando sentiva quella voce bassa dirgli «Vieni qui» o «In ginocchio», qualcosa gli si scioglieva nel petto. Si trovava a cercare il suo sguardo durante il giorno, a restare sveglio di proposito aspettando il momento in cui Salvo avrebbe deciso di prenderlo. A volte, mentre Kofi lo scopava, teneva gli occhi chiusi e immaginava che fossero le mani di Salvo a tenerlo fermo.
Una notte, dopo che Salvo lo aveva inculato lentamente, quasi con una strana pazienza, Roberto si ritrovò a mormorare contro il cuscino:
«Ancora… per favore.»
Salvo si fermò un attimo, sorpreso, poi rise basso e gli diede quello che chiedeva. Più forte. Più a fondo. Quando venne, restò dentro di lui più a lungo del solito, una mano pesante sulla nuca di Roberto, e per un momento sembrò quasi affettuoso.
«Stai diventando goloso, eh?»
Roberto non rispose. Si limitò ad annuire, il viso nascosto, il cuore che gli batteva troppo forte.
La dipendenza era diventata infatuazione. Sporca, totale, senza scampo.
E le voci, intanto, avevano iniziato a viaggiare.
Le due guardie che lo avevano usato la sera del trasferimento ne avevano parlato. Poi altre. In poco tempo si era sparso il fatto che ai piani alti c’era un ragazzo nuovo, già ben aperto, già addestrato, che non faceva storie e che sembrava quasi chiedere di essere preso. Qualcuno aveva aggiunto dettagli: il modo in cui camminava la mattina, lo sguardo che rivolgeva a Salvo, il fatto che a volte si offrisse spontaneamente.
La voce arrivò fino al direttore.
Una mattina, durante l’ora d’aria, Roberto fu chiamato di nuovo. Stavolta lo portarono nell’ufficio del direttore. L’uomo era seduto dietro una scrivania di legno scuro, i capelli grigi, lo sguardo freddo e calcolatore. Non sembrava sorpreso di vederlo.
«De Angelis. Siediti.»
Roberto obbedì.
Il direttore aprì una cartella e la sfogliò senza fretta.
«Ho sentito parlare di te. Anzi, ho sentito parlare abbastanza. Sembra che tu ti sia… adattato particolarmente bene qui dentro. Alcune guardie sono state un po’ troppo loquaci. E alcuni detenuti pure.»
Alzò lo sguardo.
«Non mi interessa la morale. Mi interessa l’ordine. E mi interessa che certe… dinamiche restino sotto controllo. Salvo è un elemento utile. Tu, a quanto pare, lo stai rendendo ancora più collaborativo.»
Fece una pausa lunga.
«Quindi ti lascio dove sei. Per ora. Ma da questo momento, se qualcuno fuori dalla tua cella o dalle guardie di fiducia prova a metterti le mani addosso senza il mio via libera, voglio saperlo. E se Salvo inizia a creare problemi di gelosia o di possesso eccessivo, voglio saperlo ancora prima.»
Si sporse leggermente in avanti.
«Tu sei diventato un pezzo sulla scacchiera, De Angelis. Un pezzo piccolo, ma utile. Non dimenticarlo.»
Lo congedò con un gesto della mano.
Quando Roberto tornò in cella, Salvo era seduto sul letto e lo stava già aspettando. Kofi non c’era.
«Tutto bene?» chiese Salvo.
Roberto annuì. Poi, senza che nessuno glielo ordinasse, si avvicinò, si mise in ginocchio tra le sue gambe e gli aprì i pantaloni con mani che tremavano.
Salvo lo guardò dall’alto, un sorriso lento che gli piegò le labbra.
«Guardati. Non vedi l’ora, eh?»
Roberto alzò gli occhi verso di lui mentre gli prendeva il cazzo in bocca, e per la prima volta non ci fu nessuna vergogna nel suo sguardo. Solo bisogno. Solo voglia di servirlo.
Salvo gli accarezzò i capelli, quasi dolce, mentre iniziava a spingere piano in gola.
«Bravo ragazzo. Adesso sei proprio mio.»
E Roberto, mentre lo succhiava con dedizione totale, pensò che sì.
Lo era.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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