Gay & Bisex
La gerarchia dei cazzi 9
21.10.2026 |
761 |
3
"Roberto guardava il paesaggio scorrere dal finestrino blindato e sentiva il vuoto lasciato da Salvo come una ferita aperta..."
I giorni passavano troppo in fretta.
Roberto contava le mattine che gli restavano e ogni volta il numero gli sembrava più piccolo e più minaccioso. L’idea di uscire, di tornare fuori, di non avere più la voce di Salvo che lo chiamava la notte, di non sentire più quel peso sul corpo, gli metteva un’angoscia fredda nello stomaco.
Una sera, mentre Kofi dormiva già e Salvo lo stava ancora scopando lento, Roberto parlò a voce bassa, quasi contro il materasso.
«Non voglio uscire.»
Salvo rallentò, ma non si fermò.
«Ripeti.»
«Non voglio uscire. Non… non so stare fuori. Qui almeno so cos’è che devo fare. So a chi appartenere.»
Salvo restò in silenzio per qualche spinta ancora, poi uscì da lui e lo fece voltare a pancia in su. Lo guardò dall’alto, il cazzo ancora duro e lucido.
«Lo dici sul serio.»
Roberto annuì. Gli occhi erano lucidi, ma non di paura. Di bisogno.
Salvo gli accarezzò la guancia con il pollice, un gesto quasi possessivo.
«Allora vedremo di tenerti qui un po’ più a lungo.»
Nei giorni successivi Salvo e Kofi parlarono a voce bassa quando pensavano che Roberto non sentisse. Organizzarono qualcosa di sporco e semplice: una rissa pilotata in cortile, con un detenuto di un’altra sezione che doveva “attaccare” Roberto. L’idea era che Roberto reagisse abbastanza da prendersi una segnalazione grave, qualche giorno di isolamento e, con un po’ di fortuna, un’estensione della misura. Niente di irreparabile. Solo abbastanza per guadagnare tempo.
Il giorno fissato, però, qualcosa andò storto.
Il ragazzo che doveva fingere l’aggressione aveva davvero rancore verso Salvo. Quando arrivò il momento, non si limitò a una spinta o a un pugno controllato. Tirò fuori una lama artigianale e cercò di colpire davvero. Roberto, preso alla sprovvista, reagì d’istinto: lo colpì, lo atterrò, e nel caos la lama finì per ferire l’altro in modo più serio del previsto. Sangue sul cemento. Urla. Guardie che arrivarono di corsa.
Nel verbale Roberto risultò come l’aggressore principale. La lama venne trovata vicino a lui. Il ferito accusò lui e solo lui. Salvo e Kofi, per non bruciarsi, dovettero restare ai margini e negare ogni coinvolgimento.
L’inchiesta interna fu rapida e spietata.
Due giorni dopo, mentre Roberto era ancora in isolamento, arrivò la comunicazione ufficiale: per la gravità del fatto, la misura del riformatorio non era più sufficiente. Veniva trasferito in un istituto penale per adulti.
Quando Salvo riuscì a vederlo un’ultima volta, attraverso il vetro del parlatorio interno, aveva il volto chiuso e duro.
«Non doveva andare così», disse solo.
Roberto lo guardò. Aveva le manette ai polsi e l’uniforme diversa già addosso. La voce gli uscì bassa, ma ferma.
«Non importa. Finché so che ci sei…»
Salvo scosse appena la testa.
«Lì dentro è un altro mondo, Bob. Un altro tipo di gerarchia. Più cattiva. Più grande. Io non ci arrivo.»
Roberto abbassò lo sguardo un attimo, poi lo rialzò.
«Allora imparerò di nuovo. Come ho fatto qui.»
La guardia interruppe il colloquio. Mentre lo portavano via, Roberto si voltò un’ultima volta. Salvo era ancora lì, immobile dietro il vetro, e per un secondo il suo sguardo fu pieno di qualcosa che assomigliava quasi a rammarico.
Poi la porta si chiuse.
Il viaggio verso il carcere per adulti fu silenzioso. Roberto guardava il paesaggio scorrere dal finestrino blindato e sentiva il vuoto lasciato da Salvo come una ferita aperta. Ma sotto la paura c’era già, di nuovo, quella strana determinazione che aveva imparato nei mesi precedenti.
Sapeva come si sopravvive.
Sapeva come si scende in ginocchio.
Sapeva come si diventa necessari.
E, in fondo, una parte di lui — quella parte ormai dipendente e infatuata — si chiedeva già chi, là dentro, avrebbe preso il posto di Salvo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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