incesto
Il velo della Tentazione proibita atto V
22.12.2025 |
760 |
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"Alessio la guardava ipnotizzato, il respiro ancora corto, il cazzo mezzo duro che pulsava nei boxer bagnati..."
Passarono due giorni interi di tensione elettrica, palpabile, che aleggiava in casa come un profumo pesante. Alessio evitava lo sguardo di Francesca il più possibile, non sapeva come comportarsi: al mattino seguente però lei si comportò come se nulla fosse, anche perché non sapeva come intavolare il discorso.Cosa avrebbe dovuto dirgli?
Che aveva trovato della sborra sul suo seno?
Così lo avrebbe ravveduto dal non farlo ma lei non voleva questo…
Ergo scelse opzione che le sembrava migliore data la timidezza di suo figlio:
Non mi sono accorta di nulla.
Lei inizò a far di tutto per mostrarsi sempre nei limiti, tipo quando preparava il caffè in camicia da notte leggera mezza trasparente, lui balbettava un “grazie ma’” e usciva di corsa per il lavoro. La sera, cenavano quasi in silenzio, con lui che fissava il piatto e lei che sorrideva dolce, chiacchierando del più e del meno come sempre.
Ma dentro, entrambi bruciavano.
Francesca si toccava ogni notte, nel suo letto, pensando a quella vasta e calda sborrata sulle sue tette, al sapore di suo figlio in bocca. Alessio nella stanza accanto si segava due, tre volte al giorno rivivendo quella scena: la madre “addormentata”, le tettone morbide, rotonde, esposte ed il suo latte di cazzo che colava sulla pelle. Un visiona perfetta.
La gelosia per Marco era svanita, sostituita da un desiderio possessivo, anzi… ormai ossessivo. Il terzo giorno, un venerdì sera, Francesca decise che era ora di alzare di nuovo l’asticella. La eccitava da morire l’idea di fare la troia proprio per lui, di stuzzicarlo fino a farlo crollare.
«Ale, tesoro...» disse mentre sparecchiava la tavola, con voce dolce e materna.
«Che ne dici se stasera andiamo al cinema? È da una vita che non ci facciamo una serata così, solo noi due. C’è quel film nuovo, quel thriller romantico… dai, mi vizi la tua mamma?»
Alessio alzò lo sguardo, sorpreso. «Al cinema? Sì… va bene ma’.»
Lei sorrise, gli accarezzò la guancia. «Bravo il mio ometto. Mi preparo in un attimo, ci vediamo l’ultimo spettacolo così non dovremmo trovare molta gente!»
Andò in camera e si prese tutto il tempo. Voleva essere perfetta. Scelse un tubino nero aderente, cortissimo, che le arrivava a metà coscia, con scollatura profonda ma elegante - di quelli che sembrano sofisticati ma urlano “scopami”. Il nero faceva risaltare i capelli biondi sciolti in onde morbide sulle spalle, e la pelle dorata. Ai piedi, tacchi a spillo neri altissimi, che le facevano ondeggiare il culo in modo criminale. Sotto, la lingerie, ben nascosta dal vestito, da troia pura: reggiseno di pizzo nero trasparente che lasciava intravedere i capezzoli rosa, perizoma minuscolo che spariva tra le chiappe infilato sopra al reggicalze nero con calze velate. Uscì dalla camera e fece una piroetta davanti ad Alessio, che era sul divano.
«Come sto, amore?» chiese ridendo piano, girando su se stessa. La gonna salì pericolosamente, mostrando per un secondo la balza delle calze.
Alessio deglutì forte, il cazzo già mezzo duro. «Cavolo woow… Stai… stai benissimo ma’.»
«Grazie tesoro.» Gli diede un bacio sulla guancia, sfiorandogli il collo con le labbra.
«Andiamo?»
Al multisala del centro, un cinema vecchio stile con sala grande, poltrone rosse di velluto un po’ consumate, luci basse e profumo di pop-corn nell’aria. Il film era iniziato da poco, la sala mezzo piena, ma scelsero due posti in fondo, in un angolo buio, quasi isolati. Si sedettero vicini, alzarono il bracciolo tra loro, così da poter stare attaccati. Francesca accavallò le gambe lentamente, la gonna che saliva rivelando la balza delle calze. Alessio lo notò subito, gli occhi che saettavano giù. Lei finse di sistemarsi comoda, appoggiando la testa sulla spalla di lui come una mamma affettuosa.
«Che bello stare così con te, amore della mamma...» sussurrò dolce.
Ma dentro ribolliva. L’oscurità la eccitava da morire: il buio fitto, il suono del film che copriva tutto, la gente intorno ignara. Voleva fare la troia per suo figlio, lì, in pubblico, rischiando di essere scoperta. Dopo dieci minuti, iniziò piano: la mano sul ginocchio di Alessio, accarezzando l’interno coscia “per caso”. Lui si irrigidì, ma non si spostò. Francesca si chinò verso di lui, il respiro caldo all’orecchio.
«Hai visto quella scena? Che romantico…» mormorò, ma mentre parlava la mano saliva, sfiorando il rigonfiamento nei jeans.
Alessio respirava corto. Lei sorrise nel buio, mordendosi il labbro carnoso. Accavallò le gambe al contrario, la gonna che saliva ancora di più, rivelando completamente la giarrettiera che stringeva forte la balza delle calze cercandola di coprire quelle gambe da donna voluttuosa. La coscia velata premeva contro quella di lui. Poi, con un movimento naturale - come se cercasse qualcosa nella borsa sul pavimento - si chinò in avanti. La gonna si arrotolò sul culo, esponendo per qualche secondo il perizoma nero infilato tra le chiappe toniche. E… Alessio vide tutto: il filo sottile che non copriva nulla tra le chiappe della madre ma soprattutto… Cazzo la base specchiata di.. Un plug!
Mio Dio! Sua madre si era infilata un plug nel culo ed era uscita con lui!!! Ora la base di quel plug anale spuntava lucida tra le natiche. Il cuore gli si fermò un secondo.
«Cazzo…» pensò, il cazzo che diventava di marmo nei pantaloni.
Francesca si rialzò piano, come se niente fosse ma sapeva che lui aveva visto. Il plug le dava un brivido costante: ogni movimento lo faceva sfregare dentro e far colare umori dalla figa. Tornò ad appoggiare la testa sulla sua spalla, ma ora la mano era direttamente sul rigonfiamento dal cazzo. Lo accarezzò piano attraverso i jeans, sentendo la durezza, il calore.
«Tesoro… sei teso..» sussurrò dolce, ma la voce già un po’ roca.
Alessio provò a dirle qualcosa ma lei lo interruppe subito con un sussurro nell’orecchio…
«Shhh! A mamma… Rilassati… è solo un film.» Con quella voce da troia che conosceva benissimo… Dio quando si era segato pensando a quella voce.
La mano sfregava piano, su e giù.
Alessio gemette piano, serrando le labbra. Francesca era fradicia. Fare la troia così, al buio, con suo figlio, la faceva impazzire. Sentiva il plug che la riempiva dietro, la figa che pulsava vuota, i capezzoli duri contro il pizzo del reggiseno. Si chinò di nuovo verso di lui, le labbra all’orecchio.
«Mi piace stare al buio con te, Ale… mi fai sentire… mmhh... protetta.»
Ma mentre lo diceva, aprì piano la zip dei jeans di lui, infilò la mano dentro i boxer, prese il cazzo caldo e venoso in mano. Lo accarezzò piano, la cappella già bagnata di precum che le lubrificava il palmo. Alessio tremava, gli occhi fissi sullo schermo ma senza vedere niente. Francesca sorrise diabolica nel buio, accelerando piano la mano. Il plug le sfregava dentro a ogni movimento, le dava ondate di piacere perverse.
«Sta’ buono, amore mio» sussurrò.
«La mamma ti aiuta a rilassarti…»
Continuò, ora sfacciata, eccitata da morire all’idea che qualcuno potesse voltarsi e vederli... che suo figlio la desiderasse così tanto da lasciarsi segare al cinema da lei. Francesca sentiva il cazzo di Alessio pulsare nella sua mano come un animale vivo, caldo, duro, venoso, la cappella gonfia che colava rivoli abbondandi di precum sul palmo, sull’indice, sul pollice... ogni volta che la stringeva piano alla base e saliva lenta fino in cima. Il buio della sala cinematografica era quasi totale, rotto solo dal bagliore intermittente dello schermo che illuminava i loro volti per frazioni di secondo: i suoi occhi dietro la maschera invisibile nel buio, la bocca socchiusa in un sorriso perverso; quelli di Alessio spalancati, fissi su di lei, terrorizzati ed eccitati allo stesso tempo. La mano di Francesca si muoveva con una lentezza deliberata, quasi crudele. Non voleva farlo venire subito. Voleva torturarlo di piacere, farlo soffrire di desiderio, fargli capire quanto lei godeva nel fare la troia proprio per lui, lì, in pubblico, con decine di persone a pochi metri che non sospettavano niente.
«Mmhh, fai il bravo amore della mamma…» sussurrò di nuovo, le labbra che sfioravano il padiglione dell’orecchio di Alessio, il respiro caldo e umido.
«La mamma lo sa quello che fai con queste mie calze… Queste che ho indosso sono bagnate di questo liquidino che esce dal tuo cazzo… Si, le indossate dopo che le hai usate… Ora ti sta solo aiutando a rilassarti… guarda il film, tesoro… Il resto, lascia fare tutto a me...»
Ma mentre lo diceva, strinse piano la base del cazzo, bloccando per un secondo il flusso, poi allentò e fece scivolare la mano verso l’alto, ruotando leggermente il polso in cima, spalmandosi il precum sulla cappella lucida. Alessio emise un gemito bassissimo, quasi un rantolo, coprendosi la bocca con la mano libera. Il corpo gli tremava, le cosce tese contro il velluto della poltrona. Francesca adorava quella sensazione di potere assoluto. Sentiva il plug nel culo premere ad ogni piccolo movimento del bacino: quando si chinava leggermente in avanti per avere una presa migliore, il giocattolo le sfregava dentro, le mandava ondate di piacere sporco direttamente alla figa che già colava copiosamente nel perizoma minuscolo. Era bagnata da morire, la stoffa fradicia che le si incollava alle labbra gonfie, il clitoride duro che sfregava contro il tessuto ogni volta che cambiava posizione.
Alessio era perso, completamente perso in un abisso di piacere proibito che gli divorava l’anima. Non riusciva più a distinguere la realtà dal sogno più perverso che avesse mai avuto: sua madre - Francesca, la donna che lo aveva messo al mondo, la dea che popolava ogni sua fantasia segreta da mesi - era lì, al buio del cinema, con la mano avvolta intorno al suo cazzo duro come ferro e lo segava lenta, deliberatamente lenta, come se volesse marchiargli dentro ogni secondo di quella tortura deliziosa.
Sentiva tutto in modo amplificato, come se ogni nervo del suo corpo fosse concentrato lì, in quel calore umido e stretto che era la mano di lei.
«Cazzo, Ale…» pensò tra sé, mentre la mano continuava quel ritmo ipnotico, lento, interminabile.
«Il tuo cazzo è così grosso nella mia mano… Questo cazzo che ho fatto io… è… è così caldo… lo sento pulsare… e lo fa per me…»
Non accelerava.
Mai.
Saliva piano dalla base fino alla cappella, stringeva appena sotto il glande, ruotava il palmo per lubrificarlo bene con il suo stesso precum, poi ridiscendeva fino alle palle tese, le accarezzava con le dita leggere – artigliandole con le unghie da gatta - le prendeva in mano una alla volta, le massaggiava piano, sentendo quanto erano piene, pronte a esplodere. Alessio aveva la testa reclinata all’indietro contro il poggiatesta, gli occhi semichiusi, il respiro corto e spezzato. Ogni tanto un piccolo spasmo gli attraversava il corpo quando lei stringeva in punti particolari: sotto la cappella, alla base, o quando con il pollice gli sfregava il frenulo in cerchi lenti, bagnati. Francesca si chinò ancora di più verso di lui, il tubino nero che saliva sulle cosce, esponendo completamente la balza di pizzo delle calze e la giarrettiera. Il plug le diede un altro brivido forte: si era mossa troppo e la base larga le premeva contro il sedile, spingendolo un millimetro più dentro. Gemette piano nel buio, un suono che solo Alessio poteva sentire.
«Ti piace, tesoro?» sussurrò, la voce dolce ma carica di lussuria.
«Ti piace quando la mamma ti tocca così… piano piano… mmhh...»
Alessio annuì appena, incapace di parlare. La mano di lei non si fermava: su, giù, su, giù, sempre lo stesso ritmo lento, quasi meditativo. Ogni salita era una tortura, ogni discesa una promessa non mantenuta. Il precum colava ormai abbondante, aveva bagnata tutta la mano, producendo rumori umidi che il suono del film copriva appena. Francesca si godeva ogni secondo.
Dentro di lei era un turbine di sensazioni perverse. Sentiva il calore del cazzo di suo figlio che le scaldava il palmo, la pelle vellutata dell’asta che scivolava sotto le dita, le vene che pulsavano contro la sua carne. Sentiva l’odore: quell’odore maschio, di sudore e sesso che saliva dal cavallo aperto dei jeans. Sentiva il plug che la riempiva dietro, la faceva sentire una troia pronta per essere usata in ogni buco… ma soprattutto sentiva il potere.
Il potere di avere suo figlio - quel maschio proibito, grande e forte… che era uscito dalla sua fica e che ora lei stessa lo reclamava - ridotto a un tremito di desiderio nelle sue mani. Ora con il suo cazzo in mano era conscia che lui pensava a lei da giorni, che si segava pensando alla sborra sulle sue tette, che la desiderava da morire. E lei, finalmente, lo stava facendo impazzire di nuovo, lì, al cinema, come una puttana senza vergogna.
Allungò l’altra mano - quella libera - e se la portò tra le cosce, sotto la gonna.
Trovò il perizoma fradicio, lo spostò di lato con due dita e iniziò a sfregarsi il clitoride piano, in sincronia con la sega al figlio. Ogni volta che la mano saliva sul cazzo di Alessio, il dito medio sfregava il clitoride; ogni volta che scendeva, premeva sul buco della figa, senza entrare, solo stuzzicando.
«Cazzo…» pensò, mordendosi forte il labbro per non gemere.
«Sto segando mio figlio al cinema… gli sto facendo una sega lenta come una puttana… e mi sto toccando pensando a quanto sono zoccola…»
Alessio, intanto era al limite.
Ma la cosa che lo mandava definitivamente fuori di testa era vederla godere. Anche nel buio quasi totale, i suoi occhi si erano abituati abbastanza da cogliere i movimenti dell’altra mano di lei, quella che era scomparsa sotto la gonna nera. La vedeva chinarsi leggermente in avanti, il respiro che accelerava, le cosce che si stringevano piano. Sua madre si stava toccando. Si stava masturbando mentre lo segava. Pensando a lui. Godendo per lui. Per il fatto di fare la troia con suo figlio in pubblico.
Quella consapevolezza lo colpì come un pugno allo stomaco, ma di piacere puro, morboso, irresistibile.
Il pensiero gli girava in testa in loop, ossessivo. Era la sua mamma - la donna più bella che avesse mai visto, con quel tubino che le fasciava le tette perfette, le cosce velate dalle quelle maledette calze, i tacchi che la facevano sembrare una puttana di lusso - e stava vivendo il suo sogno più sporco: essere usata da lui, ma allo stesso tempo usarlo, dominarlo col piacere, ridurlo a un tremito di desiderio.
Il corpo gli tremava sempre di più, i fianchi che si muovevano istintivamente verso la mano di lei, cercando più attrito, più velocità. Ma Francesca non gliela dava. Quando sentiva che stava per venire - le palle che si contraevano, il cazzo che si gonfiava di più - rallentava ancora, stringeva alla base per bloccare l’orgasmo, lo teneva sul filo del rasoio.
«Ancora no, amore… No… fai il bravo bambino...» sussurrò, la voce un soffio roco.
Ogni volta che lei rallentava, che stringeva alla base per bloccargli l’orgasmo, Alessio sentiva di impazzire. Le palle gli dolevano, piene, pronte a esplodere. Lo teneva lì, sul filo, lo torturava perché le piaceva vederlo soffrire di desiderio per lei. E lui soffriva, sì, ma era la sofferenza più dolce del mondo. Era la prova che lei lo voleva quanto lui voleva lei.
«La mamma vuole goderselo ancora un po’… vuoi venire, tesoro? Vuoi sborrare nella mano della mamma?»
Alessio annuì frenetico, un piccolo “sì” strozzato che gli uscì dalla gola. Francesca sorrise nel buio. Accelerò appena - non troppo, solo quel tanto da farlo impazzire - la mano che ora saliva e scendeva con un ritmo un po’ più sostenuto, sempre lento ma costante. Il pollice che premeva sul frenulo ad ogni salita, il palmo che ruotava in cima. Contemporaneamente, le sue dita tra le cosce si muovevano più veloci: due dentro la figa ora, che pompavano piano, il pollice sul clitoride. Il plug le dava un piacere doppio, la faceva sentire piena, usata, sporca.
Questa volta si stava masturbando e non doveva immaginare nulla, era tutto lì… accanto a lei: Alessio godeva nella sua mano, al cinema, sentiva gli schizzi caldi che le riempivano il palmo, colavano sulle dita. Sapeva perfettamente che non appena lo avrebbe fatto venire si sarebbe portata la mano alla bocca dopo, leccare la sborra di suo figlio mentre lui la guardava sconvolto. Immaginava di alzarsi la gonna e sedersi sul suo cazzo lì, in sala, cavalcarlo piano mentre la gente guardava il film.
«Sono una mamma troia…» pensò, il respiro che accelerava.
«Una puttana incestuosa che sega il figlio in pubblico… che ha il culo tappato per lui… e che… Oddio mmhh... vuole la sua sborra ovunque…»
Alessio era al confine.
Il corpo teso come una corda, i muscoli delle cosce che tremavano, le mani aggrappate ai braccioli. La cappella gonfia, viola, lucida, che colava senza sosta. Francesca sentì l’orgasmo montarle dentro: il clitoride durissimo sotto il pollice, la figa che si contraeva intorno alle dita, il plug che premeva forte. Rallentò la mano sul cazzo di lui un’ultima volta, lo tenne alla base, lo guardò negli occhi nel buio.
«Vieni quando vuoi, tesoro… fallo insieme a me… anche io per.. venire...» sussurrò.
«Sborra... per la mamma… mmhh… siii...»
Francesca riprese il ritmo lento, perfetto, la mano che scivolava lubrificata…
Il piacere montò dentro Alessio come una marea inarrestabile. Sentì il cazzo gonfiarsi ancora di più, le vene pulsare forte contro la mano di lei, le palle contrarsi. E poi venne.
L'orgasmo spinse potente nel suo cazzo come poche volte in vita sua: schizzi caldi, densi, potenti che gli partivano dal profondo che riempivano la mano della madre, colavano tra le dita, bagnavano tutto. Gemette soffocato nella manica, il corpo che tremava violento, la vista annebbiata.
E lei venne con lui. La figa iniziò a schizzare tra le dita, schizzando a terra e sullo schienale dalla poltrona davanti con il corpo che tremava piano, il plug che le dava un orgasmo profondo che le fece contrarre tutto il bacino. Si morse il labbro gli occhi chiusi, godendo come una troia nel buio… Non voleva squirtare ma non riusciva a contenersi. Il piacere era troppo forte, troppo bello. Rimase così minuti, la mano ancora sul cazzo semi-duro di Alessio, che pulsava debolmente negli ultimi spasmi. L’altra mano tra le sue cosce, fradicia dei suoi umori. Poi, piano, si portò la mano alla bocca. Leccò la sborra di suo figlio, lenta, assaggiando ogni goccia, gli occhi fissi su di lui nel buio.
«Buona, amore mio…» sussurrò, la voce roca di piacere. «La mamma adora il tuo latte…»
E continuò a leccare, pulendosi ogni dito, mentre il film andava avanti e loro due rimanevano lì, nel buio, legati da quel segreto sporco, intenso, irresistibile. Il film finì con i titoli di coda che scorrevano lenti sullo schermo, la musica drammatica che si alzava piano mentre le luci in sala rimanevano ancora basse. Francesca ritrasse la mano dai jeans di Alessio con una lentezza deliberata, le dita ancora umide e appiccicose della sua sborra calda. Se le portò piano alle labbra, le leccò una per una nel buio, assaporando il sapore salato e denso di suo figlio con un piccolo sospiro soddisfatto. Alessio la guardava ipnotizzato, il respiro ancora corto, il cazzo mezzo duro che pulsava nei boxer bagnati.
«Che bel film, tesoro...» disse lei con la voce dolce di sempre, come se non fosse appena successo niente. Si sistemò la gonna nera con un gesto naturale, accavallando le gambe con eleganza. Il plug nel culo le diede un ultimo brivido quando si mosse sul sedile, ma lei lo nascose dietro un sorriso materno.
«Mi è piaciuto tantissimo stare così con te.» facendogli l’occhiolino.
Alessio annuì debolmente, la zip ancora aperta, le mani che tremavano mentre cercava di chiudersi i jeans senza farsi notare.
«Sì… anch’io ma’.» disse timidamente.
Le luci si accesero piano, la sala che si svuotava con il brusio delle persone che commentavano il finale. Francesca si alzò per prima, si stiracchiò come una gatta, il tubino nero che le fasciava le curve in modo perfetto. Si voltò verso di lui, gli porse la mano con un gesto affettuoso.
«Dai, amore, andiamo a casa. È tardi e domani lavori presto.» Non curandosi del disastro che aveva combinando schizzando ovunque, per fortuna che avevano scelto un posto isolato!
Prese Alessio per mano, si alzò con le gambe ancora molli. Camminarono verso l’uscita tenendosi per mano - lei davanti, i tacchi che risuonavano sul pavimento, i capelli biondi che ondeggiavano ad ogni passo sopra al cappotto leggero nero lungo. Lui dietro, la guardava imbambolato: ogni passo di Francesca faceva muovere il plug dentro di lei, e lei lo sentiva, godeva in silenzio, sapendo che lui ora sapeva. Fuori dal cinema l’aria era un po' fresca, la notte era giunta e i venti nordici erano arrivati da loro e si facevano sentire. Le strade quasi vuote a quell’ora tarda. Francesca si strinse al braccio di Alessio mentre camminavano verso il parcheggio sotterraneo, il corpo caldo contro il suo.
«Brr, che freddino...» disse ridendo piano, appoggiandogli la testa sulla spalla.
«Per fortuna ho il mio ometto grande a scaldarmi.»
Alessio sentì il profumo di lei - vaniglia, pelle calda, un filo di sesso che ancora aleggiava - e il cazzo gli diede un altro sussulto nei pantaloni. Camminarono in silenzio per un po’, lei che ogni tanto gli stringeva il braccio, gli accarezzava la mano con il pollice in cerchi lenti. Arrivati alla macchina, Francesca gli diede le chiavi con un sorriso dolce.
«Guidi tu, tesoro? La mamma è un po’ stanca.»
Si sedette al posto del passeggero, accavallò le gambe lentamente - la gonna che saliva sempre, rivelando la balza delle calze - e si allacciò la cintura. Alessio mise in moto, le mani strette sul volante, cercando di concentrarsi sulla strada. Durante il tragitto, Francesca tornò completamente materna, come se il cinema fosse stato solo una serata normale tra madre e figlio. Parlava del film, della trama, degli attori, con la voce calda e chiacchierona di sempre.
«Hai visto quella scena finale? Che colpo di scena, eh? Io non me l’aspettavo proprio.» Rise piano, gli appoggiò una mano sul ginocchio - un gesto affettuoso, innocente in apparenza.
«Tu che dici, amore? Ti è piaciuto?»
Alessio borbottò un:
«Sì, bello.» la voce rauca.
La mano di lei sul ginocchio era calda, leggera, ma lui sentiva ancora il fantasma della sega lenta al cinema, il palmo umido, il respiro di lei all’orecchio. Francesca continuò a chiacchierare, passando dal film alla vita quotidiana: del lavoro di lui, delle amiche che la rompevano per uscire, di quanto fosse orgogliosa del suo “uomo di casa”. Ogni tanto gli accarezzava il ginocchio, la coscia, gesti materni ma prolungati quel secondo di troppo, le unghie che sfioravano piano la stoffa dei jeans.
«Sei stato così bravo stasera a portarmi fuori...» disse a un certo punto, chinandosi verso di lui con un sorriso dolce.
«Mi fai sentire una mamma fortunata, sai? Nessuno mi tratta bene come te.»
Gli diede un bacio sulla guancia, lento, le labbra che indugiarono un attimo di troppo vicino all’angolo della bocca. Alessio strinse il volante, il cazzo che si induriva di nuovo nei pantaloni, mentre il cuore gli esplodeva in petto. Arrivati a casa, spense il motore nel vialetto. La casa era buia, silenziosa, solo la luce del portico accesa. Francesca scese per prima, i tacchi che risuonavano sul cemento, il culo che ondeggiava sotto il tubino nero. Si voltò verso di lui, gli porse di nuovo la mano.
«Vieni, tesoro, entriamo dai che fa freschetto!»
Dentro casa, accese solo la luce calda del soggiorno, quella abat-jour che creava ombre morbide. Si tolse la giacca leggera, la buttò sul divano, si stiracchiò con un sospiro soddisfatto.
«Che bella serata, Ale. Grazie davvero.»
Si avvicinò a lui, lo abbracciò forte, il corpo premuto contro il suo - le tette morbide contro il petto, i fianchi che sfioravano il rigonfiamento evidente nei jeans di lui. Rimase abbracciata un secondo di troppo, il respiro caldo sul collo.
«Sei il mio tesoro, lo sai?» mormorò, accarezzandogli la schiena piano, le mani che scendevano fino alla vita, sfiorando il culo per un istante.
Poi si staccò con un sorriso dolce, come se niente fosse. Alessio era fermo, il respiro corto, gli occhi fissi su di lei. Francesca lo guardò con occhi materni, ma dentro sorrideva diabolica: lo vedeva al limite, il desiderio che gli bruciava dentro, il cazzo duro che premeva contro i pantaloni. Era esattamente dove lo voleva.
«Dai, amore, vado a prepararmi per dormire» disse, girandosi verso il corridoio. «Tu fai pure con calma, eh? Se vuoi guardare un po’ di tv o qualcosa…»
Camminò lenta verso la camera, i tacchi che risuonavano sul parquet, il culo che ondeggiava ad ogni passo. Alessio la seguì con gli occhi, ipnotizzato. In camera, Francesca chiuse la porta quasi del tutto, lasciando uno spiraglio di luce. Si tolse il tubino nero piano, davanti allo specchio, godendosi la propria immagine: il reggiseno di pizzo trasparente, i capezzoli duri, il perizoma minuscolo fradicio, le calze con giarrettiera, il plug ancora dentro che le dava una sensazione costante di pienezza perversa. Si chinò apposta per togliersi i tacchi, il culo in bella vista verso la porta socchiusa, sapendo che lui poteva vedere dallo spiraglio se si fosse avvicinato. Rimase così qualche secondo, le chiappe aperte, la base nera del plug lucida tra esse. Poi si raddrizzò, si tolse il reggiseno, le tette enormi che rimbalzarono libere. Si passò le mani sui capezzoli, li torse piano, mordendosi il labbro per non gemere. Era soddisfatta: aveva segato suo figlio al cinema, l’aveva fatto venire in mano come una troia, aveva assaggiato la sua sborra.
Ma non voleva dargli di più.
Non ancora.
Voleva portarlo al limite assoluto, farlo implorare dentro di sé, farlo crollare da solo. Indossò una camicia da notte bianca, leggera, trasparente, corta, che lasciava intravedere tutto. Uscì dalla camera, passò davanti a lui che era sul divano, fingendo di non notare il rigonfiamento evidente.
«Buonanotte tesoro...» disse dolcemente, chinandosi per dargli un bacio sulla fronte. Le tette quasi uscivano dalla scollatura, sfiorandogli il viso.
«Dormi bene... Angioletto mio... Mamma domani ti preparo la colazione presto...»
Gli accarezzò i capelli, la guancia, scendendo piano sul collo, sul petto. Le dita che sfiorarono per un secondo il rigonfiamento nei jeans, come per caso.
«Sogni d’oro, amore mio...»
Si allontanò lenta verso la camera sculettando, lasciando la porta socchiusa. Alessio rimase sul divano, il respiro affannato, il cazzo duro come ferro. La seguì con gli occhi, vide la silhouette di lei nel buio del corridoio, la camicia da notte che traspariva, le curve perfette. Francesca si buttò sul letto, le gambe spalancate, la mano già tra le cosce. Si toccò piano pensando a lui: al cazzo nella sua mano al cinema, alla sborra calda che aveva leccato, al desiderio che gli leggeva negli occhi. Ma non venne. Si fermò sul filo, come aveva fatto con lui.
Sorrise nel buio.
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