incesto
MAMMA SEMPRE PIU TROIA AL CINEMA 2
02.12.2025 |
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"— Cristo santo, ma che spettacolo siete? — borbottò, già allungando le mani verso il culo di Katerina, che rimase immobile, lo sguardo gelido ma gli occhi che bruciavano di eccitazione..."
— Cosa diresti se domani scegliessimo insieme chi voglio che mi guardi? — domandò lei, la voce quasi allegra.Mi fermai, la fissai, e capii che non stava scherzando. In quegli occhi c’era un lampo di sfida, la promessa di un confine ancora più in là da superare.
— Sceglieremo insieme — risposi. — Ma voglio vedere anche te guardare. Non solo essere vista. Voglio che ti piaccia anche questo.
Mamma sorrise, appoggiò la mano sulla mia, si avvicinò e mi baciò. Era un bacio pieno, sporco di promesse e di futuro.
Dopo il caffè, ci sdraiammo sul letto disfatto, nudi, senza la minima voglia di coprirci o di fingere pudore. mamma si rannicchiò al mio fianco, le dita che tracciavano linee leggere sul mio petto, ogni tanto fermandosi sopra una cicatrice, un neo, un segno della mia storia. Il silenzio era denso, carico di quella complicità nuova, animale, che ci aveva uniti durante la notte.
— A cosa pensi? — chiese lei, il tono rilassato, lo sguardo acceso.
La guardai. mamma aveva il volto sereno, ma negli occhi ardeva ancora una brace di inquietudine e desiderio.
— Penso che domani sarà diverso da tutto quello che abbiamo mai vissuto. E che non so più cosa sia vergogna, né paura. Solo fame di te. —
Lei sorrise di lato, si stiracchiò, poi mi salì addosso, i seni che sfioravano il mio petto, i fianchi che si muovevano appena.
— Allora promettimi che domani non tirerai indietro lo sguardo. Voglio vederti eccitato, voglio vedere la tua voglia per me negli occhi, mentre altri mi guardano. —
Le presi il viso tra le mani, la baciai a lungo, lento, fino a toglierle il fiato.
— Sarà così. Voglio che tu sia vera, che niente ci freni più. Voglio essere spettatore e padrone, complice e carnefice. —
Mamma rise, un suono basso, vibrante, che la percorse tutta.
— Voglio essere tua davanti a tutti, domani. E voglio vedere fino a dove puoi portarmi. —
Restammo così, intrecciati, la luce del giorno che cresceva sulle lenzuola e sui nostri corpi segnati. Non c’era più timore, solo la promessa muta di superare ancora ogni limite, insieme.
Passammo la giornata in una specie di sospensione, come se ogni gesto avesse il sapore di una vigilia. Ci muovevamo per casa quasi senza parlare, tra docce lunghe, carezze rubate tra una stanza e l’altra, lo sguardo sempre acceso da quello che ci aspettava la sera. Ogni tanto mamma mi si avvicinava di sorpresa, si lasciava toccare o mi sussurrava all’orecchio una delle sue fantasie, giocando con i limiti, scoprendo nuovi desideri che fino a poco prima non avrebbe mai avuto il coraggio di pronunciare.
Nel pomeriggio ci chiudemmo insieme sotto le lenzuola, ma senza la furia della notte precedente. C’era una dolcezza nuova nei nostri gesti, quasi una gratitudine. mamma si addormentò con la testa appoggiata sul mio petto, le dita intrecciate alle mie. Rimasi a guardarla, il respiro calmo, il viso disteso e ancora bello, anche segnato dall’eccesso. Mi colpì la forza con cui aveva accolto tutto, la naturalezza con cui era passata dalla vergogna all’orgoglio, dalla paura all’esibizione più totale.
Al tramonto, ci preparammo lentamente, scegliendo i vestiti con cura. mamma indossò una gonna nera corta, senza biancheria, una camicia bianca sottile che lasciava intravedere i capezzoli già tesi. Si fermò davanti allo specchio, sistemò il trucco, si diede un ultimo sguardo fiero, gli occhi accesi di desiderio.
— Pronta? — le chiesi.
Lei annuì, si mise un rossetto scuro e mi prese per mano.
Uscimmo insieme nella sera che odorava di pioggia, complici e impazienti. Sapevamo già dove andare, come se quel cinema fosse diventato la nostra tana segreta, il luogo dove finalmente tutto era permesso.
Arrivati all’ingresso, mamma mi guardò con un sorriso che aveva dentro un misto di paura e fame. Entrammo, attraversando la soglia con la consapevolezza che stavolta sarebbe stato diverso, ancora più intenso, ancora più nostro.
Appena entrati nel cinema l’odore era ancora più forte della notte prima: sudore, piscio, sperma, quell’aroma inconfondibile di carne eccitata e voglia repressa che riempiva le narici e ti scuoteva le viscere. Le luci basse, lo schermo già occupato da una scena violenta: una donna a quattro zampe, due uomini che la scopavano senza pietà, urla, schiaffi, bestemmie. Le file erano più piene, il brusio era fatto di respiri pesanti, mani che si muovevano lente sopra pantaloni gonfi.
Mamma mi strinse il braccio, lo sguardo febbrile, la bocca piegata in un sorriso sporco.
— Guarda che porci, guarda che facce — sibilò, senza alcuna vergogna, — scommetto che stanotte mi vogliono tutti.
Mi guidò verso il fondo della sala, la gonna già cortissima che lasciava intravedere le cosce nude, il culo rotondo. Si voltò a guardarmi, i capelli sugli occhi, la bocca già aperta.
— Te lo immagini quanti si sono già fatti le seghe pensando a me? Stasera li voglio vedere sborrare tutti, voglio che mi vengano addosso, che mi usino come una puttana. E tu voglio che mi guardi, che mi spingi, che mi dici le peggio porcate.
Mi si rizzò subito. Mi sedetti, lei mi si mise in grembo, le cosce spalancate, il culo che sfregava sulla mia erezione dura.
— Dai, fammi vedere quanto sei sporco. Dimmelo, davanti a tutti.
La presi per i fianchi, le sussurrai con la voce roca, le mani già sotto la camicia:
— Stasera sei la puttana di tutti. Voglio vederti leccare cazzi, voglio vederti inginocchiata coi capelli tirati, con le cosce piene di sborra. Sei la mia troia, la loro troia.
Lei gemette, si piegò in avanti, la gonna ormai salita oltre le anche. Un uomo della fila davanti si voltò, occhi sbarrati, la mano già infilata nei pantaloni.
— Che cazzo guardi? — gli urlò mamma, sghignazzando — Non hai mai visto una troia che vuole farsi scopare in pubblico?
L’uomo non rispose, tirò fuori il cazzo duro, iniziò a segarsi senza alcun pudore. Un altro si avvicinò, sbottonandosi i pantaloni, la lingua fuori.
Mamma si voltò verso di me, il viso acceso, le pupille dilatate.
— Dai, dillo a tutti. Dillo che vuoi vedermi scopata qui davanti a questi schifosi.
Io non esitai, il cuore che batteva forte, la voce che tagliava l’aria.
— Voglio vederti in ginocchio, con la bocca piena di cazzi, le tette sbattute e il culo aperto. Voglio che ti usino come una puttana, che ti facciano venire in faccia, che ti trattino da vera schiava.
Mamma gemette ancora più forte, si voltò verso gli uomini davanti.
— Allora? Che cazzo aspettate? — urlò, spalancando le gambe. — Non volete una troia da sborrare stanotte?
I primi due si avvicinarono senza parole, cazzi fuori, occhi bassi, già pronti a farle quello che volevano. La sala era diventata un ring di voglie, sudore e carne esposta. Ogni inibizione sparita, ogni parola una frustata.
Il primo si inginocchiò davanti a mamma, il cazzo in mano, la punta già umida. Lei gli prese la testa, lo guardò dritto negli occhi e sputò con forza, poi gli infilò la bocca intorno al sesso, profonda, senza alcun pudore. Gorgogliava, sbavava, si faceva scopare la bocca con rabbia, gemendo a ogni affondo. L’altro le afferrò le tette da dietro, le strinse forte, affondando le dita nei capezzoli, le mani ruvide che lasciavano segni rossi sulla pelle bianca.
— Sì, così, — urlava mamma, — fammi male, voglio sentire che mi fate vostra, che non valgo un cazzo se non per farvi venire.
L’uomo davanti le teneva la testa ferma, le pompava la bocca, i colpi veloci, sbatteva contro la gola finché lei non iniziò a lacrimare. Io la tenevo stretta, la lingua leccava il sudore dal collo, la mano affondata tra le sue gambe umide.
— Sei una troia, la mia troia, la loro troia, — le ringhiavo all’orecchio, — non ti fermerai finché non ti riempiono tutta.
Un altro spettatore si avvicinò, prese il posto dell’uomo dietro, tirò su la gonna e infilò due dita dentro mamma, che urlò di piacere, la faccia deformata dal godimento. I gemiti riempivano la sala, qualcuno si era già avvicinato per guardare meglio, cazzi fuori, occhi fissi su quella scena di pura pornografia.
— Dai, riempitemi la bocca, voglio sentire il sapore di tutti, voglio essere la puttana della sala, voglio sborra ovunque — urlava mamma, con la voce roca, spezzata.
L’uomo davanti ansimava, spingeva più forte, poi con un grido le venne in bocca, mamma ingoiò senza tirarsi indietro, si pulì la bocca col dorso della mano, ridendo come una pazza.
— Avanti, il prossimo, chi cazzo aspetta? — gridò, i capelli arruffati, gli occhi lucidi di piacere. Gli uomini si facevano avanti, uno dopo l’altro, ognuno pronto a usarla, ognuno deciso a lasciare il proprio segno.
Io le tenevo la testa, il corpo che tremava, il cuore in gola. mamma gemeva, rideva, supplicava:
— Voglio tutto, voglio essere vostra, voglio che mi usiate, voglio essere ricordata, voglio che domani parliate ancora di me e di quanto godevo.
Gli uomini ormai si accalcavano intorno a noi, spingendosi per il turno, la bocca di mamma una calamita, la pelle segnata da mani e schiaffi, il trucco colato sulle guance, gli occhi persi in una trance di puro godimento. Ogni nuovo cazzo che entrava tra le sue labbra veniva accolto da un gemito soffocato, mentre le mani di qualcuno le stringevano i capelli, tirandola con forza, e altri ancora le palpeggiavano i seni, i capezzoli duri, le cosce scosse dai tremori.
— Non fermatevi, — urlava lei, la voce impastata di saliva e sperma, — usatemi, fatemi male, riempitemi la figa e la bocca, sfondate tutto, sono la vostra puttana!
Uno dietro l’altro la penetravano, alternando bocca e sesso, le dita che la aprivano senza delicatezza, la scopavano come un oggetto, le lasciavano addosso segni di morsi e graffi, la carne viva e arrossata. Alcuni si affrettavano a venire, spruzzandole addosso, sulle tette, in faccia, altri la penetravano con violenza crescente, spingendo mamma sempre più al limite, urlando insulti e porcherie, ridendo, eccitati dal suo abbandono totale.
Io ero lì, la guardavo in ogni istante, il cuore che batteva impazzito, l’orgoglio feroce di vederla diventare davvero quello che aveva chiesto: la troia della sala, il centro di ogni fantasia, il corpo che tutti avrebbero ricordato. Le carezzai i capelli sudati, le sussurrai all’orecchio, la voce spezzata dall’eccitazione:
— Sei mia, anche adesso che ti scopano tutti, sei solo mia. Guardali, sentili, vuoi ancora? Vuoi che continui? —
Mamma sollevò la testa, gli occhi rossi, la bocca sporca, e urlò più forte:
— Sì, non fermatevi, voglio sentirmi distrutta, voglio che mi spacchiate in due! Voglio che mi sborriate dentro, fuori, addosso, che mi lasciate così, sfatta, vuota, scopata da tutti!
I gemiti aumentavano, i corpi si muovevano frenetici, la sala ormai senza più regole, senza freni, un solo grande ventre caldo di desiderio. Ogni uomo che la prendeva aggiungeva una nuova cicatrice di piacere, ogni goccia di sudore, di sperma, di saliva, era parte di un rito animale.
E in tutto quel caos, mamma rideva, piangeva, godeva, la voce che si perdeva in un unico, lunghissimo orgasmo.
Quando l’ultima ondata di piacere attraversò la sala, tutto si fece improvvisamente più silenzioso. Gli uomini si allontanarono uno dopo l’altro, qualcuno rideva sommesso, altri si ricomponevano in fretta, abbassando la testa, come svegliandosi da un sogno feroce. mamma rimase in ginocchio, il corpo scosso dai brividi, il volto sporco di lacrime, saliva, sperma, la pelle rossa di morsi e carezze brutali. Si sollevò piano, le gambe che tremavano, il sorriso sfatto di chi ha attraversato il confine e adesso non teme più nulla.
Mi avvicinai, la presi tra le braccia. Non c’era bisogno di parole: lei si lasciò sostenere, poggiando la testa sulla mia spalla, ancora calda, ancora sporca, ancora bellissima. Raccogliemmo i vestiti, ci rivestimmo in fretta, lei senza mutande, la camicia stropicciata che a malapena le copriva i segni di quella notte.
Uscimmo dal cinema in silenzio, la strada deserta, l’aria che pungeva sulla pelle ancora bagnata di sudore. Nessuno ci guardava, ma il ricordo degli sguardi di decine di uomini ci seguiva fino fuori dalla porta. mamma stringeva la mia mano, le dita intrecciate alle mie, il passo incerto ma deciso.
Camminammo verso casa senza parlare. Ogni tanto ci fermavamo, lei si appoggiava al muro, mi tirava a sé, mi baciava con una fame nuova, le labbra ancora gonfie, la lingua che cercava conferme e carezze. In quell’abbraccio c’era tutto: la vergogna lasciata indietro, l’orgoglio, la certezza di aver vissuto qualcosa che nessuno avrebbe potuto toglierci.
Salimmo le scale fino al nostro pianerottolo, le mani sempre unite. Dentro casa, chiudemmo la porta, ci guardammo un attimo, poi scoppiammo a ridere, una risata piena, sporca, liberatoria. mamma si lasciò cadere sul pavimento, la schiena appoggiata al muro, la testa tra le mani.
— Non ci credo ancora, — sussurrò, la voce roca, — ma voglio rifarlo. Voglio andare ancora oltre, voglio sentire fin dove posso arrivare.
Mi sedetti accanto a lei, l’abbracciai forte. Il sudore e il sapore degli altri ancora sulla pelle, il cuore che non accennava a rallentare.
— Ci andremo, — le dissi. — Tutto quello che vuoi, ovunque vuoi arrivare, io sarò con te.
La mattina dopo, la casa era ancora piena dell’odore della notte precedente. Il sole filtrava pigro tra le tende, illuminando la pelle di mamma distesa accanto a me, il corpo segnato da morsi e carezze, i capelli sparsi sul cuscino. Si girò lentamente, un sorriso stanco ma famelico sulle labbra, mi guardò negli occhi e sussurrò:
— Invita Sandro stasera. Voglio lui qui. E portati anche la sua ragazza, quella slava… Katerina, no? Voglio vedere cosa succede.
Rimasi senza parole, il cervello ancora annebbiato dal sonno e dai ricordi sporchi. Non avevamo mai condiviso il nostro letto con altri. E mamma, fino al giorno prima, non aveva mai nemmeno nominato il nome di Sandro in quel modo. La guardai, cercando nei suoi occhi un ripensamento, una risata, un gioco. Niente. Solo quella nuova fame che le brillava dentro.
— Sei sicura? — chiesi, la voce rotta.
Lei annuì, si leccò le labbra, poi si alzò dal letto completamente nuda, sfidandomi con lo sguardo.
— Voglio qualcosa di diverso. Fallo per me. Voglio vedere cosa succede se ti guardo con un’altra, e se tu guardi me con Sandro. Voglio vedere fino a dove possiamo arrivare. —
Mi arresi. Per amore, per curiosità, forse solo per paura di perderla in quella nuova vertigine. Mandai il messaggio a Sandro nel primo pomeriggio: “Cena da noi stasera. Porta anche Katerina.” La risposta arrivò subito: “Ci saremo.”
La sera calò presto, la casa in ordine, il vino già sul tavolo. mamma aveva scelto un vestito leggero, senza nulla sotto, le gambe nude, il seno appena velato. Io giravo per il soggiorno con una fame nuova, lo stomaco stretto, la testa piena di immagini. Al primo squillo, il cuore mi balzò in gola.
Sandro si presentò con il solito sorriso scanzonato, la camicia aperta, lo sguardo da eterno ragazzino. Al suo fianco, Katerina: alta, slava, bionda come un’invasione. Un corpo da nuotatrice, le spalle larghe, le gambe chilometriche, un viso freddo, impenetrabile, gli occhi di ghiaccio. Accanto a lei, mamma sembrava più piccola, più vera, la pelle olivastra che tremava sotto quella luce nordica.
Ci sedemmo a tavola tra battute, brindisi, aneddoti volgari raccontati da Sandro che rideva e si accarezzava la barba. Katerina sorrideva a fatica, beveva con piccoli sorsi, ogni tanto mi fissava con uno sguardo che non lasciava capire nulla.
La cena filò via lenta, tra risate forzate e tensione palpabile. Dopo il dolce, mamma si alzò, prese per mano Katerina.
— Dai ragazzi, portate i bicchieri in salotto. Noi sistemiamo qui. —
Obbedimmo, lasciandole in cucina. Sedetti accanto a Sandro, il cuore che batteva a mille, il silenzio che si faceva pesante. Si sentivano solo le voci basse delle due donne, qualche risata, il rumore dell’acqua nel lavandino. Poi, dopo dieci minuti, la porta della cucina si aprì.
Mamma e Katerina entrarono insieme, completamente nude.
Lo sguardo di Sandro si spalancò in un sorriso incredulo. Io rimasi senza fiato: la mia donna, mora, sensuale, piena di curve e morsi ancora freschi; e accanto a lei, Katerina, un corpo scolpito nel marmo, seni piccoli e sodi, i capezzoli tesi, la pelle pallida e perfetta. Camminavano lente, fiere, sapendo bene di essere diventate la fantasia di ogni uomo in quella stanza.
Mamma si avvicinò a me, Katerina si mise di fronte a Sandro. Nessuna delle due disse una parola. Bastava lo sguardo: qualcosa era appena iniziato e nessuno avrebbe più potuto fermarlo.
Appena le due donne entrarono nude nel salotto, il silenzio si fece pesante, elettrico, carico di una tensione feroce. Sandro non si trattenne nemmeno un secondo: la sua risata da cialtrone si trasformò in un fischio sporco.
— Cristo santo, ma che spettacolo siete? — borbottò, già allungando le mani verso il culo di Katerina, che rimase immobile, lo sguardo gelido ma gli occhi che bruciavano di eccitazione.
Mamma mi si piazzò davanti, si inginocchiò tra le mie gambe, le tette che mi sfioravano le cosce nude. Mi guardò dal basso, il sorriso storto, la voce roca.
— Ti piace, vero? Guarda come mi metto a pecora davanti al tuo amico, — sibilò, le mani già sulla cintura dei miei pantaloni, — voglio che mi guardi, voglio che tu dica a Sandro che sono una troia pronta per lui.
Katerina si avvicinò a Sandro, si sedette sulle sue ginocchia, le gambe aperte, la figa depilata in bella vista, lo sguardo fisso su di me e su mamma. Lui le afferrò i fianchi, la tirò ancora più vicino, la bocca già sulla sua pelle.
— Dai, fammi vedere come ve la godete, — disse Katerina in un italiano tagliato dall’accento dell’est, — non fate i timidi, qui si scopa e si gode. Io voglio vederti venire in faccia a quella piccola puttana mediterranea.
Mamma rise, sbottonò i miei pantaloni con le mani che tremavano solo per l’avidità. Mi tirò fuori il cazzo, lo prese subito in bocca, bagnandolo di saliva, muovendosi lenta e poi sempre più veloce, guardandomi negli occhi come a sfidarmi.
— Dai, fallo anche tu, — urlò Sandro a Katerina, — mostrami come si succhia sul serio.
Katerina non aspettò altro: gli abbassò i pantaloni, prese il suo cazzo tra le dita lunghe e affusolate, lo sbatté contro la guancia, poi se lo infilò in bocca tutta, affondando fino in fondo, senza pietà. I rumori erano osceni, il respiro ansimante, le mani di Sandro nei capelli biondi della slava.
— Ma che schiava di merda sei, — ringhiò Sandro, — guardami, fammi vedere come ti piace. — Katerina lo fissava da sotto, la lingua che correva dal glande alle palle, un ghigno maligno sulla faccia d’angelo.
Mamma mi lasciò andare, si voltò, si mise a quattro zampe sul tappeto, il culo in aria, la figa gonfia e umida, grondante desiderio.
— Vuoi vederlo davvero, Sandro? Vieni qui, sfondami davanti a lui, fammi sentire quanto vali, fammi urlare, fammi sborrare davanti alla tua ragazza e al mio uomo.
Non ci fu esitazione: Sandro si avvicinò, afferrò mamma per i fianchi, la spinse con violenza, la infilò dentro senza neanche chiederlo. Lei urlò, rideva, gemiti sporchi, la voce rotta.
— Così! Sì, più forte, fammi sentire che mi stai spaccando, fammi sentire che sono la tua troia per questa notte! — sbraitava mamma, spingendosi contro Sandro, i colpi sordi che rimbombavano nel salotto.
Katerina guardava, si toccava la figa con due dita, la testa indietro, gli occhi socchiusi. Si girò verso di me, la voce tagliente:
— Che fai lì seduto? Vieni a prendermi, fammi urlare più forte della tua troia, mostrami quanto sai essere animale.
Mi alzai di scatto, il cazzo duro come pietra, raggiunsi Katerina che mi guardava con quel ghigno da sfida stampato in faccia. Le afferrai i capelli biondi, la tirai a me con una forza che sapeva di rabbia e fame. Lei spalancò le gambe, senza un briciolo di vergogna, mi mostrò la figa lucida e sorrise:
— Dai, fammi vedere se sei all’altezza della tua troia mediterranea.
Glielo infilai in bocca, senza dolcezza. Lei se lo prese tutto, senza tossire, senza battere ciglio, la lingua che lavorava lenta, precisa, gli occhi di ghiaccio che non si staccavano dai miei. Con una mano la tenevo per i capelli, l’altra le stringeva la mascella, costringendola a prendere ogni affondo.
Alle mie spalle, mamma urlava. Sandro la scopava senza pietà, i colpi secchi, il rumore sordo dei fianchi che sbattevano, il tappeto che scivolava sotto di loro. Lui le stringeva il culo, la penetrava fino a farle perdere la voce, la insultava a bassa voce.
— Senti come grida la tua donna, — ringhiò Sandro rivolto a me, — senti come gode se la tratto da vera cagna.
Io affondavo sempre di più in Katerina, il suo viso arrossato, la saliva che le colava dagli angoli della bocca. Si tirò indietro per un attimo, sputò tutto, si pulì con il dorso della mano e poi si rimise in ginocchio.
— Vieni, fammi vedere se sai scopare davvero una donna — disse, la voce roca.
La presi di peso, la buttai sul divano, le gambe spalancate sulle mie spalle. La penetrai con una spinta unica, affondando fino in fondo, il corpo di lei che tremava ma non arretrava. Mi guardava dritto, una mano sulle tette, l’altra che si toccava la figa.
— Più forte, dai, non risparmiarmi, fammi sentire che esisti!
Mamma ansimava, il volto schiacciato contro il tappeto, le urla soffocate dal braccio di Sandro che le stringeva i capelli e la sottometteva del tutto.
— Siete delle puttane! — gridò Sandro, — Ditecelo, chi siete stanotte?
Katerina lo fissò, la voce piena di disprezzo e fuoco.
— Siamo le vostre troie, fateci tutto, usateci finché non vi reggete più in piedi!
Le mie mani le afferravano le anche, affondavo dentro di lei senza tregua, la stanza piena di gemiti, bestemmie, sudore. mamma gridava, spingeva il culo contro Sandro, i corpi ormai incollati, senza più limiti.
La stanza era un groviglio di corpi sudati, voci rotte, carne che batteva contro carne senza più pudore. Il ritmo si fece ancora più feroce: Sandro sbatteva mamma con una forza animalesca, le mani che lasciavano impronte rosse sulle sue anche, la voce che la insultava e la faceva ridere, urlare, supplicare.
— Più forte, Sandro, spaccami tutta, fammi sentire che mi rompi, che sono solo la tua troia per stanotte! — urlava mamma, la faccia schiacciata sul tappeto, le lacrime di piacere che si mescolavano al sudore.
Io affondavo in Katerina, le mani che le stringevano il collo, il seno che saltava a ogni colpo, la figa che si stringeva intorno al mio cazzo come una morsa. Lei rideva, mi graffiava la schiena, urlava parole nella sua lingua madre, sputava e rideva ancora più forte, gli occhi che mi sfidavano a non fermarmi mai.
Alla fine, tutto esplose insieme: Sandro venne urlando dentro mamma, le dita che le scavavano i fianchi, lei che si contorceva sotto di lui, il culo ancora alto, la figa che tremava in orgasmo, il corpo scosso dai singhiozzi. Io venni dentro Katerina, un getto caldo, profondo, che la fece gemere e stringere ancora di più, le gambe serrate sulle mie anche, il respiro corto, gli occhi che si chiudevano in un lampo di piacere.
Restammo fermi, sudati, sporchi, i corpi abbandonati uno sopra l’altro, le mani che si cercavano ancora, il silenzio riempito solo dal suono del respiro affannoso e dai battiti accelerati.
Katerina fu la prima a rialzarsi. Si passò una mano tra le cosce, si sistemò i capelli, poi mi guardò e mi diede uno schiaffo leggero sulla guancia, un sorriso da strega sul volto.
— Bel gioco, mediterraneo. Mi piace quando non ci sono regole.
Sandro rise, si sdraiò a terra con le braccia dietro la testa, guardando mamma che ancora tremava, il viso sporco, i capelli scompigliati.
Mamma si voltò verso di me, un lampo negli occhi, la voce roca e rotta.
— Così ti voglio, — sussurrò, — sporco, senza limiti, senza paura. E adesso… adesso mi sento davvero libera.
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