Gay & Bisex
Un’educazione sentimentale (1): Milano Roma
05.01.2026 |
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"Decisamente mi andava, anche perché l’idea di rimettermi in strada alle undici di sera da un quartiere di Milano a me ignoto, arrivare in stazione dove chissà a che ora sarei riuscito a salire..."
Alla fine ho deciso: ci provo. Non credo di avere un grande talento per la scrittura, ma avvicinandosi ormai la soglia dei sessanta ho pensato che è meglio cercare di fissare in qualche modo quel che mi è rimasto dentro di frangenti della mia vita in rari casi confessati a qualche amico e molti a nessuno. Magari perché non ne vale la pena; per gli altri possono essere solo particolari pruriginosi e inattesi che illuminano sotto altra luce un personaggio per altri versi apparentemente alieno da cose di questo tipo. Ma sono venuto fuori così, anzi spesso ho lottato in primo luogo con me stesso e poi con gli altri per permettermi di vivere a tutto tondo, anche sbagliando e forse in qualche caso sprecandomi. “Homo sum, nihil humani a me alienum puto”, come fa dire Terenzio a uno dei protagonisti della sua commedia Il punitore di se stesso: Sono un essere umano, e nulla di questa umanità ritengo estranea a me stesso.Molti troveranno questo e altri episodi, che forse seguiranno, di scarso o di nessun interesse, in quanto la descrizione dei particolari piccanti è ridotta al minimo o quasi: un po’ perché sono passati molti anni, un po’ perché quel che ci resta dentro sono soprattutto sensazioni, sentimenti e atmosfere più che gli specifici piaceri goduti e verificatisi: ta aphrodìsia, “le cose di Afrodite”, come dicevano gli antichi greci che non avevano una parola corrispondente al nostro “sesso”. Del resto anche in latino sexus non indica che il genere sessuale (talora anche grammaticale) o gli organi sessuali, mai gli atti che li riguardano. Il termine e il concetto di sesso, e la corrispodente sessualizzazione dei piaceri di Afrodite, come ha ben mostrato Michel Foucault nella sua difficile ma illuminante Storia della sessualità è una creazione, per lo più castrante, affermatasi in Occidente solo nel corso del Settecento dall’emergere e imporsi della famiglia borghese.
“L’Italia è il paese dove la linea più breve per congiungere due punti è l’arabesco”, disse Flaiano prendendo in giro l’artificiale verbosità che spesso colora inutilmente discorsi privi di interesse. Lo dico subito: sono prolisso, perché sono convinto che i dettagli e i particolari non sono un modo di sviare, bensì di ricostruire quel contorno che costituisce il vero senso che assumono per noi le azioni.
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L'equilibrio è un treno che parte e riparte
(The giornalisti, Milano Roma)
Il treno partì da Roma in una sera d’autunno del 1985 con quattro o cinque neostudenti e neostudentesse universitarie di storia dell’arte, nonché uno di lettere antiche ma stregato comunque dall’arte. Da bravi studenti squattrinati il mezzo prescelto per raggiungere Milano fu un treno notturno, senza scelta del posto obbligatoria: il che si risolse con noi sdraiati uno sull’altro sul pianerottolo in corrispondenza delle porte di accesso al treno, pieno come un uovo.
Stanchi e assonnati, ma eccitati dall’incipiente apertura delle porte di Palazzo Reale dove ci attendeva una mitica mostra sull’ultimo periodo parigino di Kandinskij, sbarcammo di prima mattina nell’inutile gigantismo della stazione Milano Centrale, segno dell’inequivocabile perdita del buon gusto artistico nel capoluogo lombardo, una volta tramontati i tempi del soggiorno milanese di Leonardo e traslocato nella Roma pontificia il genio prepotente e sanguigno di Michelangelo Merisi da Caravaggio.
A parte le lacrime sgorgatemi dinanzi a Blu di cielo, che ebbi il privilegio di vedere in una sala ancora vuota, dove mi ero precipitato prima che gli altri visitatori mattutini riuscissero ad arrivare sin lì, e il generale impatto emotivo ed estetico che sortì su di me quella mostra, di Milano mi colpì soprattutto il fatto che in giro si sentiva solo parlare di soldi e di lavoro: il che, per un diciannovenne romano regolarmente colpito da tempeste d’amore (e ormonali) per di più per i suoi stessi compagni di sesso, destò in me un certo scalpore, che non tardò a innestarsi sul noto reciproco pregiudizio tra romani e milanesi mettendo sul piatto della bilancia la mia prima pesante esperienza diretta in merito. Questo giudizio ebbe sufficiente tempo di sedimentarsi nella mia coscienza in pieno sviluppo nel viaggio di ritorno del pomeriggio-sera, perché ovviamente non avevamo soldi per pernottare lì.
Il treno ripartì da Roma nell'estate dell’anno successivo. Questa volta eravamo in quattro, tre maschi e una femmina, amici stretti da vari anni e anche compagni d’avventura sotto l’egida di Baden Powell, e avremmo sfidato la cortina dell’Est Europa, di lì a qualche anno crollata con conseguenze inattese e finanche drammatiche, come il ritorno della guerra nel continente europeo assente dalla fine del Secondo conflitto mondiale, cui purtroppo diede anche l’Italia il suo lugubre contributo.
Fu così che il il 1° agosto pomeriggio del 1986, grazie al nostro Interrail mensile di 2^ classe acquistato al prezzo di 285mila lire, partimmo alla volta di Budapest, per passare il 15 agosto in Romania e, dopo aver appreso che in Bulgaria (per la quale avevamo già ottenuto il visto) l’Interrail non era purtroppo valido, il 21 agosto in Jugoslavia e – varcando di nuovo il confine il 26 del mese – sbarcare a Venezia per un’altra mitica mostra sul Futurismo (assai più famosa di quella sopra descritta) organizzata a Palazzo Grassi tra maggio e ottobre. Il viaggio fu epico e lo menziono qui solo perché a Venezia, dopo la visita della bellissima mostra e del Palazzo riaperto proprio in quell’occasione, le nostre strade si separarono: loro rientrarono a Roma e io optai per una deviazione a Milano, non ricordo bene quale motivazione adducendo. Dentro di me era però chiarissima: cercavo un’avventura con un uomo.
Sbarcai di nuovo a Milano centrale nel pomeriggio e lasciai il mio zaino in un deposito bagaglio. In uno degli ampi atri c’erano delle toilette raggruppate in piccole serie di ristrette cabine. Indagai un po’ a distanza, per non dare troppo nell’occhio e a un certo punto vidi aprirsi la porta di una di queste, uscirne un signore più o meno distinto e comparire, nel varco della porta lasciata spalancata, la figura abbastanza alta di un marocchino (o comunque un maghrebino) che in tutta tranquillità – di fronte si può dire a Milano intera – si risistemava i pantaloni tirando su la cerniera e rimboccando la camicia nei pantaloni stessi. Nel compiere queste operazioni, forse anche con un po’ di voluto esibizionismo, notò il mio sguardo relativamente lontano (diciamo una ventina di metri) ma chiaramente fisso su di lui. Allora allargò le mani e indicando la parte centrale posta a cavallo tra le sue gambe – gesto utilizzato anche a Roma spesso accompagnato da un inequivocabile “ ’sto cazzo!” – sembrava chiedermi: “lo vuoi (pure tu) questo cazzo?”.
Essendo un ventenne ancora senza molte esperienze così avventurose e rischiose, per l’avvenire praticamente in pubblico, sentii dentro di me lottare il desiderio di dirigermi a passi veloci verso quella porta e quel cavallo di pantaloni appena ricoperto contro l’opposta paura di espormi così platealmente entrando in un minigabinetto di forse un metro quadro di superficie, con la porta spalancata e dentro un marocchino che non ne sarebbe uscito. Ci pensai qualche secondo, lui rifece il gesto che indicava chiaramente quel che voleva offrire, ma alla fine la voglia fu succube della paura e, assai di malgrado, me ne andai dirigendomi verso l’uscita di quel posto enorme e labirintico. Peccato, è una di quelle non molte scelte che mi pento di non aver avuto il coraggio di fare. Magari un giorno lo rincontrerò nel paradiso islamico, lussureggiante e pieno di delizie, se mi faranno entrare anche solo una volta per passare a salutarlo e, non si sa mai, magari a recuperare l’occasione perduta…
Non mi rimaneva altro che provare in un cinema a luce rosse, al tempo ancora in voga nonostante l’avanzare di videocassette che si potevano tranquillamente (si fa per dire) guardare a casa, ma toglievano piacere e brivido dall’esperienza vissuta in sala con contatti “in corpore vili”.
Di esperienze ne avevo poca: qualche pomeriggio al cinema in una nota località balneare dell’Adriatico, dove andavo tranquillamente perché non era a luce rosse e quindi l’essere minorenne non mi ostacolava. Fu lì però che scoprii l’arte degli approcci, con uomini che mi si sedevano prima magari nella fila davanti girandosi a guardarmi, qualcuno più coraggioso allungando la mano e carezzarmi la gamba o quel che riusciva a carpire, qualcuno ancor più temerario facendomi segno di andare nei bagni dove avrei finalmente potuto toccare con mano la virilità di uomini più grandi che mi hanno sempre affascinato sin da ragazzino. Ricordo ancora la mia sorpresa quando una volta un bell’ometto tirò fuori un pisello tutto avvolto dal prepuzio da dove sembrava non sarebbe mai potuto uscire: era la prima volta che vedevo un pisello (bello lungo e dritto) non circonciso e non ne supponevo neppure l’esistenza. Ne rimasi un po’ turbato.
A diciott’anni compiuti, di ritorno dai “100 giorni” (dall’esame di maturità) trascorsi a Viterbo con i miei compagni e compagne di classe, un gruppettino di spavaldi volle celebrare l’iniziazione ufficiale allo stato di adulti varcando l’entrata del Mercury, allora notissimo cinema a luci rosse a due passi da piazza San Pietro (oggi ovviamente riconvertito ad altra funzione). Imbarazzo palpabile tra di noi: cercavamo di guardare fissamente lo schermo in modo da non far incrociare i nostri sguardi, o tutt’al più indagavamo con discrezione la sala in penombra. Eccitazione zero, ma il passo era fatto!
Colpevolmente specata dunque “l’avventura” con l’arabo, mi misi alla ricerca di un cinema nelle vicinanze con gli strumenti allora disponibili (niente telefonini né internet): pagina dei cinema sui quotidiani, indirizzo, richieste ai passanti su come raggiungere la strada del brivido. Raggiunta l’agognata meta nel pomeriggio inoltrato, varcata la soglia e soprattutto superato il fatidico frangente dell’acquisto del biglietto ostentando una fintissima nonchalance, entrai finalmente nella grande sala.
Buio fitto. Si distinguevano a mala pena le file delle poltrone rosse, punteggiate qua e là da non numerosissimi spettatori. Rimasi in piedi finché gli occhi non si abituarono e poi mi sedetti in una zona che mi pareva abbastanza tranquilla, dalla quale auspicabilmente avrei anche potuto individuare possibili avventure. Dopo un quarticello, capii che la zona dove mi ero seduto era sin troppo tranquilla, così mi alzai e mi dedicai all’esplorazione del fondo sala, più nero di una notte senza luna in montagna. Da alcune sagome che intravedevo muoversi, mi resi conto che dall’estremità sinistra del fondo sala una spessissima tenda di velluto rosso celava l’accesso a un corridoio laterale, dove mi introdussi con circospezione. Dal corridoio era comunque visibile il grande schermo della sala, ma si stava in piedi (o appoggiati al muro) tranquilli: tra i pochissimi presenti attirò la mia attenzione un uomo di una quarantina d’anni, per quel che potevo capire, non molto alto, fisico non troppo massiccio, una bella testa rotonda con non troppi capelli a corona di una promettente pelata volitiva.
Iniziò un gioco di sguardi e un prudente suo avvicinamento verso di me, fino ad appoggiare il suo bacino sulle mie natiche, cui corrispondevo strusciandomi su di lui per sentire il suo membro ingrossarsi sotto i pantaloni. Ormai rilassato mi abbandonai al crescere dell’eccitazione: ci spostammo un po’ più indietro nel fitto sovrapporsi di due strati di tende e le mosse si fecero sempre più audaci.
“Ci spostiamo nei bagni?”, chiesi io, perché se è vero che il posto era abbastanza al riparo dagli sguardi della sala, non lo era rispetto a chi si inoltrava nel nostro stesso corridoio.
“Ti va di venire a casa mia? Non abito lontano da qui”, mi propose lui inaspettatamente. Accettai di buon grado e ci incamminammo. Strada facendo facemmo un po’ conoscenza: mi pare si chiamasse Roberto, operaio. La strada era abbastanza larga ma senza traffico e gli edifici su entrambi i lati per lo più riservati ad abitazioni. Quando arrivammo e varcammo il grande portone d’ingresso del suo isolato, mi si parò davanti uno dei classici (come poi scoprii) “palazzi a ringhiera” vale a dire dove l’accesso ai vari appartamenti avviene da un ballatoio che gira intorno ad ogni piano nel cortile e che rende in qualche modo la vita quotidiana meno solitaria e isolata di quel che avviene nei palazzi classici.
Appena varcata la porta di casa sua, una vampata di desiderio ci fece armeggiare un po’ l’uno con il corpo dell’altro, ma fortunatamente Roberto si offrì di preparare prima un piatto di pasta, perché ormai si erano fatte le otto passate. Accettai di buon grado e quello fu il primo piatto di spaghetti italiani che tornavo a mangiare dopo più di un mese: ero a casa! Non mancò il vino ovviamente, ma le chiacchiere a un certo punto si spensero perché avevamo entrambi voglia di continuare stesi su un letto. Come puntualmente avvenne.
Non posso dire di aver perso in quella notte la mia verginità anale, perché nel corso degli ultimi anni il buchetto era stato violato più volte, da me solo però e, soprattutto, da membri non appartenenti al regno animale, bensì più spesso a quello vegetale (carote, zucchine, cetrioli, melanzane...) e talora da oggetti inerti quali bottigliette di shampoo o simili e qualche volta sinanche da un classico mattarello in legno, il cui pomello si prestava bene a facilitare l’ingresso! Tecnicamente dunque non lo ero, ma umanamente sì e quella sera regalai la verginità carnale del mio culetto a un milanese biondastro, con cui l’intesa era perfetta.
O quasi. In effetti, a parte succhiarci e leccarci abbondantemente, quando mi scopò non lesinò i colpi. In particolare lo eccitava particolarmente il fatto che, avendo cominciato a studiare danza proprio a ottobre dell’anno precedente, ero abbastanza sciolto e slegato e mentre affondava ripetutamente nella mia porta di ingresso posteriore il suo membro di buona larghezza, anche se non molto lungo, si meravigliava di quanto riuscissi ad allargare le gambe (con la schiena sul letto) per agevolare il suo martellamento: “Ma dimmi te! Mi è capitato un ballerino!!!”.
Non ricordo uso di altri lubrificanti che non fosse la nostra saliva e a un certo punto, dopo un paio di giri, avevo il culo in fiamme! Inoltre era almeno un mese abbondamente che nel mio culetto non entrava alcunché, dato che eravamo costantemente in quattro dalla mattina alla sera, e quindi l’ingresso si era ristretto ai livelli di partenza.
“Ti va di fermarti qui a dormire e ripartire domattina?”
Sì, mi andava. Decisamente mi andava, anche perché l’idea di rimettermi in strada alle undici di sera da un quartiere di Milano a me ignoto, arrivare in stazione dove chissà a che ora sarei riuscito a salire su un treno per Roma e così via, sinceramente non mi entusiasmava. Ero anche stanco per il viaggio in treno da Venezia della mattinata (niente Alta velocità, ovviamente, ma nemmeno rapidi o equivalenti perché con l’Interrail i supplementi si pagavano per intero), la camminata per arrivare al cinema, le focose cavalcate di Roberto e le mie prodezze ginniche sul lettone. Nonché da ultimo, la porta posteriore infiammata. Quindi accettai di buon grado e ci mettemmo a dormire più o meno abbracciati.
Verso le cinque Roberto mi svegliò: voleva fare un ultimo giro. Io come al solito cedetti dopo ben poca resistenza (sono un debole, lo riconosco), ma quando dai baci, le leccate e gli ennesimi affondi della mia bocca sul suo bel pisello ripartirono gli attacchi al mio culo, che non si era ancora ripreso dalle violazioni di poche ore prima, la situazione si fece meno piacevole: bruciaaaaa!
Il sacro vincolo dell’ospitalità non poteva però essere violato e quindi accettai di farlo godere ancora una volta tra le chiappe di “un ballerino” :-)
Intorno alle sette preparò la colazione e con l’occasione pareggiai i conti. Con una candidità di cui mi stupisco ancora oggi e senza nessuna premeditazione gli confessai che avevo ormai nel portafoglio solo pochissime migliaia di lire, del tutto insufficienti a pagare la metà del biglietto per Roma (nel paese di provenienza con l’Interrail i treni si pagavano al 50%) e gli chiesi se potesse darmi diecimila lire per riuscire ad acquistarlo senza elemosinare il necessario in stazione. Me le diede senz’altro, ci salutammo – senza lasciarci i nostri recapiti – ed io mi incamminai in direzione della stazione sentendomi un po’ puttana. In qualche modo avevo ripagato Milano, letteralmente, con la sua stessa moneta. Ma potevo anche rassicurare Renato che sì, “dietro il portafoglio un cuore ancora c’è!”. Perché i romani nell’anima sono tutti sorcini...
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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