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Certe Notti non finiscono mai - 1di7


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
22.06.2026    |    234    |    0 8.0
"Jayne si stacca un attimo, le labbra lucide di saliva e umori, e mi guarda con occhi pieni di lussuria: «Cazzo, guarda che mostro… è così grosso e caldo che mi riempie tutta la bocca..."
Premessa: I nomi delle persone sono di fantasia — per privacy li ho cambiati, smussati, travestiti da qualcos’altro, come si fa con certi oggetti preziosi che non vuoi mostrare a tutti. Chi ci conosce riconoscerà ogni dettaglio, ogni sguardo, ogni risata: saprà esattamente di chi sto parlando, senza bisogno di spiegazioni. Chi non ci conosce, invece, si troverà davanti a una porta socchiusa, con la luce calda che filtra dall’interno e il suono ovattato di voci e musica. A voi dico solo: «Cosa aspettate? Venite mercoledì a condividere l’estasi dell’anima insieme a noi.» Il racconto è diviso in sette parti, è la narrazione di una giornata intera quindi leggetele tutte, non vi fermate alla prima che è solo di introduzione, quelle più spinte ed erotiche sono in aguato e spunteranno quando meno ve lo aspettate.

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Dopo più di sei mesi di assenza, finalmente una grande serata al Certe Notti, ma a dire il vero già il pomeriggio si preannuncia scoppiettante. Avevo smesso di frequentare per ragioni derivanti dal tagliando di Little Joe, ma appena metto piede nel parcheggio del club mi rendo conto che per tutto questo tempo l’atmosfera e il posto mi sono mancati. Ho proprio voglia di ricominciare la mia routine estiva. È come se il mio corpo avesse atteso con pazienza questo momento, e ora ogni cellula vibra di aspettativa.

Il sole di fine maggio è un invito indecente, e così mi presento al club alle 15:30 in punto, con il solito zainetto Invicta multicolore, tanto per non farmi notare e qualche speranza in più. Il vialetto è già popolato da gruppetti di coppie e singoli che si scambiano sguardi d’intesa o battute allusive. Mi fermo a salutare la receptionist con un sorriso esagerato, e ne ricevo uno altrettanto complice in cambio. Mi avvio allo spogliatoio, abbandono gli inutili vestiti e mi avvio verso la spa, che anche se è ancora presto promette bene.

Nei primi minuti mi godo l’acqua calda quasi deserta. Il vapore avvolge i corpi, e l’aria satura di desiderio e clorofilla mi rilassa e mi eccita allo stesso tempo. Ci sono già qualche coppia e due single che riconosco di vista: gente che, come me, è affezionata alle abitudini e alla trasgressione rilassata del posto. Scambio i primi saluti, i sorrisi sono complici, a metà tra la timidezza e la promessa.

Resto a mollo per mezz’ora, lasciando che la pelle si arricci e i pensieri si sciolgano. Ogni tanto mi sorprendo a osservare le gambe di una donna che si intravedono nel riflesso delle piastrelle, o la schiena larga dell’uomo che si lascia accarezzare dalla compagna. Sotto la superficie, le mani si cercano e si incontrano senza pudore. Respiro profondamente, come se mi stessi caricando di energia per quello che verrà dopo.

Quando finalmente esco, la luce del pomeriggio mi colpisce come un riflettore improvviso, costringendomi a socchiudere gli occhi mentre il calore del sole mi avvolge le spalle ancora umide. Il giardino è un alveare di corpi e voci: risate acute si mescolano al mormorio basso delle conversazioni, allo sciabordio dell’acqua che qualcuno smuove con un tuffo pigro. Mi siedo sul bordo della piscina, le gambe penzoloni nell’aria tiepida, e lascio che la colonna sonora – un mix di house anni ’90 e musica italiana – mi scivola addosso come un secondo strato di pelle.

Poi alzo lo sguardo e inizio a mappare il territorio. Cerco volti noti tra la folla, ma anche – ammettiamolo – qualche sagoma interessante, qualche dettaglio che attiri l’attenzione: la curva di un fianco, la linea tesa di un addome, il modo in cui una mano si posa distrattamente su una coscia. Nei gazebo, la scena è già in pieno svolgimento: una ragazza con i capelli raccolti in una coda disordinata è inginocchiata tra le gambe di un uomo, le sue labbra lucide di saliva mentre si muove con una lentezza studiata. Accanto a loro, due uomini osservano, le mani occupate a lavorare sui propri corpi, i respiri affannati che si confondono con il ronzio delle cicale. Poco più in là, su un lettino da sole, una donna è a cavalcioni sul suo compagno, la schiena inarcata come un arco, la testa rovesciata all’indietro mentre emette un gemito lungo e gutturale, un suono che sembra strappato direttamente dalle viscere.

È in quel momento che la vedo: Angelica. È seduta sotto il gazebo vicino ai bagni, le gambe incrociate in una posa che sembra casuale ma che so essere calcolata. I suoi capelli biondi, lunghi e setosi, le scivolano sulla schiena come una cascata di miele liquido, catturando la luce del sole in riflessi dorati. Si stiracchia, allungando le braccia sopra la testa. Mi avvicino con passi lenti, sentendo il calore dell’erba sotto i piedi nudi, e quando arrivo davanti a lei, mi chino per abbracciarla. Il suo profumo – un mix di crema solare alla vaniglia e sudore fresco – mi avvolge, e le nostre guance si sfiorano in un bacio leggero, quasi casto, prima che le nostre labbra si incontrino in un contatto più deciso.

Albert è sdraiato accanto a lei, il corpo rilassato come quello di un gatto al sole. Ha gli occhi socchiusi, le labbra leggermente dischiuse in un sorriso soddisfatto, e capisco subito che Angelica lo ha appena portato al limite. Il suo pene, ancora semi-eretto, giace contro la coscia, lucido di umori, e si affloscia lentamente come un fiore che si chiude dopo la pioggia. Chiacchieriamo del più e del meno, le parole che scivolano pigre come il pomeriggio stesso.

All’improvviso Angelica si alza in ginocchio sul letto del gazebo e agita le braccia verso qualcosa in lontananza. Seguo il suo sguardo: Jayne e Tania attraversano il giardino nella nostra direzione, ma il percorso non è mai diretto in un posto come questo. Si fermano due, tre volte — una mano sul braccio di Jayne, un bacio sulla guancia di Tania, una risata che arriva fino a noi prima ancora delle parole. Ogni persona che incontrano le salutano con affetto e bramosia. Jayne cammina con quel passo suo, i fianchi che si muovono con una sicurezza tranquilla, i capelli biondi raccolti sulla nuca da cui escono ciocche in tutte le direzioni. Tania la segue di mezzo passo, con un sorriso già pronto. Stretta al petto porta una bottiglia di prosecco ghiacciata che trasuda condensa, e tra le dita ha incastrato i bicchieri di plastica come un mazzo di carte. Arriva davanti a noi senza dire una parola, distribuisce i bicchieri uno per uno con la solennità di chi officia un rito, poi stappa la bottiglia con un colpo secco del pollice. Il tappo vola. Ridiamo. Brindiamo. Il prosecco è freddo e frizzante e sa di estate. Poi Jayne e Tania si siedono e iniziano a raccontare di sabato scorso — le luci quasi spente, i corpi che si cercavano nel buio caldo, le ore piccole che diventavano grandi.

Il gazebo diventa un magnete, un richiamo viscerale che attira uomini come falene verso una fiamma. Si avvicinano con quella disinvoltura calcolata che qui è quasi un codice di comportamento, i passi lenti, le mani infilate nelle tasche degli accappatoi, gli sguardi che scivolano sui corpi con la precisione di un bisturi. Uno di loro si ferma accanto a Jayne, e tra le cosce aperte spunta qualcosa di così imponente da far spalancare gli occhi anche ai più distratti. È un cazzo massiccio, venoso, con la cappella già lucida di eccitazione, che sembra pulsare al ritmo del suo respiro affannato. Jayne lo accoglie come si accoglie un amante di lunga data: prima con le dita, che ne saggiano il peso come se fosse un frutto maturo, poi con le labbra, che si schiudono in un sorriso malizioso mentre lo assaggia con la lingua, come se stesse decidendo tra due prelibatezze. Il prosecco perde la sfida in pochi secondi. L’uomo getta la testa all’indietro, i muscoli del collo tesi come corde di violino, e geme mentre Jayne lo prende in bocca con una lentezza esasperante, le guance che si incavano per la pressione, gli occhi socchiusi in un’estasi che sembra quasi dolorosa.

Jayne si stacca un attimo, le labbra lucide di saliva e umori, e mi guarda con occhi pieni di lussuria: «Cazzo, guarda che mostro… è così grosso e caldo che mi riempie tutta la bocca. Voglio che me lo scopi in gola finché non sbavo dappertutto e mi vengono le lacrime. Dai, bello, spingi più forte, non avere paura di usare la mia bocca come una fica!»
Tania, con la voce già eccitata, aggiunge: «Jayne è una maiala incredibile! Guardatela come lo ingoia quasi tutto… Io mi sto bagnando solo a vedere questa scena. E voi, non vi viene voglia di un cazzo così anche a voi?»
Angelica ride e risponde: «Oh sì, ma per ora mi godo lo spettacolo.»

Tania, Angelica e Albert continuano a chiacchierare, le voci basse e roche, le risate che si mescolano al suono umido dei baci. Sanno che per ora non c’è spazio per loro, eppure i loro sguardi tornano sempre lì, attratti da quella scena come da un incantesimo. Io mi alzo, lascio scivolare l’accappatoio dalle spalle e lo poso su un lettino, sentendo il tessuto ruvido del legno sotto i piedi nudi. Il bicchiere di prosecco, ancora mezzo pieno, brilla sotto il sole come un gioiello liquido. Mi immergo nella piscina, l’acqua tiepida che mi avvolge come un abbraccio, e mi lascio galleggiare per un attimo, osservando le increspature sulla superficie che rifrangono la luce in mille schegge dorate.
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