lesbo
La prima volta con Elena
19.10.2025 |
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"«Così…» sussurrò lei, la testa affondata nel mio collo, «così si scopre la vera fame..."
Il caldo, a Napoli, in quel giugno, era una condanna fisica, un’oppressione che si infiltrava nella pelle e nel respiro. Studiavo per la Maturità con Elena, l'ombra con cui condividevo la vita da due anni. Ultimamente, però, la sua presenza era diventata elettrica, tossica. Ogni suo movimento, ogni fruscio, persino il respiro leggero, erano scariche che dovevo mascherare con la finta stanchezza. Le proposi il vecchio casale sulle colline del Chianti. Non cercavo solo l’aria fresca. Cercavo un luogo vuoto, dove la nostra dinamica potesse finalmente collassare e prendere la sua nuova, pericolosa forma. Volevo Elena.La mattina dopo eravamo sulla mia vecchia Fiat 500, arrancando sui tornanti per Greve. Il casale era pietra antica, immerso nel silenzio assoluto del vigneto. Aria secca, balsamica, un sollievo che mi permetteva di concentrarmi sul mio vero obiettivo. Sistemammo un solo letto matrimoniale nella camera padronale. Era un ordine, non una domanda.
Il pomeriggio, il sole caldo inondava il soggiorno. Sulle pareti di pietra, la luce creava un bagliore dorato, quasi osceno. Studiammo in terrazzo. Ci mettemmo i costumi. Elena, con una naturalezza disarmante, si liberò del pezzo di sopra. I suoi seni, una terza piena e compatta, mi colpirono come un pugno nello stomaco.
Mi parlava di Leopardi, il tono calmo, professionale. Io la guardavo, e per la prima volta non vedevo l'amica, ma la donna che volevo possedere. La sua nudità mi eccitava. Non ero abituata a quei seni scoperti, ai capezzoli che solo a guardarli si tendevano sotto il sole. Distolsi lo sguardo, poi tornai a fissarla, costringendomi a celare la vampata di calore che sentivo salire.
Si chinò a prendere il libro. Un movimento infinitesimale, ma i miei occhi furono subito sulla pienezza della carne esposta, sull'areola rosea, sul capezzolo disteso che sembrava implorare un tocco. Una fitta al basso ventre. Sentivo i miei piccoli capezzoli premere contro il cotone. Duri. Dolenti. Dio, fa che non se ne accorga.
Il sole calava. Facemmo una pausa. Mi sdraiai, cercando di regolarizzare il respiro, ma lo sguardo tornò su Elena. I seni le ricadevano mollemente di lato, la pelle baciata dal sole era una tela d’oro. Sotto, lo slip era teso da un leggero rigonfiamento. Scorgevo la frangia dei peli biondi. La mia mente non era più letteratura. Volevo la sua figa. Gonfia? Rosata? Il clitoride? Tremavo di desiderio.
Mi alzai. «Vado a farmi una doccia. Poi preparo qualcosa.»
Elena annuì, gli occhi chiusi, ma sapevo che non dormiva.
In bagno, mi chiusi. Mi guardai. Il volto era teso dal desiderio. Slacciai il costume. I piccoli seni erano durissimi, i capezzoli come bottoni tesi. Li sfiorai. Un gemito. Non dovevo pensare. Dovevo sentire. Le mie mani scesero. Lo slip si arrotolò. Quando il tassello bianco si staccò dalla mia intimità, vidi la macchia umida e lucida. Ero bagnata. Il mio indice sfiorò le labbra, raccogliendo una bava leggera.
In quell’istante, la porta si aprì.
«Ah… sei qui.» La voce di Elena era calma, ma lo sguardo acuto.
Lei entrò, si sfilò il costume, la pelle liscia come seta. Completamente nuda. E si sedette sul water, incurante. Sentii il gorgoglio della pipì.
I miei capezzoli erano due chiodi duri. La sua indifferenza, la sua nudità ostentata, il suo gesto così naturale in mia presenza, mi fecero impazzire. Mi lavai in fretta, la pelle che bruciava.
Cenammo, parlando di stupidaggini. Ma la conversazione era solo un rumore di fondo. Dentro, il mio unico pensiero era il suo corpo, e come avrei dormito al suo fianco quella notte.
A mezzanotte eravamo a letto. Sotto le coperte, solo gli slip. Elena prese il telecomando, facendo zapping, e si fermò su un canale erotico. Non ridemmo, non commentammo. Il silenzio della collina fu rotto solo dai gemiti che arrivavano dallo schermo.
Eravamo vicinissime. Sentivo il calore della sua coscia contro la mia, il tessuto umido degli slip che ci separava a malapena.
«Tu… lo hai mai fatto?» mi chiese Elena, senza guardarmi, il suo tono tradito da un tremito crudo.
«No… mai… e tu?»
«Neppure io…»
Il dado era tratto. Elena si girò verso di me. Mi guardò negli occhi. «Non lo hai mai neanche… pensato, immaginato… o fatto… da sola…?» Mi sfidava, mi spingeva.
Le nostre cosce si toccarono con più insistenza. Il lenzuolo scivolò, scoprendole appena il seno. I suoi respiri si fecero più profondi. Fissai il suo seno, ostentatamente. I suoi occhi seguirono il mio sguardo, poi tornarono sui miei, il desiderio era tangibile.
«Sì,» risposi, mantenendo il contatto visivo, «qualche volta ne ho fantasticato… e l’ho anche provato… da sola… mi è piaciuto, fottutamente molto.»
Entrambe avevamo le mani sotto le coperte. Lentamente, portai la mia destra sopra le mutandine, premendo il palmo sul rigonfio bollente. Una vampata mi arrossò il viso.
«L’hai fatto… anche… oggi?»
Perché mentire? «No, avrei voluto… stavo per farlo quando sei entrata in bagno.»
Il suo sguardo si fece intenso, quasi predatorio. «Ti ho vista, sai, oggi, in terrazza. Come mi guardavi i seni. Sono riuscita a non fartelo capire perché mi piaceva il tuo desiderio. Quando sei andata in doccia, ho pensato che stessi per… masturbarti… sono venuta apposta. Eri rossa, imbarazzata, con i capezzoli turgidi. Ho fatto apposta a spogliarmi e a pisciare davanti a te.»
«Sei bellissima nuda… mi piaci… sei… eccitante…» La mia mano premeva più forte sul pube. Volevo urlare.
«Vuoi… vuoi vedermi ancora… nuda… tutta nuda…?» chiesi.
Spostai il lenzuolo. Il mio corpo esposto. Lei si toccava un capezzolo già turgido. Notò la mia mano dentro lo slip, a palma aperta, la carne che mi scoppiava sotto.
«Ecco… guardami… ti prego, guardami…»
«Sì… Chiara… ti guardo… mmmm….»
Buttammo via le coperte. I nostri corpi nudi, solo le mutandine fradice. Dalle sue, intravedevo chiaramente i peli scuri.
«Dio… Elena… che fame che ho di te…»
«Anche io… tanta… tanta voglia…»
«Vuoi che mi tolga le… mutandine per te…?»
«Oh sì… sì ti prego… fallo… fatti vedere tutta… fammi vedere la tua figa…»
Con mosse esageratamente lente, Elena si alzò in piedi sul letto. Il suo pube era all'altezza dei miei occhi, quasi un’offerta. Le cosce sode. Abbassò lo slip, giusto per far apparire la frangia dei peli. Ansima. Geme. Mi guarda negli occhi, carica di libidine cruda.
«Vuoi che vada avanti…?»
«Sì… oh sì…»
«Cosa?… Cosa vuoi vedere… Dillo!»
«Fammela vedere… ti prego… fammi vedere la figa… la tua figa… la fica…»
Ripetei quella parola oscena mentre il mio respiro si spezzava. Elena, piano, sfilò gli slip. La figa apparve. Gonfia, le labbra semiaperte, incorniciata dai peli curati, pulsante. Sollevò una gamba per sfilare del tutto la stoffa e le labbra si aprirono, mostrando il clitoride eretto. Mi levai anch’io lo slip con un gesto violento.
Eravamo l'una di fronte all'altra. Nude. Aperte. Dalla sua figa colava un liquido trasparente, meno denso del mio, che rendeva lucide le sue dita e scendeva fino al lenzuolo.
Nessuna delle due parlò, nessuna si toccò. Ci masturbavamo con intensità maniacale, spiando i movimenti, l'eccitazione dell'altra, guidate solo dal voyeurismo e dalla fame. La carica accumulata esplose in me. Torco il capezzolo destro. Mi inarco. Urlo, senza emettere suono, il mio piacere che mi squassa. In tempo per vedere l’orgasmo squassare il corpo di Elena. Tremava. I muscoli si contraevano. Dieci secondi in una posa innaturale, contratta.
Poi la quiete. I corpi afflosciati, sudati. I seni arrossati. Le fighe zuppe.
Non parlammo. I nostri corpi si avvicinarono, umidi, ma non ci toccammo. Il mattino dopo, e l'intera giornata di studio, fu un tormento di sguardi furtivi, tocchi "accidentali" e frasi a metà. La tensione era più densa dell’umidità di Napoli. Capimmo che la nostra scoperta era solo in attesa di essere consumata.
La sera successiva, ci infilammo nel letto senza accendere nulla. Elena si voltò per prima. Le nostre labbra si incontrarono in un morso dolce e famelico. Non c'erano parole, solo un gemito profondo. Le mie mani scivolarono sulla sua schiena, poi si abbassarono, irrefrenabili, verso i suoi seni. Li palpai con avidità possessiva. Il capezzolo si fece duro sotto il mio pollice, implorando attenzione. Un sospiro profondo squarciò l'aria.
«Chiara… non smettere… Toccami come fossi tua.»
Elena si sollevò e si mise a cavalcioni sulle mie anche. Sfilò le mie mutandine con violenza. I suoi occhi scendevano sulla mia fessura umida. «Sei così bella, Chiara… così bagnata… Voglio assaggiarti.»
La sua mano, grande e calda, si posò sulla mia intimità. Trovò il clitoride e lo avvolse delicatamente. Un grido mi si strozzò in gola. Era la sua forza, il suo dominio. Spinsi il mio bacino contro la sua mano, supplicando di più.
Non potevo resistere. La spinsi sulla schiena. I ruoli si invertirono. Mi abbassai e i miei occhi incontrarono la sua figa. Le labbra gonfie, rosate, grondanti. Affondai la testa tra le sue cosce, come un animale che torna alla fonte.
Il primo contatto della mia lingua fu un’esplosione. Era caldo, umido, sapeva di donna e di desiderio puro. Trovai il suo bocciolo eretto. Lo succhiai, lo avvolsi, lo accarezzai con la punta della lingua, affamata.
Elena urlò il mio nome. Le sue mani affondarono nei miei capelli, guidandomi con urgenza selvaggia. Quando sentii il suo corpo irrigidirsi, le sue cosce stringersi attorno alla mia testa in uno spasmo totale, la mia mano destra si posò sulla mia figa bagnata, spingendo il mio indice nella fessura, mentre la mia lingua le dava l’ultimo, potente colpo di grazia.
L’orgasmo fu simultaneo, un’onda violenta che ci scosse entrambe fino alle ossa. Urlammo, senza vergogna, i nostri gemiti che rimbalzavano sulle pareti di pietra antica. Ci abbandonammo sul lenzuolo bagnato. Ci abbracciammo, i nostri corpi umidi che si fondevano in una posa di sfinimento e possesso.
«Così…» sussurrò lei, la testa affondata nel mio collo, «così si scopre la vera fame.»
Rimanemmo intrecciate, respirando l'odore salmastro e dolce del piacere appena raggiunto. I giorni che seguirono furono un’unica, lunga pausa erotica. I libri rimasero aperti e intonsi, mentre la nudità divenne la nostra norma, un lusso che ci concedevamo con l’ardore di chi ha scoperto un pozzo inesauribile di trasgressione. La doccia non fu mai più solitaria, ma un rito bagnato e scivoloso. Il sesso divenne il nostro linguaggio, un dialogo di gemiti e sussurri osceni. Al ritorno a Napoli, la pesantezza del Giugno non poteva più toccarci. Eravamo due donne nuove, schiave l'una dell'altra, che avevano scoperto che l’unica vera aria fresca era il desiderio inconfessabile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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