incesto
Il velo della Tentazione proibita atto VI
29.12.2025 |
613 |
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"Francesca venne di nuovo nello stesso istante: gli occhi fissi in quelli del suo devoto ed amato figlio, lacrime che colavano, si infilò tutto il cazzo in gola fino alle palle, soffocandosi..."
Erano passati altri tre giorni da quella sera al cinema. Tre giorni di tensione insostenibile, di sguardi rubati, di tocchi “casuali” che duravano un secondo di troppo, di notti in cui Alessio si segava furiosamente pensando alla mano lenta di sua madre sul suo cazzo al buio, e Francesca si toccava il clitoride gonfio immaginando di averlo finalmente in bocca.Alessio era al limite. Non dormiva, si masturbava di continuo, il cazzo sempre mezzo duro, la mente piena solo di lei. Francesca lo vedeva, lo sentiva, e dentro di sé sorrideva: era pronto a crollare. Quel sabato sera, Alessio trovò il coraggio. Erano sul divano dopo cena, lei in una vestaglia leggera che lasciava intravedere le curve, lui con il telefono in mano che non guardava davvero.
«Ma’…» disse con voce rauca. «Ti andrebbe… una passeggiata in centro stasera? È sabato, non fa freddo ma… boh, mi va di uscire un po’ con te.»
Francesca alzò lo sguardo, gli occhi che brillarono di soddisfazione perversa. «Che idea carina, tesoro! Sì, dai, mi vesto in un attimo.»
Andò in camera e si preparò come una vera escort di lusso, una troia assoluta che sapeva esattamente cosa voleva ottenere quella sera. Si spalmò crema profumata sulla pelle dorata, si truccò pesante: rossetto rosso sangue, eyeliner spesso, ombretto smoky che faceva risaltare gli occhi. I capelli biondi sciolti in onde voluminose. Indossò un vestitino grigio con i bottoni davanti dallo scollo dei seni fino a metà coscia.
Poi la lingerie nera da puttana consumata:
- Reggiseno di pizzo trasparente, così sottile che le tette enormi sembravano sul punto di traboccare. I capezzoli rosa, già duri per l’eccitazione, premevano contro il tessuto, visibili, sporgenti, pronti per essere succhiati.
- Perizoma minuscolo, un filo nero con delle perle bianche che spariva completamente tra le chiappe toniche e si infilava tra le labbra gonfie della figa depilata, lasciando tutto esposto.
- Reggicalze nero lucido con sei gancetti a gamba che tenevano su calze velate nere, con balza larga in cima che accarezzava l’interno coscia.
- Stivali alti alla coscia, nero opaco di pelle morbida, tacco a spillo da 19 centimetri che le facevano inarcare la schiena e spingere il culo in fuori in modo osceno.
E il plug: lo stesso medio nero, liscio. Lo lubrificò abbondantemente con le dita oliate, gemendo piano mentre se lo infilava nel culo stretto, centimetro per centimetro, fino a sentire la base larga premere contro le chiappe. Lo spinse dentro con un piccolo colpo di bacino, il corpo che tremò per il piacere sporco di sentirsi già aperta dietro, pronta per essere usata. Sopra tutto questo, un cappotto lungo nero ai polpacci, elegante, abbottonato fino al collo. Dall’esterno sembrava una donna sofisticata, misteriosa. Dentro era una troia pronta a tutto. Uscì dalla camera e Alessio, sul divano, rimase senza fiato.
«Cazzo, ma’… stai… sei uno schianto… Sei bellissima...»
Francesca sorrise dolce, girò su se stessa, il cappotto che si aprì appena mostrando un lampo di coscia avvolta nella calza.
«Grazie tesoro. Andiamo?»
Presero la macchina e andarono in centro. Roma di sabato sera era viva: luci natalizie, gente che passeggiava, musica dai locali. Camminarono per via del Corso tenendosi sottobraccio, lei che ondeggiava sui tacchi altissimi, il plug che le sfregava dentro ad ogni passo, facendola bagnare sempre di più. L’aria era fresca, si stava bene, le strade del centro illuminate da migliaia di luci. Camminarono piano, lei appoggiata a lui, il cappotto chiuso, gli stivali che risuonavano sul selciato. Parlavano del più e del meno: delle vetrine, del fatto che tra un mesetto era natale e di quanto fosse bello stare insieme. Ma Francesca lo stuzzicava piano: ogni tanto si stringeva di più al suo braccio, le tette che premevano contro il gomito di lui attraverso il cappotto. Gli accarezzava la mano, gli sfiorava il collo con le labbra mentre commentava una decorazione. Alessio aveva il cazzo già mezzo duro nei pantaloni, il respiro corto.
«Che bello passeggiare con te, amore mio...» diceva con voce materna, stringendogli il braccio. Ma gli occhi erano diabolici.
Dopo un’ora, Francesca propose: «Ale, andiamo a Villa Borghese? È vicino, c’è quella vista bellissima sul Pincio… e vorrei farmi qualche foto con le luci della città dietro. Dai, mi fai da fotografo?»
Alessio annuì, la voce già spezzata dal desiderio.
Villa Borghese di notte era quasi deserta, solo qualche coppia lontana, le luci soffuse dei lampioni, l’aria fredda che faceva condensare il respiro. Trovarono un punto sul belvedere del Pincio: Roma illuminata sotto di loro, Piazza del Popolo, il Cupolone in lontananza. Francesca tirò fuori il telefono, glielo porse.
«Scattami qualche foto, tesoro.»
Iniziò con pose innocenti: cappotto abbottonato, sorriso dolce, capelli al vento. Alessio scattava, il cazzo già duro nei pantaloni. Poi piano piano si scaldò. Si slacciò un bottone del cappotto, poi due. Il cappotto si aprì, e Francesca iniziò a sbottonare tutti i bottoni del vestitino... mostrando la scollatura profonda del reggiseno a balconcino, le tette enormi che premevano per uscire.
«Così va meglio, eh? Fa caldo con questo cappotto...» disse ridendo, ma la voce già più bassa.
Francesca scelse un angolo della terrazza un po’ isolato, dietro una balaustra, con vista sulla città. Si tolse il cappotto piano, lo appoggiò sulla panchina accanto.
Alessio rimase senza fiato.
Sotto era una visione da puttana assoluta: le tette enormi quasi fuori dal balconcino di pizzo, i capezzoli duri che puntavano dritti nel freddo; la vita stretta, i fianchi larghi; le calze velate che fasciavano le cosce toniche, la balza di pizzo larga in cima; gli stivali alti alla coscia che le facevano le gambe infinite. E tra le chiappe, quando si girò per posare, la base nera del plug che spuntava lucida.
«Scattami qualche altra foto, amore… Ma queste sono per te...» disse dolce, come se fosse vestita normale. Le pose cambiarono. Francesca si chinò in avanti sulla balaustra, il culo in fuori, gli stivali che tendevano le cosce.
«Così si vede meglio Roma dietro, no?»
Il perizoma spariva completamente tra le chiappe, la base del plug in bella vista. Alessio scattava col telefono, le mani che tremavano... zoomò senza pensarci, il cazzo di marmo nei pantaloni. Lei si voltò, si aprì piano il balconcino del reggiseno: le tette enormi rotolarono fuori, pesanti, i capezzoli rosa durissimi nel freddo. Se li strizzò piano, sorridendo maliziosa alla camera.
«Ti piacciono tesoro...»
Alessio scattava, il respiro affannato. Francesca si avvicinò, gli tolse il telefono di mano piano.
«Ora basta foto… Vieni, la mamma vuole fare le cose per bene.» sussurrò, la voce già roca di desiderio. Lo prese per mano, lo portò in una zona più buia del parco, dietro una siepe alta, un angolo isolato dove nessuno passava.
C’era una panchina di pietra, fredda, isolata, dietro un gruppo di alberi che li nascondeva alla vista. Il parco era quasi deserto, solo il rumore lontano del traffico.
Si inginocchiò davanti a lui sui sassi freddi, rimase lì, illuminata solo dalla luce lontana di un lampione: lingerie nera da puttana assoluta, tettone enormi quasi fuori dal balconcino, perizoma che spariva tra le labbra gonfie, calze velate, stivali alti alla coscia, il plug che luccicava tra le chiappe. Francesca si inginocchiò piano sull’erba fredda, i tacchi alti che la facevano inarcare, il culo in fuori con il plug in bella vista.
«Vieni qui, amore di mamma...» disse con voce roca, già troia totale. «La mamma ti vuole in bocca… tutto… piano piano...»
Gli aprì la zip con mani esperte, tirò fuori il cazzo – grosso, venoso, già lucido di precum.
«Cazzo, Ale… guarda che cazzo che ha il mio bambino… così grosso… così venoso… la mamma lo vuole tutto in gola…» mormorò, guardandolo negli occhi. «Lo volevo fare da giorni… come una vera troia… mmmm...»
Lo prese in mano, lo accarezzò piano dalla base alla cappella, spremendo altro precum che le colò sul palmo. Iniziò lento, come al cinema… Prima leccò la cappella piano, la lingua che girava intorno al glande, assaggiando il sapore salato di suo figlio. Gemette forte.
«Mmmh… che buono… il sapore del cazzo di mio figlio…»
Lo accarezzò piano dalla base alla cappella infine… Gemette forte, poi aprì la bocca rossa e se lo infilò dentro. Alessio emise un gemito, le mani nei suoi capelli biondi.
Ma a qualche metro di distanza, nascosto tra il fogliame di due pini, un uomo sulla quarantina osservava la scena. Era arrivato per caso, attirato dai gemiti sommessi, e ora non riusciva a staccare gli occhi. Con la mano già dentro i pantaloni, si segava piano il cazzo indurito, il respiro corto, eccitato oltre misura da quello che vedeva: una milf bionda, vestita da troia assoluta, in ginocchio davanti a un ragazzo giovane.
Francesca iniziò il pompino più lento, osceno e profondo della sua vita. Prima la cappella: la prese in bocca piano, la lingua che girava intorno al glande, succhiando il precum come nettare. Lo guardava negli occhi, le lacrime già che le spuntavano per lo sforzo di non ingoiare tutto subito.
Poi scese piano, centimetro per centimetro, la bocca calda e bagnata che lo avvolgeva, la gola che si apriva piano. Lo sentiva pulsare sulla lingua, le vene che sfregavano il palato. Arrivata a metà, si fermò, succhiò forte, la guancia incavata, poi risalì lenta, lasciando un filo di bava che collegava le labbra alla cappella. L’altra mano era già tra le sue cosce: spostò il perizoma minuscolo, si infilò due dita nella figa fradicia, iniziò a scoparsi piano, in sincronia con la bocca. Il plug nel culo le dava un piacere doppio: ogni movimento in ginocchio lo faceva sfregare dentro, le premeva sulla parete interna, le faceva colare umori sul perizoma e sulle cosce. Il guardone, eccitato oltre misura, fece dei passi in avanti. Si spostò di un albero, ora a soli quattro metri di distanza. La luce del lampione lo illuminava appena: Francesca lo vide chiaramente, la mano che pompava veloce sul cazzo tirato fuori dai pantaloni, gli occhi fissi su di lei.
Un’onda di lussuria pura la travolse. Il cuore le batteva forte, la figa si contrasse intorno alle dita. Non disse nulla ad Alessio, ma dentro impazzì: voleva farlo sborrare prima che suo figlio le venisse in gola. Voleva che quello sconosciuto la vedesse puttana fino in fondo e si svuotasse guardandola.
Riprese a scendere, più profondo ma ora con intenzionale teatralità: si inarcò di più, spingendo il culo verso l’alto, facendo luccicare il plug sotto la luce del lampione, sapendo che l’uomo lo vedeva. Gemette più forte, volutamente rumorosa, lasciando che i suoni osceni arrivassero fino a lui.
- Stacco – Dalla scena del guardone:
Ero lì, nascosto dietro quell'albero nel parco buio, il cazzo già duro in mano, quando li ho visti. Una milfona stratosferica... incredibile, sui quaranta, con due zinne enormi che ondeggiavano a tempo del pompino mentre era in ginocchio sui tacchi altissimi di stivali alla coscia, calze velate che le tiravano quelle cosce belle in carne. E un ragazzo giovane, suo figlio - l’ho capito subito da come gli parlava mentre gli ingoiava il cazzo fino alle palle.
All'inizio non ci credevo. Pensavo fosse una battona da strada, una di quelle troie che si vendono per venti euro dietro i cespugli. Lei era una troia vera, di quelle che sogni di notte: capelli biondi scompigliati, trucco da puttana sfatto, bocca rossa spalancata intorno all'asta grossa di quel ragazzo. Lui la teneva per i capelli e le scopava la gola piano, profondo, e lei... porca troia, lei lo incoraggiava con una voce rotta dai gemiti:
"Mmmh, amore… sì, spingi nella gola della mamma… ah, sì… lo sai… mamma è la tua troia… vuoi sborrarmi in faccia? O preferisci riempirmi la gola come una puttana da marciapiede?"
Mi sono messo a segarmi piano. Non riuscivo a staccargli occhi di dosso. Lei risaliva il cazzo con uno schiocco bagnato, fili di saliva che le colavano sul mento e sulle tette, e continuava a parlare sporco, ansimando:
"Guarda come mi piace il tuo cazzo, Ale… guarda come la mamma si tocca la figa pensando a te… sono una mamma degenerata, lo sai? Mi sono toccata anche a casa questi giorni pensando al tuo cazzo… una vera zoccola che si fa scopare la bocca dal suo bambino… e mi piace… cazzo se mi piace…"
Porca troia, quelle parole mi hanno fatto gonfiare il pisello come un animale. Non era una troia qualunque: era una mamma, una vera madre, che si comportava da puttana schifosa solo per il suo ragazzo, per suo figlio. Per me invece era una battona da quattro soldi, si esibiva come se dovesse farmi venire in trenta secondi netti, e ci stava riuscendo alla grande.
La vedevo che si infilava le dita nella figa, sotto quel perizoma minuscolo spostato di lato, pompando forte mentre gli leccava la cappella. E io acceleravo la mano, il sudore che mi colava, cercando di non fare rumore.
Ha alzato la voce apposta, sapendo che la stavo guardando, gemendo forte come una cagna in calore: "Ah sì… scopami la gola, tesoro… fai venire la tua mamma troia… voglio la tua sborra calda… voglio ingoiare tutto… come una puttana… una mamma che beve il latte del suo figlio… sì, così… più forte… GH!GH!"
E lui ha affondato fino in fondo. Il naso di lei schiacciato contro il pube, le palle sulle labbra, la gola che si gonfiava intorno al cazzo. Lei soffocava, lacrimava, ma teneva, succhiava forte, scuoteva la testa per farselo sfregare dentro. Il trucco che colava nero sulle guance, ma teneva tutto dentro, succhiava forte, scuoteva piano la testa per farselo sfregare in gola. Una mamma che si sottometteva completamente a suo figlio, Una sottomissione perfetta, da vera schiava incestuosa. Ma per me era solo una troia da marciapiede che offriva la gola in cambio di sborra.
Risaliva lenta, sbavando come una fontana, saliva densa che le colava con fili lunghi sulle tette enormi rendendo il décolleté lucido, sul mento, poi ridiscendeva profondo. Ritmo lento, osceno, ipnotico: giù fino alle palle, per soffocare ancora, succhiarlo, risalire leccando la cappella gonfia e di nuovo giù. Si toccava le tette con l'altra mano, pizzicava i capezzoli duri, la figa che colava umori sulle cosce. Tutto per farmi vedere quanto era puttana. Con tre dita si scopava la figa fradicia, pompando forte, il pollice che schiacciava il clito duro, schizzi di umori che le colavano sulle calze e sugli stivali.
Poi, porca ma... si è girata verso di me. Ha ruotato il busto, spalancato le cosce al massimo come una puttana che aspetta il cliente. La figa era depilata, gonfia, rossa... aperta, e colava: umori densi, trasparenti, che gocciolavano sui sassi tra le sue cosce divaricate. Il perizoma era solo un filo inutile di lato.
Il figlio era concentrato e rapito da lei, dalla sua mamma che si sacrificava, che si umiliava per farlo venire. Per me era una zoccola di strada che si offriva gratis, che si metteva in vetrina per farmi sborrare. E io mi segavo come un animale, la mano che volava sul cazzo, le vene gonfie, la cappella viola che luccicava di precum.
Il cazzo del figlio le entrava e usciva dalla bocca, ogni affondo del ragazzo nella sua gola faceva rimbalzare quelle tettone oscene, su e giù, schizzando saliva ovunque. Lei si scopava la figa con tre dita bagnate fino al palmo. Mi guardava dritto negli occhi, lacrime di gola che le rigavano la faccia da troia, un sorriso lurido intorno al cazzo del figlio e mi mostrava tutto: come si faceva sfondare la bocca dal suo stesso bambino, come le zinne ballavano, come la sua figa da mamma incestuosa colava e schizzava solo per farmi venire.
Non ce l'ho fatta più. Gli occhi incollati sulla figa spalancata, alle tette che ballavano, alla bocca piena, mi sono irrigidito. Quanto avrei voluto sborrarle in faccia!!! Il cazzo ha pulsato forte, la cappella si è gonfiata, e ho sborrato come un maiale: fiotti bianchi, densi, che schizzavano in aria, colando sulla mano, sul terreno, sul tronco. Uno, due, tre schizzi violenti, grugnendo piano, le gambe che tremavano.
E lei, porca troia, è venuta esattamente mentre mi guardava sborrare. La figa che si contraeva intorno alle dita, un getto caldo di piscio che le schizzava sulle cosce e sugli stivali, senza mai staccare gli occhi dalla mia sborra che colava per terra per colpa sua. Mi ha fatto un sorriso complice, osceno, con il cazzo del figlio ancora in bocca, succhiando piano...
Una troia assoluta. La mamma più degenerata e oscena che abbia mai visto. E io ho sborrato tutto per lei.
Stacco – Dalla scena di Francesca:
Alessio urlò piano, le mani strette nei capelli. «Cazzo mamma…»
Francesca risalì lenta, sbavando copiosamente. Il plug la faceva impazzire: sentiva il culo pieno, la figa vuota che voleva il cazzo, ma si tratteneva.
Il ritmo rimase lento, ipnotico, ma ogni movimento era ora uno spettacolo: si toccava le tette con la mano libera, pizzicava i capezzoli duri, gli umori colavano sulle cosce, tutto per far vedere al guardone quanto fosse puttana. Lo sconosciuto si segava furiosamente. Francesca lo fissava di sfuggita, gli occhi lucidi di lacrime e lussuria, e questo la faceva impazzire ancora di più. Voleva venire esattamente quando la sborra di suo figlio le avrebbe toccato la lingua. Francesca, ancora in ginocchio sui tacchi alti degli stivali, con il cazzo grosso di Alessio che le affondava lento e profondo in gola, si girò di proposito verso il guardone. Ruotò il busto quel tanto che bastava, spalancando apposta le cosce rivestite di calze velate, gli stivali alti alla coscia che le tiravano la carne soda, il perizoma minuscolo spostato di lato che lasciava la figa depilata gonfia e fradicia completamente esposta.
Col cazzo del figlio che le entrava e usciva dalla bocca rossa, sbavando fili densi di saliva, si mise in mostra come una troia: le ginocchia divaricate al massimo, il culo in fuori con il plug nero che luccicava, la figa aperta in maniera oscena.
Ogni affondo di Alessio nella sua gola faceva ballare le sue tettone enormi, pesanti, fuori dal balconcino di pizzo nero, i capezzoli rosa durissimi che rimbalzavano su e giù, schizzando gocce di saliva sul décolleté lucido. E lei, sincronizzata, scopava la propria figa con tre dita bagnate, pompando forte, il pollice che sfregava il clitoride gonfio, schizzi di umori che le colavano sulle calze e sugli stivali.
Teneva gli occhi fissi sul guardone, a soli quattro metri, la mano che volava furiosa sul cazzo tirato fuori, le vene gonfie, la cappella rossa che luccicava. Francesca lo guardava dritto, lacrime che le rigavano il trucco sfatto, un sorriso osceno intorno all’asta del figlio, e gli mostrava tutto: come si faceva scopare la bocca dal suo stesso bambino, come le tette ballavano oscene a ogni spinta, come la sua figa da mamma zoccola colava e schizzava per lui.
Il guardone non resse più. Gli occhi incollati alla sua figa spalancata, alle tette che rimbalzavano, alla bocca piena del cazzo del ragazzo, si irrigidì di colpo. Francesca vide tutto chiaramente: il cazzo che pulsava nella sua mano, la cappella che si gonfiava, e poi lo schizzo potente, fiotti bianchi e densi che schizzavano in aria, colando sulla mano, sul terreno, sul tronco dell’albero. Uno, due, tre schizzi violenti, mentre lui grugniva piano, le gambe che tremavano, lo sguardo perso dentro la sua figa aperta e le tette che ancora ballavano.
Francesca venne solo a vederlo sborrare per lei, la figa che si contraeva intorno alle dita, un altro schizzo di piscio caldo che le bagnò le cosce, senza mai staccare gli occhi da quella sborra che colava per colpa sua, per la sua troiaggine esibita. Francesca mentre lei gli sorrideva complice, senza mai smettere di succhiare.
Alessio era al limite: i fianchi che si muovevano istintivamente, le mani che le tenevano la testa, spingendo piano. Francesca sentiva l’orgasmo montare: la figa che schizzava già sulle dita, il clitoride durissimo, il plug che le premeva dentro.
«Vieni, amore…» mormorò con il cazzo in bocca, la voce gorgogliante. «Sborrami in gola… riempimi… sborra… la bocca… della mamma… mmmhh...»
Alessio esplose.
Il primo schizzo potente le arrivò direttamente in gola, caldo, denso, salato. Francesca venne di nuovo nello stesso istante: gli occhi fissi in quelli del suo devoto ed amato figlio, lacrime che colavano, si infilò tutto il cazzo in gola fino alle palle, soffocandosi volontariamente. La figa schizzò violentemente: non solo umori, pisciò l’orgasmo per terra, schizzi caldi e trasparenti che bagnarono i sassi, le cosce, gli stivali. Il corpo tremava, la gola che si contraeva intorno al cazzo, mungendo ogni schizzo. Alessio urlò il suo nome, le mani strette nei capelli biondi, schizzi su schizzi che le inondavano la gola. Francesca ingoiò tutto, soffocando, lacrimando, schizzando ancora più forte mentre il plug le dava spasmi anali profondi. Le tette nude tremavano, i capezzoli durissimi nel freddo. Quando l’ultimo schizzo finì, rimase lì, il cazzo ancora in gola, gli occhi lacrimosi fissi in quelli di lui, un sorriso osceno intorno all’asta. Poi risalì lenta, leccando ogni goccia, pulendo il cazzo di suo figlio con la lingua, assaporando il misto di sborra e saliva. Si alzò piano, le cosce bagnate di piscio e umori, le tette fuori, il trucco sbavato, il plug ancora dentro. Lo baciò in bocca dopo aver ingoiato tutto, voleva essere baciata per bene, voleva fargli sentire il sapore della sua lingua e non del suo cazzo. Il sapore di femmina.
Francesca si alzò piano dai sassi freddi di Villa Borghese, le ginocchia ancora instabili dopo l’orgasmo violento che le aveva fatto pisciare sul selciato. Il liquido caldo le colava lungo le cosce interne, mescolandosi agli umori densi della figa, bagnando il pizzo delle calze autoreggenti e gli stivali alti alla coscia.
Le tette enormi ondeggiavano libere fuori dal balconcino di pizzo nero trasparente, i capezzoli rosa duri e lucidi di saliva nel freddo della notte, la pelle d’oca che li rendeva ipersensibili. Le labbra carnose erano gonfie per lo sforzo di aver ingoiato quel cazzo fino in fondo; il trucco sbavato, righe nere di mascara essiccato sulle guance per le lacrime del pompino profondo che aveva appena fatto a suo figlio.
Il perizoma minuscolo era spostato di lato, lasciando scoperta la figa depilata, gonfia e fradicia, che ancora pulsava. Il plug nero le riempiva il culo stretto, una pressione costante e oscena che la faceva colare. I capelli biondi scompigliati dal vento, il viso da puttana consumata… eppure sorrideva, gli occhi accesi di lussuria pura.
Alessio era ancora in piedi, il cazzo mezzo duro che gocciolava gli ultimi residui fuori dai pantaloni aperti. Le mani gli tremavano, lo sguardo fisso su di lei, incapace di parlare. Aveva appena sborrato in gola a sua madre, in pubblico, mentre lei pisciava soffocandolo con la gola.
Francesca gli si avvicinò piano, gli stivali che scricchiolavano sul selciato, il culo grande e sodo che ondeggiava a ogni passo. Gli prese il viso tra le mani, lo baciò profondamente, infilandogli la lingua in bocca e passandogli il sapore dolce e caldo di sé. Poi si scostò appena, strofinandogli il naso sul viso, e con gesti materni – ma con le dita ancora bagnate di saliva e sborra – gli sistemò il cazzo nei pantaloni e gli chiuse la zip piano.
«Ora andiamo a casa, amore mio» sussurrò dolce, la voce roca.
«La mamma ha ancora tanta fame.» sussurrò contro le sue labbra, la voce roca, bassa, da madre incestuosa. Lo prese per mano, lo trascinò verso l’uscita del parco. Camminava veloce sui tacchi altissimi, il plug che le sfregava dentro ad ogni passo, la figa che pulsava vuota, pronta a essere riempita. Alessio la seguiva, il cazzo ancora sensibile nei pantaloni, la mente vuota tranne per l’immagine di sua madre in ginocchio, la gola piena della sua sborra, che pisciava orgasmando e schizzando mentre lo guardava. Arrivati sulla strada principale, Francesca alzò la mano con un gesto elegante. Un taxi accostò quasi subito. L’autista, un uomo sulla cinquantina con accento romano, li guardò dallo specchietto: lei, bionda, bellissima, cappotto lungo, tacchi altissimi; lui, giovane, moro, viso sconvolto.
«Buonasera, a Via delle palme, per favore» disse Francesca con voce dolce, materna, sedendosi sul sedile posteriore. Alessio salì accanto a lei, la portiera che si chiuse con un tonfo.
Il taxi partì piano, il riscaldamento acceso che iniziava a scaldare l’abitacolo. Francesca si strinse al braccio di Alessio, appoggiandogli la testa sulla spalla come una mamma affettuosa dopo una serata tranquilla.
«Grazie per la passeggiata, amore mio...» mormorò, la voce bassa, calda, quasi un sussurro. «È stato… indimenticabile.»
L’autista guidava concentrato sulla strada, la radio bassa.
Ma sotto il cappotto, Francesca era bollente.
Se avete qualche idea, o qualche critica scrivetemi! Grazie a tutti per avermi letta!
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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