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incesto

MAMMASEMPRE PIU TROIA 3


di TantraManMassaggio
02.12.2025    |    2.620    |    0 9.8
"Quando mamma tornò, si era tolta le scarpe, camminava a piedi nudi sul parquet, i capelli leggermente sciolti, l’abito che aderiva ancora di più ai fianchi..."
Ci stringemmo tutti sul divano, le gambe intrecciate, la pelle calda che sapeva di sesso, vino, e promesse mantenute. Non servivano più parole. Bastava la stanchezza, il senso di aver bruciato ogni vergogna.
La notte si allungava pigra tra le lenzuola ancora intrise di sudore e odore di corpi. Il buio della camera era denso, ma sotto le coperte le voci basse delle due donne si facevano strada tra il mio dormiveglia. Non capivo ogni parola, solo sussurri, qualche risata soffocata, suoni morbidi di dita e pelle che si cercavano.
Mamma e Katerina, distese fianco a fianco, si sfioravano, si esploravano con una lentezza complice, ormai sciolte di ogni imbarazzo. Sentivo il respiro spezzarsi, il bisbigliarsi di confessioni, desideri, ricordi che solo due donne possono scambiarsi dopo essersi guardate davvero dentro. Katerina aveva abbattuto il suo gelo: ora la voce era bassa, tenera, un filo di accento che accendeva ogni parola.
— Sei diversa, — mormorava a mamma, — pensavo fossi solo una ragazzetta gelosa… invece tu godi davvero, non fai finta. Tu mi piaci. —
Mamma ridacchiava, la mano che scivolava sul ventre della slava, le dita che già si infilavano tra le cosce umide.
— E tu mi fai impazzire, — rispondeva, la voce roca, piena di voglia. — Non ti toglierei di dosso mai.
Si baciarono a lungo, la lingua lenta, le mani intrecciate tra le gambe, mentre i corpi si muovevano in una danza lenta e oscena. Le vedevo nella penombra, i profili che si confondevano, i piccoli gemiti che si facevano via via più forti, più sfacciati.
A un certo punto Sandro si mosse, si svegliò di colpo, ancora duro, la pelle che odorava di vino e figa. Vide le due donne strette l’una all’altra, il culo di mamma a portata di mano. Senza pensarci, si mise dietro di lei, le mani larghe che le stringevano i fianchi, il cazzo che scivolava tra le labbra gonfie, poi la penetrò in un colpo solo, senza dolcezza, la bocca che le mordeva la spalla.
Mamma gemette, la testa buttata all’indietro, i seni che premevano contro il petto di Katerina. La slava la accarezzava, la baciava, le mordicchiava i capezzoli mentre Sandro la scopava con forza, i colpi che facevano sobbalzare tutto il letto.
Non resistetti oltre. Mi avvicinai a Katerina, la presi per i capelli, la tirai verso di me. Lei mi guardò con un lampo negli occhi, si girò di schiena, mi offrì il culo sodo, le cosce forti spalancate sul letto. La presi senza esitazione, la penetrando a fondo, le mani che le stringevano la vita, il sudore che scendeva lungo la schiena.
— Più forte, — mi urlò Katerina, — fammi sentire che mi scopi davvero, fammi sentire quanto vali.
Mamma e Katerina si baciavano, si stringevano, si toccavano mentre noi uomini ci alternavamo a scoparle da dietro, spingendo fino a farle urlare, fino a consumare ogni briciolo di resistenza. Le urla delle donne si confondevano, i corpi si intrecciavano, la notte si dissolveva in una lunga, sporca sinfonia di piacere.
Quando la porta si chiuse alle spalle di Sandro e Katerina, la casa rimase inondata da un silenzio improvviso, denso, quasi irreale. Le lenzuola erano ancora sparse ovunque, il pavimento segnato dai vestiti gettati in fretta, le tracce della notte presenti in ogni angolo.
Mamma si avvicinò nuda, i capelli arruffati, gli occhi ancora pieni di sonno e di euforia. Mi abbracciò forte, la pelle calda contro la mia, il suo odore ancora misto a quello degli altri.
— Grazie, — mi sussurrò all’orecchio, la voce bassa e sincera. — Era quello che volevo. Non credevo che avrei mai potuto… ma tu mi hai fatto sentire più viva che mai.
Le accarezzai la schiena, sentendo il corpo pesante di stanchezza e piacere.
— Anche per me è stato… tutto, — ammisi, stringendola ancora, — ma adesso devo scappare. Ho una riunione alle otto, se no il capo mi ammazza.
Mamma rise, strofinandosi il viso sulla mia spalla.
— Vai. Porta questa faccia soddisfatta in ufficio, fammi immaginare le loro facce se sapessero come hai passato la notte.
Mi vestii in fretta, raccogliendo al volo i pantaloni e la camicia sparsi sul divano. Un ultimo bacio, mamma che mi stringeva ancora i fianchi, un sorriso stanco sulle labbra.
— Ci vediamo stasera? — chiese, la voce quasi un sussurro.
— Sempre, — risposi, già sulla porta, le chiavi tra le dita, il cuore che correva più veloce delle gambe.
La giornata in ufficio partì subito male. Appena arrivai, notai che c’era un’aria tesa, sguardi bassi, poca voglia di parlare. Alla macchinetta del caffè mi sussurrarono la notizia: il mio capo, quello con cui mi ero sempre trovato bene, era stato trasferito d’urgenza. Nessun preavviso, nessuna spiegazione.
Al suo posto avevano messo uno che sembrava uscito da un film sui peggiori anni Ottanta: massiccio, testa rasata, la voce che spaccava i muri e un alito da bar della stazione. Appena entrato, aveva iniziato a urlare, a insultare chiunque gli capitasse a tiro. Nessuno era risparmiato: neanche io, che pure avevo la fama di uno che si fa i cazzi suoi. Bastarono cinque minuti per essere trattato da lavativo, fancazzista, buono solo a scaldare la sedia. Ogni battuta una coltellata, ogni ordine un’umiliazione pubblica.
La giornata fu un inferno. Tornai a casa con la testa che pulsava, le mani che tremavano dalla rabbia e dalla frustrazione. Appena aprii la porta, trovai mamma in cucina, in accappatoio, i capelli ancora umidi dopo la doccia. Mi lanciò uno sguardo, capì tutto in un attimo.
— Che faccia di merda hai stasera, — sussurrò, accarezzandomi la guancia. — È andata male?
Le raccontai tutto. La voce del nuovo capo, i modi da carceriere, il senso di impotenza che mi aveva lasciato addosso.
Mamma ascoltò, poi si avvicinò, mi abbracciò da dietro, il corpo caldo che mi si incollava addosso.
— Invitalo a cena domani. —
Mi voltai di scatto, incredulo.
— Dici sul serio? Vuoi quello stronzo qui?
Lei sorrise, un lampo malizioso negli occhi. Si avvicinò, mi prese la mano e la portò tra le sue cosce nude, la pelle già calda, umida.
— Certo che lo voglio. Sono curiosa di vedere fin dove si può spingere uno così, e quanto puoi essere sporco tu davanti a lui. Fallo per me, amore. Invitalo. Poi lasciami fare.
L’idea mi mandò subito il sangue in ebollizione. L’ansia si trasformò in eccitazione, il pensiero di mamma tra le grinfie di quell’energumeno, la sfida di essere spettatore e complice.
La spinsi sul tavolo, le alzai l’accappatoio, la presi con rabbia, le mani che lasciavano segni sulla pelle, la bocca che le mordeva il collo, i suoi gemiti che riempivano la cucina.
Quella sera non lasciai mamma insoddisfatta. E mentre lei veniva urlando il mio nome, già pensavo a cosa sarebbe potuto succedere domani, quando avrei portato quell’animale nella nostra tana.
Il giorno dopo l’atmosfera in ufficio era ancora più tesa, quasi irrespirabile. L’energumeno si aggirava tra le scrivanie come un secondino in cerca di una scusa per punire qualcuno: urla, insulti, battute pesanti. Nessuno osava rispondergli, tutti a testa bassa, a subire.
Verso metà pomeriggio, col cuore in gola e la faccia di chi ha già ingoiato abbastanza merda, mi avvicinai alla sua scrivania. Lui stava sbranando un panino unto, spargendo briciole sulla tastiera, le manone che schiacciavano i tasti a caso. Mi guardò di traverso, con quell’aria da bullo che sa già come andrà a finire.
— Senta, — dissi piano, facendo il sottomesso, — stasera io e la mia compagna la invitiamo a cena. Niente di che, solo per… per conoscerci meglio. Una birra, due chiacchiere.
Mi scrutò un attimo, poi fece una risatina stronza, quasi mi sputasse addosso.
— Hai paura, eh? Vuoi tenerti buono il capo? — sbuffò, poi sogghignò, mostrando i denti gialli. — Va bene, ragazzo. Passo io da casa tua stasera. Speriamo che almeno la tua donna sia carina. —
Annuii, deglutii, mi allontanai senza replicare. Subito, in bagno, mandai un messaggio a mamma: “Viene a cena. Preparati. E stasera fammi vedere chi sei.”
Lei rispose dopo qualche minuto. Arrivò una foto: mamma davanti allo specchio, la gamba alzata sul bordo della vasca, la mano ferma mentre si rasava la figa con cura, lo sguardo sporco e fiero puntato nell’obiettivo. Nessuna parola, solo quell’immagine. Un messaggio che sapeva di sfida e promessa.
Mi si rizzò solo a guardarla. Chiusi il telefono e mi resi conto che la vera serata sarebbe iniziata solo al tramonto.
Quando rientrai a casa trovai mamma già pronta, completamente nuda in salotto, le gambe accavallate sul divano, lo sguardo di una che sapeva perfettamente dove sarebbe finita quella serata. Avevo ancora la rabbia in corpo, la tensione di una giornata passata a subire l’energumeno e a trattenere le parole.
La presi senza nemmeno salutare. La sollevai di peso, la sbattei contro il muro, le mani che le stringevano i fianchi, la bocca che mordeva la sua pelle fino a lasciarle i segni. Lei si lasciò fare, rideva, mi incitava, le gambe avvinghiate alla mia schiena.
— Sfogati, dai. Fammi vedere se hai le palle o se sei rimasto il cagnolino del tuo capo.
Il sesso fu selvaggio, rabbioso, una scarica di tutto quello che avevo ingoiato nelle ultime ventiquattr’ore. Venni urlando, lei mi graffiava la schiena, rideva di gusto. Poi restammo stesi a terra, ansimanti, il cuore che batteva come dopo una rissa.
Mamma si alzò, ancora nuda, mi lanciò un’occhiata sporca, poi sparì in bagno. Sentii l’acqua scorrere, la sua voce che canticchiava una vecchia canzone da balera. Quando uscì era trasformata: capelli raccolti, trucco leggero, un abito castigato ma attillato che lasciava intravedere la curva dei fianchi e il culo alto. Un filo di pizzo nero sotto, appena accennato dalla scollatura discreta.
Mi vestii in fretta anch’io, ancora carico di adrenalina e di aspettativa.
Alle otto in punto, il campanello suonò. Enrico, l’energumeno, era puntuale. Si presentò con una bottiglia di vino importante e un mazzo di fiori. Sembrava quasi imbarazzato, un’altra persona rispetto all’animale da fabbrica che avevo conosciuto.
— Che casa accogliente, davvero. E lei, signora, è splendida. — disse rivolgendosi a mamma, che sorrise senza civetteria.
A tavola fu perfetto: complimenti sulla cucina, domande cortesi, aneddoti divertenti. Rideva, gestiva le conversazioni, si mostrava colto e anche un po’ autoironico. Io ero spiazzato, continuavo a guardarlo aspettandomi che sbottasse, che tirasse fuori la sua solita aggressività.
Enrico si accorse del mio stupore e, dopo un brindisi, mi fissò negli occhi con un sorriso smorzato.
— Lo so cosa pensi. In ufficio sono un bastardo, qui invece sono un altro. È che… se mostri anche solo un po’ di gentilezza in quell’ambiente, ti schiacciano. Se voglio comandare, devo essere più stronzo degli altri. Ma quando torno a casa, o tra amici, non ho bisogno di recitare. La verità è che odio fare la parte del capo, ma se abbassi la guardia… ti mangiano vivo.
Mamma gli sorrise, lo ascoltava con attenzione, quasi incuriosita da quell’uomo così doppio. Io lo guardavo e mi domandavo dove sarebbe andata a finire quella cena, e quanto sarebbe bastato a tirar fuori di nuovo il lato oscuro di Enrico.
La cena scorreva in un clima surreale. Enrico, impeccabile, continuava a raccontare storie di lavoro, battute intelligenti, persino qualche ricordo tenero di famiglia che stonava con la maschera del bullo vista in ufficio. Ogni tanto lanciava a mamma uno sguardo d’ammirazione, il tono sempre rispettoso, mai sopra le righe.
Io osservavo, cercando di cogliere una crepa, un’esitazione, una traccia del vero Enrico. Ma lui non concedeva nulla: rideva, elogiava la cucina di mamma, chiedeva dettagli sulla ricetta, parlava con passione del vino che aveva portato.
Mamma, dal canto suo, giocava d’equilibrio: mai troppo ammiccante, ma nemmeno fredda. Ogni tanto le mani si sfioravano sulla tovaglia, un gesto casuale che lasciava intuire una tensione appena sotto la superficie. Quando si alzò per sparecchiare, Enrico si offrì subito di aiutare.
— No, siediti, sei ospite, — sorrise lei, portando i piatti in cucina.
Enrico mi guardò, abbassando per un attimo la voce.
— Tua mamma… è davvero una donna particolare. Ha uno sguardo che non dimentichi. — Poi, sorseggiando il vino, aggiunse: — Lo sai che non mi aspettavo una serata così? Di solito, dopo una giornata di merda, mi basta una bottiglia e il divano. Ma qui… ci si sente bene. Forse troppo bene.
Quando mamma tornò, si era tolta le scarpe, camminava a piedi nudi sul parquet, i capelli leggermente sciolti, l’abito che aderiva ancora di più ai fianchi. Mise su della musica bassa, quasi impercettibile. Si sedette di nuovo accanto a me, ma stavolta il ginocchio sfiorava quello di Enrico.
Ci fu un attimo di silenzio, denso, uno di quei momenti in cui tutti sanno che qualcosa sta per succedere. Enrico si rischiarò la voce, poi si girò verso mamma.
— Posso dire una cosa fuori luogo? — domandò, abbassando la voce di un tono. — Non ho mai visto una donna più elegante… e più pericolosa di lei. —
mamma sorrise, uno di quei sorrisi che non sono mai solo cortesia.
— Forse non mi hai ancora vista abbastanza, Enrico. —
Per la prima volta da quando era entrato, vidi il vecchio energumeno tremare appena, qualcosa negli occhi che oscillava tra desiderio e timore. Io, di fianco a mamma, sentivo il sangue scorrere più veloce.
Mamma si sporse in avanti, versò altro vino a tutti, poi si lasciò andare contro lo schienale, gambe accavallate, lo sguardo dritto negli occhi di Enrico. La tensione si fece palpabile, quasi elettrica. Enrico sembrava meno sicuro, si sistemava sulla sedia, giocherellava col bicchiere. Cercava di nascondere l’agitazione dietro il solito tono da uomo di mondo, ma ogni tanto lo tradiva un lampo negli occhi, una risata troppo forte, una mano che tremava appena.
— Sai, Enrico, — disse mamma, la voce morbida, ma tagliente, — c’è una cosa che mi incuriosisce. Come fai a tenere separate le due facce? C’è chi riesce, c’è chi scoppia. Tu sei più forte o solo più bravo a mentire?
Enrico si fece serio per un attimo. Mi guardò di sfuggita, poi tornò su mamma.
— Forse tutte e due. Ma stasera… non voglio mentire.
La musica in sottofondo girava lenta, le luci basse coloravano la stanza di riflessi caldi. mamma si avvicinò ancora, questa volta poggiando la mano sulla sua, appena un tocco, niente di esplicito, solo quella promessa che si fa pelle.
— Nemmeno io, — sussurrò, — qui siamo tra adulti, no?
Sentii il cuore martellare, lo stomaco stretto, la voglia che saliva. Enrico fissava quella mano, poi la sollevò piano, la baciò sul dorso. Un gesto lento, elegante, ma carico di una fame antica, di chi ha vissuto abbastanza da sapere dove porta un invito simile.
Mamma si voltò verso di me, negli occhi una scintilla che non avevo mai visto così viva.
— Che dici? — mi chiese piano, — pensi che Enrico sia pronto a vedere anche l’altra nostra faccia?
Il mio sorriso fu una resa, la voglia che ormai aveva cancellato ogni dubbio.
— Penso che stasera nessuno ha bisogno di fingere, — risposi.
Enrico deglutì, poi rise. Un suono basso, vero, finalmente sincero.
— Allora mostratemela, questa faccia. Se siete davvero così diversi da quello che si vede in ufficio… fatemi vedere quanto sapete sorprendermi.
Mamma si alzò lentamente, fece scivolare le dita sul braccio di Enrico e poi sul mio, una carezza per entrambi. Si avviò verso il corridoio, voltandosi appena, l’abito che lasciava intravedere le curve accese dal desiderio.
— Seguitemi, — disse, — e lasciate fuori dalla porta tutto il resto.
Ci alzammo quasi insieme, il silenzio rotto solo dal rumore sommesso dei nostri passi e dalla musica che restava a girare in sottofondo, lenta, sensuale. mamma guidava, il corpo sinuoso, i fianchi che ondeggiavano sotto il tessuto dell’abito. Aprì la porta della camera, si voltò a guardarci, un sorriso affilato sulle labbra.
Enrico mi lanciò uno sguardo misto di complicità e sfida, poi abbassò lo sguardo sul corpo di mamma che, senza dire una parola, iniziò a sbottonarsi il vestito, uno ad uno, lasciando scivolare il tessuto sulle spalle, sulle cosce, fino a restare nuda, la pelle illuminata dalla luce calda della lampada sul comodino.
Si sedette sul bordo del letto, le gambe divaricate, il respiro già più pesante. Fece cenno a Enrico di avvicinarsi. Lui, incerto solo per un istante, la raggiunse. mamma lo prese per la cravatta, lo tirò giù, gli baciò la bocca con violenza, mordendolo piano, poi si girò verso di me.
— Che aspetti? — sussurrò, — Vieni a vedere come si scioglie davvero il capo.
Enrico, ormai completamente rapito, lasciò che mamma gli sbottonasse la camicia, le mani grandi che già si perdevano tra le sue cosce, la bocca che scendeva sul collo, poi sui seni, affamato.
Io li osservavo, il desiderio mi fece tremare le mani, la mente che correva veloce tra eccitazione e incredulità. mamma, nuda e accesa, era un’altra, padrona della scena, pronta a spingere tutto oltre ogni limite.
Mi avvicinai, la sfiorai lungo la schiena, le baciai la nuca. Enrico mi lanciò uno sguardo di intesa sporca, poi senza più esitazione affondò la bocca tra le gambe di mamma, che gemette forte, le dita nei suoi capelli, il corpo che si offriva senza pudore.
— Così, fammi godere, — lo incitava, la voce roca, le gambe che si stringevano intorno alla testa del nuovo capo.
Io mi inginocchiai accanto a lei, la baciai sul petto, la sentii fremere tra le nostre mani, tra la nostra fame. In quella stanza ogni gerarchia si era dissolta, restavano solo corpi e piacere, una promessa mantenuta di libertà e sfrontatezza.
Mi avvicinai ancora, il cazzo duro che premeva contro i pantaloni, gli occhi pieni solo di mamma e del suo corpo nudo tra me e l’energumeno. Enrico le stava già leccando la figa con rabbia, il muso immerso tra le sue cosce aperte, le mani che le stringevano il culo fino a lasciarle i segni rossi.
Mamma mi guardò, il respiro corto, le pupille dilatate. Mi afferrò la testa, mi tirò a sé, mi baciò mordendomi le labbra.
— Voglio che mi scopiate tutte e due, — sibilò, la voce impastata dal piacere, — voglio vedere chi tra voi due è più sporco, più bastardo, chi mi fa urlare di più.
Enrico sollevò la testa, la bocca lucida, la barba sporca dei succhi di mamma. — Tua mamma è una troia vera, — sbottò, dandomi una spinta sulla spalla, — voglio vederla sfondata, voglio sentirla gridare mentre le riempio il culo.
Mamma scoppiò a ridere, si girò di scatto, si mise a quattro zampe sul letto, il culo in aria, la figa bagnata che pulsava tra le cosce. Si voltò verso di noi, gli occhi di brace.
— Allora fatevi sotto, fate quello che volete. Voglio sentirvi dentro, tutti e due, uno in bocca e uno dietro. Fammi vedere chi comanda davvero.
Mi abbassai i pantaloni, il cazzo già duro e gonfio. Enrico fece lo stesso, il suo sembrava una clava nelle mani grosse, le vene che spiccavano sotto la pelle. Mi avvicinai, la presi per i capelli, le infilai la mia asta tra le labbra, sentendo la sua lingua calda, affamata, che mi avvolgeva tutto.
Enrico la spinse, la afferrò per i fianchi, glielo mise contro il buco del culo senza pietà.
— Stai ferma, troia, — grugnì, — adesso ti apro per bene.
Mamma gemette forte, la bocca piena di me, i fianchi che spingevano indietro, la voce rotta:
— Sì, sfondate tutto, fatemi male, voglio sentire che mi rovinate.
Enrico la prese con forza, affondando nel suo culo con uno scatto solo, il letto che sobbalzava, io che spingevo la mia asta ancora più in fondo nella sua gola. Le mani di mamma cercavano qualcosa a cui aggrapparsi, graffiavano il lenzuolo, i gemiti strozzati da me che le sbattevo la bocca, Enrico che la martellava senza tregua.
— Guardala, guarda tua madre, — urlò Enrico, — è nata per farsi scopare, per essere riempita da veri uomini.
— Sì, sono la vostra troia, la vostra schiava, scopatemi forte, non fermatevi! — urlava mamma, le lacrime agli occhi, la pelle rossa, il corpo che tremava di piacere e di vergogna.
Il ritmo diventò sempre più feroce, il letto che batteva contro il muro, la stanza che si riempiva di suoni animali, bestemmie, risate oscene. mamma venne più volte, urlando, mentre ci alternavamo, ci scambiavamo i ruoli, la prendevamo dappertutto, il corpo pieno dei nostri morsi, le mani che lasciavano lividi e promesse.
Quando venimmo, fu una rovina: Enrico urlava, veniva dentro il culo di mamma con una potenza che le faceva scuotere tutto il corpo; io le riempivo la bocca, lei ingoiava, rideva, sputava, le labbra gonfie, la pelle ancora intrisa di sudore e umori.
Restammo sfiniti, mescolati tra le lenzuola, la camera che odorava di sesso e di vittoria. mamma si lasciò cadere tra noi, i capelli scompigliati, il viso sporco ma raggiante.
— Così, stronzi, — sussurrò, — così mi sento viva davvero.
Mi accovacciai sul letto, ancora ansimante, mentre Enrico si lasciava cadere di fianco a mamma, la pelle rossa di morsi e graffi, il respiro spezzato. La stanza era saturata dall’odore di sudore, di sborra e di desiderio consumato. mamma rideva ancora, la voce roca, sporca, la bocca piena del sapore della notte.
Enrico le diede una manata sul culo, la fece girare di schianto, la guardò dritta negli occhi.
— Sei stata una troia pazzesca, lo sai? — ringhiò, — Mi hai fatto uscire di testa.
Lei gli restituì lo sguardo, si passò la lingua sulle labbra gonfie.
— E non hai ancora visto tutto, bestione. La prossima volta portati un amico, così vediamo davvero quanto riesco a farmi usare.
Mi avvicinai, le presi il viso fra le mani, la baciai con foga, il sapore salato di tutto quello che avevamo condiviso. Il corpo di mamma era un campo di battaglia: lividi sulle anche, segni rossi sulle cosce, la figa ancora umida, il culo che pulsava di piacere.
Enrico si mise a ridere, una risata bassa, incredula, da uomo che non credeva di poter trovare una donna così fuori dagli schemi. Si voltò verso di me, per la prima volta non più da capo, ma da complice.
— Non pensavo… — disse, ancora ansimante, — Non pensavo che avrei mai trovato una coppia capace di andare così oltre. Ma adesso, cazzo, non smetterò di pensarci.
Mamma gli tirò un cuscino, ridendo sporca e selvaggia.
— Ricordati che domani in ufficio torni a fare lo stronzo, eh. — Poi si voltò verso di me, ancora nuda, il corpo stanco ma fiero. — Ma qui, qui dentro, voglio vederti ogni volta strappare quella maschera e mostrarmi l’animale che sei davvero.
Restammo ancora un po’ così, abbracciati, con i corpi aggrovigliati e il cuore che batteva forte, nessuna vergogna, solo la promessa che questa notte era solo la prima di molte altre. Ogni limite infranto diventava un invito a spingerci ancora oltre.
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