Gay & Bisex
Il gigante di legno e miele. 4
10.04.2026 |
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"“E lì…” continua, guardando le sue mani, poi di nuovo te, “non riesco più a separare le cose..."
La quotidianità non arriva come una discesa, ma come una trama. Piccole cose che si intrecciano, si ripetono, si spostano di qualche millimetro ogni giorno. Tobias ormai è dentro casa tua con una naturalezza che non ha chiesto permesso… ma nemmeno l’ha violato. C’è. E basta.
Le sue scarpe vicino alla porta perfettamente allineate. I suoi slip compaiono in punti improbabili, come se avessero una vita autonoma. L’asse del wc resta alzata più spesso di quanto tu riesca a tollerare, e il vetro della doccia… sempre puntinato, mai asciugato.
All’inizio ti irrigidisci.
Quel micro-fastidio, quella contrazione interna che conosci bene. Il bisogno di sistemare, riportare ordine, rimettere le cose al loro posto.
Poi ti fermi. Perché sotto quell’irritazione… c’è qualcos’altro. Qualcosa che ti scalda.
“Cazzo,” pensi, guardando una sua maglietta buttata sulla sedia, “è un uomo vero.”
Non nel senso banale. Nel senso che lascia tracce. Non leviga tutto per farti stare comodo, e quelle piccole fratture nel tuo sistema perfetto… non lo stanno distruggendo. Lo stanno rendendo vivo.
Una mattina trovi una goccia d’acqua ancora sul lavandino, la sua. Non asciugata. Non prevista. La guardi un secondo di troppo.
E invece di cancellarla subito… la lasci lì, come una firma.
Tobias, dal canto suo, si muove in casa tua con una cura strana. Non è ordinato. Ma è rispettoso. Non aggiusta le cose a modo tuo, ma non le ignora nemmeno. Le osserva, le attraversa, le usa.
Una volta lo trovi davanti alla libreria, con uno dei tuoi libri aperto a metà.
“Non capisco tutto,” dice, “ma mi piace come suona.” Non sta cercando di impressionarti, ma piano piano, sta entrando, a modo suo.
È un sabato pomeriggio quando uscite insieme. Centro, gente, vetrine. Quel rumore continuo che non vi appartiene davvero ma che ogni tanto attraversate.
Camminate affiancati. Non vi tenete per mano, ma ogni tanto vi sfiorate. Spalle, braccia. Piccoli contatti che non hanno bisogno di essere dichiarati.
Tobias guarda le cose in modo diverso da te. Tu osservi dettagli, linee, significati. Lui osserva… presenza. Si ferma davanti a una ferramenta come se fosse una galleria. Tu sorridi.
“Sei assurdo,” dici.
“Guarda questi,” risponde, indicando dei bulloni.
“Li guardo.”
“No, intendo davvero.”
Ti avvicini.
Non capisci subito.
Poi noti il modo in cui li tocca. Come se fossero oggetti con una storia. Lui non consuma le cose, le riconosce.
Camminate ancora un po’.
Poi, senza costruirla troppo, ti esce.
“Mi piacerebbe vedere casa tua.”
Lui si gira. Non sorpreso. Attento.
“Casa mia?”
Annuisci.
“Sì. Vedere dove vive… la bestia.”
Un mezzo sorriso gli attraversa il volto. Non si offende. Non si gonfia. Recepisce.
“La bestia, eh?”
“Mh.”
Abbassa lo sguardo un secondo, come fa quando pensa davvero.
“Non è come la tua,” dice.
“Non mi interessa.”
“È più… grezza.”
Sorridi appena.
“Coerente.”
Questa volta ride, ma non è una risata leggera.
È qualcosa di più profondo, come se quella parola avesse toccato un punto giusto.
“Va bene,” dice poi. “Però niente aspettative.”
“Non ne ho.”
Ti guarda. Sa che non è del tutto vero, ma accetta comunque.
“Domani?” propone.
“Domani.”
Riprendete a camminare.
La tua non è curiosità superficiale, è un desiderio più intimo: vedere dove lui esiste quando tu non ci sei, capire che forma prende… quando non deve adattarsi a te.
E, senza dirlo, una domanda sottile ti attraversa: riuscirò a starci dentro anch’io… senza dovermi ridurre?
Ci andate nel pomeriggio del giorno dopo.
La città si sfila piano, senza drammi. I palazzi si abbassano, le vetrine diventano più rade, il traffico si diluisce in una specie di respiro più largo. Tobias alla guida, una mano sul volante, l’altra sulla tua gamba. Tu stai zitto, ma non è un silenzio carico. Stai osservando.
Non tanto fuori… quanto lui dentro quel contesto.
È diverso.
Non nel corpo, quello è sempre lo stesso, pieno, presente. Ma il modo in cui occupa lo spazio cambia. Qui non si adatta. Qui… torna.
“È un po’ fuori mano,” dice a un certo punto.
“Ok…”
Non aggiungi altro.
Arrivate in una zona che non ha nulla di scenografico. Case basse, qualche capannone ristrutturato, cortili con cancelli che sembrano messi più per abitudine che per sicurezza.
Parcheggia davanti a un edificio che non sapresti definire subito. Non è brutto. Non è bello.
È… funzionale.
Un ex laboratorio, forse. Cemento, ferro, qualche intervento recente che prova a renderlo più abitabile senza nasconderne l’origine.
“È qui,” dice.
Scendi.
L’aria è diversa. Più ferma. Più concreta.
Quando apre la porta, capisci subito. Non c’è filtro. L’interno è uno spazio ampio, quasi unico, diviso più da oggetti che da muri. Luce naturale che entra da finestre alte, un odore leggero di legno, metallo, e qualcosa di caldo, vissuto. Non è disordinato, ma non è controllato. È… usato.
Non è solo un loft. È una dichiarazione a tutti gli effetti.
Entri e lo senti subito: spazio alto, aria che gira, luce che cade dall’alto come in certi capannoni riconvertiti dove nulla è stato davvero nascosto. Travi a vista, ferro scuro, cemento che non si vergogna di essere cemento.
Eppure… non è freddo. Perché dentro c’è lui.
Tobias si muove verso la cucina, apre un mobile, prende qualcosa senza guardare troppo. È a suo agio, ma non ostenta. Fa le cose come se fossero naturali, non performative.
“Ti faccio qualcosa da bere,” dice.
Tu annuisci, ma sei già altrove.
Non con la testa. Con i sensi.
C’è un banco da lavoro in un angolo, attrezzi disposti senza simmetria ma con logica. Pezzi di mobili smontati, una sedia senza seduta, un’anta appoggiata al muro. Tutto in una specie di equilibrio instabile che però funziona.
“Ok,” dici piano, guardandoti intorno. “Quindi è qui che vive la bestia.”
“Ti avevo detto niente aspettative.”
Ti muovi nello spazio.
Ogni cosa sembra avere una storia, ma nessuna sembra lì per essere mostrata. Non c’è estetica esibita. Non c’è composizione.
Eppure… c’è coerenza.
Ti fermi davanti a un tavolo. Legno massiccio, segnato. Non rovinato.
Passi la mano sopra.
“Questo l’hai fatto tu.”
Non è una domanda.
“Mh.”
“Si vede.”
Lui accenna un sorriso. Quello piccolo, che non usa la bocca.
Ti togli la giacca, la appoggi su una sedia. Nessuna paura che si rovini. Qui le cose non si rovinano.
Cambiano.
Apri una porta laterale.
Bagno.
Anche lì, nessuna estetica costruita. Piastrelle semplici, un grande specchio, asciugamani appesi male. Una goccia d’acqua sul lavandino.
Sorridi.
“Almeno sei coerente anche qui.”
“Non miglioro fuori casa,” risponde lui.
Torni nello spazio principale.
Lui si è tolto la felpa, l’ha buttata su una cassa di legno. Sta lì, in piedi, nel suo ambiente. Lo vedi. Non come a casa tua.
Qui il suo corpo non è contrasto. È continuità.
Le spalle larghe, le braccia piene, le gambe solide… non interrompono lo spazio, ma lo completano, come se tutto fosse costruito per reggere quella presenza.
Capisci qualcosa che prima avevi solo intuito: non è lui che entra nei tuoi spazi. È che lui… è uno spazio.
E quando entra nel tuo, lo cambia.
Ma qui, nel suo, non deve adattarsi a niente.
Sali sul soppalco.
I gradini in metallo fanno un suono secco sotto i piedi, un clang leggero che ti resta addosso. Passi la mano sulla ringhiera, fredda, ruvida. Non rifinita per piacere. Rifinita per durare.
Arrivi sopra. Il letto è lì, semplice. Lenzuola scure, un plaid buttato senza cura ma con intenzione. Ti avvicini. Lo tocchi. Poi lo annusi.
Sa di lui. Non di profumo. Di presenza.
Quel mix di pulito e corpo, di notte e pelle, di qualcosa che non è filtrato.
Chiudi un secondo gli occhi. Non per immaginare. Per riconoscere.
Scendi.
Passi davanti alle grandi vetrate. Sono alte, industriali, leggermente opache. Non perfettamente pulite. La luce entra comunque, ma non è tagliente. È filtrata, come se anche la luce, qui, dovesse adattarsi a qualcosa di più materico.
Tocchi il vetro. Freddo.
Poi il legno del tavolo. Caldo. Segnato. Vivo.
Ogni materiale racconta la stessa cosa: niente è lì per sembrare. Tutto è lì per essere.
Ti muovi ancora e ti rendi conto che, senza accorgertene, stai cercando Tobias in ogni angolo. E lo trovi.
Nel modo in cui una sedia è stata aggiustata invece che sostituita.
Nel coltello lasciato fuori, non per disordine, ma perché verrà usato di nuovo.
Nel tessuto leggermente consumato di un cuscino che non è decorativo… è vissuto.
Ti siedi. C’è una vecchia poltrona in pelle, mezza sfondata, morbida nel modo giusto. Ti accoglie senza sostenerti troppo. Ti lascia affondare quel tanto che basta. Davanti, il camino, spento, ma presente. E oltre, Tobias.
Sta shakerando un cocktail. Ti viene da sorridere perché è l’ennesimo paradosso.
Quel corpo. Quelle spalle larghe, le braccia piene che si muovono con una precisione quasi tecnica. Il polso che ruota, il gesto fluido, controllato, eppure dentro quel gesto c’è sempre quella forza. Contenuta. Mai esibita.
“Anche barista?” gli chiedi, con un mezzo sorriso che non riesci a trattenere.
Lui alza lo sguardo, ride.
Una risata piena, ma breve.
“Ogni tanto.”
“Ogni tanto fai anche questo?”
“Mi rilassa.”
Lo guardi.
E pensi che è assurdo. Tutto in lui sembra avere una doppia natura. Potente e delicato. Ruvido e preciso. Mentre lo guardi muoversi… senti qualcosa salire.
Non è solo desiderio.
È attrazione che ha trovato un corpo reale dove stare.
Ti alzi senza pensarci troppo.
Vai verso di lui.
Non interrompe il gesto, ma rallenta appena quando ti avvicini. Lo sente.
Arrivi dietro.
Ti incolli. Le tue mani sul suo petto, pieno. Caldo. Vivo sotto le dita. Non lo stringi, ma lo senti. La tua guancia contro la sua schiena. Il tuo respiro che si adatta al suo, in quel contatto semplice, diretto… tutto si allinea.
“Mi piaci così tanto” ti esce, piano. Non è una frase costruita.
Lui si ferma. Non subito.
Finisce il gesto. Appoggia lo shaker.
Poi resta fermo.
Un secondo.
Due.
Come se stesse lasciando che quelle parole entrassero davvero. Le tue mani ancora su di lui. Il tuo corpo contro il suo.
Si gira lentamente. Non per liberarsi, per venirti incontro. I vostri corpi si separano quel tanto che basta per guardarsi. Nei suoi occhi c’è qualcosa di diverso, non sorpresa, non compiacimento.
Qualcosa di più profondo.
Ricezione.
Tu ti avvicini appena. Gli baci il collo. Lento.
Lui… inspira. Un respiro pieno, che sembra partire da molto più in basso. Le sue mani ti trovano. Non ti afferrano. Ti tengono.
“Lo so,” dice piano ma senza arroganza.
È riconoscimento.
Poi, sempre tu, appena più vicino, quasi sussurrando: “E non hai idea di quanto.”
In quel preciso momento, in quella casa che parla la sua lingua…tu capisci che non stai solo entrando nel suo spazio. Stai entrando in un modo di esistere che non ti chiede di diventare diverso.
Solo… di esserci davvero. Di permetterti di sentire per davvero.
Il ghiaccio nello shaker si è fermato, ma qualcosa tra voi no. Tobias non si stacca subito. Ti tiene lì, con le mani sui fianchi, il pollice che accenna un movimento minimo, quasi involontario, come se stesse registrando la tua presenza più che guidarla.
“Aspetta,” dice piano.
Si gira di nuovo verso il piano, versa il cocktail in due bicchieri bassi. Il liquido ambrato cade lento, preciso. Anche in quel gesto… c’è qualcosa di lui. Controllo, ma senza rigidità.
Te ne porge uno. Le vostre dita si sfiorano di nuovo. E stavolta non è neutro.
Vi sedete. Tu torni sulla poltrona, lui su uno sgabello poco distante. Non troppo vicino. Non lontano. Quel giusto spazio che non spegne niente.
Assaggi.
È buono. Molto più di quanto ti aspettassi.
“Ok,” dici, guardandolo sopra il bicchiere. “Questo è sospetto.”
“Perché?”
“Perché non puoi anche essere bravo a fare cocktail.”
Accenna un sorriso.
“Non sono bravo. Mi piace farli.”
“È diverso?”
“Molto.”
Quella frase ti resta addosso più del sapore del drink perché è la stessa cosa che stai iniziando a sentire su di lui.
Non è “bravo”. C’è. È nel momento.
Passano minuti senza bisogno di riempirli.
Il fuoco nel camino non c’è, ma il calore sì. La luce che entra dalle vetrate si abbassa lentamente, diventa più morbida.
Lo osservi ancora, ma non come prima. Non stai più cercando di capire, stai lasciando che qualcosa si sedimenti.
“Qui sei diverso,” dici a un certo punto.
Lui inclina la testa.
“Diverso da dove?”
“Da quando sei da me.”
“Meglio o peggio?”
Ci pensi.
“Più… tuo.”
Annuisce.
“È normale.”
“Non per me.”
Questa lo prende.
“Perché?”
Appoggi il bicchiere.
Ti sporgi appena in avanti.
“Perché io mi adatto troppo agli spazi. Cambio tono, ritmo, presenza. Anche senza accorgermene.”
“E qui?”
Ti guardi intorno. Poi torni su di lui.
“Qui non so bene come fare.”
Un mezzo sorriso gli attraversa il volto.
“E quindi?”
“Quindi non faccio.”
Silenzio.
Poi lui si alza. Si avvicina.
Si ferma davanti a te.
Non invade, ma riempie lo spazio.
“È la prima cosa giusta che fai da quando sei entrato,” dice piano.
Tu alzi lo sguardo, non c’è ironia, ma solo verità.
Ti prende la mano per farti alzare.
Quando sei in piedi, davanti a lui, senti di nuovo quella cosa. Non è solo attrazione.
È tensione che ha senso.
Le sue dita scorrono lungo il tuo braccio, lente. Non cercano reazione immediata. Cercano presenza.
“Qui non devi essere niente di diverso,” dice.
“Come fai tu”
“Esatto”
E questa volta lo senti. Fino in fondo.
Non c’è sforzo in lui. Non c’è costruzione.
Ed è proprio quella cosa lì che ti tira dentro.
Vi spostate verso il centro dello spazio, quasi senza accorgervene La luce è più bassa adesso. Le ombre più lunghe. Il tuo corpo è più presente. Non perché lui lo sta forzando, perché non stai più scappando.
Le sue mani tornano su di te, ma non c’è urgenza.
Tu rispondi, non come prima.Non per dimostrare. Perché vuoi.
A un certo punto ti fermi. Lo guardi davvero.
“Qui mi sembra di capirti meglio,” dici.
Lui si avvicina appena.
“E ti fa paura?”
Ci pensi.
Un secondo.
“Forse sì.”
“Perché?”
“Perché se ti capisco qui… poi non posso più raccontarmi che sei solo una cosa di passaggio.”
Lui non risponde subito.
Ti guarda a fondo.
“E se non lo fossi?”
La domanda resta lì.
Ti avvicini tu questa volta, le vostre fronti quasi si toccano. Il respiro si mescola.
In quel punto preciso, dove tutto potrebbe diventare più intenso, più fisico, più immediato…succede il contrario.
Rallenta.
Perché non serve correre, quello che c’è regge anche da fermo.
Per un momento indefinito, restate. Le fronti che si toccano, le labbra che cercano di sfiorarsi, il respiro che si espande, si fa più pieno.
Poi, il momento cambia. Si addensa.
Come se l’aria diventasse più calda, più lenta, e ogni gesto iniziasse a portarsi dietro un peso diverso.
Sei tu a iniziare.
Non per decisione. Per necessità.
Le tue mani salgono sul suo corpo con una calma che non è trattenuta, è ascolto. Tocchi le spalle, le segui. Disegni i muscoli senza fretta, come se stessi imparando una lingua che conosci già ma che non hai mai parlato davvero.
Tobias non si muove.
Si lascia fare.
Quando gli sfili la maglietta, lo fai piano. Non è un gesto erotico nel senso classico. È… rivelazione. Il tessuto scivola via, e sotto c’è lui, pieno, caldo, reale.
Il tuo respiro cambia appena.
Le tue mani scendono sul petto, sui fianchi, tornano su, si fermano, ripartono.
Non stai cercando di eccitarlo.
Stai seguendo qualcosa. E lui lo sente.
Gli slacci i jeans con lo stesso ritmo. Lento. Senza scena. Tobias ti guarda mentre lo fai, poi si aiuta, li sfila.
Resta lì.
Intero.
Tu scendi con le mani sulle sue cosce. E lì ti perdi un attimo.
Sono grandi. Forti. Vive sotto le dita.
Chiudi gli occhi.
“Sei così vero che ho paura di crederci,” dici piano, quasi ridendo, soffocando un po’ l’imbarazzo.
Ma la frase non rompe niente.
Anzi.
Tobias si abbassa verso di te e ti bacia.
Profondo. Non delicato. È un bacio che prende, ma non per dominare. Per entrare.
E mentre lo fa… cambia ritmo.
Le sue mani su di te sono diverse. Più dirette.
Ti spoglia senza la tua lentezza, senza il tuo ascolto. Non perché non lo abbia… ma perché ha fame. Del contatto. Del tuo corpo.
“Non hai idea,” mormora contro la tua bocca, tra un respiro e l’altro, “di quanto mi ecciti.”
Una frase detta come una verità che non trattiene più.
In pochi istanti siete nudi, ed è lì che succede qualcosa di nuovo.
Tobias rallenta.
Per la prima volta.
Le sue mani, che prima prendevano, adesso esplorano. Scivolano sulla tua pelle con attenzione. Si fermano, tornano indietro, seguono linee invisibili.
I baci non sono più presa.
Sono sfioramenti.
Come se entrambi steste scegliendo di restare su un confine sottile, dove tutto è acceso ma niente esplode ancora.
I respiri si fanno più lunghi. Più pieni.
L’aria tra voi è carica.
Tu gli tocchi il sesso, e lo guardi.
Negli occhi.
E non ti nascondi.
Tobias lo sente.
Lo attraversa.
Il suo corpo reagisce, ma non è solo fisico. È qualcosa di più profondo, più istintivo.
Trema appena.
E quel tremore… lo rompe.
Ti prende, senza più trattenersi.
Ti solleva come se il tuo peso non esistesse davvero. Ti porta verso il divano, il movimento deciso, pieno.
“Non riesco a resistere,” dice, la voce più bassa, più densa. “Ti voglio. Adesso.”
Non opponi nulla. Perché anche tu lo vuoi, esattamente in quel modo.
Infatti, quello che succede dopo non è più esplorazione.
È impatto.
Tobias qui è diverso. Non più trattenuto, non più in ascolto lento.
È dentro il suo spazio. Lo senti.
Ogni gesto ha più forza, più presenza, più certezza.
Non c’è esitazione.
Ti prende, ti gira, ti tiene.
Il suo corpo è ovunque, ma non in modo caotico, c’è direzione.
Le sue mani guidano, la sua bocca segue, il suo respiro si incastra nel tuo.
E tu…non controlli più.
Non osservi.
Non interpreti.
Sei dentro. Completamente travolto.
Ogni difesa cade senza che tu debba farla cadere. Ogni pensiero si spegne.
Resta solo il corpo.
Il tuo.
Il suo.
Quel punto in cui si incontrano senza mediazioni.
Tobias lo sente. E più lo sente… più si espande. Non per prendere di più, perché può.
Perché tu ci sei. Davvero.
Il ritmo cambia.
Accelera.
Poi rallenta.
Poi di nuovo.
Non è casuale.
È come se stesse leggendo qualcosa in te che nemmeno tu avevi mai letto così chiaramente.
E quando arrivate lì, non è un picco isolato.
È una coincidenza. Un allineamento.
Non devi fare niente per raggiungerlo.
Non devi inseguirlo.
Accade.
Insieme.
Come se i vostri corpi si fossero accordati prima ancora di voi.
E quando arriva…
non è solo intensità.
È un momento pieno, totale, senza distanza.
Dopo, non c’è subito silenzio. C’è come un’ eco.
I corpi ancora vicini, il respiro che torna piano, ma non del tutto.
Tobias ti resta addosso, Non per peso ma per restare dentro quello che è appena successo, per continuare a sentirti, e a farsi sentire.
Tu non ti muovi, non vuoi uscire subito da lì.
Perché, per la prima volta…non hai fatto esperienza di qualcuno.
Hai fatto esperienza di te.
Attraverso lui.
Per Tobias è forse ancora più destabilizzante.
Resta dentro di te, il respiro ancora irregolare, la fronte appoggiata vicino alla tua spalla. Non si muove subito.
Non perché sia stanco.
Perché sta cercando di capire cosa è appena successo… e non gli succede spesso.
Le sue mani ancora su di te, ma non stringono più. Ti tengono come si tiene qualcosa che non si vuole interrompere troppo in fretta.
Poi si solleva appena.
Ti guarda.
E quello sguardo non è lo stesso di prima.
Non è fame.
Non è desiderio.
È… disorientamento lucido.
“Lo senti anche tu?” dice piano.
Non specifica cosa. Non serve.
Tu annuisci appena.
Lui inspira, profondo. Si passa una mano tra i capelli, poi torna a guardarti, come se volesse assicurarsi che sei ancora lì nello stesso modo in cui ti ha appena visto.
“Quando succede così…” inizia, poi si ferma.
Cerca le parole. Non le trova subito “…non è solo sesso.”
Non è una scoperta teorica.
È qualcosa che ha appena attraversato.
Tu lo guardi.
Tobias adesso si sposta, scivola al tuo fianco senza veramente staccarsi da te, ancora vicino, ancora dentro quel campo condiviso.
“È come se…” riprende, più lentamente, “quando tu smetti di pensarti… io ti sento tutto.”
La frase gli esce quasi controvoglia.
Non è abituato a dirle.
“E lì…” continua, guardando le sue mani, poi di nuovo te, “non riesco più a separare le cose. Non sei solo… tu. Sei anche quello che succede a me.”
A quel punto, ti si muove qualcosa dentro.
Non è romanticismo. E qualcosa di più radicale.
È esattamente quello che hai sentito anche tu.
Lo dici.
“Ho Sentito anche io questa cosa, fortissimo.”
Lui annuisce.
È serio.
Presente.
“Mi fa un po’ paura,” ammette.
Lo dici anche tu, senza dirlo.
“Perché?”
“Perché non ho controllo su quella cosa.”
Tu lo guardi.
E per la prima volta non cerchi di rassicurarlo.
“Nemmeno io ce l’ho.”
Silenzio.
Poi aggiunge:
“Non voglio fermarla.”
Non è più solo qualcosa che accade.
È qualcosa che entrambi state scegliendo di non interrompere.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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