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Cadorna, stazione di Cadorna (cap. 25)


di Pink1966
05.08.2025    |    3.027    |    1 8.9
"Nonostante le manette, Silvia iniziò a dimenarsi come se il suo corpo fosse abitato da una presenza demoniaca, le urla, pur soffocate dal cazzo profondamente in gola invasero il soggiorno, ..."
25

Le tartarughe pensano?

Perché non aveva opposto la minima resistenza? Perché non si era neppure minimamente ribellata? Avrebbe potuto urlare, lottare, di sicuro davanti a una reazione violenta e decisa da parte sua, molto probabilmente, anzi quasi sicuramente, i tre poliziotti non si sarebbero presi quella libertà come invece era accaduto. Queste domande tormentarono a lungo Silvia nei giorni a seguire, quando la sua mente improvvisamente iniziava a estraniarsi da tutto quello che la circondava, per tornare a quelle ore nelle quali i tre la usarono per il loro piacere. Senza, di questo andava dato loro atto, negarlo anche a lei. E se nelle ore immediatamente successive l’emozione più forte provata era di rabbia, con il passare dei giorni quella mattinata le lasciò dentro quasi un senso di mancanza per tutto quello che aveva provato, per quanto intensamente aveva goduto, per come, dopo i minuti iniziali nei quali era stata quasi succube di fronte a quanto accadeva, si era calata nella parte, si era lasciata totalmente andare e, sì, sarebbe stato inutile negarlo, aveva goduto. Tanto. Intensamente. In un modo che ancora adesso la sorprendeva.
Sta di fatto che, trovatasi in ginocchio tra le gambe di Edo che, con un sorriso ironico, la fissava intensamente negli occhi mentre sorseggiava il caffè, quasi come un automa, seppure con le mani tremanti – paura, eccitazione, desiderio? – aveva sbottonato i pantaloni del poliziotto, abbassato la cerniera e, quando lei aveva afferrato i bordi della divisa ed Edo aveva leggermente sollevato i fianchi per aiutarla nell’operazione, in un’operazione unica aveva sfilato pantaloni e boxer. Trovandosi di fronte quel cazzo che l’aveva già conquistata pochi giorni prima.
Con un misto di soggezione e desiderio, Silvia aveva impugnato il cazzo dell’uomo, sentendolo pulsare tra le mani, mentre alle sue spalle Stefano e Daniela osservavano in silenzio la scena. Adesso che si trovava a pochi centimetri da quel cazzo, Silvia per un attimo si ritrovò a osservarlo quasi come si fa davanti a un’opera d’arte che ci intriga, mentre la mano iniziava a muoversi lentamente lungo l’asta, scoperchiando una cappella gonfia e rossa.
“Non usare le mani”.
Le parole del poliziotto sembrarono risvegliare Silvia da quella contemplazione che aveva escluso tutto quello che le ruotava attorno. E, ancora una volta, Silvia si ritrovò a ubbidire senza neppure provare a obiettare all’ordine ricevuto.
‘Sei davvero così sottomessa? Proprio tu che nella vita di tutti i giorni non ti fai mai mettere i piedi in testa?’ si stupì a pensare, mentre la mano abbandonava il cazzo che, ormai duro, ricadde sullo stomaco del poliziotto. Ma subito dopo, ormai prigioniera di una trance erotica che l’aveva fatta entrare in un’altra dimensione, la sua bocca si avvicinò al cazzo, con la lingua a percorrere lentamente l’asta, partendo dalla sua base e risalendo con estrema lentezza verso il glande.
“Guardami” le ordinò il poliziotto, costringendo Silvia ad aprire gli occhi quasi come se si risvegliasse da un sonno.
Occhi negli occhi, Silvia risalì ancora più piano lungo il cazzo, la lingua a bagnarlo, prima di arrivare alla fine e, questa volta, imboccarlo con un sospiro che la fece sembrare un’affamata. E sempre tenendo lo sguardo puntato sul poliziotto, Silvia iniziò a inghiottirlo lentamente, la lingua a giocare con la cappella, avvolgendola nella bocca come se fosse un guanto.
“Mi avevate detto che era una potenziale troia. Ma che lo fosse così…”.
Le parole taglienti e insultanti della poliziotta alle sue spalle, anziché ferirla, furono come una scossa per Silvia, che accelerò il ritmo, andando ancora più in profondità nei suoi affondi su quel cazzo che, ogni volta che la sua bocca risaliva, luccicava di saliva, mentre le mani lentamente accarezzavano i polpacci del poliziotto. Ma quando, inconsciamente, con una mano afferrò il cazzo per impugnarlo più saldamente, Edo la afferrò per i capelli, costringendola ad abbandonare il giocattolo di carne prima che, un attimo dopo, una sberla – non troppo violenta per la verità – la sorprese.
“Ti ho detto di non usare le mani”. Per poi, subito dopo. “Daniela…”.
Silvia non fece neppure in tempo a capire cosa stesse succedendo che all’improvviso si sentì afferrare da dietro e piegare sulla schiena il braccio sinistro. Identica sorte accadde a quello destro. Poi, a seguire, un clack metallico. “Stefano mi ha detto che sei abituata a farti ammanettare” le sussurrò in un orecchio la poliziotta, il fiato caldo sul collo a scuoterla con un brivido intenso. “Adesso vediamo come sei brava a usare la bocca” concluse con una lunga e lenta leccata sul collo che fece drizzare i capelli alla povera Silvia. Poi non ebbe neppure il tempo di abbozzare una risposta che una stretta salda sui capelli la obbligò a ingoiare nuovamente il cazzo di Edo.
“Su, fammi vedere quanto sei brava e quanto ti piace” continuò a sussurrarle la poliziotta, mentre con entrambi le mani a tenerle bloccata la testa, iniziò un su e giù sempre più pronunciato sul cazzo del collega.
“Hmmmghhhfff” fu l’unico suono che Silvia riuscì a pronunciare, con la cappella che a ogni andirivieni le invadeva sempre più la gola.
“Gggghhhhhhhh” provò a ribellarsi Silvia quando le mani della poliziotta la bloccarono per un tempo che le parse infinito con il cazzo profondamente in gola, le narici solleticate dai peli del pube.
“Aaaaaahhhh” l’urlo liberatorio mentre i polmoni si riempivano d’aria quando venne sollevata per i capelli, una bava di saliva indecente a ricoprire l’asta del poliziotto.
“Oddighhhhhhhh” quando si ritrovò nuovamente trafitta senza pietà. Eppure, mentre una parte di sé provava a resistere a quello che le stava accadendo, allo stesso tempo Silvia era cosciente di una crescente eccitazione perché, ormai stava imparando ad accettare questa nuova realtà, le era impossibile negare come l’essere presa, usata, manipolata contro la propria volontà, le regalasse emozioni che non avrebbe mai immaginato.
“Sei fradicia” le confermò Daniela, mentre due dita scivolano dentro la sua figa bollente, strappando un “ooooooh” prolungato a Silvia. “Ti piace, vero?” insisté Daniela, girandole la testa e obbligandola a guardarla negli occhi. “Ti piace o devo smettere?” insistette accelerando il movimento delle dita, mentre Silvia la guardava con uno sguardo implorante. “Allora?” continuò, estraendo all’improvviso le dita, suscitando una quasi implorazione di supplica a Silvia.
“No… noooo non ferrrmartiii” si arrese Silvia. Per poi, ritrovato un barlume di lucidità: “Io devo, devo… oddiooo… devo…devo….andare… al laaaavorooo”, le ultime sillabe strascicate per effetto delle due dita che erano tornate a profanare la sua figa.
“Credo che questa mattina arriverai in ritardo” si intromise nel dialogo Stefano, che fino a quel momento era rimasto a gustarsi la scena, ma già iniziava a pregustare quello che sarebbe successo di lì a poco. Forse è meglio avvisare, non credi?” le consigliò, mentre Silvia, gli occhi chiusi, si lasciava andare a continui mormorii, con quelle dita che le frugavano la figa, provocandole continui picchi di piacere, mentre Edo, comodamente seduto in poltrona, giocava con il suo cazzo, portandoglielo alle labbra, per poi toglierlo poco dopo.
Silvia stava impazzendo di piacere e tra le dita di Daniela e quel cazzo che giocava con la sua bocca, ormai si sentiva disposta a tutto pur di raggiungere quell’orgasmo che sentiva sempre più vicino.
“Dov’è il tuo telefono?” Stefano la distrasse da quello che urlava il suo corpo. Silvia lo guardò come se non capisse cosa le fosse stato chiesto, costringendo il poliziotto a ripetere la domanda. “Sul tavolo, credo” rispose lei. Stefano si spostò verso il tavolo della cucina e, nel seguirlo con gli occhi, lo sguardo di Silvia si posò sulla vasca della tartaruga d’acqua sistemata su una mensola. La tartaruga, la testa appena fuori dall’acqua, era lì immobile con la testa incollata al vetro, quasi come se li stesse guardando.
‘Chissà cosa sta pensando’ fu il pensiero bizzarro che attraversò la mente di Silvia. Non proprio allo stesso livello della folgorazione di Philip K. Dick relativamente ai sogni degli androidi, ma insomma, valli a capire tu i cortocircuiti mentali
Un attimo dopo fu riportata alla realtà da Stefano, che le mostrava il suo telefono. “Codice di sblocco? Del resto, visto che sei ammanettata bisogna pure aiutarti in qualche modo” rise sarcastico. E quando non rispose subito, ecco che una sonora sberla sul culo accompagnò il ripetersi della domanda. “301195” si arrese Silvia.
Il poliziotto armeggiò con il cellulare e poi le chiese. “Come hai salvato il numero del lavoro?”. Silvia lo guardò con occhi imploranti. “Ti prego…”. “Non farti ripetere la domanda”. E un’altra sberla sul culo. “Stu…studio” rispose finalmente Silvia.
“Ora – Stefano si inginocchiò vicino al suo volto per parlare – io chiamo il tuo ufficio e tu dirai che hai avuto un contrattempo improvviso e arriverai in ufficio in tarda mattinata, se riuscirai a liberarti, altrimenti nel primo pomeriggio. Va bene?”. “Io…”. Un’altra sberla. “Va bene?”. E in quel momento Daniela diede un’accelerazione violenta alle due dita nella giga che strappò a Silvia un’implorazione. “Oddiooooooo”. Se non crollò a terra di faccia, fu solo perché l’altra mano di Daniela non aveva smesso di artigliarle i capelli.
“Mi raccomando, sii convincente” disse Stefano, premendo il tasto di chiamata.
“Pronto?.....Ciao Enrica, sono Silvia…… Sì, sì, tutto bene, grazie... Volevo solo dirti che poco prima di uscire di casa ho avuto un contrattempo improvviso e questa mattina non so se riuscirò a venire….”. Nel frattempo, mentre Silvia si sforzava di parlare in un tono il più normale possibile, Daniela con un cenno fece segno a Stefano di sostituirla e si spostò alle spalle di Silvia.
“No, no niente di graveee – stava dicendo Silvia, quando sentì una lingua accarezzarle le labbra della figa. “Scusa, stavo provando a fare capire una cosa a una persona” cercò di riprendersi immediatamente, mentre la lingua iniziava a percorrere lentamente le labbra, facendola impazzire di voglia. “Ti ringrazio… sì, sì, sì, a dopo, ciao” “ooooooooh”. Stefano fece appena in tempo a chiudere la telefonata che il gemito di Silvia rimbalzò tra le mura del salotto.
“Brava, sei stata brava. Meriti una ricompensa per la tua recitazione” disse Edo, che impugnato il cazzo non perdette un attimo nel reinfilarlo in profondità tra le labbra di Silvia.
Da quel momento fu un tourbillon di azioni, pensieri, corpi che si accavallavano, manate sempre più decise sul culo, capezzoli strizzati, gemiti di piacere e urla di dolore, sudore che si mischiava, orgasmi gridati e ripetuti.
Stefano non perse tempo. E mentre Edo teneva salda la testa di Silvia, scopandole la bocca con sempre più vigore e strappandole una serie di gorgoglii mentre la saliva imbrattava cazzo, faccia, pube e divano, il suo collega dopo essersi tolto i pantaloni e fatto spostare Daniela, che a leccare quella figa fradicia ci stava prendendo parecchio gusto, con un colpo deciso che strappò a Silvia un urlo da animale sgozzato, iniziò a scoparla con vigore.
“Potrei abituarmi a scoparti con regolarità” le disse tra un colpo e l’altro, ricevendo in risposta solo una serie di “ugghh ugghhh hmmmghh” strozzati per colpa di quel cazzo che ormai aveva preso possesso della sua gola. Tra una sberla, un affondo di cazzo in una figa che sembrava reclamarlo sempre più avida e che colava talmente tanto da aver creato una pozza sul parquet, e quel su e giù sempre più violento della testa imprigionata tra le mani di Edo, con la gola ormai destinata a diventare uno svuotatoio di sborra, Silvia iniziò a perdere il controllo. E quando Daniela, che si era inginocchiata sotto di lei affondò all’improvviso i denti sul capezzolo sinistro, il dolore improvviso fu il lasciapassare per un orgasmo che lanciò Silvia nell’iperspazio.
Nonostante le manette, Silvia iniziò a dimenarsi come se il suo corpo fosse abitato da una presenza demoniaca, le urla, pur soffocate dal cazzo profondamente in gola invasero il soggiorno, mentre Stefano, incastrato nella sua figa, si ritrovò a dover domare una cavalla selvatica che in preda a una sorta di crisi epilettica provava in tutti i modi a scalzarlo di sella. Per tutta risposta, le strinse ancor più le mani sui fianchi e iniziò a martellarla ferocemente con colpi possenti che, come risultato, portavano Silvia ogni volta a inghiottire un po’ di più del cazzo di Edo.
Il quale, ormai portato al limite da quel pompino cattivo ed estremo, alla fine fu costretto alla resa. Con un urlo gutturale, dando un ultimo colpo di reni che strappò l’ennesimo conato a Silvia, il poliziotto iniziò a scaricarsi direttamente nella gola della donna. Un getto, due, poi sollevandole la testa sempre per i capelli continuò a eruttare sborra prima nella bocca e poi sulla faccia di Silvia, imbrattandole gli zigomi, il naso, persino un occhio, tramutando il suo viso in una maschera quasi grottesca.
“Aaahggeughhh”. Tra un colpo di tosse, un tentativo di respiro profondo e uno di provare a deglutire lo sperma che le aveva invaso la bocca, il pube di Edo ridotto a uno stagno di umori vari, l’orgasmo di Silvia lentamente iniziò a calare, così come i colpi di Stefano, che ancorato ai suoi fianchi, aveva rallentato a sua volta il martellamento di cazzo. Lui, al contrario di Edo, non era ancora venuto. Come del resto Daniela, la cui bocca, dopo un ultimo morso che strappò l’ennesimo lamento di dolore, si staccò dal capezzolo di Silvia. La mattinata, del resto, era appena iniziata, pensò con un ghigno la poliziotta, nell’alzarsi e osservare il corpo sudato e sfatto di Silvia.
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