incesto
Il velo della Tentazione proibita atto III
19.12.2025 |
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"Un gemito basso, roco, le sfuggì dalle labbra – non troppo forte, ma abbastanza da arrivare fino al corridoio..."
L’aveva vista.L’aveva sentita gemere e godere come una puttana, spingersi quel cazzo finto dentro fino ad urlare:
«Riempimi, porco!» pensando a un altro. E invece di andarsene, invece di arrabbiarsi… si era fermato lì.
Si era segato.
Guardandola.
Schizzando a terra come un animale in calore.
Un’ondata di calore le salì dal basso ventre fino al viso. Non era vergogna. Non era paura di essere scoperta.
Era eccitazione pura, violenta, travolgente.
La figa, che già pulsava, si contrasse di nuovo, come se volesse un altro giro. Sentì un rivolo caldo scivolarle tra le labbra ancora gonfie.
«Il mio bambino…» pensò, mordendosi forte il labbro inferiore. «Mi ha vista fare la troia… cazzo... e gli è piaciuto da morire...»
Immaginò la scena: Alessio nascosto dietro la porta, i jeans aperti con la mano che pompava quel cazzo grosso che lei aveva intravisto mesi prima per caso (e che non aveva più dimenticato). Gli occhi fissi su di lei, sulle sue tette che rimbalzavano, sulla figa che schizzava. La gelosia negli occhi, ma soprattutto il desiderio. Il desiderio di sua madre.
Francesca si portò una mano tra le cosce senza pensarci, sfiorò il clitoride ancora sensibile e rabbrividì.
«Cazzo… si è segato guardandomi... mi guardava mentre mi fottevo con il dildo... cazzo... al telefono con un altro… e ha sborrato così tanto…»
Cosa sentiva?
Un misto potente di trionfo, lussuria, possesso. Aveva passato settimane a provocarlo piano in maniera silente, facendogli vedere cosce, tette, sorrisi maliziosi. Aveva alzato l’asticella apposta, sperando che prima o poi qualcosa potesse succedere. E ora… la prova era lì, sul pavimento.
Calda, densa, sua.
Sentiva il cuore batterle nelle tempie, il respiro accelerare di nuovo. Voleva alzarsi, pulire tutto prima che lui tornasse… ma no. Non voleva pulire niente.
Cosa avrebbe voluto fare in quel momento?
Avrebbe voluto chiamarlo.
Subito.
«Ale… vieni qui, tesoro.» Con la voce dolce di sempre.
E quando lui fosse entrato, arrossendo, balbettando scuse… lei si sarebbe alzata piano, ancora mezza nuda, il dildo a terra acconto al divano impregnato dei suoi umori e la sborra di lui sul pavimento tra loro. Gli avrebbe sorriso, materna e diabolica insieme.
«Hai visto la mamma fare la cattiva, eh? Ti è piaciuto, amore mio?» gli avrebbe sussurrato come una gatta.
E poi si sarebbe avvicinata, gli avrebbe preso la mano, se la sarebbe portata tra le cosce ancora bagnate.
«Senti quanto sono fradicia… non per quel porco al telefono. Per te. Da mesi.» Sicura di se.
Avrebbe voluto inginocchiarsi lì, davanti alla sua sborra ancora calda, prendergli il cazzo in bocca e succhiarlo fino a farlo rinvenire duro, assaggiando finalmente il sapore di suo figlio per la prima volta. Avrebbe voluto dirgli tutto: che ogni gonna corta, ogni strusciata, ogni «hai visto come mi guardano» era per lui. Che si toccava pensando a lui da quando l’aveva spiato segarsi. Che voleva essere scopata da suo figlio, forte, possessivo, geloso.
Un brivido di eccitazione la percorse di nuovo.
«Era geloso da morire.» pensò. «Geloso di me. Di sua madre.»
Subito dopo arrivò un’ondata di tenerezza, quasi dolorosa. Lo immaginò lì, nascosto dietro la porta, il viso arrossato, gli occhi fissi su di lei. Immaginò quanto dovesse essersi sentito confuso, geloso, arrabbiato… ma soprattutto eccitato. Il suo ragazzo, il suo “ometto di casa”, quello che le portava la spesa pesante e le cambiava le lampadine, ridotto a segarsi come l'adolescente in calore, che era, solo perché lei aveva spalancato le gambe e si era masturbata con un dildo gridando:
«Riempimi, porco!»
Le venne quasi da piangere, ma non di tristezza. Di commozione perversa.
«Povero amore mio… quanto avrai sofferto a resistere. A guardarmi mentre facevo segare un altro...»
E quella gelosia, lo sapeva, era il combustibile perfetto. Alessio non avrebbe più resistito. Avrebbe voluto punirla, possederla, marchiarla. Farle capire che quella figa, quelle tette, quella bocca... non piu' da mamma ma da troia erano solo sue.
A quel pensiero, Francesca sentì le ginocchia molli. Si portò istintivamente la mano tra le cosce, sfiorò il perizoma fradicio e gemette piano. Desiderio. Un desiderio così intenso da farle male.
Voleva lui.
Subito.
Voleva sentire quel cazzo grosso – che aveva intravisto mesi fa, duro nei boxer mentre dormiva sul divano – dentro di sé. Voleva che la prendesse con rabbia, che la scopasse pensando a tutte le volte che lei aveva fatto la zoccola davanti ad altri. Voleva che le ringhiasse all’orecchio:
«Sei solo mia, mamma… nessuno ti tocca più.»
Voleva essere sporca di lui.
Voleva sporcarsi con lui.
Voleva essere la sua troia personale.
Ma sotto tutto questo era condito anche da un’emozione più dolce, più materna: l'amore.
Un amore distorto, proibito, ma pur sempre amore.
Alessio era il suo tutto.
L’unico uomo che non l’aveva mai abbandonata. Che nonostante la sua giovane età si era sempre preso cura di lei, quando la sera stava male perché si sentiva sola, sul divano, nel lettone quando dormivano insieme.
Sempre.
E ora, finalmente, lo avrebbe avuto in ogni senso possibile.
Le tremò il labbro inferiore. Si asciugò una lacrima che le rigò il viso.
«Ti amo, tesoro mio.» sussurrò al vuoto del salotto.
«Ti amo così tanto che voglio darti tutto. Anche questo.» lo disse come una promessa.
Si alzò piano, le gambe ancora molli. Prese un fazzoletto di carta e poi si fermò... invece di pulire… si chinò, raccolse un po’ di quella sborra con due dita. La guardò controluce, densa, bianca, ancora tiepida.
Se la portò al naso. Annusò.
Oddio... La fica gli si strinse come se avesse vita proprio.
Un odore forte, maschio, di suo figlio.
Portò le dita verso la bocca, schiuse le labbra e tirò fuori la lingua.
Posò le dita delicatamente sulla lingua, come se non avesse altre opportunità di averne altra... e la leccò piano, assaggiando. Salato, denso. Gemette piano tra sé quando il gusto le pervase la gola.
«Presto, tesoro mio…» sussurrò, mentre un sorriso lento e predatorio le si allargava sulle labbra. «Presto ti faccio pulire la mamma con la lingua… e poi ti faccio sborrare dentro dove nessuno ha mai osato.»
Lasciò la pozza lì. Intatta. Come un marchio.
Si tolse la maschera, si sistemò il perizoma, chiuse il reggiseno. Andò in cucina a prepararsi un caffè, canticchiando come se niente fosse. Ma dentro, la figa le pulsava ancora. Sapeva che la prossima volta che si fossero guardati negli occhi, non ci sarebbero più ambiguità. Lui sapeva cos'era lei, ma ancora non sapeva che lei... per lei voleva essere presa lui. Voleva il suo cazzo e la sborra.
E «scopami forte, figlio mio. Ti prego...».
Nei giorni successivi a quell’episodio incendiario nel salotto, la casa sembrava immersa in una tensione elettrica, palpabile come l’aria prima di un temporale. Francesca e Alessio continuavano la loro routine quotidiana. Lei indossava abiti sempre più provocanti in casa – camicette sbottonate quel tanto che bastava a far intravedere il bordo di un reggiseno di pizzo, gonne corte che salivano quando si chinava a prendere qualcosa dal mobile basso – ma lo faceva con nonchalance, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Alessio arrossiva, balbettava, distoglieva lo sguardo... ma i suoi occhi tornavano sempre lì, affamati.
Alessio non riusciva a togliersi dalla mente quella scena: sua madre spalancata sul divano, la figa lucida che ingoiava il dildo, le urla da troia per quel bastardo al telefono. Di notte, si rigirava nel letto con il cazzo duro come pietra, ripensando a lei. E durante il giorno, quando Francesca usciva per fare la spesa o andare in palestra, lui non resisteva più.
Un giorno, andando in bagno per farsi una doccia, Alessio notò uscire dalla cesta dei panni sporchi un qualcosa di pizzo nero… Aprì la cesta dei panni e…
Quella fu la prima volta.
Lui chiuse la porta del bagno a chiave, il cuore che gli martellava nel petto. Aveva i pantaloni della tuta già abbassati, il cazzo che schizzava fuori duro e venoso, la cappella gonfia e lucida di precum. Prese quel perizoma con mani tremanti, lo portò al naso e inspirò profondamente.
«Oddio... Questo... è l'odore della fica di mamma...?» mormorò inspirando e chiudendo gli occhi.
L’odore era intenso: i suoi umori misti al profumo della pelle, quel sentore acre e dolce della figa bagnata. Se lo premette contro la faccia, leccando piano la stoffa umida, assaggiando il sapore salato e leggermente acidulo della madre. La lingua scivolava sul pizzo, succhiando avidamente quella macchia centrale, immaginando di leccare direttamente dalla fonte.
Si sedette sul bordo della vasca, le gambe spalancate, iniziò a segarsi piano, la mano stringeva la base del cazzo grosso, spesso, con vene che pulsavano sotto le dita. Ripensava a lei vestita da troia: immaginava Francesca con un microabito aderente, tipo quelli che indossavano le pornostar nei porno che vedeva, cortissimo che le lasciava mezzo culo fuori, tacchi a spillo altissimi, rossetto sbavato. La vedeva chinata in avanti, le tettone enormi che traballavano da una scollatura oscena, i capezzoli duri che premevano contro il tessuto.
«Guardami, Ale... sono la tua mamma troia...» gli diceva nella fantasia, mentre si strusciava contro un palo come una stripper.
Accelerò la mano, pompando forte, il perizoma premuto contro il naso… Alessio ringhiò piano, la mano che volava su e giù, i muscoli delle cosce tesi. Pensava a lei che si masturbava sul divano, le gambe spalancate, il dildo che entrava e usciva con schiocchi umidi, urlando... Solo per lui.
L'orgasmo arrivò violento come non mai: spinse il perizoma contro la cappella avvolgendolo intorno al cazzo, e venne. Cazzo se venne, con un grugnito soffocato. Schizzi potenti, densi, bianchi, che impregnarono la stoffa già umida della madre. La sborra colava calda, mescolandosi ai suoi umori, mentre lui tremava, le palle che si contraevano una dopo l’altra.
«Mamma… Ti sborro!! Cazzo... sì… Sborro per te!!!» ansimava, strizzando l’ultima goccia dentro quel pizzo nero.
Lo guardò, quel perizoma era grondante, bagnato, appiccicaticcio... Come se lo avesse immerso nella sborra e lo avesse poi tirato fuori. Era letteralmente fradicio... Lo doveva nascondere.
Quindi, con cura perversa, lo ripiegò e lo rimise nella cesta ma in fondo, coperto da altri panni. Il cuore gli batteva forte, un misto di colpa e eccitazione pura.
Quello fu solo l’inizio.
Per settimane, divenne un rituale quasi quotidiano.
Francesca, dal canto suo, si comportava al limite della decenza materna con lui. In casa, si stiracchiava sul divano con la vestaglia aperta, le cosce esposte, “per caso” lasciando intravedere il bordo di un perizoma.
«Tesoro, mi massaggi i piedi? Quei tacchi mi hanno indolenzito i piedini...» diceva, appoggiandogli il piede nudo sulla coscia, vicino all’inguine, le dita che gli sfioravano il cazzo barzotto.
O si chinava davanti a lui per prendere qualcosa dal frigo in basso, il culo sodo in bella vista sotto la gonna corta e se lui guardava troppo, rideva innocente:
«Che c’è, Ale? Che fai? Guardi il culone della mamma??» Schernendolo... mentre dentro godeva incredibilmente nel sentire gli occhi di suo figlio addosso in quel modo.
Lui non si accorgeva di quanto fosse calcolato. Era una stuzzicatrice perversa, lo portava al limite senza mai oltrepassarlo apertamente.
Poi, arrivò il giorno del bucato.
Era un martedì pomeriggio. Francesca era uscita con le amiche ed era rientrata a casa, indossando una gonna plissé corta e una camicetta bianca sbottonata. Andò in bagno, cambiandosi per fare la doccia, togliendosi i collant neri di nylon leggeri 5 den, quelli velati. Li aveva arrotolati e buttati nella cesta in bagno, nuda sotto la vestaglia, pensando di fare il bucato più tardi dopo un’oretta.
Alessio aveva visto la madre in cucina, mentre si piegava mostrandogli quelle tettone che per lui erano come Kryptonite, ed era corso in bagno con la scusa di lavarsi.
Non resistette.
Voleva segarsi pensando alla madre.
La cesta era lì, pensò di prendere un suo reggiseno e di marchiarlo come faceva di solito. Apri la cesta e sopra, in cima trovò i collant: ancora caldi, profumati di lei.
Dio quando diavolo profumavano di donna, quando odoravano della sua dea.
L'odore di sua madre lo faceva impazzire.
Il nylon liscio, leggermente umido all’interno delle cosce, dove aveva sfregato contro la figa tutto il giorno. Li portò al viso, inspirando a fondo: odore di pelle calda, di sudore leggero, di quel muschio femminile che lo faceva impazzire.
«Oddio... mamma… mmmhh sa di fica...» mormorò, il cazzo già duro che premeva per uscire dai boxer.
Chiuse la porta, si spogliò completamente, nudo davanti allo specchio, prese i collant ed infilò in uno dei gambali il cazzo: il nylon liscio e setoso che scivolava sulla pelle sensibile, come una carezza proibita. Iniziò a segarsi piano, stringendolo intorno all’asta. Era come scoparsi la seconda pelle di sua madre.
Iniziò come sempre a viaggiare con la fantasia su di lei vestita da troia: collant neri a tutina, quelli da puttana, con un buco strategico all’altezza della figa, un corsetto che le stringeva la vita e rendeva ancora piu' grosse le sue tettone giganti e sode. La vedeva strisciare a quattro zampe sul pavimento verso di lui, il culo in alto, le labbra gonfie rosse aperte.
«Voglio il tuo cazzo, amore mio... fammi sentire quanto sei duro per la mamma… mmmmhh La mammina lo vuole...»
Immaginava lei che gli faceva una spagnola: Francesca in ginocchio davanti a lui, le tettone libere e pesanti, unte d’olio, che gli avvolgevano il cazzo completamente. Le sentiva calde, morbide, che lo stringevano mentre lei saliva e scendeva, la lingua che leccava la cappella ogni volta che spuntava tra le tettone, per poi farlo sparire di nuovo nel solco profondo mentre lei lo guardava e gemeva.
«Sborra qui, tesoro... inonda le tettone della mamma... schizzami con la tua sborra calda... Dai... La mamma ne ha bisogno... mmmhhh» gli sussurrava simulando gemiti di piacere.
Alessio pompava forte ora, il collant che scivolava su e giù, il nylon bagnato di precum che si tendeva intorno alle palle. Il ritmo accelerò, i muscoli tesi, il respiro corto.
«Mamma… Quanto mi piacciono le tue tette da troia... sì… Vengo… Sei una puttana!! Sborro per te mamma!!! TI SCHIZZO TUTTA! AAAAAHH!!!» ringhiò, e venne con violenza: schizzi potenti dentro il collant, la sborra che impregnava il nylon, colando calda e densa lungo la gamba.
Francesca sentì dei rumori provenire dal bagno e preoccupata, gli urlò dal salone:
«Amore! Tutto bene! Ma sei caduto???!!»
«No, ma'! Mi è caduta la spazzola su un piede! Tutto ok!!» Gli disse di tutta risposta al volo.
Di fretta, preoccupato che la madre entrasse Non si curò di sciacquare il collant inzuppato (come era successo per il perizoma la prima volta) e dargli un'asciugata per riporlo al suo posto privo di sborra.
Quindi, ansimante, lo rimise nella cesta dove lo aveva trovato, sulla cima, zuppi e appiccicosi.
Poco dopo era uscito con il viso arrossato, chiudendosi in camera.
Francesca, non appena lo vide uscire dal bagno, andò per fare il bucato così aprì la cesta.
Lì vide i suoi collant neri... e si fermò.
Erano bagnati.
Non umidi di sudore – bagnati fradici in punta, con macchie dense, bianche, ancora fresche.
Li portò al naso istintivamente. L’odore la colpì come una scarica elettrica: il suo odore muschiato, sì... ma sovrapposto, forte, quello inconfondibile della sborra. La stessa che aveva assaggiato dal pavimento quella sera. Densa, salata, di suo figlio.
«Oh porca puttana...» mormorò, le gambe che le tremavano.
Capì all’istante: Alessio era andato in bagno, li aveva presi e ci aveva sborrato pensando a lei. Il cuore le esplose nel petto, la figa si bagnò all’istante, un rivolo caldo che le scivolò tra le cosce nude.
Non ci pensò due volte.
Prese i collant sborrati, li strinse al petto e corse in camera sua. Chiuse la porta.
La porta? Nella fretta, la spinse ma non la chiuse bene – lasciò uno spiraglio di qualche centimetro senza accorgersene.
Si buttò sul letto, la vestaglia che si aprì completamente, rivelando il corpo nudo: I tettoni enormi, che la caratterizzavano facevano contrasto con la sua vita minuta, con capezzoli rosa già duri come chiodi, la figa pulsava bagnata.
«Cazzo... mio figlio... si sega con i miei collant... Lo farà anche con il mio intimo...» gemette piano, portando i collant al viso.
Inspirò profondamente: odore misto, perverso, suo e di lui. La sborra ancora calda, densa, che colava piano dalla stoffa. Se ne infilò una parte in bocca, succhiando avidamente il nylon impregnato con la lingua che raccoglieva quel sapore salato, denso…
«Oddio... Mmmh... sì... la sborra del mio bambino... Lo fa pensando a me...»
Con l’altra mano, si afferrò una tetta strizzandola forte, torcendosi il capezzolo fino a sentir male. Il piacere la travolse. L’altra mano scese tra le cosce, dita che separarono le labbra gonfie, già fradice. Infilò due dita dentro con violenza, scopandosi ritmicamente mentre succhiava i collant.
«Cazzo Ale... ti piace così tanto l’odore della mamma? Ti sei segato pensando alle mie tette? Alla mamma che fa la puttana? Vero? Mmmh….»
Immaginava lui in bagno: il cazzo grosso avvolto nei suoi collant che pompava forte, gemendo il suo nome. Immaginava di entrare, di inginocchiarsi, di prenderglielo in bocca mentre era ancora dentro la stoffa.
Le dita accelerarono, ne infilò tre dentro la figa che schizzava umori sul lenzuolo. Si schiaffeggiò una tetta, facendola rimbalzare, poi l’altra.
«Sono una mamma troia… mmmh... mio figlio mi vuole... sborra per me… sì….»
L’orgasmo la colpì come un treno: corpo inarcato, cosce che tremavano, urla soffocate contro i collant in bocca.
«SÌ... CAZZO... VENGO PER TE, AMORE MIO! SBORRA LA MAMMA!! SBORRAMI TUTTA!!!»
La figa schizzò potente, spruzzi che bagnarono la mano, il letto, mentre lei tremava, succhiando l’ultima goccia di sborra dalla stoffa.
Alessio, nel frattempo dalla sua camera di fronte, aveva sentito la porta aprirsi e chiudersi di fretta. Incuriosito, si avvicinò piano. La porta socchiusa della camera da letto della madre… e sbirciò dentro.
E la vide.
La madre giaceva ancora sul letto, il corpo madido di sudore, le cosce tremanti per l’orgasmo violento che l’aveva appena travolta. I collant neri le pendevano dalla bocca come un trofeo proibito.
«Cazzo... il mio bambino sborra pensando alla mamma troia...» aveva pensato, il clitoride che pulsava ancora sotto le dita.
Ora, nell’afterglow, respirava affannosamente, le tettone enormi che si alzavano e abbassavano ritmicamente. Si stiracchiò piano, come una gatta soddisfatta, ma mentre si girava sul fianco per alzarsi, il suo sguardo scivolò verso la porta.
Lo spiraglio. Quei pochi centimetri che aveva lasciato nella fretta. E lì, nell’ombra del corridoio, vide la sagoma. Alta, immobile. La silhouette inconfondibile di Alessio: la testa leggermente chinata, un braccio che si muoveva ritmicamente, su e giù, con un ritmo frenetico.
Stava segando. Il suo bambino, il suo “ometto di casa”, si stava segando il cazzo guardando lei nuda sul letto, con i collant sborrati ancora in bocca.
Francesca si bloccò per un istante, il cuore che le esplose nel petto. Non paura. Non vergogna. Eccitazione pura, animalesca, perversa.
«Mi sta guardando...» pensò, un sorriso lento e diabolico che le si allargava sulle labbra rosse.
«Il mio Ale... si sta segando guardando la mamma che è appena venuta succhiando la sua sborra.»
Sentì la figa contrarsi di nuovo, un rivolo caldo che le bagnava l’interno delle cosce. Si sentiva una puttana. Una vera puttana. Non solo per gli sconosciuti al telefono come Marco o per gli sguardi degli uomini al supermercato.
No.
Si sentiva la puttana di suo figlio.
E, cazzo, le piaceva da morire.
Non disse niente.
Fece finta di niente.
Si girò lentamente sul letto, come se stesse semplicemente sistemandosi, ma lo fece con una lentezza calcolata, sensuale, da troia esperta. Si mise a pancia in giù, il culo sodo e rotondo in alto, le cosce leggermente aperte in modo che dalla porta si vedesse la figa gonfia, ancora lucida dei suoi umori. Allungò una mano dietro di sé, si accarezzò piano una natica, poi scese tra le cosce, sfiorando il clitoride con la punta delle dita.
Un gemito basso, roco, le sfuggì dalle labbra – non troppo forte, ma abbastanza da arrivare fino al corridoio.
«Povero amore mio...» pensò, mentre si mordeva il labbro. «Ti faccio impazzire, eh? Ti faccio sborrare per bene adesso...»
Prese i collant dalla bocca, li guardò un attimo e poi, con un gesto lento e osceno, se li infilò di nuovo. Prima una gamba: fece scivolare il tessuto setoso sulla pelle, dalla punta dei piedi fino alla coscia tonica, tirando su la balza di pizzo con una carezza. Poi l’altra.
Si alzò in ginocchio sul letto, il culo in bella vista verso la porta, e sistemò i collant con movimenti languidi, le dita che sfioravano l’interno coscia, pericolosamente vicino alla figa.
Sapeva che lui vedeva tutto.
Sapeva che il suo cazzo stava pulsando nella mano, che il respiro gli si era fatto corto.
Si girò, sempre in ginocchio, e portò le mani sulle tettone. Le strinse forte da sotto, facendole traballare, ed unendole come se aspettasse che qualcuno ci sborrasse sopra... poi le schiaffeggiò piano – una, due volte – facendole arrossire leggermente. I capezzoli duri vennero pizzicati, tirati, tormentati tra pollice e indice.
«Mmmh...» gemette, la testa all’indietro, i capelli biondi che le cascavano sulla schiena.
«Cazzo, ora sai che hai una mamma puttana…» pensò, ridendo piano mentre guardava di soppiatto la porta.
Apri le gambe mentre era in ginocchio sul letto, spalancandole più che poteva mentre i collant le segnavano le cosce come un invito. Una mano tornò tra le gambe: sopra il nylon, premette forte sul clitoride, strofinando in cerchi lenti. L’altra mano passava sotto alle tette, unendole e alzandole, poi ne stringeva una, la torceva, la maltrattava.
Il respiro si fece più pesante, i gemiti più volgari.
«Guardami, tesoro...» pensò, gli occhi socchiusi verso lo spiraglio, fingendo di non vederlo. «Guarda la tua mamma che si tocca pensando a te...»
Accelerò il movimento tra le cosce, il nylon che si bagnava di nuovo dei suoi umori, la stoffa che si tendeva sul clitoride gonfio. Si inarcò, le tette si gonfiavano insieme al respiro affannoso, la bocca aperta in un gemito silenzioso.
Sapeva che lui era al limite.
Lo sentiva dal ritmo sempre più frenetico di quella mano nell’ombra.
Ma anche lei lo era.
E poi accadde.
Un grugnito soffocato, quasi impercettibile. La sagoma tremò. Francesca vide chiaramente gli schizzi: potenti, bianchi, che colpirono la porta interna, colando lenti sul legno. Uno, due, tre... tanti, densi, caldi. Alessio stava venendo guardando lei. Solo per lei.
Francesca gemette forte, di proposito – un gemito da puttana in calore – e spinse due dita sotto il bordo dei collant, direttamente dentro la figa bagnata. Si scopò forte per qualche secondo, il corpo che tremava, poi si fermò, ansimante, lasciando che l’orgasmo la attraversasse di nuovo, più dolce questa volta ma altrettanto intenso.
Vide la sagoma indietreggiare piano, scomparire nel corridoio.
Aspettò un minuto. Solo un minuto, per essere sicura che lui fosse tornato in camera.
Poi si alzò con le gambe ancora molli ed i collant umidi tra le cosce. Andò alla porta, la aprì piano.
La porta era schizzata. Strisce bianche, dense, ancora calde, che colavano lente verso il basso. L’odore forte, inconfondibile.
La sborra di suo figlio.
Francesca si inginocchiò lì sul pavimento del corridoio, nuda e senza vergogna. Portò la lingua sulla porta, piano, assaggiando la prima goccia.
Salata.
Densa.
Calda ancora.
«Cazzo...» mormorò tra sé, mentre leccava avidamente, pulendo ogni schizzo, ogni traccia.
La lingua scivolava sul legno, raccoglieva tutto, ingoiava mentre una mano scese di nuovo tra le gambe, sopra i collant, strofinando forte il clitoride mentre puliva la porta con la lingua come la troia più sporca del mondo.
«Guarda cosa mi fai fare… la mamma sta leccando la tua sborra dalla porta, amore mio...» pensò, la figa che pulsava di nuovo.
«Mi fai fare queste cose... mi fai sentire come una puttana.»
Quando ebbe pulito tutto, si alzò con le labbra lucide, il respiro corto. Andò in bagno, si sciacquò velocemente la faccia, si guardò allo specchio: occhi brillanti, guance arrossate, un sorriso predatorio.
Fece il bucato come se niente fosse: caricò la lavatrice con i panni sporchi, il detersivo, l’ammorbidente. Ma i collant... quei collant neri, ancora umidi di saliva, di umori suoi e di sborra (anche se poca, dopo che li aveva succhiati), li lasciò sopra la cesta.
In bella vista.
Arrotolati con cura.
Un invito silenzioso.
«Sai dove trovarli, tesoro...» pensò, mentre chiudeva il bagno.
«E stavolta... stavolta li userai sapendo che io so.»
Uscì dal bagno canticchiando, la vestaglia di seta che le accarezzava la pelle, diretta in cucina a preparare la cena, come ogni sera.
Ma ora era cosciente che quella notte Alessio li avrebbe presi di nuovo.
E avrebbe pensato a lei.
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