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Gay & Bisex

Il gigante di legno e miele. 5


di Brat80
12.04.2026    |    129    |    0 9.0
"“Prima di questo, ho lavorato nella moda per anni, ” dici, guardando il liquido nel bicchiere più che lui..."
Dopo quella sera nel loft, qualcosa non cambia in modo visibile, non c’è una dichiarazione, non c’è un “adesso siamo…”.
Ma lo sentite entrambi, è uno scarto sottile, ma definitivo.
Non vi cercate di più. Vi scegliete. E la differenza è lì.
Nei gesti che non servono più a mantenere qualcosa in piedi… ma a viverlo.
Casa tua non è più “il posto dove state”, casa di Tobias non è più “il posto dove vai”: diventano due poli della stessa cosa, due spazi che iniziano a respirare insieme.
Una sera sei da lui. Un’altra è da te. Poi di nuovo da lui. Non c’è più quella sensazione di spostamento, di adattamento continuo.
Quando entri nel suo loft, non sei più ospite, non perché ti comporti da padrone, perché non devi più chiederti come stare.
Ti muovi, apri un cassetto senza pensarci troppo... ti siedi dove vuoi, lasci una cosa tua senza preoccuparti se “stona”.
E quella cosa… non stona ma si integra come è successo a lui, da te.
Anche Tobias cambia. Non nel modo di essere, ma nel modo di esserci.
A casa tua continua a lasciare tracce. Gli slip, le gocce, il vetro mai perfetto. Ma ora, ogni tanto, asciuga, non sempre, non per dovere. Perché ha capito cosa significa per te.
E tu lo noti, e quel gesto… vale più di qualsiasi tentativo di essere perfetto.
La vostra vita non si organizza.
Si allinea.
Un giorno fai la spesa anche per lui, senza chiederti se “ha senso”. Una sera lui cucina da te come se fosse sempre stato lì. Un’altra ancora, tu ti ritrovi nel suo laboratorio mentre lavora, seduto su uno sgabello, a guardarlo sistemare un pezzo di legno come se fosse una cosa importante.
E lo è. Perché è suo. E adesso, in qualche modo… riguarda anche te.
Non parlate subito di “noi”, ma il “noi” succede.
Nelle cose più semplici, nel fatto che se uno dei due ha una giornata storta, l’altro lo sente senza bisogno di spiegazioni.
Nel fatto che iniziate a fare cose che non servono a niente, e proprio per questo… servono.
Una mattina ti svegli nel suo letto. Non è la prima, ma è diversa: non stai pensando a quando tornerai a casa, stai pensando a cosa farete dopo. Quel “dopo” non è un progetto, è continuità.
Ti giri.
Lui è già sveglio. Ti guarda. Non con intensità, con abitudine nuova.
“Caffè?” dice.
Sorridi.
“Fatto male?”
“Peggio del solito.”
“Perfetto.”


Alex non è facile da collocare.
Chi lo conosce nella vita privata tende a leggerlo attraverso le sue contraddizioni: la profondità che diventa schermatura, l’ironia che scivola in difesa, il corpo che c’è ma che lui stesso sembra dimenticare a tratti.
Ma fuori da lì… Alex è un’altra cosa.
Insegna.
E non insegna in modo neutro.
Tiene una cattedra di psicologia della moda in un master post-universitario, e parallelamente è docente di psicologia dinamica. Due mondi che, nelle sue mani, smettono di essere separati. Li intreccia, li contamina, li rende vivi.
Non è il professore classico. Decisamente non lo è.
Non spiega per trasmettere nozioni. Costruisce scenari, smonta certezze, usa il linguaggio della moda come un dispositivo psicologico, e la psicologia come una lente per leggere tutto il resto.
I suoi corsi sono sempre pieni, non perché siano facili. Perché sono… accadimenti.
Chi entra, spesso, non esce uguale.

Tobias questa cosa la sa.
L’ha intuita dai libri sparsi, dalle frasi appuntate, dai discorsi che ogni tanto gli scivolano addosso quando Alex si lascia andare, ma non l’ha mai vista. E a un certo punto, senza dirlo, decide che vuole farlo.
Vuole vedere Alex quando non è “suo”. Vuole capire cosa succede quando è di tutti.
Quel giorno prende ferie.
Non lo dice. Alex pensa sia via per lavoro, invece Tobias entra in quell’aula a metà mattina, si siede a metà fila, si sistema in modo da non essere notato, non vuole alterare nulla. Vuole assistere.
L’aula è piena, più di quanto si aspetti.
Un brusio costante, studenti che parlano, ridono, scorrono il telefono, si chiamano da una fila all’altra. È un caos leggero, disperso. Tobias osserva. Aspetta.
Poi entri, non fai niente di speciale. Ma lo spazio cambia.
Non alzi la voce, Nnon cerchi attenzione. Arrivi, appoggi le cose, ti fermi. E stai. Quel semplice stare… inizia a creare un campo.
Il rumore non si spegne subito ma perde consistenza, uno alla volta, si accorgono, si girano, si allineano. Finché resta solo silenzio.
“Allora.”
La voce è ferma. Piena.
“Se non vi siete ancora resi conto che sono entrato…” una pausa, “…questo mi fa capire che non vi è abbastanza chiaro cosa siete venuti qui a fare.”
L’aula è immobile.
“…perché questa giacca di Balenciaga collezione 2023 fall winter…” accenni alle spalle ampie, volutamente sproporzionate, “…dice esattamente: adesso zitti e ascoltate.”
Un’onda di attenzione attraversa la stanza.
Tobias si piega leggermente in avanti, sta sorridendo.
*Ok.*
Adesso capisce.
La lezione non ha un inizio netto, Parte e basta.
Ti muovi, non resti fermo.Non leggi le slide, non declami. Costruisci.
Le parole arrivano come immagini, come connessioni rapide, come deviazioni che però tornano sempre al punto.
“L’identità non è quello che indossi…” dici passando tra le prime file, “…è quello che resta quando qualcuno prova a spogliarti di senso.”
Le penne corrono.
I telefoni si abbassano.
Qualcuno registra.
Qualcun altro resta semplicemente lì, dentro.
Tobias ti guarda, qualcosa dentro di lui si riorganizza, proprio come è successo a te, a casa sua.
Perché questo Alex…non è solo quello che conosce. Non è più morbido, non è più accessibile.
È centrato, solido. Non chiede di essere capito. Si prende lo spazio e lo tiene.
La lezione prosegue. A un certo punto ti togli la giacca, la lasci cadere sulla cattedra. Sotto, una t-shirt oversize che su di te non è casuale. Segue le spalle, accenna il petto, lascia intravedere quella fisicità che tu stesso spesso dimentichi di avere.
Davanti a Tobias, due ragazze si scambiano uno sguardo.
“Comunque io il prof me lo farei.”
“Ma infatti, cioè… hai visto?”
Tobias abbassa la testa.
Ride. Senza rumore.
Non è gelosia. E' una specie di incredulità divertita perché sta vedendo una cosa che prima non aveva mai visto così chiaramente: quanto sei tu, ovunque.
Le due ore scorrono senza attrito.
Quando finisci, nessuno scatta in piedi qualcuno resta, si avvicina, ti fa domande. Tu rispondi, sempre presente.
Tobias intanto aspetta, non si muove subito: vuole vedere anche questo. Il dopo, quando non c’è più performance, ma relazione.
Poi, quando l’aula si svuota un po’, si alza. Cammina verso di te, non si nasconde più.
Tu stai parlando con uno studente, alzi lo sguardo e lo vedi. Ti viene da ridere, scuoti la testa, un po' incredulo e con una leggera sensazione di imbarazzo, ma anche di riconoscimento.
"Sei venuto a spiarmi?"
Lui si avvicina.
“Dovevo vedere.”
“Cosa?”
Inclina appena la testa, gli occhi pieni di qualcosa che non è facile da nominare.
“Quanto sei tu… anche senza di me.”
Silenzio breve.
Poi aggiunge:
“E devo dire che è parecchio.”
Sorridi. Non ti difendi. Non cerchi di ridimensionarti come ti verrebbe spontaneo fare, semplicemente resti.
E in quel momento… capisci che quella parte di te, che per anni è stata separata, compartimentata, quasi protetta— adesso può essere vista, senza perdere intensità, senza perdere verità. Anzi.
Diventando ancora più intera.

Fuori dall’aula l’aria è diversa, il corridoio è pieno di voci, passi, zaini che si spostano, telefoni che tornano a vibrare. Alex cammina accanto a Tobias senza fretta, ma non è solo. Gli studenti lo intercettano, uno alla volta.
“Prof, posso chiederle una cosa sull’esame?”
“Secondo lei questo autore può funzionare per la tesi?”
“Mi consiglia un libro su…?”
Alex si ferma ogni volta. Non taglia corto. Non liquida, ascolta davvero.
Risponde con precisione, ma mai in modo chiuso. Apre sempre uno spazio, una possibilità.
“Se lo fai così è corretto… ma non interessante.”
“Leggilo, ma non fidarti troppo. Vedi cosa ti resta addosso.”
“La tua idea è buona, ma devi sporcarla un po’. Così è ancora troppo pulita.”
Gli studenti annuiscono, prendono appunti anche lì, in piedi, al volo. Qualcuno sorride. Qualcuno resta un secondo in più del necessario, come se volesse dire altro ma non trovasse il modo.
Tobias è lì accanto, non interviene. Osserva e sorride.
Non si sente fuori posto nè in ombra. È… testimone. Mentre guarda Alex muoversi tra quelle richieste, quelle attenzioni, quei piccoli scambi— lo desidera. Non in modo immediato, fisico.
O meglio, anche.
Ma c’è qualcosa di più profondo, una forma di attrazione che nasce da quello che vede, da come tiene lo spazio, da come non si ritrae, da come non si perde nemmeno un secondo di ciò che sta facendo. Si rende conto di non aver mai provato un tipo di attrazione così per un uomo.
Arrivate al bar dell’università, un posto semplice, rumoroso, tazze che sbattono, macchina del caffè che sfiata, odore di zucchero e metallo caldo. Vi appoggiate al bancone.
“Due caffè,” dice Alex.
Il barista annuisce, già lo conosce.
“Il solito?”
“Grazie.”
Tobias sorride appena.
“Sei prevedibile.”
“Solo sulle cose importanti.”
Il caffè arriva. Piccolo, forte. Alex lo prende, lo gira tra le dita un secondo prima di bere.
E anche lì Tobias lo guarda. Quel gesto minimo, la mano, il polso, la calma... è ancora dentro quello che ha visto.
Non si è spento, si è solo trasformato.
“Quindi…” dice Tobias, appoggiandosi leggermente al bancone, “questo è quello che fai quando non sei con me.”
Alex lo guarda di lato.
“Ti delude?”
“No.”
Una pausa.
Poi, più diretto:
“Mi spiazza.”
Alex accenna un sorriso.
“Perché?”
Tobias lo osserva un attimo, senza fretta.
“Perché sei esattamente quello che vedo… ma in una versione che non avevo ancora incontrato.”
Silenzio breve. Il rumore del bar intorno continua, ma sembra lontano.
“E com’è?” chiede Alex.
Tobias prende il suo caffè, lo porta alle labbra, poi lo appoggia di nuovo senza bere.
“Pericoloso.”
Alex alza un sopracciglio.
“Addirittura.”
“Mh.”
Lo guarda. Diretto.
“Perché capisco perché ti vogliono tutti.”
Non è detto con leggerezza, ma nemmeno con tensione.
È una constatazione.
Alex non risponde subito. Beve.
Poi:
“E una cosa che ti dà fastidio?”
Tobias scuote la testa.
“No.”
Una pausa. Poi aggiunge:
“Mi fa solo venire ancora più voglia di tornare a casa con te.”

Più tardi, la sera, a casa di Tobias, tutto ha un altro ritmo.
Non c’è l'università a fare da sottofondo, non ci sono gli studenti, le domande, l'energia tipica dei ragazzi. C’è il suono del riso che si muove nella pentola, il cucchiaio che gratta piano, il vino che scivola nel bicchiere.
Tu sei seduto sul bancone.
Una gamba piegata, l’altra che penzola appena. Il bicchiere di chardonnay tra le dita, lo fai girare senza pensarci troppo.
Lui è di spalle, concentrato. Maglietta semplice, pantaloni morbidi. Le spalle che si muovono mentre mescola, il corpo che lavora senza rigidità. Ogni gesto è concreto.
Tu lo guardi.
E per un po’ non dici niente.
Poi-
“Quello che hai visto oggi…”
Lui non si gira subito.
“Ti ascolto.”
“Non è sempre stato così.”
Silenzio.
Il cucchiaio continua a muoversi.
“È una cosa costruita.”
Una pausa.
“Non finta. Ma costruita.”
Tobias abbassa leggermente il fuoco, aggiunge un mestolo di brodo.
“Si vede,” dice piano.
“Si vede che è costruita?”
“No.”
Un accenno di sorriso.
“Si vede che è passata da qualcosa.”
Ti fermi un secondo.
Quella frase ti entra precisa.
Bevi. Poi riprendi.
“Prima di questo, ho lavorato nella moda per anni,” dici, guardando il liquido nel bicchiere più che lui. “Un altro mondo. Un altro me.”
Lui non interrompe.
“Poi, in un momento, ho perso tutto.”
Non lo dici con dramma. Lo dici come un fatto.
“Lavoro, direzione, senso… tutto insieme.”
Il riso assorbe.
Lui gira.
“E lì…”
inspiri piano,
“quasi per scherzo...mi sono iscritto a psicologia.”
Un mezzo sorriso.
“Avevo tipo… trentatré, trentaquattro anni.”
Finalmente si gira a metà.
Ti guarda. Non stupito. Attento.
“Non so... penso che avessi bisogno di una nuova identità, di dimostrare a me stesso che valevo ancora qualcosa. ”
Silenzio.
"Oppure, banalmente… avevo solo bisogno di essere celebrato per qualcosa di oggettivo. Una laurea è una cosa oggettiva"
Solo il suono del fornello.
“È stata dura,” continui. “Non per le materie. Per il significato che ho messo addosso a sta cosa.”
Appoggi il bicchiere. lasci vagare lo sguardo nel vuoto, come se cercassi l'immagine di te, in quegli anni, determinato ma allo stesso tempo… perso.
“Ripartire da zero… quando tutti intorno a te stanno già vivendo altro.”
Tobias torna al risotto.
Ma lo senti. È lì.
“Poi è successo qualcosa.”
Ti passi una mano tra i capelli.
“Quella pausa dopo la triennale… pensavo di aver finito. Di aver fatto abbastanza.”
Lui assaggia. Aggiusta il sale.
“E invece?”
“E invece ho deciso di iniziare lo stesso la magistrale.”
Sorridi appena.
“Che mi terrorizzava.”
“E?”
“E invece mi ha aperto una porta che non avevo mai visto.”
Una pausa.
“L’insegnamento.”
Tobias si ferma un secondo.
Non si gira.
Ma si ferma.
“Non aiutare le persone,” dici, più piano. “Non fare il terapeuta.”
Lo guardi.
“Trasmettere.”
Silenzio.
“Una passione. Un modo di vedere.”
Scendi dal bancone.
Ti avvicini un po’, ma resti a distanza.
“Poi è stato… strano.”
Cerchi la parola.
“Un caso.”
Lui sorride appena.
“Non credo molto al caso.”
“... io si.”
“E poi?”
Ti appoggi al piano.
“Un professore. Un’occasione. Ho iniziato a fare l’assistente.”
Le mani si muovono mentre parli.
“Poi un’intuizione. La psicologia della moda. Sembrava una stronzata.”
Un piccolo gesto verso di lui.
“Non esisteva davvero, non così.”
Il risotto prende forma.
“Le prime lezioni. Poi le cattedre libere. Il dottorato, il mio prof dell'epoca che spingeva… ”
Scuoti la testa.
“Una cosa dopo l’altra.”
Un mezzo sorriso.
“Non ho mai davvero deciso.”
Lo guardi.
“Seguivo.”
Silenzio.
“E più seguivo… più le cose succedevano.”
Tobias spegne il fuoco.
Lascia riposare.
Si gira finalmente.
Ti guarda davvero.
E tu senti che devi dire l’ultima cosa.
Quella che lega tutto.
“Un po’ come con te.”
Silenzio.
Lui non si muove. Non parla. Aspetta.
“La mostra.”
Sorridi appena.
“Non ci volevo neanche andare.”
Una pausa.
“E invece la mia amica mi ha praticamente obbligato, e ci sono andato.”
Lo guardi.
“Quella foto.”
Un respiro.
“Quella con il cane.”
Un altro.
“Tu, lì davanti. E io… che mi avvicino.”
Accenni una risata leggera.
“In un modo che non è da me. Assolutamente non è da me.”
Tobias inclina appena la testa.
Sa.
“E da lì…”
non finisci subito.
Perché non serve spiegare.
“…è cambiato tutto.”
Silenzio. Pieno.
Lui si avvicina di un passo.
Non parla. Ti guarda. E in quello sguardo c’è qualcosa che tiene insieme tutto quello che hai detto.
Non il passato. Non la fatica. Ma il filo. Quello che ti ha portato lì. Con lui.
“Quindi non sono stato un caso,” dice piano.
Tu sorridi.
“Se lo sei stato…”
una pausa,
“…sei stato quello giusto.”
Tobias abbassa lo sguardo un secondo. Poi torna su di te.
E senza dire altro, si avvicina ancora. Ti bacia.
Come se quella risposta… gli bastasse.
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