Prime Esperienze
Le cicatrici dell'anima
Marciotto
09.06.2026 |
165 |
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"Il piacere che provava era così evidente da lasciarmi senza fiato: sembrava aver dimenticato tutto il resto, persino la mia esistenza a pochi metri da lì..."
Questa è la vera storia di Enrico che mi ha chiesto di elaborarla ....Mi chiamo Enrico, ho 27 anni e sono sempre stato un ragazzo introverso e chiuso in me stesso. Di recente, a causa di una situazione terribile che ha coinvolto mia madre, mi sono isolato ancora di più dal resto del mondo.
Abitiamo in un piccolo paese in provincia di Napoli, un posto vicino al mare dove ci conosciamo un po' tutti. Mia madre si chiama Sara: è una donna bionda, formosa, che all'epoca dei fatti aveva 55 anni. Lavorava come commercialista per la gestione di condomini e si era separata da circa un anno da mio padre, con il quale non parlava più.
Un giorno, io e mia madre decidemmo di concederci una giornata al mare da soli, per staccare dalla routine. Quello che doveva essere un momento di tranquillità familiare, però, è cambiato all'improvviso. Senza che io ne sapessi nulla, si presentarono in spiaggia tre miei amici: Antonio, Francesco e Luca. Con i tre avevo un rapporto strano: a volte mi sembrava che mi cercassero solo per convenienza o per approfittare della mia insicurezza, dato che facevo fatica a impormi. Anche quel giorno, con una scusa banale, riuscirono a imbucarsi e a fermarsi con noi.
Tra una chiacchiera e l'altra, seduti vicini sui teli da spiaggia, notai che i miei amici cercavano continuamente una scusa per sfiorare mia madre. All'inizio sembrava casuale, ma con il passare dei minuti i loro gesti si fecero sempre più espliciti e decisi. Io mi sentivo completamente paralizzato: non sapevo cosa dire, come reagire o come comportarmi. Ero letteralmente bloccato dall'imbarazzo e dall'incredulità. La cosa che mi destabilizzò di più fu che mia madre non sembrava infastidita: rideva, scherzava con loro e si comportava come se tutto fosse assolutamente normale.
Dopo un po', i tre riuscirono a convincerla a fare il bagno. Io non ebbi il coraggio di seguirli e rimasi da solo sulla riva, a guardare. In acqua, la situazione degenerò: i miei amici si passavano mia madre da uno all'altro tra abbracci intimi e toccate continue, come se fosse una proprietà loro. Io restavo sul bagnasciuga, con lo stomaco sottosopra, immobile e impotente.
Quando mia madre risalì dal mare, aveva il viso completamente rosso (allora pensai fosse solo per il sole) e mi disse che andava a cambiarsi il costume nelle cabine. Poco dopo, anche i miei tre amici, ridendo tra loro con complicità e scambiandosi sguardi che non riuscii a decifrare, mi dissero: "Enrico, andiamo a farci una doccia che siamo pieni di sabbia". Rimasi ad aspettarli sulla spiaggia.
Passarono dieci minuti, ma mia madre non tornava. Preoccupato, mi avviai verso la zona delle cabine. Passando sul retro, sentii all'improvviso delle voci che mi raggelarono. Sapevo che Antonio, Francesco e Luca erano tipi spavaldi e spesso volgari, ma non avrei mai immaginato quello che stava succedendo. Sentii uno di loro dire: "Signora Sara, venga qua... lo sapevamo che le piaceva il cazzo, adesso è tutta per noi". Mia madre rispose con voce sommessa: "Dai ragazzi, c'è mio figlio in spiaggia...", ma loro la zittirono: "Non si preoccupi, quello scemo di tuo figlio non capirà mai".
Mi avvicinai a una cabina e, guardando attraverso una fessura del legno, vidi una scena a cui non volevo credere. Mia madre era lì con loro, completamente sottomessa ai loro desideri ma incredibilmente consenziente. I tre ragazzi si muovevano con assoluta sfrontatezza nello spazio ristretto della cabina: a turno la bloccavano contro le pareti di legno, la toccavano ovunque con forza e si dividevano le sue attenzioni senza alcuno scrupolo, usandola per il proprio piacere.
Lungi dal voler fuggire, mia madre mostrava un gran piacere nel trovarsi al centro di quelle attenzioni così spinte. Ansimava visibilmente, assecondando ogni loro richiesta con gemiti forti che non cercava nemmeno di trattenere. Tra le volgarità che i ragazzi le dicevano, lei rispondeva dando pieno sfogo alla sua eccitazione, dicendo che le mancava quel tipo di calore e che godeva immensamente nel farsi possedere da loro uno dopo l'altro. Il piacere che provava era così evidente da lasciarmi senza fiato: sembrava aver dimenticato tutto il resto, persino la mia esistenza a pochi metri da lì.
Mentre assistevo a tutto questo, venni sopraffatto da una grandissima vergogna e da una mortificazione indescrivibile. Sentirmi definire "scemo" dai miei stessi amici, vedere mia madre accettare quell'insulto verso suo figlio senza difendermi, e vederla ridotta in quello stato per pura bramosia mi fece sentire completamente nudo, umiliato e insignificante. La terra sotto i piedi sembrava mancare; provavo ribrezzo per quello che vedevo, ma soprattutto una vergogna devastante per il fatto stesso di essere lì, testimone della degradazione e del tradimento delle uniche persone di cui avrei dovuto fidarmi.
Preso dalla disperazione, nel tentativo disperato di interrompere quell'incubo che mi stava distruggendo dentro, bussai alla porta della cabina dicendo a voce alta: "Mamma, che fine hai fatto? Non sei più venuta, credevo ti fosse successo qualcosa".
Speravo che si fermassero per la vergogna, e invece no. Sentii mia madre ansimare e rispondermi a fatica, con la voce ancora tremante per il piacere: "Enrico, aspetta... mamma ha quasi finito, non trova più il costume". Le chiesi dove fossero i miei amici, e lei rispose di non sapere. Dopo alcuni minuti di silenzio, durante i quali i tre dovevano essersi rivestiti e allontanati di nascosto, sentii mia madre dire con un filo di voce: "Sì... sto venendo".
A quel punto dissi: "Mamma, allora entro ad aiutarti". Lei mi intimò di non farlo, ma io, spinto da un misto di rabbia e disperazione, feci comunque il giro ed entrai nella cabina, la cui porta era rimasta accostata. I miei amici erano già scappati via, dileguandosi come vigliacchi. Mia madre era a terra, sfinita, visibilmente provata e sporca sul viso e sulle parti intime, con i segni evidenti di quello che era appena successo.
La mortificazione mi tolse il respiro. Non riuscii a dire una sola parola, schiacciato dal peso di un segreto troppo grande e disgustoso. Sconvolto, scappai di corsa direttamente a casa. Da quel giorno sono passati anni, e non ho mai più affrontato l'argomento né con mia madre, né con quei tre ragazzi, chiudendomi in un silenzio e in una solitudine da cui ancora oggi faccio fatica a uscire.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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