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Gay & Bisex

Il gigante di legno e miele. 2


di Brat80
28.03.2026    |    1.317    |    4 9.5
"Le cosce, la tensione sotto la pelle, il modo in cui il tessuto si adatta senza riuscire davvero a contenerlo..."
La notte non si ruppe.
Scivolò, sì… ma lasciò una scia più calda, più densa. Come se il corpo avesse memoria e non volesse lasciarla evaporare così in fretta.
Ti svegli prima.
Il suo braccio è ancora su di te, ma adesso lo senti di più. Non come peso. Come presenza viva. La pelle calda, il contatto pieno. Non ti irrigidisci. Però lo percepisci. Tutto.
Quando si muove, è lento. Ma non è mai neutro.
Anche nel sonno, Tobias sembra occupare spazio con intenzione. Le spalle si tendono appena mentre si stiracchia, la schiena si inarca quel tanto che basta a farti vedere la linea che scende… e sparisce sotto le lenzuola.
Non è un gesto erotico.
Ma il tuo corpo lo legge come tale.
“Sei sveglio,” mormora.
La voce è bassa, impastata, ma attraversa qualcosa.
“Da un po’.”
Si avvicina ancora, quasi senza accorgersene. Il petto contro la tua schiena. Il calore che si espande.
“E non sei scappato.”
“Sto facendo pratica.”
Un mezzo sorriso gli vibra addosso. Lo senti prima ancora di vederlo.
Poi si alza.
E lì cambia tutto.
Perché Tobias che parla è una cosa.
Tobias che si muove… è un’altra lingua.
Si mette in piedi senza fretta, nudo, senza il minimo tentativo di coprirsi. Non c’è esibizione. Non c’è compiacimento.
Ma il suo corpo è… inevitabile.
Le gambe, solide, piene, sembrano reggere più del necessario. I glutei si muovono con una naturalezza quasi sfacciata mentre attraversa la stanza, e tu ti accorgi che stai guardando. Senza filtrare. Senza distogliere.
Non è desiderio costruito.
È istinto. Crudo, semplice.
Lui apre la finestra. L’aria entra. Gli sfiora la pelle.
E tu pensi, senza volerlo davvero pensare, a che odore abbia in quel momento.
Non un profumo. Qualcosa di più animale. Più vero.
Quando passa accanto al letto per andare in cucina, il suo corpo è ancora caldo di notte. Di voi. Di pelle contro pelle.
E quel residuo… ti resta addosso.
“Caffè?” chiede.
“Solo se lo fai male.”
“Lo faccio sempre male.”
Perfetto.
Lo segui dopo qualche secondo.
E anche lì, nella cucina, non cambia.
Sta davanti alla moka, concentrato, con quella sua goffaggine precisa. I muscoli delle braccia si tendono mentre stringe troppo, le spalle si muovono sotto la pelle come qualcosa di vivo.
Indossa solo i tuoi boxer. E gli stanno stretti nel modo sbagliato. O forse giusto. Non sai se lo fa per caso o per intenzione, ma hai notato che Tobias quando si sveglia cerca sempre qualcosa di tuo buttato distrattamente in giro per la stanza e lo indossa, e questa cosa ti eccita. Il suo corpo che entra prepotentemente nei tuoi vestiti, i suoi muscoli che tendono le fibre del tessuto, quasi violandone la forma, è la metafora perfetta di quello che senti quando ti scopa. Al tempo stesso, quegli indumenti non lo ridicolizzano, anzi. esaltano ancora di più la sua prorompenza fisica. In quel momento, inizi a comprendere qual’ è il paradosso che vi lega.
Ti appoggi al tavolo, lo guardi senza nasconderti davvero. Non con fame. Con attenzione.
Ma il desiderio c’è. Scorre sotto. Silenzioso.
Lui si accorge che lo stai guardando. Non si gira subito. Non interrompe il gesto.
Ma lo sai che lo sente.
“Se esplode, è colpa tua,” dice.
“Se esplode, almeno sarà memorabile.”
Questa volta si volta.
E nei suoi occhi passa qualcosa di diverso.
Non solo affetto.
Non solo calma. È Un riconoscimento.
Ti ha visto.
E si lascia vedere.
Senza cambiare postura. Senza correggersi.
Resta così.
“Tu vuoi sempre che le cose siano memorabili?” chiede.
“No. Ma ho paura quando non lo sono.”
Annuisce.
Poi, mentre abbassa il fuoco, aggiunge:
“E questa?”
Non indica nulla di preciso.
Ma tu capisci.
Guardi lui.
Il modo in cui occupa lo spazio. Il modo in cui il suo corpo non chiede permesso per esistere.
E il modo in cui il tuo… lo desidera.
“Questa non ha bisogno di esserlo.”
“Perché?”
Ti avvicini di un passo. Non troppo. Abbastanza.
“Perché sta succedendo.”
Il caffè borbotta. Viene male, ovviamente.
Ma nessuno dei due se ne cura davvero.
Quando ti passa la tazza, le sue dita sfiorano le tue.
Non è un gesto erotico.
Ma resta lì un secondo di troppo.
E quel secondo… è pieno.
Vi sedete.
Silenzio.
Il tipo di silenzio che non spegne il corpo.
Lo lascia acceso, ma senza urgenza.
A un certo punto lui si sistema meglio sulla sedia, si sporge leggermente in avanti.
E tu lo guardi di nuovo.
Le cosce, la tensione sotto la pelle, il modo in cui il tessuto si adatta senza riuscire davvero a contenerlo.
Non dici niente. Ma dentro lo senti. Il desiderio non è sparito. È cambiato.
Non è più fame.
È… presenza che chiama presenza.
Lui alza gli occhi.
Ti trova lì.
E non distoglie lo sguardo.
“Non so cosa diventerà questa cosa,” dice.
Tu annuisci.
Ma mentre lo fai, sai una cosa in più.
Che qualunque cosa diventi…il suo corpo, così com’è, così vero, così poco costruito… ha già trovato un posto dentro di te che non ha bisogno di spiegazioni. E questa volta non è un’ossessione. È qualcosa di più pericoloso.
Perché è reale.
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