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Gay & Bisex

Il gigante di legno e miele. 6


di Brat80
23.04.2026    |    904    |    1 9.0
"Non lo hai vissuto, ma lo intuisci; forse è anche pregiudizio, ma la tua reazione… no..."
Passano i giorni, non con scosse né con svolte, ma con una continuità che si fa sempre più concreta, più abitata. E dentro quella continuità, Tobias inizia a sentire una cosa che non è urgenza… ma chiarezza.
Vuole farti entrare.
Non solo nella sua casa. Nella sua vita.
Una sera, mentre siete da lui, seduti sul divano dopo cena, lo senti cambiare leggermente tono, non è esitante a ma è più attento.
“Vorrei presentarti i miei amici.”
Lo dice così. Diretto.
Tu lo guardi, la cosa non ti sorprende. Ma capisci che per lui non è una frase qualsiasi.
“Ok,” dici.
Semplice.
Ma lo vedi, non è solo un invito. È un passaggio.

Tobias non ha mai avuto il tuo tipo di traiettoria.
Non ha attraversato il mondo con la stessa distanza, la stessa osservazione.
Lui… lo ha vissuto. Dentro.
Ha frequentato locali, ambienti, dinamiche che per te sono sempre state periferiche, quasi osservate da lontano, mai davvero abitate.
Ha amici lì dentro. Non tanti, ma veri.
Franco, per esempio. Un muscle bear, pieno, solido, uno di quei corpi che non chiedono spazio… lo prendono. Anni prima c’era stato qualcosa tra loro. Breve. Non definito. Poi trasformato in altro.
Qualcosa che è rimasto e che oggi è amicizia vera.
Poi Charly.
Peloso, rumoroso, sempre con una battuta pronta. Uno che alleggerisce anche le situazioni più tese senza mai banalizzarle.
E Carlo.
Alto, magro, quasi in contrasto con tutto il resto. Sta con Franco da anni. Una coppia stabile, radicata, una di quelle che non hanno bisogno di spiegarsi troppo. Vivono insieme.
Hanno costruito.
Tobias con loro non fa solo uscite, fa vita: cene, giornate fuori, vacanze.
E poi…c’è il locale. Il loro punto di riferimento, il loro ritrovo storico. Quel tipo di locale.
Quelli dove il corpo è dichiarazione.
Uomini grossi, pelosi, muscolosi. Presenze forti, dirette. E intorno coloro che li ammirano, più sottili, più leggeri, ma altrettanto presenti.
Un mondo preciso. Con le sue regole e il suo linguaggio.
Tu lo senti mentre ti racconta. Non si giustifica, ma misura.
“Non è esattamente… il tuo ambiente,” dice a un certo punto.
Tu lo guardi.
“Non lo so.”
Lui accenna un mezzo sorriso.
“Io sì.”
Silenzio breve.
“Per questo ci ho pensato.”
Non perché non voglia portarti.
Ma perché vuole farlo nel modo giusto.
“È parte della mia vita,” aggiunge.
E lì è chiaro.
Non è un invito leggero.
È un’apertura.
Tu resti un attimo in silenzio.
Non per indecisione.
Per onestà.
“Non è il mio mondo,” dici.
Lui annuisce.
“Lo so.”
“Ma è il tuo.” Un secondo. “E questo basta.”
Lo vedi rilassarsi appena.
“Non devi dimostrare niente,” dice.
“Nemmeno tu.”
Un accenno di sorriso.
“Domani sera?” propone.
“Domani sera.”
E mentre lo dici, senti qualcosa.
Non è paura, nemmeno eccitazione. È… curiosità concreta.
Vedere Tobias lì, nel suo habitat sociale.
Non nel loft. Non nel vostro spazio, ma in mezzo agli altri, capire che forma prende.
E, senza dirlo ad alta voce, una domanda ti attraversa: riuscirò a restare me stesso… anche lì?
Tobias ti guarda un secondo di troppo.
Come se stesse leggendo esattamente quello.
Poi si avvicina. Ti sfiora appena.
“Non devi adattarti.”
Lo dice piano.
“Ti basta esserci.”

Più facile a dirsi che a farsi.
Lo sai mentre sei davanti all’armadio, l’indomani sera. Non è una scelta di vestiti. È una scelta di posizione.
“Come cazzo mi vesto.”
Lo dici a mezza voce, mentre sposti una giacca, poi la rimetti, poi la togli di nuovo.
Prima cosa.
Seconda: e se mi irrigidisco?
Perché lo sai. Ti conosci troppo bene per raccontartela.
Se lui si rilassa, se entra in quel mondo che per lui è naturale… se qualcuno gli si avvicina, se flirta, se ride in quel modo lì— tu lo senti già.
Non lo hai vissuto, ma lo intuisci; forse è anche pregiudizio, ma la tua reazione… no. Quella è certa. La conosci. Quella micro-tensione che diventa controllo. Quello sguardo che cambia di un grado. Quel bisogno di riportare tutto in un perimetro che ti faccia sentire al sicuro.
E sai anche che lì… non funzionerebbe.
“Ok.”
Ti fermi.
Respiri.
“Non diventare un personaggio.”
Perché potresti farlo. Sai farlo.
Entrare, performare, dominare la scena in un altro modo.
Ma non vuoi. Non stasera. Non davanti a lui.
E soprattutto non davanti ai suoi amici.
Tre persone che sono parte della sua vita.
Non vuoi impressionarli.
“Jeans e maglietta nera.”
Basic. Zero dichiarazione. Zero interpretazione.
Ti guardi allo specchio. Sei… neutro, pulito, controllato. Troppo.
Ma almeno non stai recitando.
O forse sì. Solo che lo stai facendo al contrario.
Quando Tobias ti vede, lo capisce subito, non ci mette nemmeno un secondo.
Ti guarda. Dalla testa ai piedi.
Poi torna su. Silenzio breve.
“Questo non sei tu.”
Diretto. Senza cattiveria. Ma preciso.
Tu incroci le braccia, appena.
“È un problema?”
Lui inclina la testa.
“No.”
Una pausa.
“Ma ti stai già adattando.”
La frase resta lì. Non è un’accusa.
È una lettura.
“Sto cercando di non esagerare,” rispondi.
“Esagerare cosa?”
“Essere… troppo.”
Lui si avvicina.
“Tu non sei troppo,” dice.
Piano.
“Sei preciso.”
Silenzio.
“Non so stare in quei posti”” dici allargando le braccia, come in segno di resa
“Lo so.”
“E non voglio entrarci… sbagliando.”
Lui sorride appena, non con superiorità ma con una calma che conosci.
“Non c’è un modo giusto, c’è solo il tuo.”
Tu resti lì.
Poi abbassi lo sguardo sulla maglietta, la tiri appena.
“Quindi? Cosa devo fare?”
Lui ti osserva.
“Se vuoi venire così, va bene.”
Una pausa.
“Ma non raccontarmi che sei neutro.”
“Perché?”
“Perché anche questo è un tuo modo di controllare.”
Silenzio. Pieno.
Ti avvicini.
Non per sfidarlo.
Per ridurre la distanza.
“E se mi irrigidisco?” dici, più basso.
Finalmente vero.
Lui non risponde subito. Ti guarda.
“Succede.”
“E se non mi piace?”
“Me lo dici.”
“E se qualcuno flirta con te?”
Questa esce più netta.
Lui non si ritrae. Non minimizza.
“Può succedere.” Un secondo. “E io sono con te.”
Silenzio. Questa frase non chiude tutto ma tiene.
“Te lo ripeto, non devi dimostrare niente,” aggiunge. “agli altri e soprattutto a me”
Restate lì.
Davanti a quella scelta che in realtà non è sui vestiti. È su come stare.
Tu inspiri.
“Ok”.
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