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Gay & Bisex

Il gigante di legno e miele. 7


di Brat80
24.04.2026    |    757    |    2 9.2
"” Ti rendi conto di avere la fronte imperlata dal sudore, in quel bagno fa veramente caldo..."
Tobias ti guarda ancora un secondo.
Poi scuote appena la testa, come se avesse deciso qualcosa.
“Ok,” dice.
Si avvicina.
“Adesso torni in camera e ti resetti.”
Tu lo guardi.
“Resetto cosa?”
“Quello che stai facendo adesso.”
Un mezzo sorriso.
“Fai come se non sapessi dove stiamo andando. Come se stessi solo uscendo con me e i miei amici.”
Silenzio breve.
“E vestiti come ti senti.”
Ti indica appena, senza toccarti.
“Non per dimostrare. Per essere.”
Fa n passo indietro.
“Metti qualcosa che ti fa stare bene. Che ti fa sentire… figo.”
Resti lì un attimo. Poi annuisci, senza aggiungere altro. E torni in camera.
Chiudi la porta. Silenzio, quello buono, non quello carico. Quello che ti lascia spazio.
Ti guardi allo specchio. Stessa maglietta, stessi jeans ma adesso li vedi per quello che sono.
Una scelta difensiva.
Ti togli tutto e rimani fermo un secondo.
Ti torna in mente una frase, quella che dici sempre ai tuoi studenti: la vita è troppo breve per vestirvi da nessuno.
Sorridi appena.
Apri l’armadio, non cerchi equilibrio.
Cerchi verità.
Sposti gli appendini, sai cosa vuoi: jeans enormi, larghi, pesanti, che cambiano completamente la tua linea.
Li indossi. Scendono, si muovono con te, occupano spazio.
Ai piedi, le Balenciaga, quelle enormi, quasi sproporzionate. Non completano il look. Lo spingono oltre.
Sopra, una canotta di Rick Owens. Tagliata male. O forse perfettamente.
Scende storta, lascia intravedere senza dichiarare, segue il corpo ma non lo contiene.
E poi la giacca. Quella grigia, oversize. Il pezzo che dici sempre che funziona ovunque.
Ma non perché è neutro. Perché è tuo.
La indossi. E lì… torni.
Ti guardi allo specchio. Non sei perfetto. Non sei “giusto”. Sei allineato.
Esci.
Tobias è in soggiorno.
Si gira.
Ti vede.
E si ferma.
Non parla subito.
Ti guarda.
Davvero.
Dalla testa ai piedi.
Poi torna su.
E nei suoi occhi passa qualcosa di netto.Pulito.
Un mezzo sorriso, ma più profondo.
“Finalmente.”
Un passo verso di te.
“Adesso ti riconosco”
Non c’è bisogno di aggiungere altro. Perché lo senti anche tu che non sei vestito per il posto, non sei vestito per gli altri. Sei tu. Tu sei così. punto. E soprattutto, non ti stai adattando.

La macchina scivola piano per le vie della città.
Le luci si accendono una dopo l’altra, i vetri riflettono, le persone si muovono con quella velocità del sabato sera che non è mai davvero urgente, ma nemmeno lenta.
Tu sei seduto accanto. Non parli subito.
Guardi fuori.
Poi lui.
Poi di nuovo fuori.
E a un certo punto dici:
“Fammi un briefing.”
Tobias accenna una risata.
“Un briefing?”
“Sì.”
Ti giri verso di lui.
“I tuoi amici. Le dinamiche. I ruoli. Le alleanze.”
Lui scuote la testa.
“Devi smettere di fare lo psicologo.”
”Ma lo sono.” Ridi.
Una pausa.
“Sto solo cercando di non arrivare completamente cieco.”
Sorride.
“È la stessa cosa.”
Silenzio breve.
Il traffico rallenta, poi riparte.
Lui guida con una mano sola, l’altra appoggiata sulla tua gamba come sempre.
“Ok,” dice alla fine. “Te lo faccio, il briefing.”
“Franco.”
Una pausa.
“Lo capisci subito.”
“Come?”
“È quello che non ha bisogno di dimostrare niente.”
Ti guarda un secondo.
“Grosso. Presente. Ma… tranquillo.”
Annuisci.
“Abbiamo avuto una cosa anni fa.”
Lo dice senza peso.
“Sì, me l’hai detto.”
“È durata poco.”
Un mezzo sorriso.
“Non era quella la cosa.”
“E qual era?”
“Che ci siamo riconosciuti meglio così.”
Silenzio.
“Adesso è uno dei pochi di cui mi fido davvero.”
“Poi Charly.”
Ride appena.
“È un casino.”
“Nel senso?”
“Parla. Sempre.”
Tu sorridi.
“Mi piacerà.”
“Ti piacerà sì. Ma dopo mezz’ora vorrai silenziarlo.”
“Impossibile.”
“Vediamo.”
“E poi Carlo.”
Il tono cambia leggermente.
“Diverso.”
“Come?”
“Più… sottile.”
Cerca la parola.
“Lui osserva.”
Un attimo.
“Sta con Franco da anni.”
“Lo so.”
“È stabile.”
Lo dice con rispetto.
“Di quelli che non fanno scena.”
Silenzio.
Poi aggiunge:
“Loro sono… casa.”
Non lo dice spesso. Si sente.
Tu annuisci. Registri. Ma non analizzi.
Non davvero.
“E il locale?”
La domanda esce più bassa.
Lui sorride appena.
“È un posto.”
“Grazie.”
Ride.
“È un posto dove la gente si lascia vedere.”
“E?”
“E dove le cose sono più dirette.”
Un secondo.
“Non c’è tanto filtro.”
Ti giri verso di lui.
“E io?”
La domanda è semplice. Ma non lo è.
Tobias non risponde subito.
Guarda la strada. Poi:
“Tu sei con me.”
Punto.
Il semaforo diventa verde.
Riparte. Ti appoggi allo schienale.
“Ok,” dici piano.
Non è una resa.
Non è controllo.
È… disponibilità.
Tobias ti guarda un attimo.
Poi torna alla strada.
E, con un mezzo sorriso:
“Vedrai che non è così drammatico.”
Tu accenni un sorriso.
“Non lo è mai all’inizio.”
E mentre vi avvicinate, lo senti.
Non sai ancora come sarà, non sai come reagirai davvero.
Ma per la prima volta…non stai cercando di prevederlo.

Il locale non si annuncia. Si sente prima.
Una vibrazione bassa, costante, che arriva già dalla strada. Non è musica alta. È più… fisica. Come se il suono passasse attraverso il cemento.
Tobias parcheggia. Spegne il motore.
Silenzio breve. Vi guardate un secondo.
Niente parole.
Poi scendete.
L’ingresso è semplice.
Niente insegne urlate, niente estetica costruita per piacere a tutti. Una porta scura, un buttafuori che guarda senza invadere.
Tobias saluta con un cenno.
Lo conosce.
Entrate.
Dentro, la luce è bassa. Calda. I corpi emergono prima dei volti, e tu lo senti subito.
Non è il tuo ambiente.
Ma non è nemmeno ostile. È… dichiarato.
Uomini grandi, pieni, pelosi. Spalle larghe, petti esposti, magliette tirate o completamente assenti. E poi altri, più sottili, più asciutti, che orbitano intorno con uno sguardo diverso.
È un ecosistema con regole non scritte. Che però si percepiscono.
Tu entri e per un attimo il tuo corpo registra tutto insieme. Spazio. Odori. Suoni. Sguardi.
Non ti irrigidisci, ma ti attivi.
Tobias lo sente.
La sua mano sfiora la tua schiena.
Non per guidarti. Per esserci.
“Vieni.”
Lo segui.
Attraversate il locale.
Qualcuno lo saluta. Un cenno. Una pacca sulla spalla. Uno sguardo che dura un secondo in più. Tu lo noti, non lo analizzi ma lo registri.
Arrivate a un tavolo.Tre figure.
E li riconosci subito. Non perché li hai già visti, perché corrispondono esattamente a come li avevi immaginati.
“Eccoli,” dice Tobias.
Franco è il primo a girarsi.
E sì, si capisce subito, non fa niente per imporsi ma occupa spazio: corpo pieno, barba, presenza calma.
Ti guarda. Non ti misura, ma tii legge.
“Tobias,” dice, alzandosi appena.
Poi gli occhi su di te
“E tu devi essere Alex.”
Diretto. Senza tensione.
“Finalmente,” aggiunge una voce accanto.
Charly.
E già mentre parla capisci che Tobias non ha esagerato.
“Perché lui parla di te da settimane e io volevo capire se eri reale o un’invenzione narrativa.”
Tu sorridi.
“Dipende dal punto di vista.”
“Mi piaci già.”
Carlo è l’ultimo. Ti osserva un secondo in più.
Poi un cenno.
“Piacere.”
Essenziale.
Vi sedete. Tobias accanto a te. Per un attimo, tutto si assesta. Tu sei lì, dentro.
Non stai facendo niente.
E questo… è già qualcosa.

Charly rompe subito.
“Allora, professore.”
Ti guarda con un mezzo sorriso.
“È vero che tieni tutti zitti con una giacca?”
Tobias ride.
Tu alzi un sopracciglio.
“Funziona più spesso di quanto pensi.”
Franco annuisce.
“Ci credo.”
Carlo osserva.
Non interviene.
Qualcuno passa. Guarda Tobias. Uno sguardo veloce. Poi un accenno. Tobias risponde con un cenno minimo.
Tu lo vedi.
Lo senti.
Un micro-movimento dentro.
Non fastidio.
Non ancora.
Consapevolezza.
La birra arriva. Le voci si sovrappongono.
Charlye racconta qualcosa, Tobias risponde, Franco interviene con una battuta secca, Carlo aggiunge una frase che rimette tutto in asse.
E tu sei lì. Non fuori, ma neanche completamente dentro.
A un certo punto Tobias si gira verso di te.
“Come stai?”
La domanda è semplice. Tu lo guardi.
“Ci sono.”
Lui annuisce. Non serve altro.

La serata cambia pelle senza chiedere permesso. All’inizio era solo osservazione.
Il locale si scalda. Non solo per le luci basse e i corpi sempre più vicini, ma per quello che succede tra le persone. Le voci si alzano, le risate si sciolgono, l’alcol inizia a fare il suo lavoro lento e preciso.
Charlye è il primo a cedere.
“Basta parlare,” dice, alzandosi di scatto.
E, a sorpresa, si porta dietro Carlo.
Tu li guardi.
Carlo accenna un sorriso rassegnato, ma si lascia trascinare.
“Te l’avevo detto,” mormora Tobias.
Franco resta. Calmo. Presente.
Parlate.
O meglio, tu parli con lui… ma una parte di te non si stacca mai da Tobias.
Lo segui con la coda dell’occhio. Ogni movimento. Ogni sguardo. Ogni contatto.
È sottile. Ma continuo.
Franco se ne accorge.
“Rilassati,” dice, senza nemmeno guardarti direttamente.
Tu accenni un sorriso.
“Lo sono.”
“No.”
Finalmente ti guarda.
“Stai monitorando.”
Silenzio. Ti ha beccato.
“È anche questo, Tobias,” aggiunge. “Devi abituarti.”
Non rispondi.
Ma qualcosa si sposta.
Poi l’alcol arriva davvero. Ti prende quel punto basso nello stomaco. E la vescica.
“Vado in bagno,” dici.
Tobias si gira subito.
“Vengo?”
Lo guardi.
Un secondo.
Non sono un bambino.
Non lo dici. Ma lo pensi forte. Lui lo legge. Alza le mani appena.
“Ok.”
Tu annuisci.
“Grazie.”
Attraversi il locale. E lì… lo senti tutto. I corpi più vicini, più caldi. L’odore. Non sgradevole. Presente. Alcuni li percepisci prima con il naso che con gli occhi.
Ti fai spazio con intenzione.
La fila per il bagno è più lunga del previsto. In coda, qualcuno ti guarda senza ostilità, ma ti registra.
Tu fai quello che sai fare meglio in queste situazioni: ti estranei.Ti stacchi. Fissi un punto.
E il resto sfuma.
La coda si accorcia. Tu stai per pisciarti addosso. Entri.
“Oddio grazie!”
Chiudi.
Silenzio.
Finalmente.
Pisci.
Espiri.
Scrolli, ti tiri su la zip, poi ti giri verso il lavandino per lavarti le mani e ti guardi nello specchio sudicio:
“Ok Ale… adesso devi tornare in te, cazzo.”
Lo dici piano.
“Non sta succedendo niente.”
Un respiro.
“Sei qui. Stai bene. Sei figo.”
Un mezzo sorriso.
“Non devi dimostrare niente.”
Ti rendi conto di avere la fronte imperlata dal sudore, in quel bagno fa veramente caldo.
“Cristo santo!”
Ti togli la giacca. Rimani in canotta.
Guardi lo specchio.
Non sei fuori posto .No davvero.
Il corpo c’è. Spalle, petto, trapezi.
Non sei invisibile. Non sei nemmeno fuori scala.
“Ok, basta minchiate. 3… 2… 1… fuori”
Esci. Non ti soffermi sugli sguardi, testa bassa, arrivi alla porta, la apri. Alzi lo sguardo.
E ti blocchi.
Perché lo vedi. Tobias.
Non è più quello di prima.
Camicia sparita.
Jeans — i suoi, quelli che non coprono ma raccontano.
E sopra… un harness in cuoio.
Netto. Semplice. Potente. Non ti eri neanche reso conto che se lo fosse messo addosso, o forse l’ha fatto al locale. Non ha importanza.
Per un secondo sgrani gli occhi.
Ok.
Questo non te lo aspettavi.

“Prof??!”
La voce ti arriva da lato.
Ti giri.
Dietro il bancone, Marco.
Un tuo studente.
Il cervello si riallinea di colpo.
E poi… sollievo.
Perché rompe tutto il loop in cui ti stavi per perdere.
“Hey,” dici.
Lui ti squadra.
Dalla testa ai piedi.
“Ma cosa diavolo ci fa qui… lei??”
Ridi.
“Domanda legittima.”
Ride anche lui.
“Cosa beve? Offro io!”
Ti appoggi al bancone.
“Un americano. Con un goccio di angostura. Fammelo bello carico”
“Al volo, prof.”
Nel frattempo Tobias osserva da lontano.
Ti vede. Ti vede in canotta. Ti vede a tuo agio, o meglio, lui pensa che tu lo sia.
Ti vede ridere con il barista. Ti vede… dentro.
E qualcosa gli parte.
Non forte. Ma chiaro.
“Scusa un secondo,” dice a Franco.
E si muove verso il bancone.
“Hey.”
Arriva vicino.
Tu ti giri.
“Hey.”
I tuoi occhi tornano su di lui.
Sull’harness.
Allunghi una mano.
Lo tiri appena.
“Molto Mugler.”
Lui ti guarda. Non capisce del tutto.
Ma sorride.
“Prof, il suo americano.”
Ti giri.
“Grazie Marco.”
Lui ti guarda ancora.
“Comunque… sempre top.”
Indica l’outfit.
Tu sorridi.
“Grazie.”
Ti giri verso Tobias. E te lo trovi lì a guardarti.
Un misto di cose.
Divertito.
Spiazzato.
Un filo… acceso.
“Come mai lo conosci?l
“È un mio studente”
“Ah…”
Fa una piccola pausa di assestamento che a te non sfugge.
“E io che pensavo di shockarti con l’harness,” dice.
Un mezzo sorriso.
“E tu invece sei già qua a flirtare al bancone.”
Lo dice leggero.
Ma per un secondo… l’ha pensato davvero.
Tu ridi, pensando al fatto che fino a dieci minuti prima eri sull’orlo di un tracollo emotivo.
“Sì, mi hai shockato.”
Lo guardi.
Diretto.
“Però sei sexy.”
La frase resta lì. Semplice. Pulita.
Poi, una pacca sul sedere.
Naturale.
“Te lo metti anche a casa qualche volta?”
Silenzio breve.
Poi Tobias ride.
Davvero.
E in quel momento cambia qualcosa.
Perché tu non stai più controllando. Non stai più prevedendo.nNon stai più gestendo. Stai lasciando succedere.
E questo…è nuovo.
Tobias lo sente più di qualsiasi parola.
“Andiamo”
Dice
Tu prendi il bicchiere.
Tobias dietro di te. Attaccato. Lo senti. Si fa sentire.
E senza neanche accorgertene sei dentro quel mondo.
Davvero.

E sì.
Marco, probabilmente, ha appena migliorato la sua media
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