Prime Esperienze
Ancora?
coppiaetrusca
29.04.2026 |
1.727 |
4
"Le battute si fecero più spinte, piene di doppi sensi, piccoli rimandi a quello che sarebbe successo dopo..."
1a parteEra da un po’ che il nostro rapporto era andato, per così dire, in “letargo”.
I soliti problemi delle coppie che stanno insieme da tanti anni: i figli, il lavoro, la stanchezza, l’età, il poco tempo a disposizione.
Lei è sempre stata più chiusa, meno propensa a esprimere voglie e desideri. Io, al contrario, più espansivo, più diretto.
Ogni tanto, però, ero riuscito a farle ammettere che, dopo tutto quel tempo insieme, non aveva senso avere remore. Che potevamo dirci cosa ci piaceva, o cosa ci sarebbe piaciuto provare, senza paura di giudizi o gelosie.
Poi, un giorno, dopo l’ennesimo sesso veloce, finito in pochi minuti e seguito dal solito silenzio mentre ci rivestivamo, la guardai negli occhi.
—Voglio di più.
—In che senso? —chiese.
Esitai un attimo, poi buttai lì:
—Sei una donna molto arrapante… scommetto che ci sono tanti uomini che farebbero carte false per averti…
Mi guardò senza capire, lo sguardo tra l’interrogativo e l’infastidito.
—Che ti passa per la testa?
Presi fiato.
—Non so… se ti dicessi che mi piacerebbe vedere un altro uomo che si masturba mentre scopiamo… mi prenderesti per matto?
Si girò dall’altra parte, seccata.
—Ancora…
Rimasi di sasso.
Ancora?
Cosa voleva dire?
Non era il momento giusto per insistere, ma quella parola mi rimase in testa. Continuava a girarmi nella mente, senza darmi pace.
Era stanca delle mie proposte? Pensava che stessi esagerando? O c’era qualcos’altro?
Mi girai nel letto.
Sentii il cazzo tornare duro.
Ancora…
I giorni seguenti feci finta di niente. Il solito tran tran, lavoro, casa, figli. Aspettando il weekend.
Avevamo deciso di lasciare i bambini dai nonni per concederci una serata solo per noi. Aperitivo, cena, e finalmente una scopata senza la paura di essere sentiti.
Ma io avevo ancora quella parola in testa.
Ancora.
Dovevo capire.
Arrivò il sabato.
Ammetto che l’idea di chiarire mi eccitava da morire. La guardavo in modo diverso, e lei se ne accorse.
—Non metterti le mutandine —le dissi.
Lei sbuffò.
—Sei matto.
Il solito tono freddo.
Ma ormai la conoscevo. Dentro di me sapevo che qualcosa stava già cambiando.
Andammo a fare l’aperitivo. Al posto del solito cocktail, le presi un calice di rosso. Speravo che l’alcol la aiutasse a sciogliersi.
A cena feci finta di niente. Parlai dei soliti argomenti: figli, lavoro, vacanze.
Poi, a un certo punto, tornai lì.
—Cosa intendevi per “ancora”?
Lei si irrigidì appena.
—Ma che stai dicendo?
Era sulla difensiva. Se lo aspettava.
—Non fare la gnorri… lo sai benissimo.
Mi guardò, poi accennò un sorriso.
—Non ti scappa nulla, eh?
Scossi la testa, facendo no con il dito.
Scoppiammo a ridere.
Era tanto che non rideva così.
Continuammo a mangiare, ma il suo sguardo era cambiato. Il vino stava facendo effetto. Le battute si fecero più spinte, piene di doppi sensi, piccoli rimandi a quello che sarebbe successo dopo.
Uscimmo dal ristorante abbracciati.
Arrivati alla macchina, si fermò un attimo.
—Meno male che le ho messe… sono zuppa.
Si infilò la mano sotto la gonna e, con un gesto rapido, si sfilò le mutandine. Me le porse.
Le presi.
Sentii subito l’odore della sua figa.
Le portai alla bocca e le leccai, assaporando il succo che le impregnava.
Non avevamo voglia di tornare subito a casa.
Decidemmo di andare in un locale, bere ancora qualcosa, ascoltare un po’ di musica.
—Ci hai preso gusto? —le dissi.
Lei mi guardò.
—Stasera ho voglia di bere…
Lo disse piano.
Come se stesse cercando il coraggio.
Come se sapesse che, da lì a poco, avrebbe detto qualcosa capace di cambiare tutto il nostro rapporto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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