Gay & Bisex
Il gigante di legno e miele
18.03.2026 |
3.050 |
12
"Ti ha lasciato le mutande a metà coscia, come a dirti: Non serve spogliarti di tutto..."
Era una giornata che sembrava di passaggio.il cielo sopra il lago era uno di quegli senza intenzioni precise - né pioggia né sole, solo una luce lattiginosa che appanna le emozioni e le linee dei palazzi.
Tu eri li per caso, o forse no. Avevi accompagnato un'amica all'apertura di una piccola mostra di fotografia analogica. Una cosa semplice, quasi noiosa, in un cortile interno nascosto dietro una pasticceria art déco. Stavi per andartene quando lui entrò. All'inizio fu solo una massa di volume e silenzio.
Alto più o meno come te, larghissimo di spalle, con un aria da guardiano nordico messo in una situazione troppo piccola per lui. Portava una camicia a quadri blu, leggermente aperta sul petto villoso, e dei jeans che, su di lui, sembravano un'opinione, non un vestito. Ma il volto… no, quello spiazzava.
Non era il classico bello da palestra. Aveva qualcosa di ruvido ma vulnerabile: occhi timidi, mento morbido, un’aria assorta da chi si perde dentro i propri pensieri troppo a lungo.
Stava lì, davanti a una foto sfuocata di un uomo seduto sulla spiaggia con un cane, e sembrava commosso.
Ti avvicinasti. Con la calma di chi non vuole disturbare l’incantesimo.
“Col cane ci parli ancora?” gli chiedesti, sorridendo appena.
Lui si voltò lentamente. Sembrava quasi sorpreso che qualcuno gli avesse rivolto la parola.
“Mmh?”
“Ah… no. Ma… mi ha fatto pensare al mio. Si chiamava Lupo. Era un bastardino, ma… intelligente. Non so perché ti sto dicendo questo.”
Ti piacque subito quella nota stonata: un corpo da wrestler, e la voce da uomo che ha imparato a farsi piccolo per non fare paura.
Vi sedeste su una panca sotto il glicine, al riparo da tutto. Lui si chiamava Tobias - nome che non sembrava suo, troppo scandinavo per l'accento lombardo pieno.
Lavorava come progettista CAD, ma nel tempo libero restaurava mobili antichi. Ti raccontò del suo laboratorio, del legno che profuma se lo scaldi col palmo, dei vecchi bulloni che sembrano ossa.
Più parlava, più il corpo spariva — o meglio, diventava linguaggio. Ogni gesto, ogni inflessione era in disaccordo con il pregiudizio che il suo aspetto suggeriva.
Tu lo studiavi, certo. E non potevi non desiderarlo.
La mente ti portava alle sua mani, forti ma attente. Ai peli sul petto che intravedevi quando rideva chinandosi. Alla linea netta delle gambe che spingeva contro il tessuto.
Ma poi c'era qualcosa d'altro.
Il modo in cui si prendeva il tempo.
Il rispetto che aveva per lo spazio tra le parole.
Ti disse che non era bravo nelle relazioni. Che spesso gli uomini lo cercavano per una notte, poi sparivano. Che le donne lo chiamavano “orso”, ma poi lo trattavano da “tappabuchi”.
Che ogni volta che si mostrava per com’era, qualcuno si ritraeva. Non per paura, ma perché non sapevano dove collocarlo.
Tu non dicesti nulla, solo annuisti.
Ma dentro qualcosa si smosse. Come se qualcuno avesse trovato la serratura giusta da toccare, senza forzarla.
Alla fine ti disse:
“So che sembro… molto. Ma in realtà, mi piacerebbe solo bere un tè caldo con qualcuno che non vuole essere intrattenuto.”
Rispondesti solo:
“Allora forse dovresti venire a casa mia.”
Lui non disse nulla, solo fece un mezzo sorriso — uno di quelli che non usano i muscoli della bocca, ma quelli degli occhi.
Usciste insieme, senza fretta, come se foste due vecchi amici che tornano da una messa silenziosa. La città era ancora sospesa nella sua luce opaca, il lago quasi immobile. Nessuna tensione, ma nemmeno leggerezza. Solo presenza.
Guidasti tu. La tua macchina aveva ancora le cartacce dei gelati del weekend, e una maglia di ricambio lanciata sul sedile posteriore. Ti scusasti. Lui disse solo:
“Mi piacciono le macchine vissute. Parlano.”
Arrivaste da te senza far rumore.
Lui entrò in casa come se già sapesse dove mettere i piedi. Si tolse le scarpe - grossissime - e le allineò con attenzione maniacale. Rimase in piedi vicino alla libreria, osservando i tuoi oggetti: le bottiglie vintage, i volumi d’arte, la pila di riviste impolverate che nessuno legge più ma che tu tieni lì come fossero totem.
Non commentò nulla. Ma guardava con la lentezza di chi memorizza, non giudica.
“Che tè vuoi?” chiedesti.
“Verde. Ma solo se è in foglia.”
Sorprendente. Tirasti fuori quello buono, dal vasetto con l’etichetta scritta a mano.
Mentre l’acqua scaldava, vi sedeste. Lui si tolse la camicia a quadri - sotto, una canottiera bianca da operaio del ’54. I peli che salivano dal petto finivano sul collo. I bicipiti sembravano farsi più grandi ogni volta che si muoveva, eppure… nulla in lui diceva "mi sto esibendo."
Parlaste poco. O meglio, parlaste solo quando c’era qualcosa da dire.
Fu una sera di sospensioni, di oggetti toccati distrattamente, di sguardi che non chiedevano nulla ma si lasciavano posare.
Lui ti disse che il tè era ottimo, che il tappeto sotto il tavolo sembrava persiano ma non lo era, e che amava il silenzio perché "tanto fuori c’è già abbastanza rumore."
Poi, dopo una pausa, aggiunse:
“Posso dirtelo? Io non capisco perché uno come te dovrebbe invitare uno come me a casa sua.”
Tu lo guardasti. Poi, lentamente, come si fa con i bambini o gli animali spaventati, rispondesti:
“Forse perché non sei uno come te.
E io non sono uno come me.”
Ci fu una lunga pausa.
Poi lui si alzò. Si avvicinò a te. Ti sfiorò una mano, e tu sentisti tutto il suo peso senza che ti toccasse.
Un momento così leggero da sembrare irreale, ma anche così carnale da toccare nervi che non ricordavi di avere.
Lo baciasti tu. O forse fu lui.
Non importa.
Il suo corpo era una promessa mantenuta.
Tutto quello che avevi immaginato - forza, odore, pelle, calore - ma senza nessuna traccia di dominio. Nessuna smania da performare.Solo una presenza che si fa spazio senza chiedere il permesso, ma con rispetto.
Quella notte non dormiste. Non per il sesso - che ci fu, lento, muscolare, pieno - ma perché nessuno voleva perdere nemmeno un secondo di quell’inspiegabile tregua.
Il giorno dopo.
Ti svegli prima tu.
Hai il sonno leggero quando dormi con qualcuno, e soprattutto non dormi mai veramente se senti un corpo vicino. Il suo, adesso, è girato di schiena, metà fuori dalle lenzuola. La schiena ampia, le spalle segnate, il respiro pesante ma regolare. Sembra una montagna che riposa.
Ha ancora addosso il tuo odore e un filo di stanchezza negli occhi chiusi.
Ti alzi senza far rumore.
Nel bagno noti il segno dei suoi boxer ancora sulla tua pelle. Ti lavi la faccia e ti guardi allo specchio.
Ti senti cambiato. Ma non sconvolto. Solo più vero.
Prepari il caffè.
Quando torna in soggiorno, Tobias indossa una delle tue t-shirt, un po’ troppo stretta sulle braccia. Ti guarda, assonnato.
“Hai già messo su qualcosa?”
“Solo il caffè. Non riesco a star fermo quando ho la testa piena.”
Si siede. Ti fissa per un attimo lungo, poi accenna un sorriso stanco.
“Tu sei strano, lo sai? Ma non in modo fastidioso.”
“Lo so. Me lo dicono tutti.”
“No, ma… strano in modo interessante. Tipo che ti verrebbe voglia di rivederti per capire meglio.”
Ti scuoti dentro. È una frase semplice, ma non sei più abituato a sentirti dire cose che non nascondono doppi fondi.
Mangiate qualcosa insieme. Qualche fetta di pane, miele, frutta. Nessun imbarazzo.
Lui ti racconta che lavora in ambito tecnico per un’azienda di materiali sostenibili, ma studia ancora da autodidatta — “leggo di tutto, dai saggi ai manga”.
Ama il silenzio, gli animali e le passeggiate lunghissime.
Si allena in modo maniacale ma odia la palestra.
Ti parla con calma. Non forza nulla. Non ti fa domande invadenti.
Non ti chiede nulla della notte. Ma ne riconosce la forza.
“Hai sempre questo effetto sulle persone?” ti dice, bevendo il secondo caffè.
“Quale?”
“Quello di fargli venire voglia di stare fermi.”
“Io? Fermi?” ridi. “Io sono sempre in fuga.”
“Appunto.”
Passano i giorni.
Lui non invade. Ma scrive.
Messaggi che non suonano come trappole ma come bussate leggere alla porta.
Un pomeriggio ti manda una foto del cielo: “Mi ha ricordato il colore della tua t-shirt.”
Una sera ti chiede se può cucinare da te. “Faccio bene le cose semplici. Tipo la pasta.”
E poi, qualche giorno dopo, semplicemente:
“Ti va se ci rivediamo? Nessuna pressione. Solo… ho voglia di rivederti.”
E lì toccherebbe a te decidere.
Perché la tregua potrebbe diventare un’abitudine.
O restare una notte perfetta con un’eco leggera nei giorni a venire.
La seconda volta che vi vedete non è da te, né da lui.
È in mezzo. Un parco. Quello che non frequenti mai. Ti ha detto “ci passo sempre dopo l’ufficio, camminare mi rimette insieme.”
Hai accettato.
Lo vedi da lontano. È seduto su una panchina, schiena dritta, auricolari nelle orecchie. Una bottiglietta d’acqua accanto.
Quando ti avvicini, sorride senza dire niente. Si toglie un auricolare e te lo porge.
“Ascolta.”
Metti l’auricolare: è un pezzo strumentale, malinconico e luminoso.
Uno di quelli che ti farebbe piangere se fossi più debole, ma tu non ti concedi nemmeno quello, oggi.
Camminate. Senza fretta. Ti racconta del suo ultimo progetto: una micro-serra domestica stampata in 3D. Non capisci tutto, ma ti affascina il modo in cui si appassiona.
È nerd, sì. Ma un nerd con le mani forti e il cuore che sa restare calmo anche nei silenzi.
“E tu, che fai oltre a pensare?” ti chiede, dopo un po’.
“Sopravvivo. Trasformo. Osservo. Scrivo.”
“Scrivi?”
“Ogni tanto. Per me. Ma mi capita anche di inventare storie. O voci. O futuri.”
Lui annuisce. Poi si ferma. Ti guarda. Ti vede.
“Tu sei uno che ha vissuto più vite di quante ne ha raccontate. Si sente.”
Ti viene da sorridere. Lui ascolta davvero. Non è solo attrazione. È una forma di interesse raro, che non vuole possederti, ma trovare spazio accanto a te.
E per uno come te, che ha sempre vissuto o da solo o come appendice di altri, è quasi straniante.
Ti accompagna verso casa, ma non sale. Ti dà solo un bacio sulla guancia.
“Ti va che ci risentiamo?”
Tu dici di sì, e te ne sorprendi tu per primo.
Nei giorni successivi, Tobias torna con delicatezza.
Un messaggio, una foto di un panino fatto male, una nota vocale con una riflessione su un documentario.
Tu non gli racconti molto, ma gli mandi spunti. Citazioni. Un libro da leggere.
Siete strani. Ma la connessione cresce.
Una sera lo inviti da te.
Lui arriva con del curry e una bottiglia di vino naturale. E con le cosce che gli esplodono nei pantaloni di cotone color kaki. Mentre mangiate, ti racconta dei suoi 17 anni e della prima volta che ha capito di desiderare un uomo. “Era un compagno di scuola. Non è mai successo niente, ma non ho mai dimenticato il modo in cui lo guardavo.”
Poi ti guarda. E per la prima volta ti chiede:
“E tu, chi è stato il primo uomo che ti ha fatto sentire nudo anche con i vestiti addosso?”
Non sai se dirgli Alberto, o Matteo, o tutti e nessuno.
Gli rispondi con un sorriso spezzato: “Uno che oggi, forse, non mi farebbe più effetto.”
E lui ti bacia.
Lento.
Non per possederti.
Ma per dirti: sono qui adesso. Se vuoi.
Sei seduto accanto a Tobias sul divano.
La sera è tiepida, la finestra è socchiusa e arriva un profumo di gelsomino e asfalto umido.
Il curry è ormai freddo, i bicchieri svuotati a metà, una playlist soft in sottofondo che entrambi fate finta di non ascoltare.
Tobias si è tolto le scarpe.
Ha i piedi larghi, le dita forti, ma ordinate.
Sta lì con quella sua calma disarmante, appoggiato un po’ contro di te, senza pretese.
Parla di un dettaglio architettonico visto in una vecchia casa, e tu…
…tu non lo ascolti.
Lo interrompi.
“Io sono uno che scappa.”
Lo dici secco, come un nodo che si strappa invece di sciogliersi.
Lui si gira lentamente, ti guarda, non parla.
“Scappo anche quando rimango. Faccio il misterioso, quello che si racconta con le citazioni, con la profondità, con la battuta giusta al momento giusto… ma spesso è un modo per dire tutto senza dire niente.”
Silenzio.
Tobias ti ascolta. E basta. Senza riempire il vuoto. Non scappa.
“Ho avuto relazioni, ho avuto ossessioni. Ho amato ragazzi che mi hanno ignorato, che mi hanno usato. E io ci sono rimasto dentro, sempre. Perché… credevo che se qualcuno mi avesse davvero guardato - dico guardato per davvero - allora sarei esistito.”
Tobias si avvicina di pochi centimetri.
Non per pietà.
Perché ha capito che ora non devi essere solo.
“Lo faccio ancora, sai? Anche adesso mentre ti parlo, penso: ‘devo colpirlo, devo dirgli qualcosa di vero, altrimenti se ne va.’ Ma forse, questa volta… posso provare a lasciarti entrare. Anche se non so bene cosa ci sia da vedere.”
Passano secondi interi.
Poi lui ti prende la mano.
“Non mi interessano le frasi giuste. Mi interessi tu, anche se sei a pezzi, anche se sei complicato. Non sei tenuto a colpirmi. Mi hai già preso.”
Tu abbassi lo sguardo. Ti esce un mezzo sorriso.
Non sei abituato a ricevere senza dare spettacolo.
Poi sussurri:
“Sei sicuro di voler stare con uno che sa fare solo il giro largo per arrivare al cuore?”
E lui, con una fermezza morbida che solo certi uomini riescono ad avere, ti risponde:
“Se il tuo giro porta lì, allora ci sto. Anche se ci vorrà tempo. Anche se dovrò perdermi un po’.”
Poi, appoggia la fronte alla tua.
E in quel gesto semplice, c'è tutta la differenza tra chi ti vuole… e chi vuole esserci.
La seconda notte insieme è stata silenziosa, senza sesso.
Lui è rimasto. Tu pure.
Ti sei svegliato prima, verso le sei e mezza, con quella strana sensazione che si ha quando si rompe un'abitudine - e il corpo non sa se rilassarsi o allarmarsi.
Tobias dormiva ancora, con la bocca leggermente aperta e il petto che si alzava piano.
Hai fatto colazione in silenzio, con una tazza di caffè bollente e la radio accesa sul notiziario, come per controbilanciare la delicatezza della sera prima.
Hai sentito il bisogno di riappropriarti del tuo spazio — ma senza cacciarlo.
Quando si è svegliato, Tobias ha fatto una battuta sui tuoi boxer di cotone rigato, hai sorriso.
Avete fatto colazione insieme.
Poi è uscito.
E lì, nel momento in cui si è chiusa la porta, ti è arrivata addosso tutta la vertigine.
Il giorno dopo è stato normale.
Lavoro, faccende, una corsa in posta, lo scontrino dimenticato in tasca. Ma in mezzo a tutto, c’era un filo teso: il pensiero di lui. Non l’ossessione.
Qualcosa di più nuovo. Più maturo.
Tipo: “chissà se ha mangiato,”
oppure: “questa battuta gli piacerebbe.”
Niente scenari hollywoodiani.
Solo piccoli pensieri gentili.
Quelli che fanno spazio.
Tobias torna, dopo due giorni.
Non ti ha scritto ossessivamente.
Niente “mi manchi” sussurrati alla terza ora.
Un messaggio la sera: “Ho avuto una giornata intensa. Tu tutto ok?”
Ti piace. Ti spiazza.
Ti accorgi che non sai più come si fa quando qualcuno non ti rincorre né ti fugge.
Quella sera gli cucini qualcosa. Niente di complicato: carciofi alla griglia e riso venere riscaldato.
Lui apprezza, ti parla di un documentario visto la sera prima.
Tu gli racconti un ricordo di Cuba, e stavolta non lo fai per impressionare: lo fai per condividere.
Ti ascolta davvero. Resta in silenzio nei punti giusti. Sorride. Fa domande.
Poi ti guarda negli occhi, e con una naturalezza quasi spaventosa dice:
“Mi piace stare con te così. Anche se non succede niente.”
E lì ti blocchi.
Perché ti rendi conto che non stai recitando.
E che nessuno ti sta chiedendo di esibirti.
I giorni dopo, la quotidianità non ha fretta. A volte vi vedete. A volte no. Non dorme sempre da te, non ti chiede di farlo. Ma quando c’è, c’è davvero.
A volte parlate per ore. A volte state zitti, e anche quello va bene.
Una sera lui esce dalla doccia con solo un asciugamano sui fianchi. Il suo corpo è quello che hai sempre desiderato, ma qualcosa è cambiato: ora non è più il trofeo, è il tempio. E quando vi toccate, lo fate come due adulti che hanno scelto la lentezza.
Nel frattempo, continui la tua vita.
Hai ancora i tuoi pensieri intricati, ma ora c’è uno spazio dentro di te che sembra… più morbido.
Era domenica pomeriggio, pioveva piano e avevate pranzato tardi.
Tobias aveva lavato i piatti. Tu stavi sistemando il soggiorno.
Non c’era musica, solo i rumori dei piatti, dei vetri, della pioggia.
A un certo punto, mentre cercavi un vecchio libro, hai aperto quella porta - quella porta.
La tua mano lo ha fatto prima che tu potessi decidere se fosse il caso.
Lui era dietro. Ha gettato un’occhiata dentro e ha detto: “Cos’è questo posto?”
Non con invadenza. Con genuina curiosità. Hai esitato. Poi hai detto, scrollando le spalle:
“Un pezzo di me che non mostro quasi mai.”
Dentro c’era tutto.
I pantaloni Balenciaga oversize che portavi ai rave di qualche vita fa. Le scarpe archiviate con cura maniacale. I cappelli. Le riviste. I biglietti aerei ormai scoloriti. Un vecchio hard disk con una cartella criptata dal nome ironico. Un barattolo con dentro l'aria di Ibiza. Una foto stropicciata di te, 22 anni, magrissimo, biondo platino e oakley argento, mentre fumavi appoggiato al muretto del Malecòn, a L’Havana.
Lui ha annusato l’aria. Ha toccato delicatamente un trench prêt-à-porter con ancora l’etichetta. Poi ha detto solo: “È come un museo privato, ma vivo. Non hai buttato via nulla.”
Hai sorriso, stavolta amaro:
“Perché pensavo che un giorno sarei tornato a essere quel me lì.”
Lui ti ha guardato con uno sguardo lento e pieno, senza dire niente per un po’. Poi: “O magari lo sei ancora, solo con meno rumore.”
Hai sentito un crampo alla gola. Ti sei seduto su uno sgabello. Lui si è seduto per terra, davanti a te.
E hai parlato. Hai raccontato - finalmente tutto - senza montare la storia, senza fare il brillante. Hai parlato di Alberto, di Cuba, di Matteo. Del tuo corpo, del desiderio che ti ha sempre divorato. Delle maschere. Dei momenti in cui volevi solo sparire.
Lui ascoltava. Con rispetto. Con tenerezza.
Ogni tanto faceva una domanda semplice.
Non ti ha mai interrotto.
Alla fine ha preso una camicia che pendeva su una gruccia di metallo, la ha fatta scivolare tra le dita e ha chiesto: “Posso provarla?”
Hai annuito.
Gli stava larga. Ma era bella. Sembrava disegnata per quel momento.
Quando ti ha guardato allo specchio e ha detto “Ora un po’ è mia”, hai capito che qualcosa era cambiato. Non stavi regalando pezzi di te. Stavi condividendo frammenti di passato senza più il bisogno che venissero capiti o santificati.
Era passata una settimana da quella domenica nell’archivio.
Da allora, Tobias era rimasto spesso da te. Non vi eravate detti niente, ma i suoi stivali erano vicino alla porta e il suo spazzolino era apparso, silenzioso, nel bicchiere accanto al tuo.
Non eri abituato a quel corpo che ti cercava senza chiedere il permesso, che si lasciava toccare, esplorare, che sembrava volerti ogni volta di più. Il sesso con lui era fisico, sporco, quasi animale. A volte ti capitava si sentirti in imbarazzo di fronte alla sua irruenza, nonostante l'avessi sempre bramata. E ora che ce l'avevi, ti chiedevi: "ok, quando finirà la magia, quando si stancherà di me?"
A volte Tobias sembrava accorgersene, e nella foga ti guardava, come a chiederti conferma se stava facendo bene, se stavi provando davvero piacere così come lo stava provando lui.
Una notte di sesso particolarmente forte, lui si è addormentato subito, ancora nudo, con tutto il suo peso addosso al tuo corpo, col suo odore che ti ha accompagnato mentre non dormivi, tormentandoti, immaginandoti scenari di abbandono che si amplificavano sempre di più fino a sfinirti e a farti finalmente crollare con le prime luci dell'alba che filtravano dalle persiane.
Il mattino, mentre ti svegliavi confuso e ancora arrotolato nel tuo labirinto, non hai sentito il suo calore vicino a te. Ti sei alzato di scatto pensando: "ecco."
Hai trovato, invece, un post-it sul frigorifero: "Vado a correre. Torno per colazione. Fammi spazio. T.”
Tobias è tornato dalla corsa con due brioche in un sacchetto unto e la maglietta attaccata al petto.
Tu eri in cucina, vestito ma un po’ disfatto. Avevi apparecchiato per due senza sapere se lo avresti trovato lì davvero.
Quando ha posato il sacchetto sul tavolo, ha aspettato che fossi tu a dire qualcosa. Ma tu sei rimasto in silenzio.
Lo hai guardato, gli occhi umidi ma trattenuti.
E allora lui ti ha chiesto, piano: “Cos’è che ti spaventa davvero, Alex?”
E tu non sei scappato.
Hai appoggiato le mani sul tavolo.
Hai sospirato come uno che ha già tenuto dentro troppo: “Ho paura che tu non resti.”
Tobias non ha risposto. Ti ha guardato serio, con gli occhi grandi, verdi, pieni di silenzio.
“Ho paura che un giorno, senza dire niente, ti allontani. Che io ti ami con tutta l’anima e che tu non me lo dica nemmeno, che mi tradisci di nascosto, come ha fatto chi c’era prima di te. Che penserai: tanto lui è forte, tanto lui capisce.”
Hai preso fiato: “E invece no. Io non sono forte. Non più. Se mi prendi, devi tenermi. Se mi scegli, devi restare.”
Tobias si è avvicinato. Ti ha preso il volto tra le mani - e non era un gesto da film, era un gesto da uomo che non si spaventa se qualcuno gli mostra la ferita. “Io non posso prometterti che non ti farò mai male. Posso solo prometterti che, se succede, non sarà di nascosto. E che se resterai, io vorrò sempre tornare.”
E tu, lì, con quel nodo che si scioglieva a metà, hai capito che quella era la risposta giusta. Non la promessa impossibile. Ma la scelta continua.
Era sera. Il lago era una lingua scura di velluto e l’aria aveva quella consistenza appiccicosa dei giorni che non mollano.
Tu ti eri appena tolto la maglietta. Avevi sudato tutto il giorno, tra scatoloni e pensieri. Non ti eri neanche fatto la doccia. Ma non ti importava. Tobias ti aveva osservato in silenzio per ore. Ti conosceva già: quando diventavi troppo pulito, ti stavi proteggendo. E stasera no. Stasera non volevi proteggerti. Lui ti si è avvicinato senza dirti nulla. Ti ha annusato il collo, con la lingua prima e con il respiro poi. Non c’era profumo, non c’era copertura.
Solo tu, salato, stanco, vero.
“Sei mio?”
“Sono tuo perché voglio esserlo.”
E allora lui ti ha preso. Non come si prende un oggetto, ma come si accoglie un animale selvatico che ha deciso da solo di farsi addomesticare. Ti ha spinto contro il muro, ti ha abbassato i pantaloni senza fretta. Ti ha lasciato le mutande a metà coscia, come a dirti: Non serve spogliarti di tutto. Sei già nudo. Il sesso è stato ruvido. Respiri spezzati, mani che non cercavano la delicatezza ma la presa. Il tuo odore gli piaceva. Gli dava potere. E tu lo sapevi. E te lo lasciavi fare.
Ti lasciavi dire senza parole. Il momento in cui ti sei girato e gli hai aperto le gambe senza che te lo chiedesse è stato quello in cui hai ceduto davvero. “Fai quello che vuoi. Ma ricordati: sono io che te lo permetto.” Gli hai detto così. E lui ha annuito. Con dentro una devozione feroce. Non la devozione a un corpo — ma a quello che il corpo stava dicendo.
Quando sei venuto, non hai chiuso gli occhi. Lo guardavi. Volevi che vedesse. Che sapesse. Che capisse. E lui ha visto tutto.
orco dolce restauro mobili mostra fotografia casa tè camicia a quadri passeggiata parco cucina casalinga
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Il gigante di legno e miele:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
