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incesto

Il velo della Tentazione proibita atto VII


di Raka_Xaya
17.01.2026    |    203    |    3 9.6
"Francesca, seduta sulla sponda del bagagliaio con le cosce ancora spalancate, passò il braccio sinistro sotto i seni per esporli come un’offerta oscena da bordello..."
La mano sinistra scivolò lenta sul ginocchio di Alessio, accarezzando l’interno coscia attraverso i jeans. Lui si irrigidì immediatamente, gli occhi che saettavano verso lo specchietto: l’autista guidava concentrato, ma ogni tanto lo specchietto rifletteva i loro volti. Francesca sorrise nel buio, aprì piano il cappotto - prima solo un bottone, poi un altro, poi un terzo - lasciando che si aprisse davanti come una tenda. Le tette enormi uscirono quasi fuori dal balconcino di pizzo nero trasparente, i capezzoli rosa duri che puntavano dritti, lucidi di saliva residua. La vita stretta, i fianchi larghi, le cosce spalancate negli stivali che luccicavano di umori secchi. L’autista, a un semaforo rosso, guardò nello specchietto per controllare il traffico dietro… e...
Vide il cappotto slacciato, le tette enormi che strabordavano dalla scollatura di quella bionda stupenda, la mano di lei che saliva sulla coscia del ragazzo accanto. Gli occhi gli si spalancarono per un secondo, la bocca semiaperta. Ma non poteva fare altro: era al volante, in mezzo al traffico con il cazzo che gli diede un sussulto nei pantaloni. Francesca se ne accorse immediatamente e sorrise... Incrociò lo sguardo dell’autista nello specchietto, pervaso di desiderio crudo, l’incredulità, la lussuria repressa. Quello sguardo la eccitò ancora di più. Un’ondata di calore le salì dalla figa già devastata, le fece contrarre le pareti interne ancora vuote, le fece colare altro umore sul sedile del taxi. Si morse il labbro carnoso, gli occhi che brillavano di malizia pura.
«Guarda cosa ti aspetta, tesoro...» sussurrò, la voce roca ora. «La tua mamma troia è fradicia per te… vuole il cazzo del suo bambino dentro fino in fondo stavolta…»
Alessio gemette piano, la mano che stringeva il sedile mentre il cazzo si induriva violentemente sotto la sua mano. Francesca aprì il cappotto ancora di più, esponendo completamente il busto: le tette, la vita stretta, reggicalze nero lucido, balza di pizzo larga sulle cosce. Spalancò le gambe quel tanto da far intravedere la figa depilata, gonfia, aperta, che colava visibilmente. Francesca si chinò verso di lui, gli baciò il collo piano, la lingua che sfiorava la pelle. La mano sul cazzo che stringeva più forte, lo accarezzava su e giù attraverso la stoffa. L’autista non riusciva più a staccare gli occhi dallo specchietto. Frenò piano a un altro semaforo, le mani strette sul volante, il respiro corto. Vide tutto: le zinne pesanti che ondeggiavano ad ogni curva, i capezzoli duri, la mano di lei che ora apriva la zip del ragazzo e infilava dentro. Francesca si eccitava da morire. Sentiva gli occhi dell’estraneo su di sé, sul suo corpo bollente e lussurioso, quello la faceva bagnare come una fontana. La figa pulsava, colava piano sul sedile, lasciando una macchia umida. Prese il cazzo di Alessio in mano direttamente sulla pelle calda, lo accarezzò lento, la cappella già lucida di precum che le bagnava il palmo.
Il suo ragazzo, era di nuovo duro come il ferro per lei.
«Senti quanto sei duro di nuovo…» sussurrò con voce roca ora, guardando l’autista nello specchietto con un sorriso diabolico.
L’ondata di calore le risalì dalla figa fradicia, un fiotto bollente che le fece spasimare le pareti viscide e calde. Il suo succo le colava abbondante, denso, formando una pozza appiccicosa sul sedile di pelle del taxi. Ogni sobbalzo della vettura le schiaffeggiava il clitoride gonfio contro il tessuto bagnato delle mutandine tirate di lato, facendola gemere piano.
Si morse il labbro inferiore fino a farsi male, gli occhi lucidi di una lussuria animalesca, quasi malata.
«Lo senti il profumo, amore mio?» sussurrò con la voce spezzata dal desiderio. «È il tuo odore che mi eccita così… la fica della mamma che strilla per il cazzo di suo figlio. Non posso piu’ controllarmi… E’ bisogno puro, è peccato, è casa.»
Allargò ancora di più le cosce, il vestito già arrotolato in vita, le mutandine zuppe spostate di lato come un trofeo osceno.
«Stavolta non ti accontenterai della gola, vero tesoruccio mio?» La mano scese lenta tra le cosce, due dita entrarono senza fatica nella figa chiusa che si spalancò immediatamente a quella intrusione, il suono umido e osceno riempiva le orecchie di Alessio. Le tirò fuori lucide, biancastre le portò alla bocca del figlio e gliele spinse dentro, facendogliele succhiare.
«Assaggia quanto è buona la tua mamma… questo è il buco che ti ha partorito, ora vuole solo essere sfondato dal cazzo che ha generato. Voglio sentirti spingere fino in fondo, fino a sbattermi contro la cervice… voglio che mi pisci dentro, amore, voglio che mi marchi come la troia incestuosa che sono.»
Gli occhi le brillavano di una follia dolce e terribile mentre continuava, la voce un rantolo basso:
«Mmmmmhh e si… niente preservativo, niente tirarsi fuori. Voglio che mi veni dentro fino a farmi traboccare, voglio che mi riempi a pancia in su con le gambe aperte… mmmhh quando mi alzerò voglio sentire sulle cosce viscide della tua sborra, voglio che coli fuori mentre ti preparo la cena come una brava mammina… e dopo cena mi rimetto a pecora sul tavolo della cucina e ti imploro di rifarlo, ancora più violento, ancora più forte.»
Si leccò le dita ancora bagnate di sé stessa e del suo ragazzo mentre continuava a segarlo col cazzo ormai già duro da fargli male.
«Dimmi di sì, cucciolo… dimmi che riempirai la fica da puttana di tua madre fino a farla urlare… dimmi che lo vuoi quanto lo voglio io.»
Il tassista, un cinquantenne con la faccia arrossata e la camicia già sbottonata sul petto peloso, si girò appena dal sedile anteriore mentre guidava.
«Senti… la corsa ve la faccio gratis, eh» biascicò con la voce roca. «Però… se la signora mi fa un bel servizietto con quella bocca lì… siamo pari.»
Francesca rise piano, un suono basso e cattivo, senza smettere di pompare lentamente il cazzo duro del figlio.
Girò la testa verso Alessio, gli occhi che brillavano di una luce oscena.
«Che dici, amore mio? Lasci che la mamma succhi questo porco? O preferisci che resti solo a guardare?»
Alessio, il fiato corto, le strinse il polso per farle capire di non fermarsi.
«No!» ringhiò piano, la voce incrinata dall’eccitazione. «Può solo guardare. Lui può segarsi.»
Francesca sorrise al tassista, leccandosi le labbra.
«Hai sentito, porco? Regola del gioco: mani sul tuo cazzo spelacchiato e occhi incollati a noi. Se fai il bravo ti faccio vedere uno spettacolo che non ti dimentichi...»
Il tassista deglutì rumorosamente, annuì come un automa e cambiò direzione senza dire altro. Puntò verso la Tiburtina, prese la prima traversa buia dietro la stazione, quelle dove i lampioni sono rotti da anni. Spense il motore in un angolo morto, buio pesto tranne la luce fioca dell’abitacolo.
Scese, aprì il bagagliaio con le mani che tremavano. Fece cenno ai due di accomodarsi sulla sponda aperta, come su un palcoscenico improvvisato.
Francesca si sedette con le cosce spalancate come una vera puttana da marciapiede, il vestito tirato su fino alla vita, la figa ancora lucida e gocciolante dai succhi di prima, esposta all'aria fresca della notte senza vergogna. Alessio accanto a lei, il cazzo dritto e gonfio che puntava in alto come un'asta rigida, pronto a essere adorato. Lei riprese a segarlo con calma feroce, la mano che scivolava lenta e bagnata, stringendo la base con forza per far gonfiare ancora di più la cappella violacea, mentre con l'altra mano si apriva le labbra della figa per mostrare quanto fosse bagnata e aperta, un invito osceno solo per gli occhi del figlio.
Il tassista si slacciò i pantaloni lì in piedi davanti a loro, tirò fuori un cazzo grosso, già violaceo e bagnato in punta, le vene pulsanti che sembravano sul punto di scoppiare. Francesca lo squadrò da capo a piedi, le labbra che si incurvavano in un sorriso da troia esperta, gli occhi che brillavano di malizia pura.
«Oddio, guarda che cazzo enorme... ma lo sai che non te lo posso toccare, vero, porco schifoso? Puoi solo guardarmi e segartelo da solo, come un cane in calore,» lo provocò con voce rauca, carica di disprezzo e desiderio mescolati, accelerando appena la sega sul cazzo del figlio per far vedere quanto fosse padrona della situazione.
«Lo so... lo so... quanto sei troia, cazzo...» ansimò lui, cominciando a segarsi con violenza, la mano che pompava su e giù con schiocchi umidi, gli occhi fissi sulle tette di lei che ondeggiavano a ogni movimento.
«Dimmi quanto ti piace guardarmi mentre sego mio figlio, eh? Guardami la mano che va su e giù su questo cazzo giovane e duro, il cazzo di mio figlio che mi fa bagnare la figa solo a toccarlo,» lo incitò lei, stringendo di più la presa su Alessio, torcendo leggermente la cappella per far gemere il ragazzo. Sentiva il cuore batterle forte nel petto, un'ondata di eccitazione perversa che le saliva dalla figa fino alla gola: segare il suo stesso figlio lì, all'aperto, mentre uno sconosciuto si masturbava per lei, la faceva sentire potente, una dea del sesso depravata. Ogni gemito di Alessio le mandava brividi elettrici lungo la schiena, e sapere che le sue tettone esposte stavano facendo impazzire quel vecchio porco le gonfiava l'ego, la figa che si contraeva invidiosa, bagnandosi ancora di più. Era come se il cazzo del figlio nella sua mano fosse un'estensione di se stessa, e l'occhiata avida del tassista amplificasse ogni sensazione – il calore della pelle di Alessio, il pulsare delle vene sotto le dita, l'odore muschiato del suo pre-cum che già le bagnava il palmo.
«Cristo... mi fai impazzire... È davvero tuo figlio? Quella mano che va su e giù sul cazzo del ragazzo... sembri una puttana sulla Salaria, ma cento volte più bona, con quelle tettone da vacca da mungere...»
Francesca rise forte, una risata gutturale e sporca, accelerando la sega con colpi più lunghi e lenti, sentendo il cazzo di Alessio gonfiarsi ancora di più nella sua presa, le dita che scivolavano ora su una patina sempre più bagnata di pre-sborra che gli saliva copiosa dalla cappella, lubrificando tutto. «Senti, Ale... Non crede che sei mio figlio... Però gli viene grosso solo a guardarci... Ma anche il tuo cazzo si sta gonfiando ancora di più, lo sento... ti piace che questo vecchio schifoso si sega per la tua mamma, vero? Ti piace vedere la mamma fare la troia, esporre le tettone per far sborrare un estraneo mentre ti sego piano, eh? Senti come sei bagnato, amore, la tua sborra sta già salendo, mi bagna tutta la mano... ma non venire ancora, tienila per la mamma...»
Alessio gemette forte, il cazzo che pulsava nella mano di lei, divenuto improvvisamente ancora più duro, più spesso, con rivoli di pre-cum trasparenti e appiccicosi che colavano abbondanti dalla fessura, bagnando le dita di Francesca e rendendo la sega ancora più scivolosa, più oscena. «Sì, sono suo figlio...» per poi rivolgersi alla madre: «Sì mamma, sì...» rantolò, gli occhi fissi sulle tettone di lei, l'eccitazione che lo travolgeva vedendola così puttana, così sfacciata, mentre lo masturbava con maestria, il piacere che gli montava dentro senza sfogo, solo quel flusso costante di lubrificante naturale che le inzuppava la mano.
Francesca si eccitò da morire vedendo la reazione del figlio, il pre-cum caldo e viscoso che le colava tra le dita, mescolandosi al suo sudore, e l'odore salato che saliva nell'aria. Diventò ancora più volgare, la voce che si abbassava in un ringhio sensuale, piena di comando. «Segatelo forte, porco... guardami mentre mi scopo la figa con le dita... guarda come sono aperta, lo sono per mio figlio, non per te... Tu puoi solo segarti come un fallito... vuoi venire? Ma devi sborrarmi tanto, coprimi queste tettone da troia con la tua sborra schifosa, fammi vedere quanto ne hai accumulata guardando la mamma segare il suo ragazzo!»
«Sì... sto per sborrare... dimmi dove...»
Il tassista era ormai al limite, il respiro spezzato, le gambe che tremavano mentre si segava con violenza davanti a loro. Il cazzo grosso e violaceo, lucido di saliva e presborra, pulsava nella sua mano callosa, la cappella gonfia e rossa che sembrava sul punto di esplodere.
Francesca, seduta sulla sponda del bagagliaio con le cosce ancora spalancate, passò il braccio sinistro sotto i seni per esporli come un’offerta oscena da bordello. Li raccolse e li premette uno contro l’altro, creando una profonda valle di carne morbida e pallida, i capezzoli duri come sassolini che spuntavano in alto, già lucidi di sudore. La pelle del décolleté brillava leggermente sotto la luce fioca del lampione lontano, e lei li scosse leggermente per farli rimbalzare, incitando: «Forza, porco... dammela tutta... Sborrami sulle tette, coprimi come una puttana da bukkake. Fammi vedere quanta ne tieni dentro quel cazzo schifoso, spruzzami come se fossi la tua troia preferita, ma ricordati che non mi tocchi nemmeno con un dito!»
Il tassista emise un grugnito profondo, quasi un ruggito strozzato. La mano accelerò furiosamente per gli ultimi due, tre colpi violenti, poi il corpo gli si irrigidì tutto.
Francesca vide tutto al rallentatore: il primo schizzo partì con forza brutale, un getto lungo e denso, bianco-latte, che attraversò l’aria con un sibilo quasi udibile e colpì in pieno il seno sinistro, proprio sotto il capezzolo. Sentì il calore improvviso, come una scottatura erotica, la sborra calda che le si spiaccicò sulla pelle con un rumore umido e appiccicoso, colando subito verso il basso in una striscia spessa che le avvolgeva la curva del seno, lasciando una sensazione viscida e pesante che le fece contrarre la figa dall'eccitazione. L'odore salato e muschiato le invase le narici, forte e animalesco, mescolandosi all'aria notturna.
Il secondo colpo arrivò subito dopo, ancora più potente: centrò la valle tra i due seni, riempiendola come una coppa traboccante, il liquido denso e filamentoso che si accumulava lì in mezzo e poi debordava piano sui lati, scendendo lungo i fianchi interni del décolleté con un formicolio caldo che le mandava scintille di piacere fino ai capezzoli. Francesca sentì ogni impatto come una carezza proibita, la pelle che si tendeva sotto il peso della sborra, i seni che tremavano leggermente a ogni spruzzo, amplificando l'eccitazione di segare Alessio – il cazzo del figlio che ora le scivolava nella mano inzuppata di pre-cum, il suo gemito che le echeggiava nelle orecchie mentre lei lo masturbava con più vigore, persa in quell'onda di depravazione materna.
Il terzo e il quarto schizzo furono più corti ma più spessi, spruzzi pesanti e cremosi che le colpirono il collo e la base della gola con schiocchi bagnati, uno addirittura le sfiorò il mento lasciando una goccia calda che penzolava come una perla oscena prima di cadere sul seno, mescolandosi al resto. Sentiva il calore diffondersi sulla pelle, la consistenza appiccicosa che le tirava leggermente l'epidermide mentre si raffreddava, e l'odore sempre più intenso che le faceva girare la testa, un misto di sudore e seme che la rendeva ancora più bagnata tra le gambe.
«Guarda quanta sborra, Ale...» sussurrò lei, la voce incrinata dall’eccitazione, mentre fissava il figlio negli occhi, la mano che non smetteva di segarlo, sentendo il pre-cum di lui colarle copioso tra le dita, bagnandole il polso. «Guarda come mi sborra addosso questo maiale... quanta ne ha accumulata guardando la mamma che ti sega... mi copre le tettone come una vera troia, e tu stai bagnando la mano della mamma con la tua eccitazione, amore... ti piace vederla così sporca, vero?»
Il tassista continuò a spremersi con gli ultimi colpi deboli, gli ultimi rivoli filamentosi che gli colavano sulle dita e cadevano a terra con gocce pesanti, mentre i seni di Francesca erano ormai coperti: una patina lucida e appiccicosa che le dipingeva la pelle in strisce irregolari, i capezzoli che spuntavano ancora più evidenti in mezzo al bianco sporco, qualche goccia che scivolava lenta verso la pancia, lasciando tracce calde e viscose.
Lei inspirò profondamente, il petto che si alzava e abbassava, facendo ondeggiare la sborra fresca come una decorazione oscena. Poi, lentissimamente, passò due dita sotto un seno, raccolse un po’ di quel caldo denso e se le portò alla bocca, leccandole con calma mentre continuava a guardare Alessio, la lingua che assaporava il sapore salato e amaro.
«Hai visto, amore? Questa sono io... La troia che ti aspetta a casa... E che vuole anche la tua... ma la tua sborra... la mamma la vuole tutta dentro.»
Il tassista, ormai svuotato, si appoggiò con una mano al bordo del bagagliaio, ansimando, il cazzo che gli gocciolava ancora, mentre Francesca restava lì, seduta, con il petto lucido e segnato, un sorriso lento e soddisfatto stampato in faccia. Si voltò verso Alessio, che era rimasto accanto a lei, il membro teso e violaceo, gonfio di desiderio e ancora sporco di residui della sua eccitazione precedente.
Con voce bassa, roca, quasi un sussurro complice, gli disse:
«Alzati davanti a me, amore… vieni qui.»
Alessio obbedì subito, avanzando di un passo fino a trovarsi esattamente tra le sue ginocchia aperte. Francesca, senza fretta, ancora con il braccio che sosteneva i seni ricoperti dalla sborra densa e bianca del tassista. Le gocce più pesanti scivolavano lente lungo la curva interna, raccogliendosi nella valle tra i capezzoli eretti.
«Stai fermo» gli ordinò, guardandolo dritto negli occhi. «Devo pulirti… hai tutto questo casino che ti è uscito prima. Non possiamo rientrare così, no?»
Sorrise, un sorriso lento, cattivo, materno e osceno allo stesso tempo.
Poi si chinò in avanti.
Le sue labbra gonfie e umide, si aprirono piano, sfiorando prima solo la punta. Un bacio leggero, quasi casto, che però si trasformò subito in qualcosa di molto più profondo. La bocca si allargò, accogliendo il glande gonfio e Francesca emise un piccolo gemito di gola mentre lo faceva scivolare dentro, centimetro dopo centimetro, senza mai smettere di guardarlo negli occhi.
La lingua si mosse lenta, avvolgente, raschiando con delicatezza tutta la lunghezza dell’asta. Raccolse la sborra rappresa in grosse gocce cremose, la fece rotolare sul palato come se stesse assaporando un liquore proibito. Le labbra si stringevano e rilasciavano in un ritmo lento, succhiando via ogni traccia, ogni residuo appiccicoso che trovava. Quando arrivava in fondo, la gola si contraeva appena, un piccolo spasmo che lo faceva sobbalzare, poi risaliva, lasciando l’asta lucida di saliva e quasi pulita.
Ogni tanto si fermava, tirava indietro la testa quel tanto che bastava per far uscire il cazzo dalla bocca con un piccolo schiocco umido, e allora lo leccava dal basso verso l’alto, lingua piatta e larga, raccogliendo le ultime gocce che ancora colavano lungo il frenulo. Lo guardava sempre, senza mai spezzare il contatto visivo: gli occhi verdi di lei erano accesi, dilatati, pieni di una fame che non si sarebbe mai spenta.
Quando ritenne di averlo pulito abbastanza, si fermò con le labbra strette appena sotto il glande, succhiò forte un’ultima volta la cappella, come per estrarre anche l’ultima stilla nascosta, poi lasciò che il cazzo le uscisse dalla bocca con un filo di saliva che collegava ancora le sue labbra alla punta.
Si passò la lingua sulle labbra gonfie, raccolse l’ultimo residuo che le era rimasto agli angoli della bocca e lo ingoiò con un movimento lento e visibile della gola.
«Ecco...» mormorò, la voce impastata e soddisfatta. «Adesso sei presentabile… almeno per ora.»
Si alzò in piedi, i seni ancora sporchi e lucidi che ondeggiavano pesanti, prese Alessio per mano e lo guidò verso il sedile posteriore.
«Sali. Torniamo a casa.»
Si sistemò senza pulirsi ed entrò in auto insieme al figlio, il tassista salì e ripartirono verso l’indirizzo iniziale.
Giunti a destinazione si guardarono, il tassista spense il tassametro come d’accordi e scesero dalla macchina.
L’autista la guardò allontanarsi, il cazzo svuotato nei pantaloni, senza poter fare altro che masturbarsi dopo, pensando a quella bionda troia che si era esibita per lui. Francesca entrò in casa con Alessio, la porta che si chiuse. Si tolse il cappotto lentamente, come in un rituale, lasciando che il tessuto nero scivolasse lungo le spalle, giù per le braccia, fino a cadere a terra in un mucchio morbido ai suoi piedi. L’aria della casa era calda, ma Francesca sentì comunque un brivido sulla pelle nuda, un brivido di eccitazione pura, di attesa, di fame.
Alessio la guardò e il mondo gli si fermò intorno.



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