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Certe Notti non finiscono mai - 2di7


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
22.06.2026    |    35    |    0 6.0
"Le donne sanno già cosa fare: in tre mosse srotolano i teli bianchi e li sistemano sul letto, lisciando le pieghe come infermiere esperte che preparano un letto d’ospedale per un intervento..."
Premessa: I nomi delle persone sono di fantasia — per privacy li ho cambiati, smussati, travestiti da qualcos’altro, come si fa con certi oggetti preziosi che non vuoi mostrare a tutti. Chi ci conosce riconoscerà ogni dettaglio, ogni sguardo, ogni risata: saprà esattamente di chi sto parlando, senza bisogno di spiegazioni. Chi non ci conosce, invece, si troverà davanti a una porta socchiusa, con la luce calda che filtra dall’interno e il suono ovattato di voci e musica. A voi dico solo: «Cosa aspettate? Venite mercoledì a condividere l’estasi dell’anima insieme a noi.» Il racconto è diviso in sette parti, è la narrazione di una giornata intera quindi leggetele tutte, non vi fermate alla prima che è solo di introduzione, quelle più spinte ed erotiche sono in aguato e spunteranno quando meno ve lo aspettate.

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Non sono solo. Tre coppie, giovani e rumorose, si muovono nell’acqua con la disinvoltura di chi è abituato a condividere molto più che semplici parole. Non sono di Bologna: l’accento siciliano, caldo e melodioso, si mescola a quello barese, più aspro e diretto. Parlano di quello che sta accadendo intorno a loro, le voci che si alzano e si abbassano come onde, ma il tono è sbagliato. C’è qualcosa di tagliente nelle loro parole, un giudizio che stride con l’atmosfera del posto, come un’unghia che graffia una lavagna. Ascolto, incuriosito e infastidito, mentre uno di loro commenta la scena con una battuta volgare, le labbra arricciate in un sorriso che vorrebbe essere ironico ma sa solo di gretto. Vorrei rispondergli, dirgli che in un luogo come questo non c’è spazio per il moralismo, ma lo sguardo di una delle ragazze si posa su di me, intenso e penetrante, e decido di tacere. I suoi occhi sono verdi, screziati d’oro, e sembrano promettere qualcosa che va oltre le parole.

Poi il ritmo cambia. Jayne si muove con una grazia felina, il corpo che si inarca mentre accoglie un altro uomo, le labbra che si schiudono in un gemito soffocato. Il gazebo diventa un palcoscenico, e l’orgia che si svolge sotto la sua ombra è tutto fuorché improvvisata. È una danza studiata, un rituale che si ripete ogni settimana, con le stesse mosse, gli stessi gesti, ma sempre con una nuova intensità. Tania e Angelica si uniscono a lei, le mani che si cercano, le bocche che si incontrano in baci profondi, le dita che si insinuano tra le gambe degli uomini in attesa. Nei gazebo accanto, le ombre si muovono con invidia, i corpi che si sfiorano, le risate che si fanno più acute, i respiri più affannati. Anche lì, il movimento diventa interessante, come se l’energia del nostro gazebo si propagasse nell’aria, contagiosa e irresistibile. Mi godo lo spettacolo, le braccia che nuotano pigre attorno al mio corpo e la sensazione strana di essere parte, ma anche spettatore, di un’esperienza che si rinnova costantemente e non si esaurisce mai. In superficie scorro sereno, ma dentro mi sento carico, come se una corrente elettrica avesse acceso tutte le terminazioni nervose. È strano come in un posto così, dove tutto è esposto, ogni cosa abbia comunque il sapore del segreto.

Torno verso il gazebo, scostando una foglia che si è posata sulla mia spalla come un dito curioso. Jayne è ancora lì, inginocchiata a cavalcioni sull’uomo sconosciuto, la schiena arcuata in una curva da ballerina, i seni piccoli che dondolano a ogni movimento come frutti maturi appesi a un ramo. I suoi occhi—grandi, con ciglia lunghe come ali di falena—incrociano i miei per un istante, e in quello sguardo c’è tutto: non vergogna, non esibizione, ma una complicità silenziosa, un invito a unirmi o almeno a non distogliere lo sguardo. Preferisco restare spettatore, per ora.
Le mie due amiche bionde si spostano su un lettino poco distante, le gambe intrecciate come radici di un albero antico. Tania si accende una sigaretta, il fumo che si arriccia in volute pigre intorno alle sue dita affusolate, mentre Albert si sdraia su un altro lettino, le braccia incrociate dietro la testa come un re che osserva il suo regno. Ma le ragazze non restano inermi a lungo: un ragazzo di circa trent’anni, con spalle larghe e una peluria profondamente nera sul petto, si avvicina con passo lento, come se fosse attirato da una forza invisibile. Le sue mani, grandi e callose, si posano sui fianchi di Jayne e Angelica, e lei gli sorride con quella malizia che riserva solo agli sconosciuti.

Il ragazzo diventa il loro passatempo, e a giudicare dal modo in cui inarca la schiena e stringe i
denti, è un passatempo che gradisce. Dopo un pompino a due bocche—le labbra di Jayne che si muovono con una precisione chirurgica, quelle di Angelica più lente, più languide—decide che è il momento di osare oltre. Jayne allunga una mano verso Tania, lei capisce subito e le passa un preservativo con la stessa naturalezza con cui si porgerebbe un bicchiere di vino. Il lattice scivola sul sesso turgido del ragazzo con un fruscio umido, e subito dopo Jayne si solleva leggermente, guidandolo dentro di sé con una lentezza esasperante. I gemiti di entrambi si mescolano al rumore delle onde della piscina poco distante, e il sussurro di Jayne — “cazzo, cazzo, cazzo” — esce dalle sue labbra come una litania, un mantra che rende il tutto ancora più eccitante, più vivo.

Cinque minuti—un tempo che sembra sospeso tra il respiro e il battito del cuore—e il ragazzo raggiunge l’apice con un gemito roco, le dita affondate nei fianchi di Jayne come se volesse ancorarsi a qualcosa di solido in quel vortice di piacere. Rimane dentro di lei ancora per qualche istante, le spinte rallentate a un ritmo languido, quasi reverenziale, prima di scivolare fuori con un suono umido, il corpo che si affloscia come un pallone sgonfio. Tania si avvicina con tre bicchieri di prosecco, le bollicine che danzano contro la plastica come stelle intrappolate, e li porge con un sorriso che è insieme complice e materno. Il primo va all’eroe della situazione, ancora ansimante, le guance arrossate e una goccia di sudore che gli scivola lungo la tempia. Lui lo afferra con mani tremanti, il bicchiere che scricchiola contro i suoi denti mentre beve avidamente, come se quel liquido dorato potesse lavare via la tensione accumulata tra le cosce di Jayne.

Sono le 17:30, e il sole ha già perso il suo morso più feroce. Le ragazze spariscono verso gli spogliatoi, e quando tornano—capelli ancora umidi, pelle che profuma di sapone e cloro—ci avviamo tutti e cinque verso il bar come una piccola tribù soddisfatta. I bicchieri arrivano freddi, le gocce di condensa che scivolano sui polpastrelli, e sul tagliere compaiono olive, bruschette, qualche fetta di salume. A poco a poco si uniscono altri amici, gli eroi abituali del mercoledì. Uno in particolare—che chiamiamo sottovoce “Elegante”, abbreviazione del suo nickname su A69, “Elegante Equino” —si presenta con quella sua andatura tranquilla che non lascia dubbi sulla fonte del soprannome. Arriva anche un altro, alto, spalle che sembrano scolpite nel marmo, con una massa di capelli così folta e crespa da far sembrare una palla da bowling un oggetto invidiabile. Ha gli occhi vispi, un sorriso che si accende subito, della mia età o poco più. La conversazione si scioglie come sempre, lubrificata dal prosecco, e le battute si fanno più affilate con ogni giro. Elegante, fedele al copione, lancia le sue avance scherzose ad Albert, che — stranamente —declina ogni volta. Angelica ride fino alle lacrime e noi la seguiamo a ruota, aggiungendo il nostro contributo di spiritosaggini.

Tania si alza dalla sedia con una lentezza studiata, il bicchiere di prosecco ancora in mano, e abbassa la voce fino a renderla un filo di seta: «Ragazzi, andiamo a fare un giro dentro al privé? Così ottimizziamo il tempo fino alla cena.» Un sorriso obliquo, come chi conosce già la risposta. La tribù non protesta — qualcuno anzi si raddrizza sulla sedia, come se avesse aspettato quella frase per tutto il pomeriggio. Mario in particolare, il corpo scolpito e gli occhi già altrove, posa il bicchiere sul tavolino con una calma che non inganna nessuno. Ha un conto aperto con Jayne da quasi un anno, un discorso interrotto a metà che non ha mai smesso di rimuginare.

Entriamo, uno dietro l’altro, abbandonando la luce dorata del tramonto per la penombra soffusa dell’interno. Il corridoio che porta al privé ha il tipico odore di umanità repressa, un misto di disinfettante, profumo chimico e qualcosa di più animale, sudore o desiderio, non saprei. La porta si apre con un cigolio, e siamo dentro. La stanza doppia è grande, c’è il solito doppio letto matrimoniale pareti quasi inesistenti, piene di buchi e anfratti per soddisfare ogni anima esibizionista. Le donne sanno già cosa fare: in tre mosse srotolano i teli bianchi e li sistemano sul letto, lisciando le pieghe come infermiere esperte che preparano un letto d’ospedale per un intervento. Il contrasto tra la precisione del gesto e la sciatteria dei loro corpi seminudi mi fa sorridere.

Mario — che finora si era trattenuto nell’ombra, quasi timoroso — viene preso di mira da Jayne, che lo afferra con una risolutezza che non gli lascia scampo. Lo spinge sul letto, lo fa sedere e in un attimo è sopra di lui, a cavalcioni, le mani gli tolgono il misero telo che lo protegge con una perizia da borseggiatrice. Angelica la segue, si inginocchia tra le gambe di lui, e le loro teste bionde si muovono in sincrono verso il trofeo appena liberato. Il cazzo di Mario è monumentale — e le due bocche che ci lavorano come api su un fiore di primavera. Jayne è più rapida, quasi impaziente, mentre Angelica si prende il suo tempo, lo lecca e lo succhia con lentezza, come se volesse assaporarlo in ogni fibra. Sul viso di Mario passa un lampo, un misto di incredulità e trionfo, e si lascia andare, la testa che ricade all’indietro, gli occhi chiusi e la bocca appena socchiusa, come se stesse sognando qualcosa di impossibile.

Ma non siamo soli. Il privé, per quanto appaia appartato, attira sempre una folla di curiosi, e non passa un minuto che entra nell’ alcova un altro uomo: stempiato, occhiali sottili, la barba che sembra disegnata con la matita. Si guarda intorno, un po’ intimorito, poi si concentra su Tania, che lo stava già fissando come un falco con la preda. Lei lo invita con una mano, gli fa cenno di avvicinarsi, e quando lui si sdraia sul letto. Si avvicina con la testa a Jayne che gli porge la sua intimità e lui ne approfitta subito con la lingua.

Il nuovo arrivato si butta subito a leccare la figa di Jayne, che alza il bacino per agevolare il suo lavoro, e nel frattempo continua a succhiare il cazzo di Mario come se dovesse dimostrare qualcosa a sé stessa o al pubblico. Angelica si sposta, si inginocchia sul letto e si mette a leccare le palle dell’uno e la figa dell’altra, alternando movimenti di lingua con una precisione da strumento musicale. Tania si sdraia di fianco, partecipa all’opera con piccoli gesti: una mano che accarezza la schiena di Jayne, un dito che stimola il nuovo arrivato, una carezza leggera che si insinua dove meno te l’aspetti. Sul letto nessuno dorme, ma tutti sognano.
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