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incesto

Il velo della Tentazione proibita atto IV


di Raka_Xaya
19.12.2025    |    1.032    |    3 9.9
"Si… il latte del mio bambino…» L’altra mano raccolse ancora un po’ di sborra e scese subito tra le cosce, spalancandole senza vergogna..."
Nei giorni successivi, la casa si trasformò in un nido di desiderio bollente.
Quelle notti, Francesca si toccava pensando a quanto fosse diventata perversa: una madre che provocava il figlio fino al punto di non ritorno, che godeva nel farlo soffrire di desiderio, che lasciava apposta i collant usati in bella vista, sapendo che lui li avrebbe presi per sborrarci dentro.

Passarono altri giorni di tensione insostenibile.
Francesca diventava sempre più sfacciata: si “dimenticava” l’asciugamano dopo la doccia e passava nuda in corridoio, la figa depilata perfettamente, le tette che ondeggiavano. Si sedeva sul divano con le gambe aperte quel tanto che bastava per fargli vedere che non aveva mutandine.

Una sera di metà settembre, il cielo sopra la città era limpido, con quell’aria pungente che annunciava l’inverno. A Francesca tutto ciò non bastava più.
Aveva insistito per uscire a cena:

«Solo noi due, tesoro, come ai vecchi tempi. Dai, è da tanto che non ci facciamo una seratina!»

Alessio aveva accettato, come sempre.
Ultimamente accettava tutto quello che lei proponeva, con un misto di eccitazione e terrore che gli stringeva lo stomaco. Da quel pomeriggio in cui l’aveva spiata, si segava pensando a lei diverse volte al giorno. La gelosia lo divorava, ma non poteva a dirle niente.
La guardava e basta, con gli occhi che bruciavano.
Francesca andò a prepararsi e dopo quasi un ora, uscì dalla camera da letto.
Alessio era seduto sul divano con lo smartphone in mano, alzò lo sguardo e gli si seccò la bocca.
Indossava quel vestitino leopardato che lei indossava sul divano, proprio quello della chat con Marco: cortissimo, aderente come una seconda pelle, scollatura profonda che lasciava intravedere l’attaccatura delle tette enormi, senza reggiseno. I capezzoli duri premevano contro il tessuto lucido, evidenti. La gonna arrivava appena sotto il culo e, quando si muoveva, si alzava pericolosamente.
Ai piedi, tacco 12 a spillo beige che le facevano ondeggiare i fianchi in modo ipnotico.
Sembrava un’escort di lusso.

«Allora... Amore, mi sono preparata solo per te! Che dici? Come sto?» chiese lei con un sorriso dolce, girando su se stessa.
Alessio deglutì il nulla a forza «Ma’… erhm… così esci?» La voce gli uscì rauca.
«Dai, che pizza! Neanche un complimento?? Mi sento bella stasera e poi sto con il mio ometto!!» Si avvicinò, gli sistemò il colletto della camicia con mani materne.
«Voglio sentirmi bella per te, solo per te. Ti piace la mamma così?» gli disse l'ultima frase con una voce, calma e sexy in maniera lenta accompagnata da un occhiolino.

Lui annuì e gli disse timidamente:

«Sei per.. Perfetta.»

Sentiva già il cazzo indurirsi nei jeans.
Presero la macchina e andarono in un piccolo ristorante italiano nel centro storico: uno di quelli con luci soffuse, tavoli di legno scuro, candele accese e musica leggera in sottofondo. Un posto romantico, con pareti di mattoni a vista, profumo di aglio e basilico nell’aria, camerieri in camicia bianca che si muovevano discreti.
Si sedettero a un tavolo d’angolo, un po’ isolato. Francesca ordinò del vino rosso:

«Un Montepulciano buono, dai, festeggiamo.»

Bevve più del solito, rideva forte per le storie di Alessio, gli toccava la mano sul tavolo, gli accarezzava le dita.
Agli occhi di tutti non erano mamma e figlio, ma due amanti.
Lei si comportava da tale con estrema naturalezza mentre lui era in netto disagio.

«Lo sai che sei così bello stasera, tesoro?!» gli disse a un certo punto, gli occhi che brillavano.
«Mi fa sentire giovane stare qui con te!» Esclamò tutta felice.

Alessio sentiva il calore del vino, ma soprattutto il calore di lei.
Ogni volta che si chinava per prendere il bicchiere, le tette quasi uscivano dal vestitino, i capezzoli che sfregavano il tessuto. Sotto il tavolo, accavallava le gambe lentamente, la gonna che saliva e una volta la coscia nuda gli sfiorò il ginocchio “per caso”.
Il cameriere, un ragazzo giovane, la guardava famelico ogni volta che passava.
Francesca lo notava, sorrideva maliziosa ad Alessio, si mordeva il labbro rosso.

«Hai visto come mi squadra quel cameriere, Ale?» sussurrò chinandosi verso di lui, il respiro caldo all’orecchio.
«Chissà cosa pensa di fare alla tua mamma! Poverino può solo guardare!» E rise, buttandola sullo scherzo facendogli capire che quel ragazzo a fine servizio si sarebbe tirato un segone pensando a lei.

Alessio strinse il bicchiere.
Il cazzo gli pulsava nei pantaloni, dolorosamente duro.
Il pensiero gli tornò a quel Marco, a come lei aveva goduto per lui e la gelosia gli saliva in gola come bile.

Tornarono a casa intorno alle undici.
L’aria fuori era fresca; Francesca si strinse al braccio di lui camminando sui tacchi, barcollando appena per il vino.

«Che bella serata, amore mio,» disse dolcemente, appoggiandogli la testa sulla spalla.
«Grazie di avermi portata fuori a cena, di aver riso alle mie stupide battute e di avermi ascoltata... Solo da te ho tutte queste attenzioni...»

In macchina, durante il tragitto, aveva accarezzato la coscia di Alessio “per scaldarsi”, la mano che saliva piano, sfiorando l’interno. Lui guidava con le mani strette sul volante, il respiro corto.
Arrivati a casa, Francesca non accese tutte le luci. Solo la luce a diffusione in soggiorno, mettendola al minimo, luce calda giocava con le ombre.
Mise su musica da una playlist sul telefono: una canzone latina sensuale, ritmo lento e ancheggiante, con percussioni che pulsavano come un battito cardiaco.

«Balliamo un po’, tesoro?» propose ridendo piano, col vino che ormai gli avevano sganciato i pochi freni inibitori che aveva.
Lei si muoveva al ritmo.
Iniziò a ondeggiare i fianchi, le mani che salivano lungo il corpo, sfiorando le curve.
Quelle dannate bellissime curve per cui la maggior parte degli uomini la mangiavano... Ma lei lo sapeva.
E guardava suo figlio, li davanti al divano.
Si avvicinò a lui e lo spinse indietro facendo in modo che si sedette sul divano, ipnotizzato.

«Ma’, sei un po’ ubriaca…» provò lui a inibirla, senza nessun esito. Era troppo motivata.
«Solo allegra.» Si avvicinò danzando, gli occhi da gattona che lo fissavano intensi.
«Dai, balla con la tua mamma…»

Gli si sedette in braccio di peso, a cavalcioni, le cosce aperte intorno ai suoi fianchi. Il vestitino leopardato salì completamente, lasciando scoperto il culo nudo e la figa depilata, già lucida di umori.
Alessio trasalì, la madre non si era messa le mutandine.
Sentì immediatamente il calore bagnato della sua fica premere sul rigonfiamento dei suoi jeans.
Francesca iniziò a strusciarsi piano... Lentamente... A ritmo di musica... avanti e indietro, come se stesse davvero ballando.
Mostrò in quel modo una piccola, piccolissima parte del suo lato di femmina, come per dirgli - Guarda amore, so perfettamente come farti mio.

«Mmmh, quanto mi piace starti in braccio...» mormorò, buttando le braccia intorno al collo di lui.
Gli schiacciò i tettoni contro il suo petto con i capezzoli duri che gli pungevano la camicia.
Alessio le afferrò i fianchi d’istinto, le dita che affondavano nella carne morbida.
Il profumo di lei – dolce, vaniglia mista a sudore e vino – gli riempì le narici.
Lo pervasero come un veleno che impregnava l'aria.
Francesca accelerò il movimento, strusciando la figa nuda sul cazzo duro intrappolato nei pantaloni.

«Cazzo, Ale…» sussurrò all’orecchio, la voce già roca.
«Mi fai impazzire quando mi guardi così… con quegli occhi... da uomo…»

Si, esatto in quel momento non era piu' suo figlio ma un ragazzo che voleva prenderla e sbatterla li su quel divano e farla urlare come la sua donna.
Lui gemette, le mani che stringevano più forte.
La rabbia e il desiderio si mescolarono in un nodo incandescente.
Voleva ma non aveva il coraggio di farlo.
Francesca, alzò di nuovo il tiro e gli morse il lobo dell’orecchio, piano.

«Senti quanto sono calda, sto bollendo tesoro mio… colpa di tutto il vino... che ho bevuto…» Ma mentre lo diceva, premette di più la figa sul rigonfiamento, lasciando una scia umida sui jeans.
«O forse no…»

Alessio le afferrò i fianchi più forte, le dita che affondavano nella carne morbida del culo, pronto a sollevarla, a strapparle quel vestitino di dosso e a ficcarglielo dentro lì sul divano, senza più aspettare.
Il cazzo gli stava letteralmente esplodendo, non era mai stato così duro.
L'odore di lei, quelle tettone morbide addosso, il suo respiro sul collo, la sua voce calda... la sua voce... si, quell da troia che aveva sentito l'altra volta... E cazzo, la fica. Aveva la fica di sua madre che gli segava il cazzo dentro i pantaloni.
Sentiva quel calore crescere, era anche lui bollente li in mezzo...
La fica di sua madre bolliva letteralmente e tutto questo insieme gli facevano pulsare dolorosamente il cazzo contro i jeans, bagnato di precum e degli umori della madre che, ormai, colavano copiosi.

Francesca sentì quella presa possessiva, sentì il rigonfiamento duro sotto di sé, sentì il respiro di lui corto e animalesco contro il suo collo.
E in quel momento capì tutto: gli piaceva da morire.
Si, dannazione.
SI!
Niente la eccitava come questo!
Ne quando si vestiva troppo scollata o volgare per farsi guardare, ne quando chattava per masturbarsi con quel porco di turno.
Questo era sopra ogni cosa.
Gli piaceva stuzzicarlo, gli piaceva fare la troia con il figlio, gli piaceva vederlo soffrire di desiderio per lei.
Il suo ometto... Si, voleva farlo impazzire ancora un po’.
Un brivido di eccitazione pura le corse lungo la schiena.

«No, non ancora,» pensò.
«Lo voglio al limite. Voglio che domani non riesca a guardarmi senza avere il cazzo duro. Voglio che sia lui a non resistere più. Voglio che perda il controllo per me, che quando accada deve sbattermi senza pietà.»

Così, proprio quando Alessio stava per baciarla con violenza, lei si fermò di colpo.
Si staccò piano e, ridendo piano con la voce dolce e materna di sempre, come se niente fosse:

«Oddio, Ale… sto esagerando, eh? Non so che mi sia preso, ODDIO...» disse, portandosi una mano alla bocca, fingendo imbarazzo.
«Il vino mi ha dato alla testa… scusa tesoro... ti prego...»

Si alzò lentamente dal suo grembo, sistemandosi il vestitino leopardato che era salito fino alla vita.
La figa era ancora lucida, un filo di umori le colava lungo l’interno coscia, ma lei fece finta di niente.
Si passò le mani tra i capelli biondi, barcollando appena.
Alessio la guardò sconvolto, il cazzo che gli faceva male, il respiro affannato... I suoi jeans avevano una chiazza bianca di umori proprio li.

«Ma’…» sospirò come un cane a cui gli è stato tolto il premio tanto agognato.
«Amore della mamma, vieni... Dai, portami in camera...» lo interruppe lei con voce morbida, appoggiandosi al suo braccio.
«Sono stanca morta… e un po’ troppo brilla. Aiuti la mamma a dormire?» gli disse con una voce che era quasi una melodia.

Lui non riusciva a parlare. Come poteva?
Era stregato.
Era troppo.
Tutto.
Lei era troppo e tutto.
Era bella come una dea, porca come la peggiore delle troie, gentile come un angelo, eroticamente perversa e sentiva tra loro un'intesa sessuale assurda.
Che poteva fare? Niente di niente.
DANNAZIONE!!!
Così la prese per la vita, la sostenne mentre camminavano lungo il corridoio. Sentiva il calore del corpo di lei contro il suo, il profumo dolce della pelle, il fruscio dei tacchi che ora erano lenti e incerti. Ogni passo era una tortura: la gonna cortissima che ondeggiava, il culo che sfiorava la sua coscia, le tette che premevano sul suo braccio.
Arrivarono in camera di Francesca. La stanza era illuminata solo dalla luce del corridoio che filtrava dalla porta socchiusa: il letto king-size con le lenzuola bianche, il profumo di lavanda e vaniglia che c’era sempre, il comodino con la foto di loro due al mare anni prima.
Francesca si lasciò cadere sul letto con un sospiro teatrale, ancora vestita, tacchi compresi.

«Grazie tesò… sei il mio angio...letto...» mormorò, girandosi su un fianco buttandosi sul lettone.

Nel movimento, il vestitino leopardato – già spostato in alto dalla passione di prima – si aprì completamente sulla scollatura. Le tette enormi, pesanti, naturali, rotolarono fuori una dopo l’altra, libere, i capezzoli rosa ancora duri per l’eccitazione di poco prima. Una rimase schiacciata per metà contro il lenzuolo, l’altra esposta all’aria, che tremava leggermente a ogni respiro.
Francesca chiuse gli occhi, il respiro che si faceva regolare, profondo.

«Buonanotte... amore mio…» sussurrò, la voce già assonnata.
«Spegni la luce quando es…» non riuscì a terminare la frase.

Alessio rimase lì, in piedi accanto al letto, a guardarla.
Il cuore gli martellava nel petto.
I capelli dorati erano per metà sul suo viso, le labbra rosse socchiuse, altri capelli biondi sparsi sul cuscino.
E quelle tette… Dio santo, quelle tettone fuori, così vicine, così perfette.
Ma come poteva essere così bella?
Così perfetta?
Ma perché doveva essere proprio sua madre??
Guardò piu' in basso, la figa nascosta solo dalla gonna sollevata con le cosce aperte quel tanto che bastava a fargli intravedere il buio umido tra esse.
Non ce la faceva più.
Sembrava dormire profondamente, il respiro lento e regolare. Alessio si mise accanto al letto, di fronte a lei... le mani che tremavano.
Si abbassò la zip piano, piano, per non fare rumore. Il cazzo schizzò fuori come una molla: grosso, venoso, la cappella viola e bagnata fradicia di precum che colava in un filo continuo sul pavimento.
Le palle tese, piene, pronte a esplodere.
Iniziò a segarsi lento, la mano stretta intorno all’asta calda. Guardava le tettone della madre, così vicine che sentiva il calore irradiarle sulla faccia.

«Mamma… Ti voglio...» mormorò tra i denti, la voce un rantolo strozzato.
«Sei come quella sera... Una troia… la mia troia…»

Accelerò piano.
La mano saliva e scendeva con un ritmo ipnotico, il rumore umido del precum che lubrificava tutto. Immaginava di montarla lì, di ficcarle quel cazzo in bocca mentre dormiva, di scoparle le tette, di sfondarle la figa ancora bagnata del ballo di prima. Guardava il capezzolo destro, duro come un sasso e immaginava di succhiarlo, di morderlo fino a farla gemere.
Il respiro gli si fece più corto, più animalesco.
La mano pompava forte ora, la cappella che si gonfiava sempre di più.
Sentiva le palle contrarsi, l’orgasmo che saliva irresistibile.
Puntò il cazzo verso le tette esposte.

Venne con un gemito rauco che represse mordendosi il labbro quasi fino al sangue.
Il primo schizzo partì potente, enorme, caldo, denso: colpì in pieno il capezzolo destro, ricoprendolo completamente di sborra bianca e cremosa che colò lenta sul lato della tetta.
Poi un secondo schizzo, ancora piu' lungo, arrivò fino alla gola, lasciando una striscia calda sullo sterno. Il terzo e il quarto atterrarono tra le due tette, accumulandosi nella valle profonda, colando verso il basso.
Gli ultimi schizzi più deboli finirono per ricoprirgli il resto del seno.
Aveva ancora gli occhi chiusi.
Guardò il seno.
Cazzo.
Cazzo!
CAZZO!!!
Alessio tremò tutto, le ginocchia sul pavimento, il cazzo che pulsava ancora tra le dita gocciolando gli ultimi residui. Guardò la sua sborra sulla pelle della madre: il capezzolo completamente glassato, luccicante; la valle tra le tette piena di latte denso; rivoli ovunque che colavano lenti come se cercassero di bagnare tutta la pelle del seno.
Non aveva mica fatto uno schizzetto, le aveva completamente ricoperto le tettone enormi di sborra, erano tutte piene di schizzi.
Che doveva fare?
Andare in bagno a prendere una salvietta?
No, il freddo l'avrebbe svegliata.
Tamponarla con un asciugamano???
E come avrebbe pulito il capezzolo che era pieno di sborra, sapeva che la madre era sensibile sui capezzoli.
PORCA TROIA MALEDETTA!!!
Il senso di colpa durò mezzo secondo perché Francesca sospirò.
Alessio smise di ragionare ed entrò nella modalità panico:
Senza neanche infilarsi il cazzo nei jeans, ancora sensibile e mezzo duro uscì piano, chiudendo la porta senza rumore. Corse in camera sua, si buttò sul letto, la mente piena di ciò che sarebbe successo da li a poco? O domani?
Era spacciato!

Nella camera da letto della bionda, non appena sentì i passi di Alessio allontanarsi nel corridoio, Francesca aprì gli occhi destandosi dal suo finto sonno. Rimase immobile un attimo, il respiro ancora finto-regolare.
Poi, con un movimento lento, quasi reverenziale, portò due dita al capezzolo destro. Sentì il calore appiccicoso, denso, vivo. La sborra di suo figlio.

«Oh cazzo…» sussurrò nel buio, la voce bassa, roca, già carica di lussuria.
«Mi ha sborrato addosso… Mio figlio… Mi ha sborrato addosso... mi ha marchiato come una puttana…»

Raccolse una grossa goccia con l’indice e il medio, se la portò al naso.
Annusò forte: odore maschio, salato, muschiato, l’odore di Alessio, del suo ometto cresciuto. Se la infilò in bocca, succhiò avidamente, assaggiando il sapore forte, denso, leggermente amaro. Gemette forte, senza più freni.

«Mmmmhhh, oddio... è buono...» ne prese un'altra manciata con tre dita pulendo tutto il seno destro.
«E' dolce... mmmmhh... si… il latte del mio bambino…»

L’altra mano raccolse ancora un po’ di sborra e scese subito tra le cosce, spalancandole senza vergogna. La figa era fradicia, gonfia, pulsava come un cuore secondario.
Si infilò tre dita impiastrate di crema del figlio dentro, di colpo… fino in fondo, scopandosi con violenza immediata. Schiocchi umidi osceni riempirono la stanza.
Mentre pompava, l’altra mano spalmava la sborra sulle tette: strizzava il seno, torceva il capezzolo glassato, spingeva la sborra dentro la pelle come se volesse assorbirla.
Immaginava tutto.
Immaginava Alessio in ginocchio lì, il cazzo grosso in mano, la faccia contorta dal piacere mentre la guardava “dormire”. Immaginava lui che le veniva in faccia, o in bocca, o dentro la figa… Immaginava che la svegliava di colpo, afferrandola per i capelli e che glielo ficcava in gola... Lei lo avrebbe preso dicendogli:

«Sborrami in bocca, amore… la tua mamma ingoia tutto… Dai il lattuccio alla tua mamma troia...»

Immaginava lui che la scopava con vigore, dopo averlo eccitato oltremodo, ringhiando:

«Sei solo mia, troia!» mentre si faceva riempire fica di sborra calda dal figlio.

Immaginava di cavalcarlo sul letto, le tettone sborrate che sgocciolavano sborra per i sobbalzi mentre gliele sbatteva in faccia, urlando:

«RIEMPIMI! RIEMPI LA FICA DA TROIA DI TUA MAMMA! MMMMH SFONDAMI DI CAZZO E INONDAMI DI SBORRA!! SONO LA TUA MAMMA PUTTANA AMORE MIO!!!» mentre immaginava la sborra del figlio inondargli la fica e pervadergli l'utero.

«Cazzo Ale… sì… mi hai sborrato sulle zinne… ora voglio il cazzo dentro… ti prego... Non resisto piu'... voglio che mi sfondi la fica… il culo… la gola… ti voglio ovunque amore mio!!!»

Le dita pompavano sempre più forte, quattro ora, la mano che schizzava umori sul lenzuolo. Il pollice premeva sul clitoride gonfio, duro come un sasso. Spalmò altra sborra sul capezzolo sinistro, lo torse forte, immaginando la bocca di Alessio che lo succhiava.

«Sono una mamma perversa… una troia incestuosa… mi piace la sborra di mio figlio sulle tette… la voglio pure dentro l'utero cazzo, sì… voglio che mi usi come un buco… che mi tratti da zoccola… ODDIO!!! SIIII!!»

L’orgasmo la colpì come un pugno.
Il corpo si inarcò sul letto, la schiena che si staccò dal materasso, le cosce che tremavano violente.

«VENGOOOO… SBORRO ANCHE IO!!! SÌ AMORE MIO… SBORRAMI ADDOSSO… RIEMPIMI DI SBORRA… OH PORCA PUTTANA, STO SCHIZZANDO!!! SIIIIII!!!»

La figa si contrasse intorno alle dita, schizzi potenti che bagnarono la mano, il letto, le cosce.
Urlò nel cuscino, mordendolo forte, il corpo scosso da spasmi lunghi, profondi.
Rimase così minuti, ansimante, le dita ancora dentro, la sborra che si seccava lenta sulla pelle. Poi, piano, si leccò le dita una per una, assaggiando il misto di umori suoi e sborra di lui.
Sorrise nel buio, con la voce di sussurro perverso e soddisfatto.
«Tesoro mio… Non mi importa piu' di niente. Ti farò implorare di scoparmi. E quando lo faremo... si, mi verrai dentro… e sarà molto... molto di più di qualche schizzo sulle tette.»
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